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ECC. i i Volarne Unico PBAVO TIPOGRAFIA GIACHETTI 1843 PREFAZIONE ^^H I L paese di Yucatan fu sco- 1 S R perlo nel i 5 4 7 da France- Tom urta» sco Hemandeedi Cordova, e dal piloto Giovanni Alaminos nativo di Pa- tos, che ave\a accompagnalo il Colombo nel suo quarto viaggio , nel quale scoperse l'isola di Guanaja. Uernandez di Cordova costeggiò per qual- che tempo i lidi dell' Yucatan , e perde molta gente in diversi conflitti coi naturali del paese. 10 Re Poscia fu spinto sulle spiaggie della Florida, donde tornò a Cubale quivi morì, dieci gior- ni dopo esserci arrivato . Allora il governatore, Diego Velasquez , delle il comando della nuova spedizione che avea preparata per fare delle scoperte dalla parte d'Occidente, a Giovanni di Grigialva , nato come lui a Cuellar: ei s'era distinto in molte spedizioni contro gì' Indiani di Cuba , ed il Velasquez lo amava come suo parente , sebbene tale non fosse. » Egli era , dice il Las Gasas , così umile e docile , che niuna cosa al mondo lo avrebbe fatto deviare dalle ricevu- te istruzioni , anche al rischio di correre mag- giori pericoli: io sono stato seco in intima re- lazione, e l'ho sempre trovato ubbidientissi- mo ai suoi superiori ; e questa è la ragione per cui ei ricusò sempre alle istanze di coloro che lo consigliavano a stabilir colonie, men- tre le sue istruzioni non lo autorizzavano che al traffico . » Nullaos tante il Velasquez fu malcontento di lui , perchè non avea stabilito colonia in •« 11 »» paese sì ricco come quello che avea scoperto, e Io accolse malamente. Gli ricusò il coman- do della nuova spedizione che avea allestita, e lo diede a Fernando Cortes, il quale, colla sua disobbedienza , non tardo molto a farlo pentire di averlo preferito al Grigialva . Quésti, dopo aver fatto parte della spedi- zione del Garay , tornò nel 1325 a San Do- mingo — »ove l'ho conosciuto (continua il Las Casas) immerso nella miseria. »— Andò po- scia in Terra Ferma a trovare il Pedrarias d' Avila , e fu da questo mandato a Nicaragua dove rimase estinto, con molti altri Spagno- li , in uria ribellione degli Indiani della valle di Ulancos . Ferdinando Cortes (1) era un gentiluo- mo .che riuniva in se la prudenza e 1' audacia. Destinato al foro, partito còme volontario per le armale d' Italia , erasi trovato avviluppato in quella d'America. Formato nella scuola dell' Ovando, parente di lui , egli aveva avuto (1) Nato a Medelin città della Estremadura , nel 1485 . »& 12 S*° tulio il tempo necessario , in quattordici anni , per familiarizzarsi con le abitudini coloniali . La spedizione di Cuba aveagli frullalo vasti doni in i i e numero grande d! Indiani. Consacra tutte le sue ricchezze e tutto il suo credito all'intrapresa affidatagli dal Velasquez,e il go- vernatore e gli altri Spagnuoli di Cuba vi con- tribuirono ognuno secondo le proprie forze. Non ostante questa associazione dei più ric- chi personaggi di Cuba, i mezzi della spedi- zione non corrispondevano al fine (mal cono- sciuto è vero) al quale ella era destinata- compone vasi di undici navigli in tulio, il più grande de' quali, onoralo col grado di vascel- lo ammiraglio, non superava la portata di cento tonnellate 3 altri tre erano di settanta odi ottanta tonnellate, e gli ultimi sette non erano che piccole barche senza ponte. Il personale componevasi di 617 uomini , 508 dei quali erano soldati , e J09 marinari od operai. Tredici soldati erano armati di mo- schetti e Irentadue di fucili, ed ogni rimanen- te di spade e di picche . Aggiungasi a tutto •S 13 SS* questo i 6 cavalli , dieci piccali pezzi d' arti- glieria da campagna, e quattro falconetti . Se ini trattengo sopra le minute particola- rità di queste forze , non lo faccio per far conoscere la gloria di questa spedizione , ma per indicare uno dei principali motivi che spingerà a barbare estremità coloro che la compongono^ mancando di forze materiali, ei saranno obbligati adoperare il tradimento e la crudeltà. La piccola flotta partì da Cuba il 1 8 no- vembre 1 5 1 8 5 ed appena il governatore l' eb- be perduta di vista , pentissi deUa scelta fatta per comandarla , e richiamò il Cortes , ma in- vano. In tal guisa dunque il comandante della spedizione, prima di aver approdato alla riva scoperta dal Grigialva ( e da questi chiamata Nuova Spagna) , si vide senza appoggio dalla parte dei suoi capi , ed obbligato a riscattare a forza di tesori la propria vita dal patibolo pre- paratogli dalla sua disobbedienza . La conquista del Messico è una di quelle intorno alle quali esistono maggiori docu- menti: furon raccolti i più piccoli incidenti, perchè aveano importanza per l'occhio eser- citalo del Cortes; l'uso che egli sapea farne ispirava la più alla idea (se non della sua umanità e giustizia , che non si traila di ciò) della sua sagacilà, della sua presenza di spi- rito, del suo ardire, della sua pazienza . Una volla che si animella il fine, al quale egli mi- ra, Insogna riconoscere quasi in ognuna delle sue azioni quelF irrefragabile buon senso, che tanto riscontrasi nei commenlarii di Cesare; così , il conquistatore dei Galli e quello del Messico hanno comune ira loro perfino la bar- barie di aver falle tagliare le mani ai loro pri- gionieri : quando non ci è permesso di segui- re a passo a passo il Cortes, ci sfugge il solo interesse che possa attaccarci alla condotta della sua piccola armata. Kel febbraio del 4549, avvenne la sotlo- missione sanguinosa degl' Indiani di Tabasco; e nel marzo successe lo sbarco a San Giovanni •SS lo E2* d' Ulloa . GÌ' Indiani aiutarono lo disbarco . Sopraggiunsero dei deputati del Gran Mon- tezuma , con dei regali consistenti in stoffe di cotone, penne* di colori brillanti, adornamen- ti d'oro e d'argento di curioso lavoro , il Cortes mostrò per essi molto rispetto. Pittori mes- sicani disegnarono sopra tele bianche di co- tone i vascelli , t cavalli e le artiglierie , per darne una idea a Montezuma : il Cortes fece suonare le trombe, schierò i suoi uomini in battaglia, e quindi cannoneggiò un piccolo bosco. Nuovi deputati recarono agli Spagnoli nuo- vi donativi, dei braccialetti, degli anelli ed al- tri ornamenti d'oro, delle scatole ripiene di perle , di pietre preziose , di grani d'oro non lavoralo , e due grandissimi piatti d' argento e d' oro rappresentanti il primo la luna , l' al- tro il sole . Questi deputati voglion trattare col Cortes:, ma il Cortes insiste per essere ammes- so alla presenza del principe, il quale non acconsente, e tre inviati vengono, Y uno dopo l' altro , ad intimare agli stranieri di ritirarsi . 11 Cortes allora trasformò il suo campo nella Città ricca della Fera Croce (Villa Rica de la Vera Crini) , nome che desta idee e preoccu- pazioni che sembrano conlradiltorie, ma che però esistevano armoniche nella testa e cuore dei Casigliani: la Croce e la ricche; za ! 11 Cortes creò nella sua nuova città tribunal supremo, (juindi si dimesse dal < mando ricevuto dal Vclasquez, per esseri investita da questo tribunale: egli ornai l' eletto della sua armata . Un vassallo di Monlezuma ( il Cacico Zwnyoaflo) , domandò l' alleanza dei Cristia- ni , in onta al suo Signore -, ed il Cortes si di- chiara riparatore delle ingiustizie, nemico de gli oppressori, ed amico degli oppressi : coste che nel corso di tre mesi il Cortes ha sue i leale due nazioni guerriere pronte a scuolen il giogo di Monlezuma. Il Cortes spedi in Ispagna un vascelfo ca- rico doro, e, ad imilazionedi Agaloelo dì Si- racusa, distrusse la sua flottiglia per logli* ai piutiliinli del Yelasqucz ogni speranza < <*8 17 Zh fuga . Nel tempo stesso i suoi soldati abbatte- rono gli idoli del tempio principale di Zeni- poalla, e v'inalzarono in loro vece dei Croci- fissi e delle immagini della Madonna . Addì 1 6 d' agosto , il Cortes partì da Zem- poalla con §00 uomini, 15 cavalli, sei pezzi di cannone , molte provvisioni , e condusse seco 200 portantini Indiani e 400 Zcmpoal- lani come ostaggi. — Giunto sopra il territorio dei popoli cacciatori di Tlascalà , domandò loro col mezzo di quattro interpreti Zem- poallani il passo \ ma questi corsero il rischio d'esser sacrificati agli Dei del paese, per ven- dicare gì' Idoli che aveano lasciato abbattere. Da questo punto successero tante pugne, quan- ti furono gli accampamenti : attacchi perpe- tui, ma senza disciplina , senza ordine e con- tinuamente sospesi dalla cura di mettere in sicuro i feriti ed i morti. Le frecce munite di pietre appuntate o d'ossa di pesce, e le spade di legno . temibili per uomini nudi , rompe- ansi sopra gli scudi degli Spagnoli , o appena scalfivano i loro corsaletti. Le regole della XI guerra , imponevano l' obbligo a questi popoli di prevenirci loro avversari avanti l'attacco, e di provveder loro i viveri; avevano veduti al- cuni dei loro, rimasti prigionieri, tornare dal campo Spagnolo carchi di donativi , altri (come i prigionieri Galli di Giulio Cesare) con i moncherini sanguinosi : laonde essi non sapevano che pensare degli Spagnoli. Uno dei loro messaggieri diceva ai Bian- chi : se voi siete simili ai nostri Dei, ecco < cinque schiavi: bevete il loro sangue, ma giale la loro carne.- Se voi siete Dei men tremendi, ecco dei profumi e delle penne.— Se, finalmente siete uomini, prendete queste carni , questi pani , e queste frutta ! Il Cortes entrò come padrone nella loro ca- pitale. Aboliti i sacrifizi umani, dicesi che il padre Bartolommeo d'OImedo durasse molta fatiea a trattenere lo zelo del Cortes contro gli idoli di Tlasealà , ed il suo furore contro i loro sanguinari sacerdoti : dì modo, che ne! secolo XVI , e nel campo del Cortes fosse ^8 19^ necessario che un monaco Spagnolo si costi- tuisse difensore della libertà religiosa. Sei mila Tlascalàni accompagnarono il Cor- tes: addì 13 ottobre , Cholula^ la città Santa del Messico , la Gerusalemme dell' America Settentrionale , il luogo dei pietosi pellegri- naggi , ed il ricettacolo delle fastose offerte , aprì le sue porte al Cortes . L' annunzio vero o falso d' una cospirazione in Cholula contro i Bianchi, fu segnale di una orribile carnefi- cina : il Cortes sotto varj pretesti , chiamò e ritenne presso di se j capi ed i primarj cittadi- ni , quindi incitò contro la città gli Spagnoli e gl'impuri Tlascalàni. Sei mila Cholulani fu- rono trucidati -, la carneficina ed il saccheggio continuarono due intieri giorni , i templi ed i preti furono bruciati. Dopo, al dire degli sto- rici Spagnoli, la pitta si ripopolò di nuovo, i magistrati arrestati riassunsero le loro funzio- ni , e gli stranieri furono serviti come Dei . La capitale era 20 legl^e distante. Per ogni dove il Cortes non trovò nei Caciqui (stando a quello che dice), che segreti nemici del principe Messicano, e profittò del loro risèri limonio. A misura che gli Spagnoli scendeva!» dalle montagne di Chalet), offeriva» ai loro sguardi la vasta pianura del Messico; all'aspet- to di questa valle, una delle più belle del mondo; all'aspetto di campagne coltivale per quanto l'occhio polea scorgere ; alla vista dì un lago simile ad un mare , cosparso d' Ìsole , ed in mezzo al quale, sovr' una di esse, pom- posi sorgevano mille edifizi , templi e torri do- rate-, a questa vista gli Spagnoli erederonsi trasportati nel paese degli incantesimi. Il Cortes era giunto quasi alle porte del Messico , prima che il monarca dopo molli e inutili messaggi avesse deciso qual genere d'accoglienza dovesse farglisi: gli Spagnoli continuavano la loro marcia sull'argine che conduce alla città traversando il lago, quando mille Indiani vestiti di cotone e adorni di piume sfilarono con rispetto davanti al Cor- tes, annunziandogli 1' arrivo del principe^ venner quindi due centinaia d' uomini che marciavano accoppiati; scalzi , silenziosi e ad occhi bassi, dopo i quali comparve finalmente Montezuma assiso sur una specie di sedia d' oro portata a spalla da quattro signori : tre Indiani lo precedevano armati di verghe di oro , al moversi delle quali la folla chinava il capo e copriasi il volto. Il Cortes alla vista del re scese da cavallo , e non omise nessuna delle consuete ceremonie ; e Montezuma scese dal seggio , ed appoggiato al braccio dei suoi parenti fece alcuni passi in avanti, camminan- do sopra tappeti di cotone, i quali con premu - ra i suoi cortigiani stendevano: quindi rispose al saluto del Cortes, toccando il suolo colla destra e quindi baciandosi la mano ; atto suf- ficiente , per persuadere la folla dei Messicani del carattere divino degli Spagnoli ! Il mo- narca, dopo le desiderate spiegazioni, asse- gnò per alloggio ai suoi ospiti un edifizio mu- rato e merlalo , vasto abbastanza per conte- nere le loro schiere e quelle dei loro alleali :, edifizio , che il Cortes in pochi giorni ridusse in una vera fortezza • -:i 22 eh Passo sotto silenzio le visite recìproche, che il principe ed il capitano Spagnolo si fecero, non che l'effetto della vista della grande città, per i Cristiani anche più attraente ; ma non tralascio d'osservare, con Bernal Diaz, che ^li Spagnoli erano ìn una trappola. Or dunque , che fece il Cortes per trarneli ? Ei trovò il mezzo di farsi condurre nel suo castello il gran Montezuma dagli ufiziali stessi di lui, di pieno giorno, attraversando la sua popolosa città, senza resistenza e senza spar- gimento di sangue . Un vassallo di Montezuma erasi difeso in una lontana provincia contro gli Spagnoli; arrestalo per ordine del mo- narca, con suo figlio e quattro principali uf- fìziali, fu insiem con questi consegnato al Cortes, il quale li fece condannare ad essere arsi vivi . e immediatamente li mandò al sup- plizio ! Nel tempo dell' esecuzione , Montezu- ma fu caricato di catene. Erano scorsi sei mesi, che questo principe abitava cogli Spagnoli, che gli permettevano di andare (sotto buona scorta) a pregare nel •« 23 85« tempio, ed a cacciare al di là del lago. Il Cor- tes faceva percorrere il paese da alcuni dei suoi soldati accompagnati dà gbitìe ed intèr- preti datigli dal monarca medesimo ; e fece costruito? due brigantini , perchè navigassero * nel lago , e Servissero (diceva egli) ai piaceri del principe. Finalménte Montezuma si riconobbe vas - sa Ho del re di Castiglià, e convenne di pagar- gli arinuo tributo . L' atto fu steso secondo le forme della cantelfeHa Spagnola, e di più il prihcipe Messicano offerì un donò m oVb di diie milioni e mezzo di lire. — Ma non potè il Corles ottenere nessuna mbdifitazioVrè àufle abitudini religione di Montezdmà , foche però non ihipcdì, ch'egli, alla testa di un pugno di Soldati , non abbattesse gì' fdoli del gran tempio del Messico 5 dito, che contribuì po- tentemente a decidere il popolo a sollevarsi , come più tardi fece. Erano compattar éufté coSte Messicane alcuni vascelli. Dessi non erano apportatori della ri- sposta alfa Ietterà, che il Cortes avea inviata in / Ispagna insieme co» ricchissimi donativi; no portavano il perdono di lui, nò gli arreca van soccorsi : ma adducevano invece una dichia- razione di guerra a nome del Velasquez , go vernatole dell'isola di Cuba, che avea posta la taglia sulla testa del Cortes. Panfilo di Nar- vaez, comandante, fu inviato contro di lui con ordine di arrestarlo, e quindi di conti- nuare l'impresa da esso incominciata. Il Cortes spedi ai suoi nemici il Padre Olme- do per disarmarli, ma fu inutilmente. Allora, lasciò il rea! prigioniero ed i suoi tesori sotto la custodia del Padre Alvarado e di 1Ì>0 uomini, e marciò col resto della sua truppa contro il Narvaez. Annoi suoi soldati colle lunghe pie che degli Scinalh-si, affinchè resistessero al- l' urto della cavalleria de' suoi nemici, ed in pavido attaccò la battaglia profittando della notte, ed ebbe la fortuna, nella confusione della pugna, di far prigioniero lo stesso Narvaez . Da quel punto i seguaci del suo nemici abbassarono le armi, e validamente rinfor; rono il piccolo esercito che comandava. ^8 2S^ Nel tempo che questo succedeva sul littora- le , una imitazione poco destra dell' artifiziosa politica del Cortes , pose gli Spagnoli del Messico in gran pericolo : la rivoluzione scop- piò in città, e nelle provincie circonvicine gri- dossi arditamente e con meraviglioso accordo, odio agli stranieri / Gessarono gli alti di ri- spetto, i segni d' amicizia inverso ospiti ornai esosi , né il popolo si affollò come prima fa- cea intorno al Cortes , mentre tornava vitto- rioso del Narvaoz . Adescati dagli ornamenti d'oro, onde i Messicani fecer pompa nell' oc- casione di una delle loro feste solenni , gli Spagnoli aveano circondalo il gran tempio del Messico, mentre vi si eseguivano i balli religiosi , e trucidato e spogliato i principali abitanti della città: la qual cosa irritò grande- mente la plebe, e svegliò in essa l'audacia, che da gran tempo avea perduta : nella zuffa gli Spagnoli (feriti in gran numero) non pote- rono impedire, che i Messicani incendiassero i loro magazzini di vettovaglie , talché tutte rimasero preda delle fiamme : ma per allora XI. le comunicazioni coli' esercito del Cortes furo- no conservate, e la strada stessa che prolun- gasi stilla gran diga del lago, non fu dai sol- levali intercettata . Al suo arrivo il Cortes mostrò il maggior di- sprezzo per Monlezuma suo prigioniero, e non nascose ulteriormente i suoi disegni. Gli Spa- gnoli furono assaliti perfino nelle loro fortifica- zioni:, il popolo il più avvilito crasi scosso, sol- levatole di docile ed amico era divenuto fero- ce ed implacabile. Il cannone, che continuo tuonava a capo le vie, più non arrestava la l'olla degli assalitori, e la notte sola potè porre un termine al loro furore. Il Robertson narrando la storia dì questa battaglia chiude il discorso così: — "Pugnarono un giorno intero, ed im- mense calaste di Messicani coprii ano il suolo; gran parie della città venia divorata dalle fiorame; e gli Spagnoli, stanchi di carnefici- na ed incalzati incessantemente dalla folla, che si gettava sovr'essi, come fanno le onde del- l'Oceano contro le rupi della costa, rientra- rono nelle trincee seco loro conducendo dodici ^8 27 »« compagni estinti e sessanta feriti . » — Un se- condo attacco non fu più felice del primo } lo stesso Cortes ebbe una mano trafìtta da una lanciata ! Non rimaneva agli Spagnoli che una ri- sorsa , e la tentarono : condussero Montezuma, vestito de' suoi abiti regali , sopra le mura , d' onde gli comandarono d' imporre ai suoi sudditi di por fine alla pugna e di abbassare le armi . La turba rimase per un istante immota ed incerta-, ma poi rispose con una nube di frecce e con una grandine di sassi . Il re fu colpito da una grossa pietra e stramazzò per terra : d' allora in poi fu segno dei più duri trattamenti} e mori di fame qualche giorno dopo. m Gli Spagnoli furono infine obbligati a ri- tirarsi : i mali che nella ritirata do vetter sof- frire , occupano molte pagine nei libri dei loro storici , una notte specialmente fu per loro fu- nestissima , e chiamanla però la noche trista > nella quale il Cortes perde la metà de' suoi soldati \ quelli che caddero vivi tra le mani dei Messicani, furono «la quesl loro Dei! Per meglio significare la immensità del disastro, gli storici Spagnoli dicono ! — » Ferdinando Cortes pianse / » -» Cn immenso esercito di Messicani atlendea gli avanzi degli Spagnoli in una pianura per la quale necessariamente doveano passa- re: ed infatti vi giunsero, stanchi per sei gior- ni di marcia tra aspri monti, e sfiniti dalla fame clic pativano: nulladimeno, impavidi» disperati, dettcr dentro al più folto delle fa- langi nemiche, ove sventolava lo stendardo dell'Impero. La presa di questa insegna fatta dal Cortes stesso, bastò per colpire di terrore quella moltitudine superstiziosa, e per decì- dere della battaglia non solo, ma anche dei destini dell'impero Messicano. Giunto presso i Tlascalani suoi alleati, ei si disfece di alcuni soldati indisciplinali, e riorganizzò gli avanzi del suo esercito. Quindi, addì 28 dicembre, ei si ripose in cammino con 550 fanti-, UO cavalieri, 9 cannoni, e 40 mila Indiani alleati . Con queste forze presto •» 29 ». s' impossessò di Tescuco, sulle rive del lago di Messico, seconda città dell' Impero , disco- sta circa 1 5 miglia dalla capitale . Assoggetto quindi , parte colla violenza e parte colla dol- cezza , tutte le citta circonvicine , nelle quali seppe trovare numerosi nemici a Messico. Im- piegò tre mesi nella costruzione di una arma- ta di brigantini , facendone portare i mate- riali dalle lontane montagne a Tescuco, ed il $& aprile del ISSI , quei navigli furono lanciati nell' acqua, battezzati e benedetti dal Padre Olmedo, e spiegarono le vele, attacca- rono con successo le fragili barche dei Messi- cani, e presto rimasero signori assoluti del lago • Stretta la città del Messico da tutte le parti, il Cortes credette fosse venuto il tempo di tentare un assalto:, e lo tentò addì 3 luglio, ma infelicemente; perche perde più di 60 uo- mini, due terzi dei quali cadder vivi in po- tere dei aemicL Nella prossima notte , in mezzo alle grida di trionfo ed alle luminarie della città, il Cortes ed i suoi soldati credettero scorgere di sopra i brigantini i loro compa- gni, che ballavano al cosp voti imi ■Ilo delle spavenle ! che e ;ini messK cerdoli squarciavano ad essi solennemente il petto, ne traevano il cuore, e ne distribui- vano le carni ai fedeli! Orrenda vista ! ! Frattanto, una predizione dì que'saccrdoti non realizzala , fruttò al Cortes il soccorso di 150 mila Indiani, i quali rinforzarono l'asse dio delia città per terra, mentre i brigantini stringevano seni [tre più per acqua : quindi la fame incominciò le sue stragi nel Messico. Ad- dì 27 di luglio gli Spagnoli occupavano Ire quarte parli di Messico^ allorquando il gio- vane Guatimozìn, secondo successore di Mon- tezuma e suo genero, fu arrestato in una bar- ca : allora la città si arrese dopo aver soste- nuto per settantacinque giorni l'assedio. Siccome il bottino non corrispose all' aspet- tativa dei vincitori, fu intimato al giovani Monarca ed ai suoi primari uflìziali, mediante le più orribili torture di dichiarare in qua! luogo avevano nascosti i loro tesori . E noi *a Zi »• la celebre risposta data da questo principe al suo ministro , il quale , steso al pari di lui so- pra una gratella con sotto fuoco ardente , gri- dava^ gemeva e si contorceva : » ed %o> disse il principe , io sono forse sopra delle rose » ? Un'ultima sollevazione del Messico (1 552), tosto sedata dal ferro e dal fuoco, né induce ad argomenlaredella tirannia insopportabile degli Spagnoli.» I popoli furono ridotti in schiavitù, i capi messi a morte crudelmente -, il passag- gio dei Cristiani fu per ogni dove segnato col sangue-, nella sola provincia di Panuco 60 ca- ciqui o capi e 400 nobili furono bruciati vivi tutti in un tempo , per ordine del Sandoval (luogotenente di Cortes) e d' accordo in que- sto col Cortes stesso ; ed i parenti ed i figli di questi disgraziati , furon forzati ad assistere a questo esecrando spettacolo! Il Cortes mandò, senza processo ne altra formalità alla forca il giovine ed intrepido Guatimozìn ed i caciqui di Tescuco e di Tamba , i due primari perso- naggi dell' Impero-, e Y infimo soldato Spa- gnolo si fece un dovere d'imitare l'esempio datogli dal Capitano Generale e Governatore (fella IVuova Spagna — Cosi fu conquistato il Messico. — E noi leggeremo più diffusamente le particolarità, che in questa prefazione non poteamo accennare altro che ili corsa, nelle tre lunghe e belle lettere scritte d' officio dal Cortes slesso alla Maestà Cesarea dì Carlo imperatore, e re Cattolico , le quali forma il corpo di questo volume . Poco mancò che il Cortes, dopo avere edi- ficala sulle rovine dell' antico Messico una città (ulta Spagnola , non facesse la trista fin di Vasco iNugnez di Balboa, che perse la te- sta sul patibolo (nel 1517): fu obbligato ; correre in Spagna per difendersi dalle grav accuse appostegli , non già di lesa umani ti (che i più a questo in quei tempi non pensi vano) ma sibbene di lesa maestà; conciossia- chè la sua potenza, veramente grande , nei lontani paesi del Messico, ispirava nell'animo dell' imperalor Carlo tal diffidenza , che per gelosia i cortigiani fomentavano ed accresce- vano. Ma il Cortes si difese vittoriosamente al oi8 3Sfi« cospetto dell' imperatore contro le imputazio- ni ( false veramente ) di suddito sleale, sicché riavuta la grazia del suo signore potè ritorna- re nel Messico, soggetto però all' autorità di un viceré . Nel 1536 scoprì ia penisola della Califor- nia . Tornato poco dopo in Europa, accompa- gnò nel 1541 l'Imperatore Carlo V sotto Al- geri.—Finalmente nel 1334, morì presso Si- viglia nella disgrazia del principe. Quasi tutti gli storici contemporanei narrano, che un giorno, in una strada di Siviglia, un vecchio facendosi largo fra la folla potè giugnere alla carrozza imperiale, montare sopra la staffa ed affacciarsi allo sportello: — E chi siete voi, do- mandò Carlo V ? — Un uomo che ha dato più provincie alla Maestà Vostra di quello che non le abbiano lasciato città i suoi avi ! — E dica- no che questo vecchio fosse il Cortes . Questo aneddoto, del quale non vorremmo guarenti - re T autenticità ci dimostra però la impressio- ne che nei contemporanei produssero le im- prese del Cortes , e l'ardire del suo carattere . xi H ■SS 54 Sì» Per completare la storia della scoperta e conquista del Messico , noi raccogliemmo nel presente volume rari scritti di autori contem- poranei, che fanno corredo opportuno direi anche necessario , alle lettere del Cortes ; tra Ì quali autori primeggiano per la novità ed originalità don Fernando d'Alva Ictlilcoscitl, messicano , che il Bustamante , già presiden- te della repubblica del Messico , non teme di appellare i7 Cicerone del suo paese , e per la chiarezza del nome, il venerabil vescovo di Chiapa Bartolommeodi Las Casas, l'eloquen- te difensore dei poveri Indiani, il sincero amico degli infelici . Queste sono le più tra- giche ed orribili istorie che da occhi umani sicno state lette giammai -, commoveranno per certo, in chi non avrà il cuore più duro che di macigno , commiserazione e terrore infinito, e da questi affetti potrà ciascuno ricevere singoiar profitto. •WJtMH»}» SCOPERTA DELL' YUCATAN PUMA TI ERA DELLA NI'OYA SPAGNA VISITATA DAGLI SPAGHUOL1 Pngm Ir* Spjgiuuli r ludi CENIVI SULLA SCOPERTA DELLA PENISOLA DI YUCATAN FATTA DA FRANCESCO HERNANDEZ DI CORDOVA L1 ***> 1317. MTRATTI DALLA STORI» GB** HA LI DELL* INDIR DI FRANCESCO lopes D] SOMARA \ ' yccai \s è una punta di terra , olia { sta in ventun grado di latitudine ; ri dtibdoiiiu dalla quale si nomina una grandissi- ma provincia. Alcuni la chiamano penisola, perchè quan- to più si mette al mare più si slarga , benché , dove è più cinta, ha quattrocento miglia, che tanto v'é da Xicalanco o spiaggia di TerminoB, a Cetemal che sta nella spiaggia 58 HERNANDEZ dell'Ascensione ; e le carte da navigare che la strìngono assai , vanno errate . La discoperse, ancora che non del tutto, Francesco Hernandezdi Cordova, Tanno millecinquecentodiciaaette ; e fu in questo modo: — Armarono navili Francesco Hernan- dez di Cordova , Cristofano Morante e Lope Ochoa di Cai- zedo , nel sopraddetto anno , a spese loro e sotto la di- rezione del governatore Diego Velasquez , in Sant' lago di Cuba, per discoprire e barattare; altri dicono per por- tare schiavi dalle isole Guanaxos per le loro miniere ed industrie , perchè andavano mancando i naturali di quelle isole e li governatori proibivano di mandare i superstiti alle miniere e ad altri durissimi travagli. — Stanno gli abi- tanti delle Guanaxos appresso degli Honduras , e sono uo- mini mansueti , semplici e pescatori, che non hanno armi né fanno guerra. Andò capitano di questi tre navili Francesco Hernandez di Cordova: portò in essi cento dieci uomini, e per nocchiero Antonio Alaminos di Palos di Moguer , e per riveditore Bernardino Iniguez della Calzada; ed ancora dicono che menò una barca del governatore Diego Velasquez, che por- tava pane, ferramenti ed altre cose alle lor miniere e offi- cine, perchè, portando qualche cosa, quelli che in esse la- voravano avessero la loro quota . Parti adunque Francesco Hernandez ; e con il tempo che non lo lasciò ire ad altro luogo , o con la volontà che aveva di discoprire, andò a dare in paese non saputo uè mai visto dalli nostri , dove ci sono certe saline in una punta a cui messe nome dell* donne, per esserci torri di pietra con gradi e cappelle, coperte di legno e paglia, do- ve in bellissimo ordine stavano posti molti idoli che pare- vano donne. Maravigliaronsi gli Spagnuoli in vedere edititi VIAGGIO 30 di pietra, che Ano allora non si erano veduti; e che i naturali andassero vestiti tanto riccamente e politamente, perchè avevano camiciuole e mantelli di cotone bianchi e di colore, pennacchi, pendenti, gioie d'oro e d'argento; e le donne, aveano coperte le mammelle e la testa . Quivi non restò ; ma se ne andò ad un9 altra punta a cui mise nome di Cotoce , dove trovò certi pescatori , che di paura o di spavento si ritirarono in terra , rispondendo agli Spagnuoli: cotohè cotohè, che vuol dir a casa a casa, cre- dendo che gli domandassero della strada per andar là; di qui restò tal nome al capo di quel paese. Un poco più innanzi trovarono certi uomini; e domandati come si chiamava una grandissima terra che stava li appresso , risposero tectetan ttctetan, che vuol dire non t' intendo: credettero gli Spa- gnuoli che si chiamasse così, e, corrompendo il vocabolo, chiamaron sempre quella contrada Yucatan , né mai se gii toglierà quel nome. Ivi trovarono croci d'ottone e di legno sopra le tombe, donde argomentano alcuni, che molti Spagnuoli andarono a questo paese quando successe la mina e distruzione della Spagna fatta dalli Mori in tempo del re don Rodrigo ; ma io non lo credo, poiché quelle croci non sono nelle isole del Mare Atlantico, in alcune delle quali é necessario toc- care ( ed ancora forzatamente) prima di arrivar quivi , ve- nendo di Spagna . Da Yucatan andò Francesco Hernandez a Campeccio : luogo grande , che nominò Lazzaro , per essere arrivato li la domenica di Lazzaro. Sceso in terra , fece amicizia con il signore del luogo , e cambiò con quelle genti mantelli, penne, gusci di granchi e nicchie legale in argento ed oro: gli dettero pernici, tortole, anatre, galli, lepri, cervi ed altri animali da mangiare , molto pane di mah , e frutte . 2 « III: RN A NIH'i: Queste genti accostavansi alli Scagniteli : alcun vano le barbe, altri le vesti , altri tentavano le spade: tutti questi abitanti andavano imbellcltati . Quivi era una torretta di pietra, quadra ed a scaglioni, nella cima della quale slava un idolo con due animali fieri alli lìanclii come che se lo mancassero, ed una serpe li ga quarantasei^ piedi, e grossa quanto un bue, falla pietra come l'idolo, che si divorava un leone: era l'idi bruttato di sangue d'uomini sacrificali, secondo l'usanza di tulli quelli paesi di Campeccio . Andò Francesco Hernandez da Cordova a Ciampotòu terra mollo grande, il signor della quale si chiamava ciocotioc, uomo guerriero ed animoso, il quale non sciò commerciare alli Spaglinoli, e nemmanco gli delle pi senti né vetlovaglie, come quelli di Campeccio , né acqi salvo a cambio di sangue. Francesco Hernandez, per dimostrar viltà, e per sapere che arme ed animo e desti za avevano quelli Indiani tiravi , fece saltare in terra li si compagni meglio armati che potè, e li marinari, perchè gliassero acqua ; ed ordinò il suo squadrone per (ere, se non gliela lasciavano pigliare in pace. Macocobi per disviargli dal mare, perche non avessero tento appi so il refugio, fece segno che andassero dietro di dove sfavala fontana; ma ebbero paura li nostri, per aver vislo gì' Indiani dipinti, carichi di saette e con sembianti da combiiltere, e comandarono, clic nelle navi dessero fuoco all'artiglieria per spaventarli: gì' Indiani si maravigliarono del fuoco e del fumo, e s'imbalordirono come del rumor* del tuono; ma non fuggirono, anzi affrontarono ed assal- tarono li nostri animosamente e ben accordali , dando gridi e tirando pietre, bacchette e saetle: li nostri si niossito — I I VIAGGIO 41 pian piano, ed essendo arrivati a loro, spararono le bale- stre , sfoderarono le spade , ed a stoccate ne ammazzarono molti ; e come i nostri non trovavano ferro, ma carne, dava- no la coltellata in modo che quasi lor fendevano la testa ed il corpo, tagliando e mani e braccia e gambe: ma gl'Indiani, ancor che mai avessero veduto simili ferite, durarono nella battaglia incoraggiti dalla presenza ed animo del loro ca- pitano e signore, finché vinsero e perseguitarono li nostri: ed air imbarcarsi degli Spagnuoli ne ammazzarono con le saette venti , e ne ferirono più di cinquanta; e ne presero due , che di poi sacrificarono . — Restò Francesco Hernan- dez con trentatre ferite; s'imbarcò con grandissima furia, navigò molto malinconico, ed arrivò a Sant'Iago rovinato, ancor che portasse buone nuove del paese per lui scoperto. TI. ITINERARIO DEL VIAGGIO CHE LA FLOTTA DEL HE CATTOLICO FECE NEL 1M8- NELL'lTCATAN SOTTO GLI ORDCCI DEL CAPITANO GENEBALE OIOVAJnn DI GRIJAXVA COMPILATO E DEDICATO A ». A. KOS DIESO COLOMBO AHMIBAGLIO E VICBH DILLE IRVI* DA GIOVANNI DIAZ ebso lo spuntar del primo di del mese di marzo dell' anno 1518(1), giorno di sabato , il comandante cifMki imimia della detta flotta parli dall' isola Feraandina (Cuba). Il lunedi seguente, cioè il 4 di marzo, vedemmo sopra un promontorio una casa bianca, alcune (Il Hcrrcra { Dered. II , lìti. 3, Gap. i.) dice , che Grtjclva lisciò San Ja- go di Cuba addì otto aprile 4SI 8. Bernal Dlai del Cantillo (Cap. XIV), e Co- golludo BUI. de Yueatan, lih. I. cap. in.) pretendono ch'egli partisse il S aprile da ifv.mn.. 'Oviedo (lib. IT, cap. IX) scrive, ch'agli spiego le- ve- le da San Jago II U gennajo IMS, e che antro nel porlo di Materna), donile fece vela peli' Tueaun addi 10 aprile . Son dnnque poco concordi gli scrittori Spagimoll ini predio giorno della parieDia del GrijaUa. 4i GRUALVA altre, che erano coperte di paglia, ed un piccolo lago for- mato dalle acque del mare cbe penetravano dentro terra - Tutta la costa era coperta di scogli e di secche; noi ci di- rigemmo verso la riva opposta , donde potemmo più facil- mente distinguere la casa. Essa avea la forma di picciola torre e parea larga una canna , cioè a dire otto palmi , ed alta un uomo. La flotta si ancorò a sei miglia circa dalla costa. Due piccole barche , chiamate canoe , ci si avvicinarono ; cia- scuna di queste era guidata da tre Indiani , ed accostarono si alle navi fino a un tiro di cannone; di più non vollero avanzarsi. Non potemmo dunque confabulare comodamen- te con quei selvaggi; pur sapemmo che V indomani matti- na il Cacico (1), cioè a dire il capo di quella contrada, verrebbe a bordo delle nostre navi. Air indomani facemmo vela per riconoscere un capo che vedevamo in distanza, e il piloto ci disse esser V ìsola d' Yucalan . Fra questa punta e quella di Cucumel (2), ove eravamo, trovammo un golfo, nel quale e9 introducemmo , e pervenimmo quindi presso la riva dell' isola di Guzamil , che avevamo costeggialo . Oltre la torre, che già avevamo veduto la prima vol- ta, ne scorgemmo ancora quattordici altre della medesima forma; e non avevamo ancora lasciata la prima , che le due canoe Indiane, di cui abbiamo parlalo, erano ritornale. Il (1) Gl'indigeni davano a' loro capi il nome di Catachum (Oviedo, lib. 17 capX). La parola Cacico (Cacique) è della lingua dell' isola Spagnuola. (2) Il vero nome di quest'isola è Cuiarail , che vai quanto dire IxUa dèlie Rondini (Cogolludo, lib. I, cap. Ili) ; era il principal Santuario dell' Yuca- tan ; ivi il popolo concorreva da tutte le parti del paese , e vi perveniva par un argine che intieramente la traversava , e di cai ancore rhmngono molle vestigie {ibidem, lib. I, cap. VI). VIAGGIO 45 capo del villaggio era in una di queste barche; egli salì a bor- do del vascello ammiraglio, conferì con noi per mezzo d'un interprete , e pregò il comandante d' andare nel suo villag- gio, dicendo, che gli avrebbe fatto molto onore. 1 nostri gli domandaron notizia dei Cristiani, che Francesco Fernan- dez aveva lasciati neir isola di Yucatan ; rispose, che uno di essi era morto, e l' altro viveva ancora. Il comandante gii regalò due camice ed altri oggetti, e quest' Indiani se ne ritornarono a casa loro • Noi partimmo seguendo la costa per far ricerca del cristiano di cui ci era stato parlato , il quale era rimasto in quel paese col suo compagno , per raccoglier notizie sul- la natura delle isole e sopra i suoi prodotti . Navigavamo a un tiro di sasso dalla costa, essendovi il mare molto profon- do, ed il paese ci appariva piacevolissimo ; a partir da quella punta contammo quattordici torri , della forma che abbiamo indicato. Verso il tramontar del sole vedemmo una gran torre bianca , che pareva essere altissima ; ci avvicinammo, e vi scooprimmo d'intorno una moltitudine d' Indiani, uomini e donne, che ci guardavano, e che rimasero in quel punto finché la flotta non si fermò ad un tiro di moschetto dalla torre • GÌ' Indiani , che in quest9 isola sono numerosissimi , facevano un gran rumore con dei tamburi. 11 giovedì , 6 del mese di maggio , il comandante or- dinò ad un centinaio de9 suoi uomini di armarsi : poscia im- barcaronsi su delle scialuppe e scesero a terra . Erano ac- compagnati da un sacerdote , ed aspetta vansi d' essere as- saliti da un gran numero d' Indiani . Preparati alla difesa , si schierarono in buon ordine, e si spinsero fino alla torre , ove non trovarono alcuno, né videro un sol uomo in tutto il dintorno . Il comandante sali sulla torre coir alfiere e _ J 46 GRU A IVA bandiera spiegata , la quale piantò sopra una delle facciate della torre, in quella parte che conveniva al servizio del re Cattolico. Ne prese possesso in nome di sua altezza , in pre- senza di testimoni , e ne stese un atto , che facesse fede e testimonianza del preso possesso. Ascendevasi sulla torre per mezzo di diciotto scalini ; la base ne era tutta massiccia , ed aveva cento ottanta piedi di circonferenza (1). Elevavasi sulla sommità una torri- cella dell' altezza di due uomini posti uno sopra l' altro ; v' erano internamente delle figure , degli ossami , delle Ce- rnie (2) come da Oviedo è descritto questo edificio: • Essi sbarcarono ap- piè delia torre fabbricata sulla riva; la quale era un monumento di pietra, ben costruito, di diciotto piedi di giro; vi si saliva per diciotto scalini e al disopra di questi era un' altra scala che conduceva fino alla sommità ; tutto il resto della torre sembrava massiccio: nella parte superiore, al di fuori, esi- steva una scala a chiocciola ; ed in cima un terrazzo , che poteva contener molta gente ( lib. 17 , cap. X ) . (2) Cernite, è il nome degli idoli degl'Indiani delle isole (Oviedo, tìb. 17. cap.XII). VIAGGIO i7 schierammo in ordine in questa torre e vi fu celebrata la messa. Dopo ciò il comandante fece leggere editti riguar- danti il servizio di sua altezza . Arrivò l' Indiano , che era stalo creduto il sacerdote degl9 idoli, in compagnia di otto indigeni ; portavan questi delle galline, del miele, delle radici, delle quali si servono per far del pane, e che chiamano mais. Il comandante dis- se loro non voler che dell'oro, chiamato nella lingua di questi popoli taqum , e loro accennò che avrebbe dato in cambio delle merci (1) a tale scopo recate. Quest'Indiani condussero seco loro il nostro coman- dante con dieci o dodici Spagnuoli , e loro apprestarono da mangiare in una sala fabbricata di pietre ben commesse , e coperta di paglia; era dinanzi a questa uu pozzo, ove bevvero tutti • Verso le nove ore del mattino , cioè circa le ore quindici italiane, non vi si vide più un solo Indiano; essi ci lasciarono soli, e noi allora e' inoltrammo nel villag- gio , le cui case erano tutte fabbricate di pietra . Se ne ve- devano cinque fra le altre molto ben fatte , e sormontate da torricelle • La base di questi ediflzi è larghissima e mas- siccia, ma ristrettissima n'è la parte più elevata; sembrano di molto antica costruzione , sebbene ve ne sieno pure dei moderni . Questo villaggio o borgo era lastricato di pietre ; le strade erano elevate dalle parti e dechinavano in pendio verso il mezzo, che era lastricato con pietre più grosse. Su i lati eran situate le case degli abitanti , costruite di pietra (1} La principale mercanzia, di che gliàpagnuoii si erano provveduti per far de* cambi, era vino di Gnadalcanar; giacché nella prima spedizione aveano osservato, che molto piaceva agl'Indiani. Egli e il migliore oggetto che si possa offrire in cambio in tutte quelle contrade; gli abitanti ne bevono fino a cadérne morti d'ubriachezza. (Oviedo, llb. 17. cap. IX.) tt CRIJALVA dalle fondamenta Odo alla metà dell'altezza dei muri, e coperte di paglia . A giudicarne dai diversi edifizi e dalie case, quest'Indiani sembrano ingegnosissimi, e se non si fossero vedute molte fabbriche Gnite di fresco , le si sa- rebber credute opera degli Spagnuoli. Quest'isola mi sembra bellissima: è sorprendente, che anche a dieci miglia di distanza da terra si sentano soavissimi odori. Oltre a ciò evvi molta abbondanza di vi- veri, cioè, di alochari (1), di cera e di miele. Gli alochari sono come quelli di Spagna, però più piccoli. Dicesi che quest' isola altro non possegga • Noi ci inoltrammo in nu- mero di dieci uomini fino a tre o quattro miglia nell' in- terno; vi osservammo edifizi ed abitazioni separate le une dalle altre e ben fabbricate . Trovansi in questo paese gli alberi chiamati sarales (2), da' quali le api traggono il loro nutrimento; vi si trovano ancora lepri e conigli. Gli Indiani asseriscono esservi de' majali e dei cervi, e molti altri animali salvatici tanto nell' isola di Guzamil , che ora chiamasi di Santa-Croce, come in quella di Yucatan , ove andammo V indomane. Il venerdì , 7 del mese di marzo, pervenimmo ali iso- la di Yucatan . — Fu in questo giorno, che partimmo dal- l'isola di Santa Croce per andare a quella di Yucatan, che n'è lontana quindici miglia. Arrivati in prossimità della costa vedemmo tre grossi villaggi , distanti 1' uno dall' altro circa due miglia. Contenevan questi un gran numero di case di pietra , altissime torri , e molte abitazioni coperte ■ 1 j Oviedo , che sembra essersi mollo approfittalo di questa relazione per la composizione del libro 17 della sua Istoria Generale delle Indie, traduce quasi letteralmente questo passo e dà lepre per alochari. (2) L'Autore vuol probabilmente parlar qui de'cwa/et , o alberi da cera. 1 VIAGGIO 40 di paglia . Noi saremmo entrati nel villaggio , se ci fosse stato permesso dal comandante, ma vi si oppose. Percor- remmo la costa giorno e notte, e l' indomane, al tramon- tar del sole , offrissi a9 nostri sguardi un villaggio sì gran- de, che Siviglia non sarebbe sembrata né più conside- revole, né più bella. Vi si vedeva una grandissima torre , ed era sulla riva una gran folla d'Indiani che inalzavano ed abbassavano due bandiere, facendoci segno d'andare a trovarli; ma il comandante non volle . Nel giorno stesso approdammo ad una spiaggia, pres- so la quale sorgeva una torre la più alta, che avessimo ve- duto. Vera eziandio un borgo o villaggio molto conside- revole, e il paese era irrigato da molti fiumi. Aoi disco- primmo una baja , che avrebbe potuto contenere la più gran- de armata: e era circondata da abitazioni di legno fabbri cate da pescatori. Il comandante vi disbarcò . Ci fu impos- sibile d'inoltrarci di più e proceder oltre sulla costa: biso- gnò spiegar di nuovo le vele e ritornare indietro . La domenica seguente veleggiammo lungo la costa ; finché scorgemmo un'altra volta l' isola di Santa-Croce , e sbarcammo nel medesimo borgo o villaggio, ove già erava- mo stati , mancando di acqua . Essendo sbarcati , non ve- demmo alcuno : attingemmo 1' acqua ad un pozzo , non avendo trovata acqua di fiume, e facemmo provvisioni di gran quantità di managi: son questi certi frutti grossi co- me poponi , ed hanno il medesimo sapore . Prendemmo pure delle ages, radici d' un sapore simile a quello delle pastinache, e degli ungeas , animali, che in Italia si chia- mano schirati (1). (1) Questa parola non é italiana; non si sa cosa l'autore abbia voluto dire. XI. 50 GHIJALVA Restammo io questo luogo Ano al martedì ; quindi ri- tornammo all'isola di Yucatan, prendendo la direzione del nord. Seguimmo la costa, e trovammo sopra un promon- torio una bellissima torre, la quale ci dissero essere abitata da donne che vivono senza uomini : credesi che queste di- scendano dalle Amazzoni . A poca distanza vedevasi un' al- tra torre , e parve anche si vedessero alcuni villaggi • Il ca- pitano non ci permise di sbarcare • Vedevasi molta genie sulla riva , e molte donne avvicinarsi le une alle altre. Noi cercammo del Carico Lazzaro, che aveva fatto onorata ac- coglienza a Francesco Fernandez, che fu il primo a scuo- prire queir isola. Egli era entrato nel villaggio che abita il Cacico ; in mezzo scorre il fiume delle Lucertole (rio de lo* Ijigartos) . Siccome avevamo estrema penuria d' acqua , il coman- dante ordinò alle genti di sbarcare in terra per veder d' io- venirne; però non ne trovammo, ma avemmo il vantaggio in quella occasione di esplorare il paese, e ci parve di es- serci molto avvicinati al villaggio del Cacico . Veleggiando lunghesso la riva, giungemmo alla sua resi* denza. Gettammo le ancore due miglia lontano dalla terra, presso una torre costrutta nel mare distante un miglio dal villaggio, ove il Cacico dimorava. 11 comandante ordinò l'ar- mamento di cento uomini con cinque pezzi d'artiglieria e degli schioppi. La mattina seguente, ed anche tutta la notte, sentimmo sulle rive mi gran romore di tamburi, ed un grande urlare degli abitanti, che stavano in guardia e ben attenti alle ve- dette. Noi sbarcammo prima dello spuntar del giorno, e ci situammo presso la torre, ivi disponemmo l'artiglieria, e la truppa stava al pie della slessa . Le scolte degl1 Indiani erano sparse ne" dintorni per osservarci ; frattanto che le VIAGGIO 51 scialuppe del naviglio si allontanarono per prendere il re- sto delle truppe , cioè altri cento uomini che erano rimasti a bordo. Essendosi già fatto giorno , presentossi una schiera d' In- diani . Il comandante intimò il silenzio , ed ordinò air inter- prete di far sapere ai naturali ch'egli non era per fargli guer- ra, ma solo per precurarsi acqua e legna e quindi ritirarsi. I parlamentarii che eran venuti a noi, ritornaron subito in- dietro . Credemmo che V interprete c'ingannasse, essendo egli nativo di quest'isola e di quel villaggio stesso; in falli, vedendo che noi stavamo in guardia, e che non poteva sottrarsi, si mise a piangere, il che ci fece sospettare qual- che maligna intenzione . Finalmente fummo costretti d'andare innanzi in buon ordine verso un'altra torre, che era più nell' interno. Gli Indiani ci dissero di non proceder più avanti e di andare a prender l' acqua presso una rupe , che avevamo oltrepassa- ta , ma ce ne trovammo cosi poca , che fu insufficiente ai nostri bisogni, per cui continuammo il nostro viaggio verso il borgo. GÌ' Indiani facevano quel più che potevano per (illuderci la via, ma a fronte di ciò , ci avanzammo alla me- glio fino ad un pozzo , ove Francesco Fernandez si era prov- veduto d'acqua nel primo viaggio. Gl'Indiani recarono al nostro comandante una gallina lessa e molte altre crude : ed egli domandò loro, se avevano oro da cambiarlo colle sue mercanzie . Allora ci portarono una maschera di legno do- rato e due altri pezzi simili a piastre d'oro di poco valore, e e' intimarono d' andarcene , perchè non volevano che pren- dessimo acqua . La sera medesima questi Indiani vennero a banchettare con noi , e ci portarono del mais e de' piccoli pani di questa stessa sostanza; ma frattanto insistevan sem- pre nel consigliarci a partire . r& GRIJALVA Tutta la notte stettero in guardia ed in grande attività . L' indomani uscirono e si schierarono in tre file: eran mu- niti d'archi e di frecce, eran vestiti di abiti di vario colo- re, ed un buon numero di essi era già pronto al combatti- mento . Il fratello ed il figlio del cacico vennero a ripeterci che ci ritirassimo; e l'interprete loro rispose, che T indoma- ni di buon'ora saremmo partiti , e che non volevamo fargli guerra; ma intanto restammo. La sera gl'Indiani vennero nuovamente a vedere il no- stro esercito: gli Spagnuoli erano indispettiti per non avere potuto ottenere dal comandante d'assalir gl'Indiani , che an- che in quella notte fecer buona guardia, e la seguente mat- tina schieraronsi in battaglia e di bel nuovo c'intimarono di uscir dal paese. I loro ambasciatori situarono in mezzo al campo un vaso pieno di profurai, e e9 inlimarono di slog- giare prima che questi fossero consumati; ma noi non ci movemmo . Allora i naturali cominciarono a scoccar freccie a nuvo- li , per cui il comandante ordinò all' artiglieria di far fuoco . Tre Indiani furono uccisi, ma il maggior numero ritirossi verso il villaggio, ove fu inseguito da' nostri; tre case di paglia rimaser preda delle fiamme , ed alcuni naturali , che n'uscivano, furono uccisi da9 fucilieri. Cosa più disgraziata assai fu questa , che molti de9 nostri inseguirono i fuggitivi, mentre un certo numero restò col comandante ; lo che fu causa, che quaranta Cristiani rimanessero feriti, ed uno ucciso. Quest' Indiani erano talmente inferociti, che senza P artiglieria ci saremmo trovati in condizione ben dura. Ritornammo ai nostri quartieri: i feriti furon medicati, e non videsi in lutto il giorno alcun indiano . Frattanto al- l'imbrunir della sera, se ne presentò uno, che portava un'altra maschera d'oro. Riferi, che gl'indiani desideravan VIAGGIO «»•> la pace ; ma noi tutti pregammo il comandante a permet- terci di vendicar la morte del cristiano: egli però noi volle, e ci fece rimbarcar la notte stessa . Quando fummo a bordo , non vedemmo più che un solo indiano che era venuto a visitarci prima della battaglia: ei ci disse essere schiavo del Gacico , e per mezzo di segni e1 indicò una gran- de estensione circolare , nella quale egli diceva eh9 erano molte isole, delle caravelle e degli uomini della nostra spe- cie, eccettuato però che questi avevano grandi orecchie e servivansi di spade e di scudi : ci parlò pure d' altre Pro- vincie, e disse al comandante, che sarebbe venuto con noi ; ma questi non lo permise, del che fummo lutti scontenti. La contrada che costeggiammo , fino al 29 di marzo , giorno in cui abbandonammo il paese del Cacico Lazzaro , era bassissima, e poco me ne piacque l'apparenza; risola di Cuzamil, che ora chiamasi di Santa-Croce, mi sembra assai migliore. Di là ci portammo a Champoton, ove Francesco Fernan- dez avea lasciato alcuni de' suoi, che vi furon trucidati . Da Champoton al paese dell'altro Cacico appena ponno esservi trentasei miglia di distanza. Osservammo in questa contrada molte montagne, e ve- demmo un gran numero di barche indiane, colle quali gli indigeni aveano intenzione d'aggredirci; ma quando furono in prossimità furon loro tirate due cannonale , di che lanlo si spaventarono che si diedero a precipitosa fuga . Dalle nostre navi vedemmo delle case di pietra, ed una torre biancha , fabbricata sulla riva . Il comandante non ci per- mise di sbarcare. Finalmente, l'ultimo giorno di maggio , scuoprimmo un buonissimo porlo, cui il Grijalva diede il nome di porto Desiderato , giacché fln allora non ne avevamo trovato . I I ** GRIJALVA Gettammo le ancore e sbarcammo tutti . Si costruirono del- le capanne con rami d'albero, e si praticarono fori nel terreno , donde traemmo un acqua eccellente. Risarcim- mo un naviglio che avea sofferto nella carena, ed essendo questo porto piacevolissimo , ci restammo per una dozzina di giorni. Vi si trova molto pesce d'una specie chiamato xurello (1), ed è squisito . Trovamrtio conigli, lepri e cervi. Questo porto è formato da un braccio di mare , ove navigano barche indiane, per quanto ci fu detto da tre na- turali presi dalle genti condotte da Diego Velasque2, le quali barche vanno dall' isola alla terra ferma dell' India per farvi de' cambi : ciò almeno è quanto essi affermaro- no (2) . I piloti dichiararono , che in quella parte risola di Yucatan era separata dall' isola Riecha chiamata Valor , da noi scoperta . Ci provvedemmo d' acqua e di legna, spie- gammo quindi le vele, ed andammo a scuoprfre un altro pae- se chiamato Maina. Ne prendemmo esalta cognizione e ci rimettemmo in cammino il primo giorno del mese di luglio. (1) Probabilmente jurel, parola Spagnuota, che significa un pesce si- mile al ghiozzo. (2) Sembra inratti, che gli abitanti dell' Yucatan esercitassero il com- mercio ben lontano per mare . Quando Cristoforo Colombo , nel quarto suo viaggio (1502) visitò l'isola diGuanaja, ch'egli chiamò Itola de' Pini, di- ttante dodici leghe dal capo Honduras, vide arrivare una barca indiana che era lunga quanto una palerà larga olio piedi. Nel mezzo sorgeva una tenda di stoje tessute con foizlie di palma, chiamate nella Nuova-Spagna petates , sotto la quale tenevano le loro mogli, i figli e le merci , le quali consistevano in stoffe di cotone ricamate a diversi colorì, camicie senza maniche, ed al maiiarc*, o sciarpe che gli uomini adoprano per nascondere le parti natu- rali , lavorate nel medesimo modo. Avevano ancora delle spade di legno, il cui taglio era Tatto di aguzze selci attaccate con filo e pece, delle azze , delle piastre e de' sonagli di rame; dei crogiuoli per fondere il rame , e delle man- dorle di caccao, che neirYucataii e nella Nuova Spagna scrviano di moneta. Le loro vettovaglie consistevano in pane di mais in vino pure di mais e sl- mile alla birra , ed in radici . Colombo li fece venire a bordo delle sue navi , e domandò loro donde procedessero; ed essi risposero: d'oriente, etc.etc.ete. L' ammiraglio scrisse ai re cattolici tutto quanto ho riferito, e posseggo una copia della sua lettera (las-casas; Hìttvria, de Indiai, lib. 2. cap. XXI) . L VIAGGIO 15 La flotta seguia la costa: eravamo distanti circa sei mi- glia dalla riva e vedemmo uo gran fiume la cui acqua dolce spiogevasi dentro al mare sino a noi; la corrente ne era si forte che non fu possibile attraversarla . Noi lo designam- mo sotto il nome di fiume di GrijcUva . Qui fummo insegui- ti da più di due mila Indiani , che ci facevano de' segni mir nacciosi • Appena arrivati nel porto, un cane cadde nel ma- re; gl'Indiani avendolo veduto, crederon che l'avessimo buttato (espressamente contro di loro ; sicché lo inseguiro- no , e, raggiunto, lo uccisero, e ci slanciarono quindi con- tro una quantità di frecce: noi tirammo una cannonata, che ammazzò un indiano . L' indomane più di cento canoe vennero contro di noi dall' altra riva, ed erano sopra a que- ste circa tre migliaja d'Indiani. Le genti d' una di queste barche domandaron che cosa volessimo ; e V interprete ri- spose , che cercavamo dell' oro, e che se essi avessero vo- luto portarcene , ne avrebbero ricevuto in cambio molte al- tre merci. I nostri offrirono agi' Indiani della canoa alcuni vasi e diversi utensili che trovavansi a bordo, colla mira 4i renderceli amici, perchè sembravano uomini di distinzio- ne. Uno de' naturali che aveamo a bordo, il quale era sta- to preso sopra uno schifo nel porto Desiderato , fu ricono- sciuto da molli altri che erano venuti a vederlo; portavano oro, che presentarono al comandante. La mattina seguente il Caqico venne a trovarci sopra una barca, e pregò il nostro capitano di passare sul suo schi- fo; questi acconsenti, e il Cacico disse ad un indiano, che T accompagnava di vestire il comandante. Quest'uomo ob- bedì e fece indossare al Grijalva un giustacuore , de' brac- ciali, degli stivali che salivano fino a mezza gamba, ed al- tri ornamenti tutti di oro; gli mise sul capo una corona conlesta di sottilissime foglie d'oro. Dal canto suo, il co- 5 rarono, e poser loro galline lesse; fecer loro vedere VIAGGIO 63 sacchi pieni di mais, e ino I foro; e dissero con segni e gesti che tutto questo era preparalo per portarlo l' indomani al nostro comandante. Intanto vedendo che si faceva tardi, e che era giunta Torà di ritirarsi, invitaronli a fcfr ritorno alle navi, dando due paia di galline a ciascheduno. Se avessimo avuto un comandante tale, quale egli avrebbedovuto essere, noi avremmo tratto da que9 popoli piò di duemila castigliani d' oro; ma egli fu cagione che non potemmo né cambiare le no- stre merci , né fondar colonie , né imprender nulla di buono . Essendo già risarcito il vascello , partimmo da questo porto per continuare il nostro viaggio . L'albero maestro della nave ammiraglia si ruppe; bisognò raccomodarlo. Il nostro comandante, cui nulla premeva di noi , quantunque fossimo malati e spossati dalle fatiche di così penoso viag- gio, e dalla mancanza di nutrimento , disse, che voleva andare a Champoton , cioè in quella parte ove gì' Indiani avevano ucciso de' Cristiani , e dove sbarcò Francesco Her- nandez . Alla distanza di più di quattro miglia dal villaggio di Champoton, noi cominciammo a preparar con ardore le nostre armi e le artiglierie ; scendemmo nelle scialuppe in numero di cento uomini , ed afferrammo la spiaggia : ci por- tammo ad una torre altissima situata a un tiro di schioppo dalla riva, e li aspettammo il giorno : in quella torre eran molti Indiani. Appena questi si avvidero che noi ci avanza- vamo, cominciarono a urlar fortemente, corsero alle loro canoe , e circondarono le nostre scialuppe ; ma avendo noi tirate alcune cannonate dalle navi , si diedero alla fuga , ed abbandonarono la torre , della quale e' impadronimmo ; le scialuppe si avvicinarono alla terra, e tutte le genti che era- no rimaste a bordo sbarcarono. Il comandante volle sentire il parere della soldatesca, che, piena di coraggio , voleva penetrar nel borgo ed incenerirlo per vendicare la morte XI. ne G B I J ,V L V A de'Crisliani; ma prevalse la opinione contraria: Tu conve- nuto di non trattenersi più qui, ma d'imbarcarsi e raggiun- gere il villaggio di Lazzaro, hi scendemmo a terra, e ci provvedemmo d' acqua , di legna e di una quantità di màis, e se n'ebl>e abbastanza per lutto il nostro viaggio. Abbandonammo quest'isola, coli' intenzione d'andare nel porto di San-Crisloforo ; e giunti quivi ci trovammo un va- scello mandalo da Diego Vclasquez, il quale credeva ebe avessimo impreso a fondar colouie in qualche parte . Quel capitano non ci aveva incontrati; egli aveva seco sette na- vigli, e cercava di noi da dodici giorni. Appena Diego Vclasquez seppe il nostro arrivo, e ap- prese che avevamo riconosciuto il paese senza fondar co- lonie, si mostrò disgustatissimo. Imprese un viaggio co- mandando in persona la flotta , e ci obbligò ad aspettarlo e a somministrargli le nostre provvisioni. Finalmente retro- cedette . Dopo questo viaggio, il comandante della flotta scrisse al re cattolico per dirgli, che avea scoperta un'isola, chiama- la Lloa, i naturali della quale veslivausi di lela di cotone: sono dessi assai inciviliti, ed abitano case fabbricate di pie- ira: hanno leggi ed edilìzj pubblici per l'amministrazione della giustizia . Adorano una gran Croce di marmo bianco sormontata da una corona d'oro, e dicono che su questa Croce è morto uno che è più bello e più risplendente del so- le . Questi popoli sono molto industriosi; vasi d'oro e coltri di cotone, i cui tessuti rappresentano uccelli ed animali di diversa specie, fanno testimonianza del loro in- gegno. Questi naturali diedero diversi oggetti di questo genere al capitano , che ne inviò una buona parie al re cattolico ; VIAGGIO 67 i quali lavori sono siati riconosciuti da tutti come ingegno- rissimi ■ È degno d* osservazione, che tutti gl'Indiani delle isole suddette sono circoncisi (1), ciocché potrebbe far credere alla possibilità di trovare in seguito Mori ed Ebrei ; tanto più che questi naturali asseriscono , esister più lontano popoli , che fanno uso di vascelli, di vestimento e di armi simili al- le nostre , presso i quali una canoa può arrivare in dieci giorni , non essendovi che circa trecento miglia di distanza . lt) Cogoli udo ( lib. 4. Cap. VI.) dice posi li v amen te, che la circoncisio- ne era incognita agi' Indiani , ed aggiunge , che malgrado accorate ricer- che , non potè se uo prime alcuna traccia . Si sa che gì* Indiani del Messi- co si tiravan del sangue dalle parti genitali per offrirlo agi' idoli : sarebbe forse quest' usanza che Giovanni Diaz confuse rolla circoncisione ? ''C RELAZIONE DI FERDINANDO CORTES CARLO \ DI FERDINANDO CORTES IL SERENISSIMO ED INVITTISSIMO IMPERATORE CABLO V. I STORNO Al FATTI DELLA MUOVA SPAGNA O MESSICO SÌ1A VI «OMO AMAimiMS COSE NOTA- 1 VERA CIOCI . — SCUSA DSL CORTILS ( AVBHLO POTUTO M1NBTAMBNTI IN- s cose ivi pam leti <&' 1 II* ìtLìàt [XSk- ■ 05 quella nave , che ho spedito al- | li 16 di luglio del 4519 da questa con» «r,« ■ ori» v. Nuova Spagna di Vostra Maestà , mandai all'Altezza Vostra piena e particolare informa- zione di tutte quelle cose , le quali dopo la venuta mia sono state fatte e sono avvenute in questi luoghi ; la quale informazione diedi ad Alfonso Fernando di Porto Carrero e Francesco di Hontejo , procuratore della città della Veni i fabbricare ; B cortes Croce, die io dai fondameli lì ho f, di Voslra Maestà " . E di poi , per< sitine , si per mancamento ili navili e si anco perchè mi sono trovalo sommamente travagliato ed occupato in a- cquislare e farci benevole queste contrade e province, e perchè della predetta nave e procuratori non avevo io in- teso cosa alcuna, non diedi pili avanti avviso a Vostra Mae- stà di quelle coseebe si trovano in questa patria, e die so- no stale fatte ; le quali sono tante e tali , che siccome altre volle nelle prime informazioni mandate a Vostra Maestà ho dimostrato, meritamente ella puote essere chiamata Im- peradore di un nuovo mondo; e forse die questo titolo non e da esser riputalo minore di quello d'Alemagua, il quale per l' aiuto d' Iddio ottimo massimo , e per le sue chiare vir- tù, al presente è posseduto dalla Vostra Cattolica Maestà. E se io cominciassi a narrare particolarmente tutte quelle cose die in queste parti si trovano, non ne verrei mai a li- ne : e perciò , se per avventura (siccome l'Altezza Vostra de- sidera, ed io sono tenuto di fare) non le darò piena notizia, ella benignamente degnerà di concedermi perdono, io non essendo molto atto a questo carico dello scrivere, e non avendo comodità del tempo. Nondimeno, con tutte le for- ze del mio ingegno mi affaticherò in tutto di narrare la vi- rila della cosa, e olirà di ciò ancora tutto quel che cono- scerò che a Voslra Maestà faccia bisogno di sapere . E si- milmente supplico, che Voslra Altezza mi perdoni, se io appunto non le racconterò come e quando le cose sieno sta- te fatte , e se tralascierò alcuni nomi di città e di ville , e dei loro Signori , i quali , udilo il nume di Vostra Maestà spon- ■: Scblii'iii; immilli nammo per luoghi inculli e disabi- , per essere sterili , e per man- ti t«n degl'idoli cimento i..cRft>iat,j.tilti'i«i. pazio di quattro leghe nel descen- dere, l'altro di due Dell1 ascesa di detta, valle: mi donaro- no certe catene d' oro , nondimeno di poco valore e mo- mento e otto schiavi. Sostammo quivi cinque giorni , e la- sciandoli sodisfatti venimmo a un luogo dove era la resi- denza d' mio de* sopradetli signori , lontano due leghe nella salita della valle Yztal masti tan. Il suo dominio e città era di spesse case e edifizi insiememente congiunti e vicini, con- tinuata per ispazio di quattro teghe, nella ripa di un certo fiume che discorreva per quella valle. Nel colle vicino fu residenza il signore in una sicura e buonissima rocca, tale VIAGGIO 8!) che non si potrebbe trovar la simile nel mezzo della Spa- gna . La rocca è circondata di mura e di antimura molto forti , e di profondissimi fossi : nella cima del colle è una terra quasi di cinquemila alberghi , e sono le case mollo ben fabbricate : quivi gli uomini si vedevano alquanto più ricchi che quei più dabbasso. In questo luogo stavamo as- sai bene : e il signor d' esso faceva professione d' esser vas- sallo del Signor Montezuma. Quivi dimorai tre giorni, par- te per ristorare i soldati dalle fatiche, che avevano sostenute nel passar la sopradetta provincia disabitata, parte per as- pettar quattro uomini del paese di Gimpual , i quali veni- vano meco, e già da Catamian li aveva mandati ambascia- tori in quella gran provincia che chiamano Tascaltecal, la quale affermavano non esser molto lontana , il che di poi si vidde chiaramente; e mi avevano detto, che gli abitatori di detta provincia erano mollo loro amici , e nemicissimi del Signor Montezuma ; e che tutta quella provincia confi- nava col paese di detto signore, e di continuo quelle due province tenevano guerra l'uno contro l'altra; e che pen- savano che essi sommamente si allegrerebbero della mia andata , e che sarebbero per farmi ogni possibil favore, se il signor Montezuma volesse trattar cosa alcuna contro di me , ovvero impedirmi e contrappormisi . Nondimeno in ! quei giorni nei quali ci riposammo nella predetta valle, che j furono otto , i detti nunzi non tornarono mai: allora io , ai principali di Cimpual che si trovavano presenti , dimandai | per qual cagione i detti nunzi non fussero ritornati ; essi mi risposero , che essendo per avventura quella provincia i molto lontana , in sì breve tempo non potevano tornare . ' Io vedendo il loro ritorno prolungarsi , e quei di Cimpual proponenti in ogni modo e con ogni sicurezza l'amistà | della detta provincia, mi partii per andarvi. Neil' uscita della xi. 12 ì*' COSTE» valle era fabbricato un muro di pietre lavorale, clic < altezza era quanto saria la statura di un uomo e mezzo , <|ual cominciava dall'uno «lei monti, e si stendeva insioo l'altro, ed era venti piedi largo: nella sommità del qi muro avevano fatto un grado largo circa un piede e ni< nel qual potessero fermarsi a pittar sassi, quando facesse sogno di combattere . La entrata non era più larga di dii passi, ed a questa entrata era raddoppiato il muro a di aulimuraglia ; e l' entrala era non diritta , ma torta dimandai a che line fosse slato fatto quel muro: mi rispo- sero, che era slato fabbricalo per esser nei contini della pro- cacia di Tascalteral, la quale contrastava col Signor Mon- te/urna e gli era nemica, per cui gli abitatori della detta valle facevano loro continua guerra: mi confortarono, poi- ché io andava a visitar il lor Signore Montezuma, che a nessun modo toccassi il paese de' suoi nemici, perciocché erano pessimi , e forse polrebbono far qualche dispiacere a me ed ai miei , e soggiunsero che essi pi ;> li crebbero il cari- co di guidarmi per il paese del Signor Montezuma, ed in quello sarei sempre ottimamente ricevuto e comodamente albergato . Ma quei di Cimpual mi fecero d' altronde n\ ver* lilo, che per nessun modo io ubbidissi ai loro consigli, ma che dovessi seguitar il cammino per la provincia diTascal- tecal ; perciocché tulio ciò che essi mi ricordavano, lo face- vano con animo di separarmi dall' amicizia di quella pro- mih'Ì.i: soggiunsero che tulli quelli di Montezuma erano malvagi e traditori, e che se io dassi credenza alle loro pa- nile , mi i-ondurrebbono in luogo d'onde poi non sarei tuta uscire. E perché io prestava più fede agli uomini Cimpual clic a quei dì Montezuma, mi accostai al lor con- siglio , seguitando il comincialo viaggio per il territorio di Tascattecal . Conduceva i mìei soldati con quella maggior VIAGGIO 91 cura e diligenza che si potè fare, e per avventuralo andava innanzi quasi una mezza lega accompagnato da sette ca- valli , pensando meco stesso d' andar vedendo il paese , ac- ciocché se avvenisse caso alcuno, come poi intervenne , io potessi aver tempo di ragunare e mettere in ordinanza i sol- dati per combattere . VII. r COMI CFvrnnxn .*: circuì; fui andato per Io spazio
  • *KSv<«*3* Vili. GLI SPAGHI OLI E tes* rem tigllik usò ranu cim gl'i? «OLAflEXTK t CAVALI 111 VOLTA A DAKTIO Iié.'MJII iQVIKCI LOR M.VMilMi MB*' - eoa k a ciitootirr* intuiti I CH' EGLI ; l secondo giorno dopo eli' io posi gli I alloggiamenti appresso la delta tor- ! re, innanzi il di, con si gran silenzi" 1 di tulli die ii m i tic * de'nimiei senti, io uscii fuori con li cavalli, con cento fatili, e con li miei amici Indiani; e scorrendo, abbruciai da dieci terre, una drllr quali contava tremila case: e con gli abitatori dì questa avem- mo da combattere, che, eccetto essi, nissuno ci delle niolesl ia, perocché gli altri erano assenti. E perche si portavano avanli le insegne dalla Santa Croce, e combattevamo per la d'ile cattolica e pel servizio della Vostra Itcale Altezza, Iddio onnipotente felicemente ne preslava tante forze, die ucr demmo senza nostro incoimnodo molli de' nostri uimici: ■ innanzi mezzogiorno sopraggiuguciido infinita mollitudiii VIAGGIO 9" di essi) ottenuta già la vittoria ci eravamo ritirati negli al- loggiamenti. Il terzo di dai medesimi Signori delle dette pro- vince , nostri nimici, vennero a noi ambasciadori dicendo- ne , di volere esser soggetti a Vostra Maestà ed amici a me; pregando oltra di questo , eh' io perdonassi i loro commessi falli: e ne portarono vettovaglie , ed altre cose lavorate di paglia e di penne , che essi usano , le quali appresso di loro sono in grandissimo pregio. Io diedi loro benigni risposta , mostrando che non avevano fatto bene; nondimeno gli ri- ceveva per amiri , e perdonava a tutti ciò che avevano fat- to con Ira di me. Il quarto giorno entrarono nei nostri al- loggiamenti cinquanta Indiani, e per quanto potei ritrarre, erano tra tutti i paesani di grandissima autorità, i quali fingevano d' esser venuti a portar vettovaglie , e diligente- mente guardavano l'entrata e l'uscita de' nostri alloggia- menti, e certe tende che noi abitavamo ; ma quei di Giin- pual secretamele mi avvertirono, che io facessi buona guar- dia, perciocché coloro erano di cattivo animo, e per mu- li'al tra cagione erano venuti ne' nostri alloggiamenti che per ispiare in che modo ci potessero offendere , e che tenessi per certo non esser venuti per altro effetto. Io procurai che secretamente fosse preso uno di essi, e tanto secretamente, che niuno de' suoi compagni seneavvidde; e chiamali gli interpreti, lo minacciai che mi dovesse dire il vero di quelle rose eh* io gli dimanderei: il quale mi confessò, che Sin- tegal, gran capitano di quella provincia, conducendo im- menso numero di gente , slava ascoso dopo un colle all' in- contro de' nostri alloggiamenti, per assaltarci alla sprovvi- sta la notte seguente ; perciocché siccome aveva fatto prova di combatter con noi di giorno, e non aveva potuto fare alcun buon effetto, desiderava grandemente di venire al- le mani di notte con esso noi, sperando che i cavalli, le u. 15 rs CORTES artigliarle e le spade non metterebbero spavento ai suoi sol- dati ; e soggiunse il prigioniero , che esso aveva mandalo lui ed i suoi compagni per vedere i nostri alloggiamenti , e i luoghi onde facilmente potervi entrare, e come abbruciar quelle tende. Ciò saputo, ordinai che fusse preso un altro di quei cinquanta , e ancora il secondo raccontò V istesse cose, eh* io aveva intese dal primo, e con le medesime pa- role . E poiché questi due erano conformi , diedi commis- sione, che ne fussero presi altri cinque, e finalmente tutti i cinquanta, e feci lor tagliar le mani e mandai via, accioc- ché dicessero al loro Signore , che di giorno e di notte, ed ogni volta che venisse, proverebbe quali noi fussimo per dover essere . Facemmo i nostri alloggiamenti più sicuri , ed allogai i soldati nei posti necessarii, e di questa maniera stemmo finché sopravvenisse la notte. La qual venuta , gli nimici cominciavano già a discendere il colle da due valli, alle quali pensavano di venir secretamente per circondarne e venirne appresso , per mandare ad esecuzione quel che si avevano proposto nell'animo. Ed essendo già provvisto ed apparecchialo ad ogni cosa, mi parve che se gli lasciava avvicinare ai nostri alloggiamenti, facilissimamente ci saria potuto avvenire qualche danno, si perciocché non vedendo di notte i soldati che er;nio meco, senza paura alcuna ci as- salirehbono, e si ancora perchè i nostri soldati Spagnuoli, non vedendosi tra loro averiano più paura: olirà di ciò so- spettavo che in qualche modo non gittassero il fuoco nelle nostre tende; il che se fusse avvenuto, ne saria stato di tanto danno, che niuno di noi, avrebbe potuto scampare: laonde deliberai , di assalir coi cavalli gli nimici per ispa- ventargli e disordinargli . La qual cosa ne successe secondo il nostro disegno : conciossiaché subito che ebbero sentito noi arditamente andar contra di loro co' cavalli, senza VIAGGIO «l temere e senza gridare, lasciate le armi si gettarono giù per li monti, e tanta fu la moltitudine di coloro che vi si get- tavano, che n" erano pieni d'ogni intorno tutti i luoghi vi- cini. Lasciarono anche le vettovaglie, che con esso loro ave- vano portate per rinfrescarsi , quando in quella notte ci avessero vinti ed estinti del tutto; ed a questo modo rima- nemmo sicuri. Fatto questo, tornammo dentro gli alloggia- menti ed ivi sostammo per alquanti giorni, e non ne uscim- mo se non quivi attorno , per difender che non v' entrasse- ro certi Indiani , che con grandissime grida scaramuccian- do ci assalivano ; e stemmo alquanto di tempo negli allog- giamenti non senza malinconia . IX. I PAI HA SOP«*P«E- \L-\ i poi me ne uscii dagli alloggiamenti W con cento fanti , con tutti li cavalli „ e con gl'Indiani amici miei, una notte dopo l'ore della prima guardia; dai quali alloggia- menti essendo lontano per lo spazio di una lega, cinque ca- valieri con le cavalle che cavalcavano , cascaron di modo che non poterono andar più avanti. Io gli rimandai agli al- loggiamenti, esortandomi li compagni che dovessi ritornar con loro , attribuendo colai accidente a cattivo augurio ; ma io rivolgendomi nell' animo Iddio esser sopra la natu- ra, seguitai il cominciato viaggio. E prima che venisse giorno assaltai due terre , nelle quali furono uccisi molti nimici ; ma non comportai che fussero abbruciate , accioc- ché l' altre eh' erano vicine , vedendo il fuoco , non si pen- sassero eh' io fossi appresso . Ed essendo venuto il giorno VIAGGIO 101 diedi l'assalto a un'altra terra tanto grande , che avendo poi fatta diligente investigazione conobbi che in quella era- no ventimila case: i suoi abitatori, sprovvisti e non appa- recchiali a tal cosa, uscivano fuori delle abitazioni disarmali, e si vedevano per tutte le contrade femmine nude con fan- ciulli , e già aveva comincialo a far loro del danno ; ma consideralo che a nessun modo era possibile resistermi, al- cuni de9 principali di della terra umilmente vennero a me, pregandomi che io non lasciassi far loro più danno, per- ciocché volevano farsi soggetti alla Vostra Maestà ed esser miei amici ; e che molto ben conoscevano essi medesimi es- sere stati cagione del lor danno per non aver dato fede alle mie parole , ma che da allora innanzi conoscerei che essi obbedirebbero ai miei comandamenti , e sarebbero fedeli e veramente sudditi alla Maestà Vostra: e poste giù le anni, vennero alla mia presenza da quattro mila uomini. Appres- so a un certo fonte ne portarono ottime vettovaglie; e cosi lasciandoli in pace me ne rilornai agli alloggiamenti, dove trovai i miei in grandissima paura sospettando che non mi fusse intervenuto qualche male per la caduta de'sopraddelli cavalieri , che con le loro cavalle erano tornali negli allog- giamenti ; ma intesa la vittoria che la clemenza di Iddio ne aveva conceduta, e inteso che le predette terre erano con- giunte in amicizia con esso noi , ebbero grandissima alle- grezza. £ sappia la Maestà Vostra, che niuno de9 nostri era che non avesse grandissima paura , vedendoci esser pene- trati tanto avanti nella provincia di costoro , e fra tanta e tale moltitudine d'uomini, e senza alcuna speranza di soc- corso: di maniera, che con le proprie orecchie ho udito che dicevano, nei loro ragionamenti privati, e Pielro Car- bonero in pubblico, che io gli aveva condotti in luogo don- de non uscirebbono mai ; e di più , parlando insieme i 102 CORTES soldati in una certa tenda e non vedendo me, ebbero ardi- mento di dire , che se io era poco prudente e volessi con- durli in luogo, donde non potessero uscire, non dovessero seguitarmi ma ritornare alle navi, e se io voleva andar con loro poteva farlo , ma quando che nò , mi dovessero quivi lasciare; e più volte cercarono con diligenza di farmi ac- consentire alla loro opinione. logli confortava a star di buon animo e a ricordarsi esser sudditi di Vostra Maestà , e che gli Spagnuoli non avevano mai in altro luogo man- cato di animo ; e che ora eravamo in tal felice circostanza da potere acquistare alla Maestà Vostra i maggiori regni e imperi che si trovino in tutto il circuito della terra ; e che tali bisognava che ci dimostrassimo essere , quali convien che sieno i buoni Cristiani , combattendo contra gl'infedeli; e che nelF altro mondo acquisteremmo là somma felicità , ed in questo otterremmo maggior onore e gloria, che abbia conseguito insin'ora nazione alcuna : e considerassero, che Iddio ottimo massimo, al quale niuna cosa è impossibile, ci era favorevole ; il che più chiaro che la luce potevano ve- dere dalle vittorie, che per suo ajuto avevano ottenute; nel- le quali erano morti tanti nimici e de' nostri non pur uno . Oltra di ciò dissi molte cose in questo tenore; e certamente . per lo real favore di Vostra Maestà cominciarono grande- mente a ripigliare ardimento , e tirai loro nella mia opinio- ne, e megli feci ubbidienti, e gli disposi ad essere apparec- chiali a metter Une alla nostra cominciata impresa . -««/♦.\.v [. giorno seguente, a dieci ore, ven- : ne a trovarmi Sicutengal capitano e * prefetto di tutta quella provincia, e per nome d'altri assaissimi principi e signori che sono in ossa, cui pregarono che io gli rice- vasi nel resi servigio di Vostra Altezza e nella mia amici- zia , e perdonassi ai loro passali errori , perciocché essi per avanti non avevano avuto notizia né pratica alcuna di noi, né chi noi fossimo avevano conosciuto: d'altronde in tutti i modi e di nolte e di giorno avevano fatto prova di non esser sottoposti ad alcuno; non essendo mai delta provincia in nessun tempo stata serva, né mai ebbe ne aveva altro forestiero per signoro ; ma da poi ebe vi è ricordanza d' uo- mini sempre erano vivuti liberi , e sempre si erano difesi da quel potente signor Montezuina , e da suo padre ed avo- lo; e benché quella provincia fosse tutta soggetta a lui, im toni E s nondimeno loro non gli aveva mai potuti far soggetti, seb- bene fossero da ogni banda circondati, e non avessero asci- la alcuna dalla patria: per cui non usavano punto di sale, non se ne facendo nella loro provincia, né permettendo che si vada fuori della provincia a comprarne; e non usano vesti di seta, non nascendo in quel luogo per i gran freddi i bachi che la fanno ; e mancano d' altre assaissimo cose ne- cessarie all'uso umano, perciocché erano serrati da ogni lato. Le quali cose tutte senza noja e di buon animo com- portavano , per non farsi soggetti ad alcuno ; e meco fare il medesimo avevano provato con tutte le lor forze: ma ve- devano apertamente , che in tutte quelle cose che avevano tentale, né anche le forze avevano potuto giovare, cosic- ché volevano piuttosto esser sottoposti alla Maestà Vostra che esser crudelmente uccisi e veder le lor case minate e distrutte , e menale via le mogli ed i figliuoli . Io risposi , che potevano conoscere, come essi medesimi erano stali cagione de' lor danni ; e che io pensava di venire nella loro provincia, e sperava trovarla amica, benigna e favorevole, siccome quelli di Cimpual ci avevano molle volte raccon- tato che ella era , e che desiderava d' essere : e perciò io avanti aveva mandato loro li miei ambasciadori , che li fa- cessero certi della mia venuta e mostrassero V amichevole animo mio verso di loro ; ed essi esternarono di ciò gran contento, siccome aveva inteso da quei di Cimpual. Cosi an- dando io senza alcuna risposta , e senza alcuna paura, mi avevano assaltato e ucciso due de1 miei cavalli, e gii altri feriti, e poi che avevano combattuto meco, mi avevano mandati i loro ambasciadori facendomi sapere ed afferma- re tutte quelle cose essere stale fatte senza lor saputa, e che non erano procedute da lor volontà o consiglio, e che certe comunità, senza farn, parola a loro, s'erano mosse. VIAGGIO Hft e che essi già V avevano riprese, e desideravano la mia ami- stà : ed io che credetti tali parole esser venute da buon ani- mo, aveva lor risposto, che mi piacevano le rose proposte da loro; e liberamente il veniente giorno andai ad alloggiar con loro come con amici, e che il di seguente nel viaggio mi combatterono finché sopravvenne la notte: e raccontava tut- te T altre cose che li medesimi avevano fatte e commesse contra di me; le quali per non offender le sacre orecchie di Vostra Maestà lascerò di dire. Ora dunque ei sono sud- diti di Vostra Maestà , e le hanno offerto e sé stcs>i e i loro beni ; e gli ho trovati fedeli insino adesso , e per l'avvenire spero di trovarli sempre uguali , siccome nel procedere avanti più chiaramente sarà manifesto alla Maestà Vostra . «»}4«*~ — xi. li XI À presso la torre sopraccennata, e ne'medesimi alloggiamenti, me ne stelli sei giorni, non mi li- dando ancora di loro; né mi volli partire, benché più volte con grande instanza di prieghi mi richiedessero che io andassi ad una certa gran città, dove lutti i baroni e i signori di quella provincia Tacevano resi- denza: insinché tutti quei signori vennero ne'miei alloggia- menti a pregarmi eh' io entrassi nella città, die in essa meglio che nel vampo ci fornirebbono delle cose necessa- rie; e dicevano avere gran dispiacere, che poi elle io era diventalo lor amico avessi così (risto albergo ronde vinto dai lor priegliì entrai nella città, la quale era lontana sei leghe dal detto nostro campo e torre, dove era alloggialo. La citlà è tanto grande e maraviglio*», che benché molte cose io lasci, che potrei raccontare, nondimeno questo VIAGGIO 107 parrà ancora incredibile ; perciocché giudico, che di cir- cuito sia maggior della città di Granata, e più forte, e d'edi- fizi tanto belli e forse più ricchi di quella , e più piena di popolo che non era Granala in quel tempo, che i nostri la tolsero dalle mani de" Mori , e molto più abbondante di quelle cose che sono nella nostra patria, come di pane , di uccelli, di pesci si di fiume come di lago, di cacciagioni, e d'altre cose che slimano ottime secondo il lor vivere. In questa città è una piazza , nella quale ogni giorno si veggo- no più di trentamila persone vendere e comprare, oltra le altre piazze piccole che sono nella città. In questa piazza vi si trovano da vendere tutte le sorta di vestimenti qui in uso; vi sono luoghi ordinati per vendere oro, argento, gioje ed altre sorta di ornamenti , e penne tanto bene ac- conce, che in niun allro mercate o piazza di tutto il mon- do si potriano ritrovare le più belle. Sono quivi luoghi tanto atti alla caccia, che non debbono cedere ai migliori di Spa- gna. Vi si vendono erbe e da mangiare e medicinali, e le- gna e carbone in buona quantità . Vi sono anche bagni. E dualmente tra di loro apparisce il grato spettacolo di ogni buon ordine e regola, poiché son gente molto ragionevole, e tale che la migliore che sia in Africa non potrebbe con questa porsi in comparazione . Questa provincia ha valli e pianure lavorate e seminate , sicché non v' é pezzo di terra, che qualche cosa non frutti . Secondo che ho potuto com- prendere, questa gente governasi alia foggia de1 Veneziani, de' Genovesi e de' Pisani; perciocché non hanno signore particolare, ma sono lutti signori che dimorano nella me- desima città. Gli abitanti della campagna , gli agricoltori, sono sudditi a questi signori, ciascuno de' quali ha le sue proprie città , ma uno ne ha più dell'altro; e secondo le faccende e. guerre che nascono, si ragunano tutti insieme, e — ■— - - * 108 CORTES deliberano e provvedono alle loro cose. Pensiamo, che i me- desimi neir amministrar giustizia e nel castigare i tristi tengano qualche ordine ; perciocché un certo de' loro abi- tatori avendo rubalo ceri' oro ad uno de9 nostri, lo denun- ziai al Magiscacin , che è la lor maggior dignità ; dopo di che usarono ogni diligenza, e procurarono di farlo inse- guire fino ad una certa città nominata Gurultecal , vicina a quella provincia , e li arrestato, lo diedero nelle mie mani insieme con Toro, e mi dissero che io lo punissi: io rin- graziai che avessero usata tale diligenza, e risposi, che poi- ché essi erano nella lor provincia , lo gastigassero secondo il loro costume , perché trovandomi nel loro paese non vo- leva impacciarmi di punire uomini . Essi dunque lo ripre- sero; e mandando avanti un pubblico trombetta, che ad alta voce raccontava il delitto del reo , questi fu costret- to andar a torno alla predetta gran piazza ; ciò fatto , co- mandarono che fusse fermo appresso un certo grande edi- lìzio costrutto a guisa di teatro , che stava nel mezzo della detta piazza; li di nuovo ad alla voce il trombetta pubbli- cò il delitto e scelleratezza di colui , dopo di che , con un legno fatto rilondo nella sommità a guisa di un martello 9 gli percossero la lesta, finché alla presenza del popolo uscisse di vita • Vedemmo oltra di ciò assaissime genti tenute in prigione, e dicevano esser ritenule per furti e per altre com- messe scelleraggini . In questa provincia , secondo il conto eh9 io feci fare di- ligentemente, sono più di cento cinquantamila case, com- prese quelle di un" altra piccola provincia a lei vicina chia- mata Gnasincango, che governasi colle medesime leggi e costumi, cioè senza supremo signore: e gli abitatori di questa sono sudditi alla rcal Corona di Vostra Maestà, non meno che siano quelli della provincia di Tasca Itecal. XII. - COMB QUEI DI TASC.tLTECAL j ssemhj io in campo, Serenissimi! e 1 Potentissimo Signore, e facendo ! guerra colle genti di questa patria Tasrallecal , quattro de' piti polenti vassalli del Signor Mon- (ezuma vennero a trovarmi, con dugento de'suoi famigliari, e dissero: che venivano per farmi ambasciala , come il lor Signore desiderava esser suddito di Vostra Maestà e far amicizia meco, e quel che io voleva constiluire che egli dovesse pagare ogni anno di tribulo a Vostra Maestà, tanto in oro, argento e vesti di seta, quanto in altre cose delle quali la provincia avesse abbondanza lo costituisse e ne fa- cessi parte che sarebbe concesso , purché non entrassi nella Min provincia : e soggiunsero, che questo desiderava sola- mente perchè era sterile e non aveva copia di vettovaglie, no CORTES e cbe avrebbe dispiacere die io insieme co* miei soldati pa- tissi qualche incomodo e carestia. Perii medesimi ambascia- tori mi mandò a donare quasi mille pesi d'oro, ed altret- tante vesti di seta , le quali sono qui molto in uso. Costoro stettero meco nella maggior parte di quella guerra, e molto ben poteron vedere di quanto valor siano gli Spagnuoli; e si trovaron presenti quando facemmo pace e convenzione con quei Signori di Tascahecal, e quando ai servizi di Vo- stra Maestà si offersero con tutti i loro paesani ; e pareva che essi n' avessero gran dispiacere , perciocché in vari mo- di tentarono di menarmi seco loro, affermando che quelle promissioni ed offerte che avevano fatte i detti Signori e loro sudditi non dover esser con animo buono, ne aver fatto amicizia sinceramente; ma questo fingevano , a fine che io liberamente mi fidassi di loro per poter poi usare insidie contra di me, standomene sicuro e sprovvisto: ma quei di Tascaltecal più volle mi avevano avvertito, che in nessun modo mi fidassi de" sudditi del Signor Montezuma, percioc- ché erano veramente traditori ed ogni cosa facevano con fraude , e soggiunsero che il loro Signore avevo soggie^ata tutta quella provincia con incanni : essi me ne avevano vo- luto avvertire perchè a ciò credevansi tenuti di fare sicco- me veri amici e perchè conoscevano da lungo tempo le in- sidie del Montezuma. Vista la dissensione e gli odii di ambedue le parti , if ebbi non piccolo piacere ; perciocché conobbi ciò dover riuscire molto utile alle cose mie, che averei facilissima strada a soggiogarli, secondo quel comune proverbio che dice : Dal monte nasce quel che il monte ab- brucia. Mi rivolgeva anche per la mente quel detto del sa- cro Evangelio: Ogni regno che in sé stesso è diviso, sarà mandato in ruina. Nondimeno, ora io parlava di segreto con questi ed ora con quelli, e rendeva grazie a ciascuno VIAGGIO IH del loro ottimo animo, consiglio e ammonizione; e mostra- va d'amar più coloro ohe mi erano presenti e co'quali io par- lava, che coloro che erano assenti e de1 quali dicevano ma- le. Dimorammo in questa famosa città venti giorni : e gli ambasciatori del Signor Montezuma, i quali di sopra ho detto che erano appresso di me , mi confortarono che io dovessi andare alla città di Churultecal , che era lontana circa sei leghe ; dissero che i cittadini e abitatori di quella erano collegati di strettissima amistà col lor Signor Monte- zuma, e che quivi più facilmente potrei comprendere il suo animo, se cioè egli desiderasse o uo che io andassi nella sua provincia, e che alcuno di quella città potrebbe andare a parlare al loro Signor Montezuma, per dirgli quelle cose che io comandassi, e ritornare con risposta; e tenevano per certo, che nella città di Churultecal mi aspettavano altri ambasciatori . Risposi che mi piaceva andarvi , ma che par- tirei un certo u ionio che determinai . XIII. ÌIG.IOK MOTCTEZCMA, ■ A — VEGLIA DEGLI AMI AMIA 10*1 DI CUI ■ F. t IMPOSTA E MINACCE tll'ftl LOR F 1KD LI SIGftUHI 1 STESSI , B II. IORTESH DI 1 DETTA CITTA . I oi che li signori di Tascallecal risc|t- pero le cose che io aveva trattate con 1 li predetti ambasciatori , e die ave- * ™Ti™Ì.™™io." '"*"" va deliberalo di andare a quella rit- ta di Clmrultecal, pieni di malinconia mi vennero a trovare pregandomi , che a nìun modo io dovessi andarvi; percioc- ché già le genti di Monlezuma mi avevano poste insidie per uccidermi insieme co' miei soldati. E dissero, che a questo effetto esso Monlezuma uvea mandati dalla provin- cia vicina alla detta città da cinquantamila uomini, i quali si erano fermali presso a due leghe lunge dalla sopradelta città, inlerccltando le strade usale onde io doveva passare. e facendone una nuova piena di alle fosse, nelle quali ave- vano filli pali aguzzi , e quindi le aveano coperte con la (er- ra , iirrioct he dentro vi precipitassero i cavalli ed a questo TI AGGIO fIS modo si ferissero : dissero ancora , che a posta avevano ser- rate molte contrade, e die nelle alte e discoperte terrazze delle case avevano per tutto ragunato sassi , a One di po- terci prendere , entrati che fossimo nella città , e far di noi quello che lor piacesse: e per corroborare quanto dicevano addussero, che li signori di quella città non erano mai ve- nuti né a vedermi né a parlarmi, mentre era già molto tem- po che erano venuti quei di Gnasancico, sebbene abitassero più lontano di loro7 ed assicuravano, che se io li chiamassi non verrebbero ; la qual cosa mi suggerirono anzi di fare per meglio accertarmi della loro sincerità . lo li ringraziai infinitamente, o domandai che mi dessero alcuni, che a mio nome andassero a pregare i Signori di Churultecal di veni- re a trovarmi, perciocché aveva alcune cose da comunicar con loro, pertinenti al comodo di Vostra Maestà; ed ai medesimi nunzi esposi la cagione della mia venuta, perché gliela dicessero : i quali andati , esposero la mia ambasciata ai Signori di quella città . Tornarono , e con loro vennero tre persone di non molta stima , e riferirono esser venute da parte de9 Signori di detta città, che non erano potuti ve- nire per esser malati ; ma soggiunsero che io esponessi loro la mia intenzione, e la riferirebbono a quei Signori. Frattan- to quei di Tascaltecal mi avvisarono , quelle persone tra i lor cittadini esser di niuna autorità , cosicché sembrava che li predetti cittadini mi beffassero ; e mi consigliarono a non prestar fede a que' messi , ma che insistessi, perché perso- nalmente i Signori della città venissero a trovarmi. Cosi av. vertito ascoltai li detti ambasciatori , e loro risposi : che le ambasciate di si alto e possente principe qpale é la Maestà Vostra , non é convenevole palesarle a persone basse ; per- chè non solamente essi ambasciatori , ma appena i lor Si- gnori erano di tanta dignità da meritare che io dovessi XI. 1.) ZI i darsi risserò m CORTES esponer turo la ambasciata della Maestà Vostra comandava, die nel tempo di tre giorni comparissero di me per dare ubbidienza a Vostra Maestà ed a lei per sudditi, protestando prima, che se non comparii nel termine assegnato, anderei con le mie genti con ini di loro come contra ribelli di Vostra Maestà ricusanti di esser soggetti al suo imperio . E per questa ragione mandai un comandamento sottoscritto di mano propria dal notaio, con larga commissione di Vostra Maestà ; nel quale commemo- rai la cagione di mia venuta , dichiarai che queste pro- vince e molle altre erano soggette alla Maestà Vostra, e dis- si die quegli che di buona volontà volessero esser soggetti a lei , sarebbono ben trattati da me, farei loro grandissimi onori e concederei straordinari favori, mentre un contrario contegno lerrei coi ribelli. Il giorno seguente vennero a me quasi lutti i Signori della della città, scusandosi se non erano venuti prima e auermundn ciò esser avvenuto, perché quegli della provincia, dove io dimorava, erano loro nemici, a unii aravano avuto ardimento di andarvi , pensando di non dover esser sicuri; ed istillavano clic essi dovevano avergli rapportato qualche cosa contra di loro, ma mi scongiuravano , the io non dovessi crederla, come delta da nimici del loro nome, e die non era cosi : dittero , che se andassimo con esso loro alla città , quivi conoscerei le cose dette da i lor nemici esser false e vere quelle che essi pro- ponevano ; che da ora innanzi si rendevano soggetti a Vo- stra Maestà ed avevano animo di perseverare, e che ubbi- direbbero apparecchiandoci a contribuire tutte quelle cose che a nome di Vostra Maestà io avessi imposte loro : e di tulio cui per via di interpreti fu fatta scrittura dal notaio . Allora io deliberai d' andarvi, parte per non parere di man- car d'animo, parte perche io sperava poter quivi |N VIAGGIO US i cernente trattar le cose che aveva da far col signor Mon- ;uma; perciocché, siccome mi fu riferito, quella città vicina alla provincia del detto Signore , conciossiachè i dditi delMontezuma vi vadano sicuramente, e cosi air in- atro, non essendo al loro andare impedimento alcuno . J \\\. ini ontir * i ni R' ltfi ti - i MKiio i,.i mi pi r ne tr i I WIM «ignori di or temente, orhe avendo inteso i Tascallecal si dolsero fortemente, e molte volte mi dissero che io fa- tm*mo1 ceva grande errore : poi soggiun- sero, che essendosi dati alla Maestà Vostra , e avendo presa l'amicizia mia, volevano venir meco, ed in ogni cosa che avvenisse darmi aiuto . Non curarono che io molto ricu- sassi , e con preghi contendessi che non venissero , non fa- cendo in modo alcuno di bisogno : nondimeno mi seguita- rono da cento mila uomini atti a combattere, e mi fecero compagnia pel tratto di due leghe lontano dalla città : dal «mal luogo, mercé grandissimi prieghi, eccetto seimila uo- mini, se ne ritornarono addietro. In quella notte posi gli alloggiamenti presso a un certo lìuinc, due leghe lontano dalla delta città, parte per licenziare gli uomini di Tascalte- cai che erano venuti meco, acciocché tanta moltitudine non apportasse qualche scandalo alla città, e parte perchè si VIAGGIO 117 avvicinava la notte , ed a queir ora io non voleva entrare nella città . Il giorno seguente tutti i cittadini mi vennero incontro con trombe e tamburi per ricevermi , e con molte altre persone che appresso di loro son religiose, vestite con le lor solite vesti , cantando e salmeggiando come soglion fare nelle loro moschee, che essi tengono per chiese ; e con quella solennità ci condussero infino all' entrata della città , e li ne misero in un9 ottima casa , dove io , insieme con tutti i miei compagni, fui albergato comodamente e secondo il nostro desiderio , e ne portaron vettovaglie , ma non in copia però . E mentre camminavamo per entrare nella cit- tà , e' incontrammo in molti di quei segni che ci avevano palesato quei di Tascallecal; perciocché trovammo la solita via serrata ed un' altra fatta di nuovo , e fosse alte nelle quali cascavano gli uomini, e nella città alcune strade chiu- se, e sassi ragunati nelle terrazze scoperte delle case : le quali cose , ne fecero star più apparecchiati e più vigilanti . £*<*!*:*> XV. QUELLI SIGNORI S invi trovai alcuui nunzi mandali dal Monlezuma, acciocché parlas- sero con quegli ambasciadori che TnttvTiad.wifatfvkgtii. erano appresso di me: nondimeno dissero di non aver cosa alcuna da trattar meco , ma sola- mente esser venuti per intendere dagli amhasciatori quello che avessero l'atto e deliberalo meco, acciò lo potessero riferire al lor Signore : ed avendomi così parlalo si parti- rono, ed uno de' principali ambasciatori del Monlezuma , che era meco , se ne andò con esso loro . In quei tre giorni che dimorai quivi , mi diedero pochissima vettovaglia; ogni di si andava peggiorando , e rade volte i Signori e princi- pali della città venivano a visitarmi o a parlarmi: e mentre per questo eravamo in qualche sospetto e paura, al mio in- lerprele ordinario (che è una femmina Indiana, la qua- le presi a Putuucha, fiume di Grigialva , della quale feci VIAGGIO 119 menzione nella prima relazione mandata a Vostra Maestà ) fu fatto palese da uno abitante di Tascaltecal, come non mol- to lontano si era insieme ragunata una grandissima molti- tudine di uomini sudditi del Signor Montezuma, e che tutti gli abitatori della città avevano menato fuori le mogli , i fi- gliuoli e le facoltà, e desideravano di assaltarci ed ucci- derci tutti ; e che, se voleva andare con esso lui, la salve- rebbe. Le quali tutte cose ella raccontò a queir Hieronimo Agillari che io ebbi in Yucatan , e del quale altre volte ho fatto menzione alla Maestà Vostra ; ed egli poi le rapportò a me . Procurai che subito fosse preso queir uomo di Ta- scaltecal, il quale, avendolo posto in luogo secreto, l'esa- minai diligentemente , e mi palesò quelle cose che aveva dette a quella femmina mia interprete : e perciò, dagl' indi- zii precedenti , che prima nel viaggio avevamo visti , deli- berai che fusse meglio assalir loro che essi assalissero me . Procurai di ragunar tutti i Signori della città, con iscusa di voler parlare con loro ; i quali , poiché si furono ragunati , li posi in una certa gran sala: ed in questo mezzo, coman- dai ai soldati che stessero in arme ed apparecchiati ad ogni cosa , e che ad un mio cenno subito assaltassero quel nu- mero degP Indiani , che erano nel mio albergo e nel luogo più vicino, e cosi avvenne: perciocché, poi che i Signori si furono ragunati , quivi gli lasciai legati ; e montato a ca- vallo, e scaricato per segnale uno schioppo , facemmo tal- mente , che in spazio di due ore uccidemmo da tre mila uomini • Or sappia la Maestà Vostra anche il modo che si erano apparecchiati contra di noi • Prima che io uscissi del mio albergo , avevano serrate quasi tutte le contrade , e tutti stavano in ordine : e nondimeno , perché gli assaltam- mo alla sprovvista , fu faci! cosa mettergli in rotta, massi- mamente mancando i lor capitani , i quali io teneva legati I*J CORTES nella sala : comaudai clic lasse messo fuoco in certe torri, avendo nondimeno lascialo ottima guardia neh' albergo . questo modo , nel termine di cinque ore sforzai tulio il [i polo a uscir della ciltà, con l'aiuto di quattromila uomini di Tascaltecal , e di quattrocento di Cìnqiual . Dopo il mio ritorno all'albergo, parlai con quei Signori della città die tenevo prigioni, e dimandavo loro per qual cagione aves- sero congiurato di uccidermi cosi a tradimento. Mi rispo- sero, la cagione non essere proceduta da loro, mudagli abitatori di Culua , sudditi del Signor Montezuma, i quali, con lor lusinghe, gli avevano sospinti a commettere simile scellerate/za ; e che il Signor Montezuma, lontano da quella citta il tratto di una lega e mezza {come essi potevano pensare) aveva poste in ordine da cinquantamila perse», per mandar la cosa ad cfl'ello: ma che già conoscevano es- sere stali ingannati, e mi pregavano die io volessi lasciare uno o due di loro, die promettevano di ricondurre il po- polo di' io aveva discacciato , e le donne , e li figliuoli e le robbe che avevano tratte fuori ; ed umilmente mi prega- vano ch'io perdonassi loro, promettendo che per l'avve- nire da ninno mai più si lascerebbero ingannare, e vole- vano esser veri e fedeli sudditi di Vostra Maestà . E poiché io ebbi biasimali e ripresi grandemente i loro errori e scel- leraggini, lasciai andar due di loro . Il giorno seguente la città pareva abitata e piena di donne e di fanciulli , ed il popolo mostratasi pacifico non altramente che se non Um$ avvenuto cosa alcuna : però liberai lutti gli altri Signori della ciltà, avendo promesso d'esser perpetuamente servi- tori fedeli di Vostra Maestà. In quei venti giorni ch'io di- morai quivi, fu Ini rilti mnlin pnrifirn, r nnn nllmnunli pareva , che se niuno fusse slato ucciso o mancasse: e an- davano alle piazze, ed esercilavano le loro professioni e VIAGGIO 121 Aendwano le loro mercatanzte per la città, come prima solevano fare. E feci che quei di Churultecal e di Tasca Ite- cai facessero insieme lega ed amicizia , e di nimici diven- tassero amici , che da pochi anni il Montezuma gli aveva fatti benevoli a sé e nimici a quei di Tascaltecal . Questa ci Uà di Churultecal è posta in un luogo piano, e dentro delle mura iia ventimila case ed altrettante nei borghi. Sono Si- gnori da per sé, ed hanno i confidi separati , e noti ubbidì- scono ad alcuno, né alcuno riconoscono per Signore o su- periore . Hanno H governo simile agli abitatori di Tascalte- cal, ed usano migliori ornamenti, che non fanno quei di detta città. Tutti dopo la sopra narrata sconfitta sono stati fedeli sudditi alla real Maestà Vostra, e spero che anche «eir avvenire persevereranno. Questa provincia è fertilissi- ma, perciocché ha il paese e i confini molto larghi , e per la maggior parie luoghi che si possono inacquare. La città é bellissima a vederla di fuori, perciocché è molto piena di case ed ha assaissime torri : e dico il vero a Vostra Maestà, die io, guardando da un'alta torre di certa moschea, nu- merai quattrocento torri di moschee nella detta città. Di tutte le province che insino ad ora ho vedule in questi pae- si , questa é più accomodata all'abitar di Spagnuoli ; per- ciocché vi sono pascoli ed acque per nutrir animali, meglio die negli altri luoghi per li quali siamo passati ; ove é tanta copia di persone che niuna parte di quelli paesi, ancora che minima, si lascia che non sia coltivata, e nondimeno spesso patiscono carestia di pane , e vi sono sempre molti poveri , che vanno mendicando alle case ed alle moschee, siccome «o^lion fare in Spagna ed in altri luoghi . — »•*»> xi. IC XVI. .1 A«l ASCIATOSI DEL ÌIQSOE NO-t I DATA PEK ESSI AM E ASCIATOMI. - SIGSOHE IL CORTESE.-- PANICA ARI.A1 affli ambasciatori del Mon- 1 Iczuma intorno al tradimento, che: ' avevano apparecchiato di Tarmi i signori di Churnltecal ; e come i pre- detti signori aflcniìuvaDo quella trama essere stata ordita ed avere avuto principio dalla persuasione di Montezuma. Dissi che simil tradimento- non mi pareva degno di tanfo uomo quale era il lor Signore predetto, che da una banda mi man* dava onorati ambasciatori oRerendomi la sua amicizia, e dal- l'altra cercava a tradimento insidiarmi con l'ailrui forza, per l>otcre coprire il dettilo ed iscusarsi , quando le cose non succedessero secondo il suo desiderio . E soggiunsi, che poi che egli aveva rolla la giurata fede , né attesa la promessa , io ancora mi era mutato d'opinione; e se prima io desi- derava di andar nella sua provincia solamente percagion VIAGGIO 125 di visitarlo e di parlar seco, e per pigliar sua amicizia e pratica , ora mi affrettava d'entrarvi come un nimico può fare ; qual cosa mi dispiaceva sommamente ; perciocché mi sarebbe stato molto caro averlo per amico , e seco consi- gliarmi di tutte quelle cose cbe ero per fare in quelle parli, eseguire il consiglio datomi da luL Gli ambasciatori mi ri- sposero, cbe erano stati appresso di me lungo tempo 9 e che di simil tradimento a loro non era pervenuta notizia alcuna ; e che a niun modo si potevano persuadere , che Je cose che erano state fatte fossero slate eseguite d' or- dine e consiglio del Signor Montezuma . E mi rappresen- tarono , che prima che deliberassi di rifiutar la sua ami- cizia, e imprender guerra contra di lui, siccome io dice- va, dovessi prima molto bene intendere ogni cosa, e far ogni prova per trovare la verità; e intanto che io dessi licenza ad uno di loro, che anderebbe a parlare al suo Si- gnore , e ritornerebbe tosto : sono da questa città al luogo dove fa residenza il Montezuma venti leghe . Risposi che mi piaceva, e licenziai alcuni di loro ; ed essi , insieme con un altro che prima si era partito, ritornarono dopo sei gior- ni, e mi portarono in dono dieci piatti d'oro fino, e mille cinquecento vesti, e vittovaglie di galliue, e panicapap, che è una sorta di bevanda che usano : e riferirono , il lor Signor Montezuma avere avuto a dispiacere che quei di Churultecal mi avessero fatte insidie, e che certamente io non credessi cbe esso avesse prestato consiglio e favore in simil negozio; perciocché egli mi dava la sua fede la cosa non esser cosi : e quella gente esser sua , ed essersi ragù- nata dove è detto di sopra, nondimeno di propria volontà, non di suo comandamento , a persuasione di quei di Chu- rultecal, perché erano di due province, I' una delle quali e chiamata Accancigo , V altra Izucban che sbno vicine al Ifi* CORTES paese* di Tascaltecal, e per la vicinanza aver fatto una certa confederazione tra di loro d'ajutarsi Puna P altra: e per questa cagione s' erano ragunati insieme , ma non per suo- comandamento; e per l'avvenire vedrei dalle sue opere se quelle cose che io gli aveva mandato a dire sarebbero vere o no . E di nuovo mi pregava con grande istanza , che io non dovessi andare alla sua provincia,, perchè essendo ste- rile potrei patire di molte cose; ma dovunque io* fossi, man- dassi a chiamarlo , che in ogni cosa adempierebbe il voler mio. Risposi, che il mio viaggio per la sua provincia non si poteva schivare : perciocché io era tenuta a darne parti- colarmente avviso a Vostra Maestà , e di esso Moatezuma e di tutta la sua provincia. Finsi- di credere quelle cose che mi avevano riferito gli ambasciatori; ma perchè dicevo non. poter dar quell'avviso s' io non andavo a visitare il dello Signore , soggiunsi lusingarmi che non P avesse a dispiace- re; d 'altronde lor dimostrai, che se pensasse di ffappormt ostacolo , potrebbe avvenirgli male, sebbene mi dispiacessi)- che gli fosso fatto*danno o reso incomodo alcuno. Ma egli, poiché conobbe che io aveva determinato di andare a ve- derlo, rispose: che andassi con buona ventura, e che mi aspetterebbe in quella città dove al presente si ritrovava; e mi mandò molti de' suoi , che là mi accompagnassero*; perciocché essendo io già entrato nella sua provincia , ten- tavano traviarmi, conducendomi per quei luoghi e vie nelle quali pensai che mi avessero poste insidie, per là trattarci malamente, come si comprese per le cose che dipoi avvenne- ro: perciocché molti Spagnuoli , i quali aveva mandati per quella provincia a diversi negozi , avevano veduti molli ponti e vie strette, per le quali , se fussimo andati , facilis- simamente avrei) ber potuto mandare ad effetto la loro in- tenzione. Ma Iddio ottimo massimo , il quale ba diféso VIAGGIO '^» insin dai teneri anni la Maestà Vostra, vedendo noi essere intenti al servizio di quella, ne mostrò altro viaggio; e ben- ché fusse più aspro, nondimeno non era sottoposto a (anli pericoli , come quello , per il quale si sforzavano di con- durci,. La buona strada ci fu mostrata in questa maniera . *«®9̧§^fò&3>* XVII. CHI A II] USO DI gVKLLI— COME IL CORTESE V PER 1.1 VESTI GAME TAL SEGEETO, ■ QUELLO CHI » PILLA PBOVIKCU DI CIULCO. il ffiffl; iscosto da questa citi* di Cburulte- E! !&Sw r P'y-'i ea* sono ^ue mont' altissimi e fred- di .'tgy \irtt! '• dissimi, e nel fine del mese di ago- vuiano de) M»«c» . sto vi sodo tanto grao Devi , che le ]or cime appariscono bianchissime di lontano . Da uno di quelli, il quale è il più alto, molle volte, lauto dì giamo che di DolLe, esce una gran palla di fumo a guisa di una gran casa, il qual fumo si leva insino alle nuvole tanto diretta- mente e eoo tanta velocità , che una saetta non lo vince- rebbe di prestezza; e benché nella sommità di quei monti regnino grandissimi e fortissimi venti , nondimeno non han- no forza né di rompere né di piegar quella palla di fumo . Ma perché sempre ho desiderato , di tutte quelle cose che sono in questi luoghi riferire a Vostra Maestà particolar- mente il vero, parendomi ne-lP osservar tal cosa vedere un miracolo, a fine d' investigar tal segreto vi mandai, con alcuni di quel paese, dieci de' miei soldati Spagnuoll , di quegli che io giudicava esser atti a tale investigazione ; e da VIAGGIO 427 dovero comandai loro , che in ogni modo salissero sul det- to monte , e investigassero il segreto di detto fumo, e donde e come uscisse. E quanto loro fu possibile si affaticarono di salirvi; nondimeno non poterono mai farlo, essendo impe- diti dalli spessi rivolgimenti di venti con le ceneri che esco- no dal detto monte, e dalle gran nevi ed estremi freddi che vi sono . Nondimeno si avvicinarono alla cima , di modo che , mentre erano quivi , cominciò a uscir fuori quella palla di fumo con tanto impeto e strepito , che pareva che il monte rumasse ; e senza far altro se ne ritornarono, por- tando molla neve e ghiaccio , perciocché pareva loro , che,, essendo io queste parti cosi calde, avessimo da veder cosa nuova: infatti, secondo l'opinione de' nocchieri questa pro- vincia è posta nel ventesimo grado , che è il parallelo del- l'isola Spagnuola, dove continuamente sono grandissimi- caldi . E mentre andavano per cercar questo secreto , tro- varono una certa strada ; e dimandando agli uomini del paese, che io aveva mandati con esso loro , dove si andasse per quella via, dissero, che di li si andava a Culua , e che per andarvi quella era la buona strada, e non quella per la quale gli uomini di CuJua ci volevano guidare. E gli Spa- gnuoli camminarono per quella insino al fine de' monti T perciocché la strada è nel mezzo d' essi. Finalmente comin- ciò a vedersi la pianura di Culua , e la gran città di Temi- stitan, e i laghi che sono in quella provincia, i quali più. sotto descrìverò air Altezza Vostra; e quegli Spagouoli che io aveva mandati ad investigar il segreto, se ne ritornarono co' compagni tutti allegri , avendo trovato la buona strada. Essendo dunquee da loro e daquei della provincia fatto certo della nuova buona via ritrovata, parlai agli ambasciatori del Montczuma, ammonendoli che mi dovesser condur a quella provincia per la via ritrovata, e non per quella che essi 1* CORTES avevano designato . Risposero : che ella era più pianale pia breve ; e la cagione perchè non mi guidavano per q nel- la, dissero, die era per aver noi a passar per la provincia di Guasacingo, li cui abitatori eran ni mici del lor Signor Mon- tezuma, per cui in quella non potevamo trovar vettovagli», né cose necessarie , coinè nei luoghi del lor Signore; Aia poiché io aveva deliberato di passar per quella via, essi procurerebbero di portar le vettovaglie d* altronde •> Pas- sammo con gran sospetto, temendo che non volessero per- severare nella loro malignità, e di nuovo insidiarci; e perchè già era venuto a notizia di tutti che io voleva passar di là, non pareva a proposito di tornare a dietro, acciò non ne fusse attribuito a paura e viltà . In quel giorno che ci par- timmo da Churultecal , dopo «ver camminato quattro leghe arrivammo a certi villaggi sottoposti alla città di Guasacin- go; quivi fui ben visto dagli abitatori, che mi donarono certi schiavi e vesti , ed alcuni pezzetti d' oro; le quali cose tutte erano di pochissimo momento, perciocché non ne hanno -nella lor provincia. Queste genti seguitano la fazio- ne di quei di Tascaltecal^ e da ogni lato sono chiusi dal paese del Signor Montezuma ; tal che non hanno commer- cio alcuno, se non con gli abitatori della propria patria*; e perciò vivono miseramente . Il seguente giorno salimmo sulla foce posta tra li due monti-, che ho detto a Vostra Maestà; e nel discender di quella, poiché agli occhi nostri si mostrò la provincia del Signor Montezuma , venimmo per una certa provincia, cheé chiamata Cbalco. Due le** ghe avanti che aggiugnessimo a' luoghi abitati, trovammo un ottimo albergo nuovamente fabbricato di travi , -e di pa- glia. In quello alloggiai comodamente, insieme con tutti i miei compagni e con tutti gl'Indiani che aveva condotti meco, che erano da quattromila uomini di queste province, VIAGGIO I» cioè di Tascaltecal , di Guasacingo, di Cburultecal, e di Simpual . Ne diedero le cose necessarie al vivere , ed avem- mo in tutte le abitazioni fuochi fatti con legne abbondante- mente , perciocché faceva grandissimo freddo , essendo cir- condali da due monti altissimi, ne' quali era grandissima copia di neve . xi. 17 XVIII. TO AL CORTO» HI 1TOH ANDAt- I GLI FBCK . 1 n questo luogo mi vennero a tro- vare alcuni in nome del Montezu- I ma, i quali mi parevano baroni; e tra loro dicevano esser venuto il fratello del Montezuma. Pregavano ,che io mi levassi del- l'animo di proceder più innanzi per andare a quella città, perciocché la sua provincia pativa carestia di vettovaglie ed era difficile la strada di andarvi, essendo tutta circondala d' acque, né vi poteva esser condotto se non con le canoe. Canoa è una barca di un legno solo incavalo , che usano per trrghettare; gli abitatori la chiamano accaler. Fingeva- no molte altre cose difficili nel viaggio, dicendomi, che gli facessi sapere ciò che dimandava da luì Montezuma, per- che volentieri, ovunque io mi trovassi, egli procurarla senza dubbio di mandarmi anche insino al mare e dove mi pia- cesse, in seguo di tributo, tutte quelle cose che gli chie- dessi. Io con benignità e amichevolmente ricevetti questi messi, e donai loro alcune cose che aveva portate di Spa- gna, le quali appresso di loro erano tenute in grandissima VIAGGIO 151 stima , e massimamente appresso di colui che dicevano es- ser fratello del Montezuma. All'ambasciata fatta per nome del Signor loro, risposi con queste parole, lo, se fosse in mia potestà il partirmi di questa provincia , per compiacere al vostro magnanimo Signore più volentieri lo farei che egli noi desidera ; ma perchè la sacra cattolica Maestà del gran* de Imperatore mi ha dato principal commissione e coman- damento, di avvisarla circa il magnanimo vostro Signor Montezuma , e circa la città sua tanto famosa , la cui cele- brila già da molto tempo è pervenuta alle sacre orecchie di sua Maestà , di questo vi voglio pregare : che da parte mia diciate al vostro Signore , che riceva la mia venuta a lui con lieto e buono animo; perciocché né a lui né alla sua provincia puote arrecar danno o incomodo alcuno , ma più tosto molta utilità, onore ed accrescimento. E poi che avrò parlato al vostro Signore , se non vorrà tener mia pratica , mene tornerò subito addietro, che mi sarà abbastanza il parlar con esso lui , per determinar tra noi con che modi si possano in queste parti indirizzar li negozii del mio sacra* tissimoe potentissimo Re; il che non si potrebbe determi- nare per via di persone mezzane, benché idonee, ed alle quali si dovesse prestar grandissima fede . Avuta questa ri- sposta gli ambasciatori si partirono . In questo albergo, del quale ho fatto menzione di sopra, siccome per indizi ed apparecchi potetti comprendere, avevano pensato di offen- derci in quella notte, e farci qualche danno ; il che avendo io compreso, vi trovai rimedio; e perciò, poiché conob- bero eh9 io aveva mutata opinione, di nascosto comanda- rono a quelle genti che erano ne' monti ascose, dovessero andare al predetto albergo; e vedute dalle mie guardie e sentinelle si partirono. XIX. DELLA. TERRA DETTA AKAQUKHUCA , E DEL DOTO I D'ORO E DI MOLTI SCHIAVI PATTO AL CORTO T riE DI QUELLA. — IH CDE LIOGO QUELLI DEL SII SIG3URK 'I DELLE FABOLK CHE USABONO AL CORTOSK, B DELLA BISPUSTA A LORO PATTA . — D' UNA CITTA' POSTA NEL LA- CO, E d'cka VIA CO-C MOLTO ARTIFICIO FABBRICATA .— DELL! CITTA' DI 1ZAPALAFA E DI CAHL'ILC.1!" . giorno seguente camminando I giunsi ad una certa terra , che la chiamano Amaqueruca , la quale "' """"gii 'spigno^T"™"™ è sottoposta alia provincia di Chal- co, provincia, che fra la principal terrra, e frale ville per due leghe d'intorno, ha più di tre mila case. In questa 1 terra fummo alloggiati molto bene in una bella casa del Si- Ignore: vennero molti a vedermi, che mi parvero de' pri- mari! , affermando d' essere stati mandati dal loro Signore , per aspettarmi quivi , e provveder per me e per le mie genti di tutto ciò che facesse di bisogno . Il Signor di questa ((rovinerà mi donò mille pesi d'oro e quaranta schiavi; e quivi stemmo due giorni commodamente, ed abbondante- 1 mente ci fornirono di tutte le cose che ne bisognavano.il seguente giorno , essendo venuti a me alcuni de' principali , VIAGGIO 155 mi certiQcarono, che il Signor Mont ezuma mi aspettava . Mi partii , ed in quella notte giugnemmo ad una certa pic- cola terra lontana di li forse quattro leghe; è posta appresso un grandissimo lago, e quasi la metà d'essa si sporge in acqua, e verso terra ferma ha un asprissimo monte diru- pato ed aspro di sassi grandissimi. Quivi con tutti li modi si apparecchiavano di offenderci ; ma la cosa avvenne altra- mente di quel che cercavano: avevano deliberato di assa- lirci la notte alla sprovvista ; ma essendo io notte e giorno * diligente e vigilantissimo , feci tornar vani i lor pensieri. In quella notte posi per lutto le guardie, talmente che le loro spie, quelle che venivano per acqua con le canoe, come quelle che scendevano dal monte, poteron conoscere se avesser potuto mandare ad effetto la loro intenzione. La mattina furon trovate da circa venti spie uccise dai nostri; di modo che poche ne ritornarono ai Signori che le aveva- ne mandate : e vedendo che noi eravamo apparecchiati e pronti ad ogni cosa , deliberarono di mutare opinione , e condursi come amici. Il di seguente, la mattina a buon" ora, avendo determinato di partire, cui vennero innanzi dodici uomini de' prìmarii, come di poi compresi: tra i quali di maggior dignità era un giovine di venticinque anni, che principalmente tutti lo riverivano ; di maniera che quando discendeva dalla I ettiga nella quale era portato , gli altri tutti andavano innanzi levando i sassi e le paglie dal mezzo della strada donde doveva passare. Ed essendo venuti a trovarmi, dissero essere mandati dal Signor Moutezuma per accompagnarmi nel viaggio, e che io dovessi perdonare al loro Signore se esso non mi era venuto incontra sino a quel luogo; perciocché ei si trovava malato, e la sua nobil città non era d'altronde molto lontana: e soggiunsero, che poi che aveva deliberato di andare a trovarlo, averemmo 1.-V4 CORTES potuto parlare a bocca , e conoscere di che animo fusse verso di vostra Maestà . Nondimeno , con grandissimi pri&> ghi mi chiedevano, a nome del detto loro Signore, che non vi andassi , imperocché averei patito molta fatica e carestia; ei molto temeva di non poter riuscire a procu- rarsi la quantità necessaria di vettovaglie che mi occorre- vano , ad onta della sua autorità e dell* animo suo amico e volenteroso : ed in questo perseveravano e s' affaticavano grandemente i predetti ambasciatori ; sicché altro non re- stava se non che dicessero apertamente, che se io seguitava di volervi andare me lo avrebbero impedito colla forza delle armi . Ma io risposi loro benignamente e con parole più umili che mi fu possibile, affermando, che di questa mia andata non gliene poteva succedere incomodo alcuno, ma ben molta utilità : ed avendo donate loro alcune di quelle cose che aveva arrecate meco di Spagna, gli licen- ziai . Di presente mi partii , accompagnato da molta gente; perciocché mi accompagnavano uomini , i quali , siccome poi si vide erano di grandissima autorità: sempre cammi- navamo vicino alla ripa di quel gran lago ; e andato ap- pena una lega lontano dalla casa nella quale era slato al- loggiato , vidi nel detto lago una picciola città , che era tanto lontana da noi quanto sarebbero due tiri di balestra: ella è posta nel detto lago, ed ha insino a due mila case; non si vedeva strada alcuna per andarvi di terra , e , per quanto potevamo scorgere , aveva molte torri . Camminato che ebbi una lega , entrai in una strada fatta a mano , e artificiosamente fabbricata nel detto lago , larga quanto é lunga una lancia Spagnuola da uomo d' arme ; per la quale avendo camminato quasi una lega , arrivammo ad una cit- tà, di cui insino ad ora non abbiamo veduta la più bella, benché non fusse di gran circuito . In questa picciola città VIAGGIO 135 erano bellissime case ; e non tanto ci maravigliavamo delle case cosi ben fabbricate , quanto dei fondamenti di esse , i quali, con maraviglioso artifizio, erano posti in acqua; oonciossiachè , come è detto , la città è situata nel lago . In essa dunque, che ha quasi due mila case, stemmo commo- diss imamente, e molto sontuosamente ne ricevettero; e i primarii , e il Signore della città , desideravano grande- mente che quella notte io riposassi quivi : ma gli ambascia- tori del Signor Montezuma mi dissero, eh* io non dovessi star quivi ma per ispazio di tre leghe andare ad una città nominata Iztapalapa , la quale è suddita a un de9 fratelli del Signor Montezuma. L'uscita di questa città, dove noi desinammo, e il cui nome ora non mi sovviene, è per un'altra strada simile alla prima e com'essa fatta a mano , la quale conduce inflno alla terra ferma per ispazio di una lega . Ed avvicinandomi alla città , il Signore di quella , in- sieme con un gran Signore d'un9 altra, che é lontana da quella tre leghe e chiamano Canaalcan, e molti altri baroni e Signori, che quivi aspettavano, mi vennero incontro e mi portarono quattromila pesi d' oro e certe vesti di seta , e mi ricevettero umanissimamente. XX. DEL SITO DELLA CITTA' d' m'AFlUPA , B ORI BELLISSIMI PALAZZI E GIARDINI, ■ D' OS MARAV1GL OSO RELVEOERB DI QDKtL.I . — DELLK CITTA' DI TEHMTITAN DI MBSSICALOIHSO , d'vtciaca b di hccbilohcbico b come VI SI FACCIA IL SA- LR. — NLMbBO DI BARONI CHH »KBXEBO A T1SITARB IL COR- TRW B DRLLR CBHIMOHIE CBK OSARONO. | ztapalapa, la quale è al lato di un gran lago d'acqua salsa, ha perfi- no a quindicimila case, e la mag- gior parte sono in acqua, ed altre sono in terraferma. 11 Signore ha certi palazzi alti, che ancora non sono finiti , e sono si grandi e si belli come li possino trovare in tutta la Spagna; dico de'grandi e ben fab- bricati tanto di pietre quanto di travi , e di pavimento e di ogni altra cosa necessaria a fabbricare palazzi, e d'altri ornamenti da casa; eccetto che di lavori di legname, e di figure , e d' altre cose ricche, da pareti e da palchi come co- stuma appresso di noi , i quali quivi, nelle abitazioni non sogliono usare . Da basso hanno giardini dilettevoli, pieni di arbori e di fiorì odoriferi ; e olirà di ciò hanno peschie- re ovvero vivai molto ben fabbricati, con le scale di pietra VIAGGIO 137 da sommo tosino in basso. Appresso il detto palazzo vedesi un gran giardino , nel quale è un belvedere con varie e belle sale e logge ; nel giardino è un lago di acqua dolce di forma quadrangolare, fatto di pietre concie, e intorno al lago è una larga loggia con un bellissimo pavimento fatto di mattoni , e tanto larga che quattro uomini di fronte fa- cilmente senza incomodarsi vi potrebbono passeggiare; e ciascuna parte di essa è quattrocento passi, e tutto il cir- cuito è mille e seicento. La parte della loggia vicina al giar- dino è fatta di canne, dopo le quali sono degli arbori e varie erbe odorifere . Nel lago si veggono notare assais- simi pesci d'ogni sorta, e uccelli come anatre, folaghe, ed altri assai ; di modo che alle volte cuoprono il lago . Il gior- no seguente partendomi da questa città, avendo camminato mezza lega entrai in un'altra strada mattonata, che divi- deva il lago per lo mezzo , lungo la quale in spazio di tre leghe si pervenne a quella famosa città di Temistitan posta nel mezzo del lago. Questa strada è tanto larga, quanto sariano lunghe due lance spagnuole di uomini d' arme con- giunte insieme, per la quale otto uomini a cavallo di fronte potrebbero commodamente passare . Dall'uno e dall'altro lato di detta strada sono tre città: una delle quali è chia- mata Mesicaloingo, che per la maggior parte è posta in detto lago, e l'altre due, cioè Hyciaca, e Huchilohuhico (che vengon chiamate ) , sono situate appresso il lago, di guisa che molte case delle predette città rimangon bagnate dall'acqua. Dicono, che la prima contiene tremila case, la seconda seimila, l'ultima cinquemila: in ciascuna delle quali sono ottime case e torri, massimamente quelle dove abita- no i Signori; e ottime son pure le lor chiese; che le chia- mano ineschile o vogliamo dire moschee, dove fanno le loro orazioni, e mettono i loro idoli. Qui si fa gran mercanzia \i. 18 158 CORTES di sale, che soglion torre dall'acqua del lago , e dal fior della terra dal lago inondata; il quale, come è bollito, lo riducono in masse in forma di pane, e lo vendono cosi ai paesani come a' forestieri . Per ispazio di mezza lega prima che si venga a quella famosa ciltà di Temistitan , dove una altra via falla in simile maniera delle precedenti sottentra alla prima che viene da terra ferma , è un muro fortissimo, con due torri circondale di muro di larghezza di due sta- ture d'uomo, con un9 antimuro, e con torrioni. per tutto il circuito; il qual muro riceve ambedue le predette strade. La città di Temistitan, ha solamente due porte: una, per la quale entrano , V altra, per la quale escono. Vennero qua a incontrarmi e salutarmi da mille baroni della città, con abito d'una istessa livrea secondo il lor costume ed usanza; e mentre si appressavano, ciascuno di loro usava la ceri- monia della patria, che è questa : ciascuno, secondo che si trovava nell'ordine, quando veniva a salutarmi, toccava la terra con mano, e dipoi se la baciava in segno di grandis- sima reverenza. E quivi consumarono un9 ora, prima che ciascuno finisse la cerimonia . Non lunge dalla città era un ponte di legno di larghezza di dieci passi ; qui è interrotta la delta strada , e questo ponte è pel crescimento e manca- mento deir acque ( perciocché l' acque di questa palude cre- scano e scemano come quelle del mare] , ed è anco per si- curezza e difesa della città; conciossiachè quelle travi lun- ghe delle quali è fatto , le mettono e levano come a lor piace . A simiglianza di questo ve ne sono molli altri per tutta questa famosa città , siccome più largamente dirò nel processo della mia relazione . XXI. oichb ebbi passalo il detto potile, mi venne incontra quel polente Si" gnor Montezuma per ricevermi ; e ferimmo dri carie» « muoio, con esso lui dugento Signori eoo piedi nudi e eoa altro più ricco abito di livrea che li pri- mi. Andavano a due a due in modo di processione: s'acco- stavano molto ai muri delle case, ancora che la strada fusse agevole, larga e dilettevole, essendo quasi per una lega tutta diritta, e tanto diritta che potevamo vedere dal prin- cipio tosino al fine di detta via ; e da ambedue li lati di essa sono case ottime e grandi , parte per uso di Moschee, e parte per abitare . Il Signor Montezuma andava in mezzo a due distinti baroni, l'uno de' quali era quel gran Signore, di cui feci menzione di sopra , che mi venne a parlare por- tato in lettiga , e I* altro era il (rateilo del Signor Monte- zuma, che dominava la città, dalla quale qbel giorno istesso mi era partito : e tulli e tre erano vestili di una medesima livrea , salvo che il Signor Montezuma portava le scarpe, e gli altri andavano co' pie nudi, benché tutti gli abitato- ri usino scarpe: uno dalla destra e l'altro dalla sinistra, I I 110 CORTES sostenevano le braccia al Montezuma; ed appressatomi, smontai da cavallo per andare ad abbracciarlo, ma due di quei Signori mi accennarono colle mani , che ciò io non do- vessi fare, ne anche toccarlo. E primamente il Signor Mon- tezuma, e di poi quei due Signori fecero la predetta ceri- monia in uso nella lor patria , la qual finita , comandò ad uno di quelli che accompagnavaulo , che d'allora innanzi dovesse far compagnia a me , mentre egli , insieme coir al- tro Signore , se ne andava un poco avanti . Dove il Mon- tezuma mi aveva parlato , vennero P uno dopo P altro a salutarmi anche gli altri dugento Signori, che ho detto di sopra, e fatta la cerimonia, ciascuno ritornava al luogo donde si era partito . Quando parlai al Signor Montezuma, mi cavai- una collana oh' io portava al collo, di gioie e di brillanti di vetro e la gittai al collo del Signor Monte- zuma;-ed avendo camminato alquanto, venne un suo famigliare portando due collane larghe un palmo e lavo- rate a guisa di piccioli gamberi marini, Involte in ufi panno ricamato di porccllette rosse, le quali essi stimano grandemente , e da ciascuna di esse pendevano otto gam- beri d'oro di maravigliosa perfezione, e subito me le gettò al collo; e seguitando il cammino di donde si era partilo, andò, con l'ordine ed abito detti di sopra, .fin- ché giungemmo ad un grande e bel palazzo apparecchia- to per nostro alloggiamento; e subito pigliatomi per le mani, mi condusse in una gran sala che era d'avanti il cortile donde eravamo entrati, e mi pose a sedere in una ricca ed ornata sedia , la quale egli aveva ordinato che fusse apparecchiata per me, e dissemi che quivi io dovessi aspettarlo. Infatti poco dopo , essendomi istallato in ottimi alloggiamenti, se ne tornò a me con vari e diversi og- getti, ed ornamenti d' oro e di argento, e cose lavorate di T1AGG10 141 penne e di piume molto radamente , e con cinquemila vesli di seta in vari modi e preziosamente lavorate , e ricamate : delle quali cose tutte, poiché mi ebbe fatto parte, si pose a sedere in un9 altra sedia non molto distante dalla mia , che egli si aveva fatta apparecchiare, e parlò in questo te- nore : » È gran tempo , che, per l'istorie e- scritture de' no- >» siri antichi, abbiamo per certo, che io e tutti quelli che » abitiamo questa provincia, non siamo discesi di qui, ma m siamo forestieri, e veniamo qua da lontani paesi del mon- » do: e sappiamo, che noi arrivammo in questa provincia » condotti da un gran Signore e capitano , di cui eravamo » sudditi, il quale lasciando qui noi, se- ne tornò a riveder la » patria; e non molto tempo dopo rivenuto a noi , ne tro- » vò tutti aver tolte per moglie le natie di questo paese , » ed aver preso ad abitare le terre ; ed oltra di ciò , aver » generati figliuoli : egli tentava con ogni sforzo di levarci » di questa provincia, il che noi ricusammo di fare, anzi » non lo volemmo più ricever per Signore e capitano; onde » egli si partì, e sin ora abbiamo creduto di certo, che i » suoi successori , o prima o dopo, dovessero venire a sog- » giogare e queste province e noi , come proprii e veri sud- » diti suoi . E considerando il luogo , onde voi dite esser w venuti, e le cose che predicate del grande e potente Si- » gnore e Re, il quale vi ha mandato qua , crediamo vera- » mente che egli sia il nostro vero Signore; tanto più che n voi dite, che egli sa aver noi per lungo tempo abitati » questi luoghi. Perla qual cosa vi sia manifesto, che noi » siamo per ubbidirvi del tutto, e ricever voi per Signo- » re in luogo e nome di lui, il quale affermate avervi » mandato qua ; ed in questo non vi mancheremo , nò use- »> remo inganno : e potete comandare a vostro piacere a » tutta la provincia , che è sottoposta air imperio mio, per- US CORTES " ciocché tulli vi saranno ubbidienti; e potete, catnt n piace, servirvi di tatto ciò clic noi possediamo, essendo » voi nella vostra propria casa e provincia. State dunque » di buon animo e riposatevi; che so di cerio avete patito » diverse fatiche , si per il viaggio e sì per le spesse batta- ■> glie che insin ora vi è accaduto di fare. So molto bene le » cose, che da Pan nacha naca fin qua vi sono in ter vernile; - uè dubito punto che quei di Churullecal e di Cimpual vi ■ avranno detto male di me , ma vi prego a non creder " più di quel che per prova e co'propri occhi vedete, » massimamente essendo cose dette dai miei nemici : dei » quali alcuni erano miei sudditi e per la vostra venuta mi " si sono ribellati; e per ottenere favore e grazia da voi, '> dicono simili cose. Io so certamente che essi vi hanno » affermato, ch'io aveva le case colle mura d'oro,e d'oro » la sedie, e little le mie masserìzie d'oro; o parimente ■i che io era Dio, e che per tale mi riputava ed altre simili ii cose: ma voi stessi vedete, che le case sono di pietre, .- di calcina e di terra i>. E cosi detto si alzò le vesti mo- strando il corpo, e dicendo: » Non vedete voi ch'io son •• fatto di carne e d'ossa mortale e palpabile? Vedete che » già essi hanno mentilo. Io certamente ho alcune mas- » serizìc,che i miei antenati mi lasciarono; tutte quelle » che io avrò sieno vostre, e di esse disponete a vostro " piacere. Io me ne andrò in altre case, dove soglio abi- li tare, ed avrò cura che siale provveduti d'ogni cosa » conveniente voi ed ai vostri compagni . Non prendetevi * dunque pensiero alcuno, ma rallegratevi, che siete in ■> casa vostra e nella vostra patria » . lo risposi poche parole, e loccai primi pai meo le quelle cose che mi pare- vano a proposito del fallo nostro; e specialmente di mei* ter loro in animo, che la Maestà Voslra fusse veramente VIAGGIO 14Ó quel Signore che pensavano dover venire. Finito cbe ebbi di parlare il Monlezuma si parli, e dopo la sua partenza ci portarono pane, galline , varii frutti ed altre cose pertinenti all'uso di casa e dell'albergo. Stemmo quivi sei giorni molto ben trattati , e spesse volte i Signori di quella pro- vincia mi venivano a vedere e parlare. — *• • » +«*~ — XXII. IN-.NO CUK USÒ IL SW.fOBK HILL A CITTA L GOVER«IATO«e DI VI HA CUOCE, I COKI « h'BH roUl LI LIETTA CITTA* Jll ALHEBIA . ia nel principia di questa mia nar- | razione esposi a Vostra Maestà, co- ■ no' io , quando mi partii dalla citta della Vera Croce per intendere di- ligentemente di questo potente Signor Monlezuma , quivi aveva lasciali cento cinquanta Spagnuoli per finir la for- tezza incominciala da me, ed anche avevo lasciale molte ville e castelli vicini alla detta città della vera Croce, onde gli abitanti erano sudditi alla Sacra Maestà Vostra e sud- diti veramente fedeli. Ma essendo io nella citlà di Churul- tecal, mi furon portate lettere del Governatore ch'io aveva posto quivi in mio luogo, per le quali mi dava avviso: che Qualpopoca , Signore della citlà chiamata Almeria , per suoi ambasciatori aveva fallo intendere al dello Governatore, che desiderava esser vassallo di Vostra Maestà; soggiungen- do, che se insino a quell'ora non gli aveva prestala quella ubbidienza che era tenuto di fare, e se non era venuto VIAGGIO 145 con tolta la sua provincia ad offerirsegli, n'era stata ca- gione la necessità di dover passare per una provincia, che gli era nimica ; cosicché la tema di ricevere offesa nel pas- sare, non gli aveva concesso di mettere in esecuzione quan- to desiderava : e perciò lo richiedeva , che degnasse man- dargli quattro Spagnuoli , i quali andassero seco per le pro- vince dei nimici; che, essendo guidato da Spagnuoli , aveva fidanza di andar sicuramente al detto governatore , ed a questo modo gli potrebbe render la debita ubbidienza . Il qual governatore, prestando fede alle parole , che gli erano riferite in nome del detto Qualpopoca, e che verrebbe a rendergli ubbidienza , come avevano fatto ancora gli altri, gli mandò quattro de' suoi Spagnuoli; i quali, poiché furo- no in casa del detto Qualpopoca, fingendo di non esser lui cagion della morte, procurò che fussero uccisi; e ne ave- vano uccisi due , ma gli altri soltanto feriti erano scappati per li monti. Il detto Governatore avendo ciò inleso, con cinquanta fanti spagnuoli e due a cavallo, e con dieci mila Indiani amici nostri, era da nimico andato contra la città d'Almeria; e venuti a battaglia co' nimici, furono uccisi sette Spagnuoli: ma alla fine avevano presa per forza la detta città d'Almeria, ed avevano uccisi molli cittadini, mandati fuori gli altri ed abbruciala e distrutta la città ; ed essendo gl'Indiani che aveva menati seco mortali nimici degli Almeriani , avevano in ciò usato ogni diligenza. Sog- giungeva il detto governatore, che Qualpopoca e gli altri suoi confederali, e quegli che in queslo gli avevano prestato favore, fuggendosi erano salvati: ma che, a certuni Alme- riani fatti prigionieri avendo domandato , chi fussero stati coloro i quali avevano dato ajuto alla città ed a Qualpopo- ca , e perché avessero commesso il detto delitto , e che cosa avesse spinti a uccidere gli Spagnuoli che egli aveva xi. 19 liti CORTES mandati al detto (ìualpopoca, essi risposero quel delitto es- sere stato commesso per comandamento del Sigoor Monte- zuma, e cbe gli altri Signori, che avevano dato aiuto alla città erano venuti quivi di commissione del Montezuma, ac- ciocché, dappoi che io fussi partito dalla città della Vera Croce , andassero contra coloro che ivi erano rimasi, e con- tra coloro che a lui si erano ribellati per farsi sudditi di vostra Maestà, e che usassero ogni diligenza possibile per uccidere li Spagnuoli quivi lasciati , acciocché non 9i potes- sero T un V altro dar favore né aiuto . E che perciò erano colali cose avvenute . L ■ w ^> p» % » ■ 4i^«^%ta«MwWteMN^rt«>ta»b<%«# ••* <» — ■■«•fc. XXIII. assati li sei giorni dopo la mia en- [ irata oella famosa città di Temtsti- ii m™.«. iMm fàgSSSb tiin , e poi che ebbi vedute alcune cose di quella, benché minime rispetto alle molte che si possono vedere , considerate le cose che si hanno nella pro- vincia , giudicai grandemente appartenere all' utile ed allo accrescimento dello stato di Vostra Maestà , ed alla nostra difesa e Tortezza , che il detto Signor Hontezuma rimanesse nelle mie inani, e che del tutto non avesse la sua libertà, acciò non gli occorresse di mutar l' animo inclinato a ser- vir Vostra Maestà; tanto più che noi Spagnuoli siamo al- quanto fastidiosi ed importuni. D'altronde, se questi popoli ci si sdegnassero contra , potrebbonci fare incomodo e dan- no in guisa, che niuno di noi rimarrebbe vivo da riportar la nuova di tanto male: laonde , considerando la graudis- sima potenza di questo Signore, ed al tempo slesso riflet- tendo , che se io lo ritenessi appresso di me, l' altre provin- ce che erano suddite a lui più facilmente si sarebbero date 148 COBTES a Vostra Maestà, come dipoi avvenne, deliberai di ritenerlo in quella casa dove io abitavo , riputando che ella fosse as- sai forte e sicura. Or pensando io alle misure da prendersi, perchè mentre cercavo di farlo prigione non nascesse qual- che scandalo o tumulto, mi venne nell'animo il delitto com- messo nella città d'Àlmeria, del quale per lettere mi aveva fatto inteso il governatore, eh' io aveva lasciato nella città della Vera Croce, siccome ho narrato nel precedente capi- tolo; e come io aveva certezza tutte le cose ivi fatte esser seguite d'ordine e comandamento del detto Signor Monte- zuma, poste le guardie nelle vie strette me n'andai al pa- lazzo del medesimo, come altre volte io soleva fare, e per alcuno spazio cianciai con esso lui , e parlammo di cose pia- cevoli ; e poiché ebbe dato a me alcuni presenti d' oro , e sua figliuola , e le figlie degti altri signori a certi miei sol- dati , gli esposi per ordine quel che era avvenuto nella cit- tà di Nautecal ovver d'Àlmeria, e che avevano uccisogli Spagnuoli . Oltra di ciò soggiunsi che appariva , che Qual- popoca e gli altri avevano ordinate colali cose di suo co- mandamento, affermando essi non l'aver fatte di loro libe- ra volontà, ma perché non avevano avuto ardimento di non ubbidire al loro Signore. Io dicevo, che in modo alcuno non poteva credere tali cose esser state fatte di sue consi- glio e commissione, come Qualpopoca e gli altri afferma- vano ; ma esigevo che ei mandasse a chiamare il detto Qual- popoca con li signori, che con- lui erano confederati, accioc- ché apparisse la verità ed i malfattori patissero le meritata pene ; per lo qual mezzo la Maestà Vostra conoscerebbe H buon animo di esso verso di lei, e non sarebbe astretta a commettere che gli fusse fatto qualche danno e dispiacere, poiché la verità dovea nascere da quel che direbbero al suo cospetto Qualpopoca ed i suoi confederati . Egli subito VIAGGIO 148 comandò, che certi de9 suoi venissero a lui, a' quali diede il sigillo, die eradi gioie, e lo portava al braccio; e impose loro cbe andassero alla città d* Almeria, la quale è distante dalla famosa città diTemistitan settanta leghe, e che menas- sero il detto Qualpopoca con gli altri che avevano ucciso gli Spagnuoli; e ordinò, che se non volessero venire spon- taneamente glie li menassero legati per forza, e se facessero loro resistenza chiamassero in aiuto certe comunità, le quali nominò, che erano vicine alla detta città d'Almeria, e pro- curassero che frissero presi per forza ; e badassero bene di non ritornare a lui senza i predetti : e per ubbidire al suo comandamento si partirono . I quali già essendosi messi in viaggio, resi grazie al Siguor Monlezuma dell' accurata di- ligenza usata da lui in provvedere, che li soprannominali fussero presi : dopo di che rimostrai , che siccome io era responsabile verso la Vostra Maestà di tutti gli Spagnuoli che meco avevano passato il mare, non avrei potuto render vero discarico del conto mio, se egli non venisse e dimorasse nel mio albergo insino a tantoché la verità fosse in luce, e si mostrasse esso non aver di ciò colpa alcuna ; per cui k> pregavo a volermi concedere quella sodisfazione, e gli chiedevo che non l'avesse a male, e non ne prendesse di- spiacere alcuno • Perciocché in casa mia non era per esser prigione, ma anzi in ogni parte libero ; e cbe io avevo fatto ferma deliberazione di non m'intromettere in modo alcuno nelle sue ubbidienze e faccende di governo . Rimetteva in suo arbitrio eleggere qual parte voleva del palazzo, nel quale io allora dimoravo, e gli promettevo la fede mia che di que- sta ritenzione non glie ne poteva venir fastidio né molestia alcuna; gli rappresentavo, che oltre il servizio dei suoi vi si aggiungerebbe anche quello de' miei , e a tutti senza dub- bio potrebbe comandare come gli piacesse. Intorno a questo, 1.V0 CORTES per molto spazio stemmo a contendere; e ciò che fu detto dall' una e dall'altra parte, sarebbe lungo a raccontare ; ma facilmente acconsentì di venir meco a casa mia, e coman- dò che gli fosse apparecchiato e guarnito un luogo nel mio palazzo. Ciò fatto, si presentarono molti gran signorile cavatesi le vesti ed alzate le braccia, co' pie nudi conduce- vano la sua lettiga non molto ornata ; e con grandissimo silenzio, piangendo, lo posero in detta lettiga, e andammo al nostro palazzo senza tumulto alcuno , benché poi il po- polo cominciasse a tumultuare; nondimeno, subito check» venne alle orecchie di Montezuma, tosto comandò che tutti si dovessero acquetare, e cosi tutto il popolo in quel giorno e sempre , mentre il Signor Montezuma stette appresso di me ritenuto , visse pacificamente ; perchè era evidente che questo Signore era ottimamente albergato, e riteneva il medesimo servizio, che prima in cara sua: il che fu gran rosa e degna di ammirazione , siccome racconterò poi. An- che i miei compagni gli facevano ogni comodità e servi- zio^ che potevano . XXIV. COME giALPOPOCA BD ALTRI FIROX MILLI HA.1I DEL COITI», E CU.UH CAMBXTE IN PIAZZA , MENTII IL SIC CBPPI , I QCALI POCO DIPOI GLI Vini' , EimtE il Signor Monlezuma stava ri- p tenuto da me, coloro che erano ari- ti a prender Qualpopoca e gli altri tpdp^m ed ■lui mi^ST ' compagni, clic avevano uccisi gli Spaglinoli , ritornarono , menando il predetto Qualpopoca con uno de' suoi figliuoli , ed altri uomini che si diceva eransi ritrovali alla morte de' detti Spagnuoti . Condussero Qualpopoca in lettiga all' usanza di gran Signore, e lo die- dero nelle mani mie insieme con gli altri ; il quale , con gli altri insieme , comandai fusse posto io prigione e legato con le manette e con ceppi. E poi che ebbero confessalo di avere uccisi gli Spagnuoli, dimandai loro se erano sudditi al Signor Monlezuma . Il predetto Qualpopoca rispondendo mi domando , se si trovava altro Signore a cui dovesse es- ser soggetto f quasi volesse dire, che niun altro ivi era al quale potesse esser soggetto , e soggiunse, che era vassallo del Signor Monlezuma . Dipoi ricercai , se quello che ave- vano fallo, fosse slato di lor spontanea volontà o di coman- 15* CORTES da mento e consiglio del Signor Montezuma ; e tutti dissero cbe fu di lor volontà , non di comandamento del loro Si- gnore; benché dappoi, mentre si mandava ad esecuzione la sentenza data contro di loro (e dovevano essere abbru- ciati), gridassero tutti ad una voce aver commesso tal de- litto per consiglio del loro Signore, e di suo comandamento T avevano fatto . Ed a questo modo furono abbruciati pub- blicamente nella piazza , senza alcun tumulto e sedizione. E nel giorno medesimo cbe furono arsi , perchè avevano con- fessato il Signor Montezuma essere stato cagione del pre- detto omicidio commesso nelli Spagnuoli , comandai , cbe egli fosse posto ne9 ceppi ; per la qual cosa ei si sbigotti grandissimamente : ma il giorno istesso, poiché ebbi molto parlato seco, ordinai che gli fussero levati i ceppi; M cbe gli ritornò lo smarrito animo, ed apportogli grandissima allegrezza . Da quel momento attesi continuo con ogni dili- genza , per quanto m' era possibile, a fargli piacere in ogni cosa, e spezialmente divulgava in pubblico , in ciascun luogo , tanto ai sudditi quanto ai Signori delle province cbe mi venivano a trovare, piacere sommamente a Vostra Mae- stà , che il Signor Montezuma regnasse come prima soleva regnare, nondimeno «on questa condizione, cbe riconosces- se la Maestà Vostra per superiore e per Signore , come Vo- stra Maestà é riconosciuta da tutti gli altri ; soggiungendo quindi , che quei sudditi farebber cosa grati a Vostra Mae- stà , se per V avvenire lo tenessero per Signore e superiore nella maniera che avevano fatto avanti la mia venuta . Mi contenni seco tanto bene e si bene lo satisfeci , che più vol- te , pregandolo , gli commessi cbe se ne andasse a casa sua, e nondimeno sempre mi dava risposta , che egli stava bene in quella casa appresso di me, non gli mancando cosa al- cuna , non altrimenti che se fusse in casa sua; perciocché se VIAGGIO 155 in casa sua fosse, facilissimamente potrebbe avvenire, cbe li Signori delle province, presa occasione, lo sollecitereb- bero e indurrebbero con Ira il suo volere a operar qualche cosa conlra di me, che ritornerebbe in danno di Vostra Maestà, alla quale già egli aveva deliberato, per quanto poteva, di sempre servire; e per confermare i suoi nella sua risoluzione diceva esser bene, che slesse appresso di me, tanto più che se gli proponessero alcuna cosa in contrario poteva facilissimamente rispondere, che esso non era in sua potestà , ed a questo modo si poteva scusare • Molte volte mi dimandò di potere andare a sollazzo, e da me non gli fu mai negato di poter andare sollazzandosi nelle altre case, le quali erano fabbricate per andarvi a piacere; e alle volte usciva a sollazzo fuori della città per due leghe , accompa- gnato da quattro o cinque Spagnuoli ; ed ogni fiata che ri- tornava, pareva contento e di allegro aspetto; e quando usciva, donava varie gioie e vesti, tanto agli Spagnuoli quanto a quegli del paese, che sempre era accompagnalo da grandissima moltitudine, che almeno erano tremila uomi- ni, e la maggior parte baroni e Signori di quella provincia: e si dilettava di far continuamente magnifici conviti, e fe- ste, e balli, i quali non poteano cbe esser da lutti con gran- dissime laudi e meritamente commendati . si. 20 XXV. «A, COSi R1CU1ESTO D DO«« «I CATA 1EQIE E TE.Ili . — DEL S1GMOBE DI Ol ELLA DB MIT. — DI MOLTI FIUMI DALLI QUALI 91 CAVA ORO. — DELLA MIOVWCIA DI TL'ClllIEBBQUE. ' oicas io conobbi eh' egli di cuore . desiderava mantenersi nel realser u de»* wu. vizio di Vostra Maestà, lo pregai. acciò potessi mandare più compiuta relazione a Vostra Mae sta di quelle cose che sono in questi luoghi e province che procurasse che mi (ussero mostrale le miniere dell' oro; il che con allegro volto e parole dimostrò di piacergli di presente egli comandò che russerò chiamali alcuni suoi famigliari , ed in ciascuna provincia, dove si cavava l'oro , mandò due di loro , pregandomi che in lor compagnia io mandassi altrettanti Spagnuoli, i quali vedessero con che ingegno si cavava l'oro : il che facilmente gli concessi , ed il ciascuna provincia assegnai due Spaguuoli, che accompa- gnassero gl'Indiani, e le province erano quattro. Alcuni di loro andarono ad. una certa. provincia, che la chiamano VIAGGIO 155 Cinula, la quale è distante dalla famosa città del Temistitan ottanta leghe Gli abitatori di questa provincia , che sono sudditi al Signor Monlezuma , mostrarono , tre larghi fiu- mi, e da tutti portarono mostre d'oro purissimo, benché poco ne portassero, perchè non avevano gli opportuni stru- menti, ma solamente quegli co' quali gl'Indiani sogliono cavarlo: e siccome gli Spagnuoli mi hanno riferito, sono passali per tre province piene di molti borghi, ville ed edi- fici, tali che nella Spagna non se ne troverebbero migliori" Sono in quella provincia molte città e terre in gran nume- ro ; e mi affermarono aver vista una certa abitazione con una rocca , la quale è più grande e più forte del Castello della città di Burgos di Spagna ; e gli abitatori d' una di que- ste province, la quale è chiamata Tamazalapa, portano cibili più ornali e più ricchi dell'altre province eh e abbiamo viste insin'ora, e sono di grandissima prudenza. Li secondi se ne andarono ad una provìncia nominata Malinaltebeque , distante dalla detta gran città di Temistitan per leghe set- tanta, e volgesi più alla marina: dessi portarono le mostre dell'oro da un gran fiume che per quella trascorre. I tersi andarono in un'altra provincia, che ha linguaggio diverso da quello della vicina provincia di Culua, e la chiamano Tenis, il Signor della quale è nominato Coatelicamat, e vive indipendente dal detto Signor Montezuma, perchè ha la pro- vincia fra monti grandissimi, ed anco perchè i suoi sudditi sono bellicosi, e combattono con asta di lunghezza di ven- ticinque e di trenta palmi.. E perciocché questi non sono sudditi del Signor Montezuma , gì' Indiani che erano andati cogli Spagnuoli, non ebbero ardimento d' entrare in quella provincia, se della lor venuta non ne facevano prima avvi- sato il Signore della medesima ; e da lui ottenessero il sal- vacondotto, dicendo d'esser venuti per domandargli grazia 136 CORTES di poter vedere le sue miniere dell'oro , e che in mio nome e del Signor Montezuma degnasse di mostrarle. Coatelica- mat rispose , che gli Spagnuoli andassero sicuri e libera- mente, e vedessero le miniere e ciò che piaceva lor di ve- dere; ma quegli di Culua, che sapeva esser mandati da parte di Montezuma, faceva avvisati, che non entrassero nella sua provincia perciocché gli aveva in luogo di n inai- ci. Gli Spagnuoli stettero grandissima pezza con animo dub- bio se dovevano andar soli o no; massimamente perchè gli Indiani che avevano seco loro menali confortavanli a non andare dicendo, che permetteva che s'introducessero soli a fine di poterli più facilmente uccidere • Nondimeno gli Spagnuoli, d'animo invitto, deliberarono di proceder più avanti. Furono bene e cortesemente ricevuti dai paesani e dal loro Signore , e furon loro mostrati sette ovvero otto fiumi , dai quali dicevano cavare oro « Gli Spagnuoli, insie- me coi paesani , cavarono oro e ne portarono le mostre da' predelti fiumi ; e coi medesimi Spagnuoli il detto Coa- lelicamat mi mandò suoi ambasciatori , per mezzo de'quali offeriva al servizio di Vostra Real Maestà se slesso o la sua provincia, e mandommi per li medesimi cerli fregi d'oro, e vesti di quella specie che mollo usano gli abitatori di quella provincia. Gli ultimi passarono in una provincia no- minata Tuchitebeque, che nella medesima dirittura si volge al mare per dodici leghe dalla provincia di Malinaltebeque (nella quale già ho detto di sopra essere stato trovato del- l' oro, e li paesani mostrarono due fiumi dai quali parimente arrecarono moslre d'oro). Per quanto potetti intendere dalli Spagnuoli che vi andarono , quella provincia è molto accomodata a potervi fare abitazioni e per cavar l'oro. XXVI. DOVI ITELI. A PROVINCIA DI HALINALTEBEOUB F A RICBIISTA DEL CORTESI! OCK «BANDI ABITAZIONI CON DNA PE- KIHBRA , U COMI IL SIGHOB MONTBZCVA FBCB DIPINGERE SOPRA OH PANNO LE MARINB ED I GOLFI BI QUEL MABE , CO.1 LI HOMI CIU SBOCCANO IN QUELLO . — COME IL CORTESE MANDÒ I1IBCI «PAGNUOLI AD ESPLOBARS QUEI LITI , ABBINE DI TROVARVI UN GOLPO DOTB POTESSERO BKTRARB LB NATI. — DEL POBTO CHAL- CUILStERA, DETTO SANTI VAN . — DELLA PBOVINCIA QCACAITAL- CO.— DEL SIGNOBR DI QUELLI , DI icercai dal Signor Monlezuma , che nella provincia ili Malinallcbeque, perchè mi pareva più comoda al fab- (cbfqne . bricare,fusse falla una abitazione per la Maestà Vostra. In farla fare pose ogni possibile diligenza, e tale, cbe in soli due mesi di tempo avevano in quel luogo già seminalo sessanta misure, cbe noi Spatrinoli chiamiamo aite- ga», d'una certa semenza nominala da loro mayz, della quale Tanno pane, e similmente dieci misure di ceci e di cacap , che è un fruito simile alla mandorla , il quale, ridotto in polve- re, l'usano, disciolto nell'acqua, in luogo di vino; ed in quella provincia è di lauta stima , che con quello , invece l&S CORTES di danari, nelle piazze e ne' mercati ed in ogni luogo, com- prano (ulte le cose necessarie. Quivi procurò che fussero edificate due grandi abitazioni; ed in un" altra abitazione vi fecero una peschiera, dove avevano a posta messo cinque- cento oche, le quali qui sono in grandissimo prezzo, per- ciocché ogni anno le pelano , e si servono delle lor penne e del piumino che hanno. Nella detta abitazione misero an- che oltre a mille e cinquecento galline, ed altre coseassais- sime necessarie per l' uso di casa ; e molte volte gli Spa- gnuoli, che hanno vedute le delle abitazioni , e considerati diligentemente gli ornamenti, hanno giudicalo valer da ventimila ducati casigliani. Similmente domandai al mede- simo Signor Monlezuma, che mi volesse dire se nella costa di quel mare fusse fiume o golfo alcuno, dove le navi che ivi arrivassero, facilmente potessero entrare, e sicuramente i , fermarsi. Il qual mi rispose, che di tal cosa nulla sapeva ; j ma nondimeno disse che farebbe dipingere sopra un panno le marine e i golfi di quel mare, e i fiumi che vi entrano; e che io poi avrei potuto mandare i miei Spagnuoli a cer- care e vedere diligentemente, ed esso Montezuma elegge- rebbe per lor guide i paesani di detta provincia : il che poi fece con effetto ; perciocché il giorno seguente mi portaro- no sopra un panno di lino dipinte tutte le marine e golfi del mare , ed i fiumi che sboccano in quello • Ivi si vedeva un certo fiume maggiore degli altri , siccome da quella pit- tura si poteva comprendere , il quale pareva scorresse tra due monti (che sono chiamati Sarmyn) ed entrasse in mare in un certo golfo , insino al quale i nocchieri pensavano che si estendesse la provincia chiamata Mazamalco. Mi disse che io mandassi chiunque volessi in quo' luoghi, e vi mandai dieci Spagnuoli, tra quali alcuni erano mollo valenti nel- | r arte marinaresca: e andati con le guide che aveva date i VIAGGIO 159 loro Moniezuma , cercarono tutte quelle marine dal porto dì Cai eh il mera, che lo chiamano Sanlivan, dove io era ar- rivato colle mie navi. Tutto questo viaggio è più di settanta leghe , aia non trovarono fiume né golfo alcuno dove po- tessero entrar navi , benché in della costa ve ne siano molti e grandissimi : e portali dalle canoe , mandato al fondo lo scandaglio, andavano tastando per tutti quei fiumi ; e cosi vennero alla provincia di Quacaltalco , per la quale il so- pradetto fiume trascorrerli Signore di quella provincia, nominato Tuchin teda , gli ricevette benignamente , ed or- dinò che fussero date loro delle canoe , con le quali potes- sero entrare nel fiume . Trovarono nella sua bocca l' acqua profonda quanto sarebbero due stature e mezza d'uomo, ed era nel tempo. del reflusso in cui le acque sono grandemente abbassate . Navigarono su pel detto fiume dodici leghe, e la minor profondità che si trovava in detto spazio é quanto sariano sei stature d'uomo; e per quel ohe potevano giudi- care, andava più di trenta leghe con. tale profondila. Nella ripa del fiume sono molte e grandi città , e tutta quella pro- vincia è in pianura fertile ed abbondante di tulle quelle cose che suor producer la terra. Le genti sono quasi infi- nite,, e non sono suggello al Signor Moniezuma, anzi sono acerbissimi suoi nimici ; e parimente allora che li Spagnuoli . andarono a lui, volse avvisargli che quei di Culua a niun modo entrassero nella sua provincia , perciocché erano suoi nemici. Quando quegli Spagnuoli ritornarono a farmi rela- zione di tali cose ,. insieme con esso loro mandò certi suoi ambasciatori,, per li quali m'inviò alcuni oggetti d'oro, molte pelli di Tigri, molle cose tessute di piuma, e vesti- menti; i quali ambasciatori affermarono, che il loro Signore Tuchinlecla , molto tempo fa aveva inteso della mia fama , perciocché queidiPuchunchan (che é un fiume scoperto dal Itti CORTES Gryalva ) , sodo suoi grandissimi Dimici , e gii avevano fatto sapere eh' io ero passato di là ed ero venuto alle mani con loro , perchè aveano tentato vietarmi di smontare in terra e di andare nella città; e che dipoi eravamo diventati amici essendosi essi sottoposti air imperio della Maestà Vostra: ed ora egli pure si offeriva con tutta la sua provincia al real servizio di Vostra Maestà , e mi pregava eh' io lo ricevessi per amico, ma però con questa condizione : che gli abitatori della provincia di Gulua per niun modo entrassero nel suo paese, e chiedessi di quelle cose che si trovavano nella sua contrada, perciocché era apparecchiato di farmi parte di tutto quel che io gli avessi dimandato. -»«£*♦■— XXVII. I DILLA QUALITÀ DILLA oiciiÉ mi fu riferito dagli Spaglinoli j cbe ritornavano da veder quella ; provincia, esser dessa alla e co- moda per edificarvi una nuova città, ed anche aver trovato un porto, ebbi grandissima allegrezza ; perciocché da quel tempo cbe io arrivai in que- sti paesi, sono stato sempre in travaglio di cercar porlo nelle loro marine , ed anche di poter trovare un luogo vi- cino a quello, cbe fusse comodo per farvi abitazioni: non- dimeno insino a quell'ora non l'avevano potuto ritrovare, su lutto il lito ovver costa cbe comincia dal fiume di San- t'Antonio che è vicino al fiume di Grijalva, sino al fiume di Panuco, che è nella costa più bassa: dove alcuni Spa- gnuoli, per commissione di Francesco diGaray, avevano jiusta la loro nuova città, della quale farò poi menzione . E per aver più certa informazione delle cose di quella pro- vincia e del porto sopradetlo, e degli animi de'paesani ver- so di noi, e d'altre cose necessarie ad abitarvi, ordinai IG2 CORTES ancora, che alcuni altri de9 miei soldati idonei a simili im- prese, co" medesimi ambasciatori che Tuchintecla Signor di quella provincia con presenti mi aveva mandati , andassero portando alcuni doni a quel Signore : dal quale benigna- mente ricevuti , di nuovo andarono a riguardare il detto porto, ed a tentare come fecero gli altri; e trovarono luogo idoneo a farvi abitazioni ed a porvi una città ; e di lutto mi rapportarono il vero, e dissero, esservi ogni cosa necessa- ria per fare una città , e che il Signor della provincia se ne rallegrava grandemente e che aveva gran desiderio di ser- vire a Vostra Maestà. I quali essendo ritornati contale rela- zione, subito mandai un governatore in quel luogo a fabbri- carvi una fortezza, ed a fabbricarla s'era offerto il Signor della provincia; e parimente si esibiva di darci tutte le cose delle quali noi avessimo di bisogno pel nostro abitare, e quelle che io gì' imponessi : e subitamente , dove io aveva determinato cbe si fabbricasse la città, egli procurò cbe fussero edificale sei case; e dimostrò, cbe gfi era grato cbe gli Spagnuoli si fermassero nella sua provincia , e che la prendessero ad abitare. XXVIII. DILLA PROVINCIA AC ILIACA* . — DELLE CITTA TEMDCC ACURL'- ■A BD OTOMFi. — COMECACCMACIN, «IGNORI DI DITTI CITTA', «I «HELLO; ID IN CHI MAXIMA FC PATTO PRIGIONE I DATO NELLI MANI DKL CORTME, IL QUALE PICI RHNDRR t" CMIDIBNZA A CC- CCICAC1M, PBATILLO DEL DETTO SIGNOBI. ei precedenti capitoli della narra- j zione , potentissimo Signore, io rac- ! contai , che in quel tempo in cui io orawin ,1 corpus Man*, andavo alla famosa città di Temi* Blitan , mi era venuto incontra un certo grande e potente Signore . il quale diceva d' essere stato mandato dal Signor Hontezuma; e come intesi poi ch'era suo parente, e che la provincia la quale egli signoreggiava era vicina a quella di Montezuma ed era chiamata Aculuacàn . La capitale di (al provincia , è una città vicina ad un lago salso: e da quel- la, per il lago, alla gran città di Temistitan. sodo con le canoe , sei leghe solamente ; ma per chi andasse a piedi, vi ha dieci leghe. Questa città la chiamano Tescucu ed ha più di trenta mila case . Il Signor di quella vi ha maravigliosi palazzi ed abitazioni, moschee e luoghi da fare orazioni molto grandi e ben fatti, e signoreggia anche due altre cit- tà: una è distante dalla città di Tescucu per ispazio di tre Iti4 CORTES leghe, ed è nominata Acuruma; V altra per ispazio di quat- tro, e la chiamano Otumpa: ciascuna di queste ha da quat- tromila case. Olirà di ciò, la detta città di Acoluacàn ha borghi e ville assai ; ha terra fertilissima per coltivare , e tutto il paese che signoreggia, confina da un lato colla pro- vincia di Churullecal , della quale già feci menzione. Que- sto Signore, nominato Cacamacin , dopo la ritenzione che feci della persona del Signor Montezuma si era ribellato e dalla Maestà Vostra , alla quale si era fallo suddito , ed anco dal Signor Montezuma ; e benché molte volte io lo ammonissi che volesse rendere ubbidienza e real servizio a Vostra Maestà, nondimeno, ammonito e da me e dal Si- gnor Montezuma , non ha voluto mai ubbidire; anzi, su- perbamente rispondendo , diceva : che se alcuno voleva da lui qualche cosa , andasse nella sua provincia e quivi pro- verebbe quanto egli potesse , e qual fusse il real servizio che era tenuto a fare . Aveva poste in ordine , come già io aveva inleso, grandissimo numero di gente molto bellico- sa; e poi che io non lo potetti indurre con ammonizioni, parlai col Siguor Montezuma e gli dimandai, quel che in questo caso gli pareva che dovessimo fare; acciocché non andasse senza pena della ribellione fatta contra di noi .Mi rispose , che il volerlo espugnare per forza era grandissima difficoltà , perciocché era tenuto gran Signore e potente, e mollo ben fornito di gente da guerra; e senza grandissimo pericolo e perdila di soldati non pensava che si potesse espugnare : ma che, esso Montezuma, aveva nella provin- cia di Cacamacin molli de1 principali che dimoravano ap- presso di lui , e da lui avevano stipendio ; e che aveva de- liberalo di parlar con loro, che essi corrompessero alcuni de" soldati del detto Cacamacin , i quali noi dando loro la nostra fede che sariano sicuri e salvi, favorissero la nostra VIAGGIO 165 parte; ed a questo modo facilmente Io potremmo espugna- re, siccome avvenne. Perciocché il detto Signor Montezuma operò di maniera con loro, che persuasero al detto Caca- macin, che con loro insieme si volesse ridurre nella città di Tescucu, mentre essi, come principali, altenderiano a provvedere alle cose pertinenti al comodo del lor Signo- re; e che avrebbero gran dispiacere se egli facesse cosa al- cuna onde pericolasse , e potesse cadere ned' ultima ruina . £ cosi insieme si ragunarono in un grande e bel palazzo del detto Gacamacin, che è nella ripa del lago ; il qual pa- lazzo fu di maniera fabbricato, che vi si può passare di sotto con le canoe ed uscire nel lago. Quivi avevano messe al- cune canoe , apparecchiate segretamente ; ed in quel luogo medesimo avevano ordinalo molti uomini , acciocché , se Gacamacin facesse resistenza , e non si lasciasse pigliare , lo potessero prender per forza. Ed essendosi tutti li principali congiurati riuniti presero Gacamacin , prima che fusse udito da9 suoi lo posero in una canoa e lo condussero per il lago alla gran città, la quale, come dissi di sopra, é lontana sei leghe; e condotto , lo posero sur una lettiga, come i con- veniva ad un tanto Signore, e me lo- diedero ; il quale co- mandai subito che fosse messo in ceppi e ben guardato • E consigliatomi col Signor Montezuma, posi al governo di quella provincia in nome di Vostra Altezza il fratello del ritenuto , che era nominato Gocuzcacim , e procurai in tulli i modi che gli fusse resa le debita obbedienza da tutte le Comunità e da' Signori di detta provincia come al loro Si- gnore, finché fusse ordinato altramente da Vostra Maestà, e cosi fu eseguito ; perciocché nelP avvenire tutti T ubbidi- rono come Signore, e nel modo che prima aveano ubbidito al dello Gacamacin ; ed egli volentieri e fedelissimaroehte esegui tuttociò che gli comandai in nome di Vostra Maestà. XXIX. ■ BACCSAB TITTI LI llfiXMI -PAROLE CH' EGLI CBÒ PER ■EXDBRII LA DELLA GBAX QCA3T1TA' DI oao 8 D' AKGIK'ro, ■ DI DITEMI iellimivi b molto bic- CBI DB^AMBXTI DI CAAA DATI AL COBTEfB PEB ■ AJIDARI.I A ■ITA «ASSIA '. locasti giorni dopo la presa di Ca- camacin , il Monlezuma comando, cbe tutti li Signori delle sue provin- vUM™™a™ì-'i'*,m™'. rie e città vicine si regimassero: e radunati the furono , mi fece avvisato , che io dovessi an- dar là : e dappoi che fui giunto , parlò di questa maniera . Carissimi fratelli e amici . Lungo tempo è che voi tutti otti- mamente sapete i vostri padri e maggiori essere stati sud- diti a me e agli antecessori miei , e da me e da loro essere stati trattati ottimamente e onorati di ogni sorta di onore; e voi ancora a me ed ai miei antenati avete resa quella ob> bedienza, che son tenuti a rendere i buoni e fedeli vassalli ai loro Signori. E penso anche, cbe abbiale in memoria quello clic ci hanno trasmesso i nostri antichi , cbe cioè la nostra schiatta non piglia origine da queste province , ma è venuta da lontani paesi : perciocché i nostri maggiori gli VIAGGIO 167 condusse qua un certo Signore , il quale lasci olii qui e par- tissi; e dopo lungo tempo ritornò , e trovò che li nostri padri aveano edificate città in questi paesi , e tolte per mo- gli le paesane ; e di quelle generati figliuoli; di manieracbè non vollero più andare con lui , nò riceverlo per Signore : ed egli partendosi promise, o di tornare personalmente, o di mandar altri qua in suo nome con tante genti, potenza e forze, che potrebbe costringerci alla suoi servizi . Sapete , die in sino ad ora di giorno in giorno l'abbiamo aspettato; e per le cose che il presente suo capitano ci ba raccontate di quel Re e potente Signore, il quale afferma che V ba mandato qua, e per il luogo donde dice d' esser venuto , tengo per fermo, e similmente voi dovete tenere, che questo veramente è quel Signore che noi aspettavamo, tanto più che il suo capitano afferma avere egli da gran tempo avuto notizia di noi. Ma poiché i nostri antichi non fecero quello che erano tenuti di fare verso i loro Si- gnori, bisogna che lo facciamo noi, e rendiamo grazie alli nostri Iddii, che quello che abbiamo aspettato sì gran tem- po, sia venuto a' nostri giorni. E perciò voglio pregarvi tutti , poiché quel che vi ho narralo esser già molto fa suc- cesso , è a tutti voi notissimo , che siccome insin qui avete tenuto me per Signore, e a me avete obbedito, da ora in- nanzi rendiate ubbidienza a questo grandissimo e potentis- simo Re, e lui in ogni conto abbiate per Signore, poiché egli è nostro Signore naturale, e in luogo suo abbiate per Signore , onoriate ed osserviate questo suo capitano; e che tutti li tributi e servizii che Gno al presente siete stali soliti di render a me , li rendiate a questo suo capitano , percioc- ché ancor io sono parimente astretto di contribuire e ubbi- dire a tutti li suoi comandamenti, e che da ora innanzi verso di lui eseguite e fate ogni cosa che legittimamente a 163 CORTES Signore siete tenuti di fare: ed in questo mi farete cosagra- tissima » — Tutte queste cose disse spargendo molte lacri- me , e traendo dal profondo del cuore maggiori sospiri che alcuno potesse mai dire . Gli altri Signori tutti piangevano al pianto di Montezuma con lacrime tanto spesse, che stet- tero assai buono spazio prima che potessero rispondere: e certamente, Serenissimo Signore, niuno degli Spagnuolisi trovò presente che non gli avesse grandissima compassione. Finalmente, asciugate le lacrime, risposero, che essi gli si erano dati per sudditi, e lo reputavano e tenevano per Si- gnore ; e perciò promettevano di eseguire tutte le cose che egli ordinasse, e per questa cagione, e per le ragioni ad- dotte da lui , volevano mandare ad esecuzione con lieto ani* mo li suoi comandamenti ; per conseguenza , da quell'ora si davano in perpetuo sudditi a Vostra Maestà, ed ofleri- vansele per vassalli . E quivi ciascun di loro promise di far quanto in nome di Vostra Maestà gli fusse imposto, e tutti dare li tributi e prestare i servizi che erano solili rendere al detto Signor Montezuma, e tutte l'altre cose che tornis- sero comandale per nome della Vostra Real Maestà. Le quali cose tutte furono scritte per alcuni pubblici notari, e fattone pubblico instrumento essendo presenti molli Spa- gnuoli: copia del quale vi mandai. Poiché tutti li predelti Signori si erano dati per sudditi a Vostra Maestà, parlai al Signor Montezuma e gli narrai , che Vostra Maestà aveva di bisogno di qualche quantità d'oro, per Unire certe sue imprese; e lo pregavo, che egli mandasse alcuni de" suoi, mentre io similmente manderei alcuni de' mici, per le pro- vince ed abitazioni di quei Signori che in quel giorno si erano offerii, esortandoli a volere fare omaggio a Vostra Maestà di quella qualità d'oro e d'argenlo che avevano oltra il loro bisogno, perchè a questo modo si mostrerebbe i VIAGGIO i&) che essi già aveano cominciato a prestar servizio , e la Maestà Vostra conoscerebbe il loro nobile animo in servir- la. E pregavo similmente il Signor Montezuma a farmi parte di queir oro che egli possedeva , perciocché io aveva deli- berato mandar tulle quelle cose a Vostra Maestà per li pri- mi nunzii che io era per spedire in Spagna con altri oggetti. Ed in quel punto mi domandò, ch'io gli assegnassi due Spagnuoli , i quali di presente spedi ad eseguire la cosa in diverse province, i nomi delle quali, perciocché ho perdute tutte le mie scritture, non mi vengono in mente , essendo assaissime e diverse ; alcune di quelle sono dalla delta città di Temislitan lontane ottanta , ed alcune cento teghe. Insie- me con li predetti Spagnuoli ordinò che vi andassero alcuni de" suoi ^ a' quali comandò che si presentassero ai Signori delle dette province e loro dicessero , che a ciascuno io im- poneva una certa somma d'oro, e che egli ordinava si con- segnasse . E cosi fu mandato ad esecuzione ; perciocché tutti quei Signori,, a' quali andarono , dettero la comandata som- ma ossia in ornamenti, ossia in oro in masse ed in foglie, ed altre cose che essi possedevano « Ed avendo fuso quello che potevamo fondere, della quinta porzione delle cose, che è dovuta a Vostra Maestà, furono trentadue mila e quattro- cento pesi (T oro , senza le masserizie d' oro e di argento , e li lavori fatti di penne., le rotelle , e le gioie, e molte altre cose di grandissimo valore: le quali tutte ho conservale e poste da parte per Vostra Maestà , ed ascendono al valore di centomila ducati; ed oltra il valore erano eziandio tali e tanto maravigliose , che per la loro varietà e novità le cre- do inestimabili; e giudico s'abbia a pensare, che appresso tutti li principi, tanto Cristiani quanto Infedeli, de' quali al presente si ha notizia, non si possano trovare simili cose. E certamente elle non debbono a Vostra Maestà parer troppo XI. ITO CORTES grandi, poiché la verilà sta cosi: che di quelle cose che si possono trovare in mare ed in terra , e di quelle che il Si- gnor Montezuma aveva qualche cognizione, ne possedeva le imagini o d' oro o d' argento o di gioie o di penne , secondo la vera forma; e in tale eccellenza e perfezione, che a chiuo, que le vedeva parevano vive: delle quali mi fece non pic- cola parte per la Maestà Vostra , senza l' altre che io gli die- di dipinte, e che egli di presente fece far d'oro , come sono le imagini del Salvator Crocifìsso, li ricami, le collane, le medaglie, e molle altre cose nostrali, delle quali egli se ne fece fare delle copie. Alla porzione di Vostra Maestà s'ag- giunse anche dell' argento ricevuto oltra cento marchi , il quale ho distribuito per farne piatti si piccoli come grandi? e scodelle e tazze e cucchiari. Ed olirà a queste cose, il dello Monlezuma mi donò molti ornamenti de'suoi , e (ali- che riguardando che erano in lutto o in parte di seta , credo nel mondo non se ne potria fare né tessere de' simili, né di tanti diversi e fini colori e lavori; e tra quegli erano alcune sorta di vesti da donne e da uomini maravigliose. Oltra di ciò vi erano fornimenli da camere, a' quali non si possono agguagliare neppur quelli fatti di seta: e v'erano altri for- nimenti, che si potrebbero usare nelle chiese e nelle sale; v'erano coperte da letto di penne e di seta di varii e mara- vigliosi colori ; ed infinite altre cose, che essendo tali e tante non le so esprimere a Vostra Maestà. Mi oflVrse anche do- dici cerbottane. Cerbottana è un legno lungo e vuoto, col quale andiamo a caccia a' piccioli uccelletti, da quello man- dando fuori col (iato alcune piccole palle come fave, che son fatte di creta : la bellezza di queste cerbottane io non posso esprimere , perciocché elle erano ornate di pitture e colori perfetlissimi , ed aveano nel mezzo e nelle estremità VIAGGIO 171 fasce l Tl«lSTiTAN ■ - T I A G G f O «"3 se io mancherò io parte alcuna nella relazione delle predette cose y piuttosto peccherò nel diminuire che Dell'accrescere, tanto in queste quanto in altre cose che alla Altezza Vostra racconterò ; parendomi che sia giusto, che dovendo riferire queste cose al mio Re e Signore , le venga a raccontare avendo sempre innanzi la verità , senza accrescere o dimi- nuire o interporre cosa alcuna . Ma pjrima eh' io cominci a narrar le cose di questa famosa città di Temistitan , e delle altre che ho nominale nel precedente capitolo , mi pare, ac- ciocché meglio il tutto si possa intendere , che sarà bene esplicare il sito della provincia di Messico , dove è posta la detta gran città , e dove è la sedia e corte del Signor Mon- tezuma. Questa provincia è circondata d'altissimi ed aspris- simi monti, ed in essa è una pianura che di circuito ha settanta leghe , nella qual pianura sono due laghi che quasi l'occupano tutta, perciocché ambiduc tengono Io spazio di cinquanta leghe , e uno de' laghi è d' acqua dolce, e l'altro, che è maggiore, è d'acqua salsa. Ma la detta pianura da un lato è divisa da certe piccole colline , che sono nel mez- zo, e i detti laghi nel Gne si congiungono in una certa valle angusta chiusa tra esse colline e gli altri monti, nella quale lo strettosi stende per un tratto di balestra, e per quello l'un lago entra nell'altro; e gli uomini , senza toccar terra con le canoe , passano alle città e terre che sono in detti laghi. Ma perchè quello che è d' acqua salsa è grande, ha il crescimento e il mancamento dell' acqua a similitudine del mare : ogni volta che'l detto lago cresce, l'acqua salsa en- tra nel lago d'acqua dolce, e tanto violentemente, quanto se vi entrasse un grande e rapidissimo fiume ; e per il con- trario quando cresce l'altro Iago, entra in quello dell'acqua salsa. La ricca città di Temistitan è fondata in quel gran Iago salso; e da terra ferma, dalla quale insino alla detta m CORTES città è il cammino di due leghe , ha quattro entrate, per vie fatte a mano , larghe quanto è lunga un9 asta spagnuola di uomo d'arme. La città è grande quanto Siviglia o Cordo- va: le principali contrade di quella sono larghissime, e veggonsi poste con diritto ordine, come anche tutte le al- tre ; e la metà d'alcune è in acqua, per le quali si passa con le canoe, e d'altre è in terra. Tutte le contrade hanno le loro uscite, acciocché dall'una all'altra possa trapassare l'acqua; e tutte queste uscite, delle quali alcune sono lar- ghissime, hanno ponti di legno grandi ottimamente costrutti e tali, che in alcuni luoghi per essi potrebbero passare dieci uomini a cavallo giunti insieme. E considerando, che se il popolo volesse far congiura contra di me la potrebbe fare comodamente, essendo la città posta in quel lago, come ho detto disopra; e levando via i ponti che sono all'entrata e uscita della città facilissimamente ci avrebbero potuto far morir di fame, prima che potessimo arrivare in terra fer- ma; considerando, ripeto, queste cose, subilo entrato feci far quattro brigantini, e furon fatti si tosto e tali, che con essi potevo mettere in terra dugento uomini con cavalli , ogni volta che mi piacesse. Ha questa illustre città assaissi- me piazze, dove continuamente i paesani fanno i loro mer- cati e traflìci per vendere e comprare. È nella medesima città una piazza, maggiore il doppio di quella di Salamanca, mu- nita di portici d'intorno intorno, sotto i quali ogni di si veg- gono più di sessanta mila uomini a vendere e comprare. In essa si trovano tulle le sorta di mercanzie che si posson tro- vare in quelle province, e per mangiare e per vestire. Vi si vendono cose d' oro , d' argento , di piombo , di rame , di ottone, di gioie, d'ossi, di conchiglie, di coralli, e lavori fatti dipenue. Vi si vende calciua , pietre lavorate, e non la- vorale, mattoni crudi e cotti, legni puliti in varii modi, e T i / - « i V k VIAGGIO I7S ■ non puliti . Evvi una contrada nella quale si vendono tutte le sorta di uccelli che uccellando si pigliano, come galline, pernici, coturnici, anatre, tordi, foliche, tortore, colombe, e passere, tenendole col collo stretto nelle canne; e pappagal- li, e nibbi piccioli, e ascioni, e tinunculi, e sparvieri , e falconi, ed aquile, e certi di questi uccelli che vivono di rapina, con le piume , col capo, col becco, e colle unghie. Vi vendono conigli , lepri , cervi , e piccoli cani castrati , i quali allevano per mangiarli . Vi sono contrade , ove non vendonsi che erbe, e sonvi tutte le erbe e radici medicinali che nascono in tutta la provincia . Vi sono luoghi da ven- der medicine sì di quelle da prender per bocca, come d'un- guenti ed impiastri. Vi sono barberie, dove gli uomini si fanno lavar la lesta e si fanno radere . Vi sono anche abita- zioni, dove, con pagamento, si mangia e si beve. Vi sono assaissimi facchini come in Spagna , i quali , per prezzo , portano carichi da casa di coloro, che hanno venduto, a casa de' compratori . Vi sono molle legne, carbone, forni- menti da fuoco , sloie di varie sorta, altre per far letti, altre più sottili per ornare le panche e le camere e le sale . Vi è ogni sorta di erbaggi, e massimamente cipolle, porri, agli, cavoli, acetosa, cardi. Vi sonò vari frutti, tra quali sono notevoli le ciriege e le susine , similissime a quelle di Spa- gna. Vi souo pomi, uva e d'altri frutti assaissimi, che quella provincia produce molto eccellenti. Vendono miele d'api, cera , e miele di canne di maiz, le quali canne hanno tanto miele e sono cosi dolci , come quelle delle quali si fa il zuc- chero. Vendono miele di certi arbori, che nelle altre isole sono chiamati Magney , ed è più dolce del mosto cotto ; e vendono anche il vino che si fa di questo miele. Vendono varie sorta di filo in matasse di vari colori, in una via si- mile a quella dove in Granata si vendono le cose di seta, 17<> CORTES ma qui la merce è in maggior quantità . Vi si vendono co- lori d'ogni sorta per i pittori, come inlspagna, e tanto belli e fini , che migliori non si potrebbero fare . Vi si ven- dono pelli di cervo ottimamente conce, col pelo e senza, bianche e tinte di vari colori . Vi si vendono molti vasi di terra molto ben vetriati . Vi si vendono giare grandi e pie- cole , fìaschi , pignatte , ed altre infinite sorta di vasellami, per la maggior parte vetriati. Vendono assai mayz crudo in semenza, e cotto fattone pane; e di questo mayz ne fanno gran mercanzia ed in semenza ed in pane, che ritiene il medesimo sapore che suole avere nelle altre isole. Vendono pasticci fatti di uccelli e di pesci, freschi e salali, crudi e cotti . Vendono uova di galline, di oche e di uccelli, io grandissima copia. Vendono focaccie d' uova. E finalmente in dette piazze vendono ciò che nasce e cresce in quelle province. Le quai cose olirà quelle, che ho detto , sono ta- li, e si diverse che per la lunghezza e perchè non mi ri- cordo de9 loro nomi, non le racconterò . E ciascuna sorta di mercanzia ha la sua propria ruga senza mescolamento d'al- tre merci, ed in questo tengono ottimo ordine: e tutte le cose si vendono ben contate ovver misurate, e per fin ora non si è visto, che vendano cosa alcuna a peso. In questa gran piazza è una ampia casa, a modo di luogo di tener ragione, dove sempre dimorano dieci o dodici persone, che giudicano e determinano d'ogni cosa, che interviene in detta piazza, e delle differenze che vi nascono, e comandano che li malvagi e delinquenti sieno gastigati. Praticano in dette piazze altre persone , che di continovo diligentemente van- no ricercando quel che si vende, e guardano le misure, con le quali vendono. XXXI. DILLA Ciri» DI TEHISTITÀ.V, VIA TUTTI GLI IDOLI D DNA GRANDISSIMA E BELLISSIMA HO- SCORA , K PORVI L' IHAG1NB DELLA GLORIOSA VERGINE E OUHI. Lli DI ALTRI SANTI; E QUALI ARGOMENTI USÒ PER BIHUOVBR QUELLE GENTI DAL CDI.TO B SACRIFIZIO DEGL'IDOLI. — DHL COSTUME DI QUELLE GENTI «HI. FAI CARE Al LORO IDOLI. n questa città sono assaissimi ertiti- | zi, e paroci-bie e contrade. Nelle li onorate, stanno gli uomini, che, """"'ilriu.ii- SS" '" secondo la loro usanza, sono tenuti per religiosi , e continuamente vi fanno residenza; per li quali, oltra i luoghi dove pongano i loro idoli, si trovano ottime abitazioni. Tutti quei religiosi usano vesti negre, e non mai si tagliano i capelli né sì pettinano , dal giorno che entrano Della religione insin che vi escono. Quasi lutti i fi- gliuoli de' primari della città e de' Signori della provincia vanno con queir abito , dalli sei e sette anni , finché i padri non abbiano deliberato di maritarli; e questo avviene nei primigenili ed in quelli che succedono nelle eredità, più spesso die negli altri. Mentre dimorano in quei luoghi non 178 CORTES possono andare con donne, né alle donne èlecito andare in quei luoghi. Si astengono dai alcuni cibi, ma più in un tem- po che in un altro. Fra le moschee ve n' è una principale, la cui grandezza si estende tanto, che d'entro d'essa , ed è cir- condata di muro altissimo e fortissimo, si potrebbe mettere una città di cinquecento case. Vi sono nel circuito, intorno intorno, bellissime abitazioni, nelle quali ammiransi gran- di sale e logge, nelle quali stanno i religiosi ad essa ascritti. Sono in quel circuito quaranta torri altissime e ben fabbri- cate, nella parte di dentro delle quali si va per cinquanta gradi; e la minor d'esse è di tanta altezza, di quanta è la torre della chiesa cattedrale di Siviglia ; e sono si bene fab- bricate e di pietre come e di travi, che non si potriano far più pulite di quelle, o fabbricare in alcun luogo. Perciocché tutte le pietre lavorate delle cappelle, dove mettono i loro idoli , sono scolpile di varie imagini, ed i soffitti e le travi tutte, che ivi si veggono, sono ornate e lavorate di varie pitture e fregi . Tutte le sopradette torri sono sepolture dei Signori di questa provincia; e le cappelle che in quelle sono fatte, ciascuna è dedicata air idolo a coi i seppelliti eblero in vita più divozione. In questa cosi gran moschea sono tre amplissime sale, nelle quali stanno assaissimo idoli di ma- ravigliosa grandezza ed altezza con varie figure ed orna- menti scoi piti nelle pietre e nei soffitti : e nelle dette sale so- no altre picciole cappelle con le porle molto strette; e le cappelle non hanno lume alcuno dal cielo, e non v'entra- no se non i religiosi, e non tutti i religiosi . In quelle sono imagini e statue d'idoli, benché ancora di fuori ve ne met- tano, come ho detto di sopra. Le più degne statue de9 detti idoli, e di quei ai quali hanno più devozione, feci levar dalle loro sedie , e gitlare a terra ; e le cappelle dove erano state , commessi che fussero purificale e lavate , essendo VIAGGIO 170 lorde del sangue degli uomini uccisila sacrifizio; e i posi le imagini della gloriosa nostra avvocata Santa a, e degli altri santi . Delle quali cose tutte il Signor tezuma e il popolo ebbe grandissimo dispiacere : e da npio mi avvisarono, ch'io non dovessi fare tali cose? *e ciò si divulgasse nelle altre comunità e luoghi, faci- lmente mi si potrebbero ribellare : poiché è universa! 3nza fra queste genti , che i beni temporali sono dono icessione dei predetti idoli; laonde poteano pensare > se fussero loro fatte ingiurie si sdegnerebbero , e non bbero più cosa alcuna , e i frutti della terra si secche- ero , onde le genti sariano astrette a morir di fame . o continuamente per via degl' interpreti gli ammoniva ido, che s' ingannavano grandissimamente a por la loro inza in quegl' idoli, i quali essi con le loro proprie ma* immondizie gli avevano fatti ; e che bisogna che sap- :> , un solo Iddio essere universale Signore di tutti , il e aveva creato il cielo e la terra , e tutte le altre cose ili ed invisibili, e parimente aveva creati loro e tutti noi e Iddio esser senza principio ed immortale, e che do- no a lui solo credere e lui solo adorare e non alcuna creatura o cosa: ed altre cose dissi loro, che in tale sione seppi dire, per rimuoverli dalla idolatria, e ri- alia cognizione del vero, sommo e onnipotente Iddio. ,e specialmente Monlezuma, risposero: che essi già ano detto di non avere origine da questa provincia , he grandissimo tempo fa i loro antenati ci vennero e ci bilirono; e che poteva esser successo benissimo, che ussero caduti in qualche errore circa le cose che ado- ao , essendo già si gran tempo che erano usciti dalla patria: ma siccome io, che ultimamente n'era venuto, va meglio ricordarmi di quello che essi avevano da 180 CORTES credere e da adorare , pregavanmi , che dovessi fame lor parte ed ammaestrarli: dal canto loro, e1 si offerivano ap- parecchiati a far quelle cose , che io proponessi come mi- gliori. Il detto Montezuma , e molti altri dei primi, erano presenti, quando giitava a terra gl'idoli delle cappelle, e mentre le faceva far nette, e vi poneva nuove imagini; e per quanto potetti comprendere, tutti ne mostravano alle- grezza: e seriamente comandai loro, che per l'avvenire non sacrificassero più li fanciulli agli idoli, perciocché simile co- sa molto dispiaceva a Iddio ; e Vostra Maestà nelle sue sa- cre leggi ordinava, che ciascuno che uccide, sia ucciso. Su- bito si rimossero da quella usanza di sacrificare, ed in tutto quel tempo eh' io dimorai in quella città non mai fu visto fanciulli essere uccisi o sacrificati agli idoli. Le imagini, le quali costoro adorano, sono di maggiore altezza che non è la statura di qualunque altissimo uomo : le fanno di tutte le semenze e legumi che usano, poste e mescolate insieme, e le impastano col sangue dei cuori di coloro che sono stati uccisi per sacrifizio; e i detti cuori cavano fuori dal petto di coloro che sacrificano , mentre sono ancora vivi, e del sangue uscito dai cuori ne impastano farina in tanta quan- tità , che può bastare a far quelle statue d' idoli cosi gran- di: e finite, che l'hanno, e poste nelle cappelle, loro sacri- ficano umane vittime, e offeriscono i cuori, e del sangue che n'esce imbrattano la faccia agl'idoli. Per ciascuna ne- cessità, che può avvenire ali' uomo hanno li propri idoli, secondo il costume antico de' gentili, che nei tempi passati adoravano i falsi iddii . Sicché per ottenere buona fortuna nella guerra hanno un idolo; per la coltivazione delle loro biade un altro; dipoi per ciascuna cosa che cercano, o desiderano, che abbia felice successo, hanno un parti- colare idolo , il quale adorano . • i„ XXXII. ACQUEDOTTI. — COMI VENDONO PIH TETTA NELLA CMIDIENZA, n questa famosa città sodo molte , grauili ed ottime case. E vi souo tanti bei palazzi, perciocché tutti i principali Signori di quelle province, vassalli del Signor Montezuma, vi hanno le loro abitazioni e vi abilanoin certo tempo dell'anno. Olirà di ciò, li primi della ritta, che sono ricchissimi, abitano anch'essi in bellissime case, olirà le quali hanno di vaghi giardini pieni di varii fiori, tanto nelle terrazze di sopra, quanto al piano ter- reno . Per una delle quattro vie mattonate, per le quali si entra nella città, s'estendono due acquedotti, la larghezza de' quali è di circa due passi, e l'altezza quanto sarebbe la statura di un uomo : e per uno di quelli si conduce acqua dolce di buonissimo sapore per canali di grossezza quasi di no corpo umano : la quale passa per mezzo la citta , e ne bevono, e l' usano per l' altre cose necessarie. L'altro acque- dotto è vuoto, e mentre da uno di loro vogliono mandar 182 CORTES fuori P immondizie , conducono I' acque per l'altro, finché sia netto ; e perciocché passa per li ponti , per rispetto degli spazi per li quali entra ed esce V acqua salsa, condu- cono le predette acque dolci per certi canali di grossezza di un gran bue, i quali si estendono quanto le tmi di detti ponti . Quella acqua è comune a tutti gli abitanti ; ma vi sono degli uomini che la vendono , conducendola per tutta la città con delle canoe. Essi la pigliano dai canali in que- sto modo: mettono le canoe sotto li ponti sui quali passano gli acquedotti, e le empiono pagando però un certo diritto a coloro, che danno la via all'acqua. E similmente in tutte T entrate della città sono picciole case , nelle quali stanno guardiani, che per ciascuna cosa che entra , ovvero eh' é portata nella città, pigliano un certo che di dazio; ma non so se questo dazio pervenga al detto Montezuma, ovver par- ticolarmente alla città, non avendo insin ora cercato d'in- tenderlo ; nondimeno credo che sia del Signore , perciocché nelle fiere dell'altre province quel dazio si vede esser riscos- so per utile dei Signori delle medesime . In tutte le pubbli- che piazze di questa città ogni giorno si trovano assaissimi lavoranti e maestri di ciascun9 arte , aspettando chi li con- duca a lavorare . Gli abitatori di questa città hanno miglior modo e sono più sottili circa il vivere e altre cose domesti- che, che non sono quegli delle altre province e citlà ; per- ciocché dimorando sempre in quella il Signor Montezuma, e venendovi spesso tutti i vassalli delle province di quel Si- gnore, avevano in tutte le cose miglior ordine e governo. E per non essere più lungo nel raccontare le cose di questa gran città , non me ne polendo tosto spedire , non seguirò più oltre; ma non voglio tralasciare di dir questo: che nel- F ubbidienze e nel vivere tengono il modo servato nella VIAGGIO 1H3 jna; e similmente nelle loro ordinazioni e costituzioni : nchè queste genti sieno barbare , e mollo lontane dalla lizione del sommo Iddio , e dalla pratica delle altre na- i, nulladimeno è maraviglia vedere il modo, che osser- > in oimi cosa . «»~ t **:à&H* XXXIII. DELLA ■AG.1IFICB.fIA , IICCDIZZA ■ CÌH!» DOMINIO DEL Sl- GlOB UOXTEZUUA. — DIL FIUME PUTCKCBA!» , DITTO DI SU- OI ALV A . — DELLA CITTA' COVATA* . — DI MOLTI GKAS PA- LAZZI , TRAI QUALI UNO CO* DIECI PE9CQIKBB MASSIFICO! , PIENE DI UCLFLL1 AQUATICI, ALLA CUSTODIA DE' OC ALI SONO I TMCI1TO UOMINI ; E DI HI» ALTBO PALAZZO DOTI TANTO VOLITILI OCA STO DA QUATTRO PIEDI DE' QUALI STANNO TRKCKMTO uomini ; e di un ■ a bisogna scrivere qualche parola ' circa i servizi domestici di esso Si- gnor Montezuma, e le cose mara- '■ Tigliose, che egli aveva per magnifi- cenza del suo stato: e confesso ingenuamente, che non so don- de incominciare né come possa tinpor fine si che non possa ' dire una minima parte; perciocché come altre volte ho rife- rito a Vostra Maestà, qual potenza e ricchezza potrebbe es- ser maggiore di quella di un barbaro Signore, come questo, ! che nel suo stato possiede imagini d'oro e d' argento , e di penne e di gioie e d' ogni sorte che siano sotto il cielo ; e k imagini d'oro e d'argento tanto bene scolpite, che ninno scultore le potrebbe far meglio 7 Quelle che sono fatte di gioie, umano giudizio non potrebbe indovinare con che I ! VIAGGIO I&j i»lruinenlo tanto perfettamente siano fatte : quelle che sono di penne, erano tali, che né in cera ne in ricamo di seta, si potrcbbono fare più niaravigliose . Non ho potuto inten- dere quanto si estenda Io stato del detto Signor Monte- zuma: egli verameutc dalla sua gran città per tutto manda nunzi con suoi comandamenti per ispazio di dugento le- ghe, a* quali ognuno obbedisce; benché avesse certe pro- vince circondate dalle sue, con le quali faceva guerra. £ siccome potei comprendere, il suo regno é tanto grande quanto è tutta la Spagna; perciocché da sessanta leghe oltre ilPutunehan, che è il fiume diGrisalva, mandò i suoi nunzi a una città chiamata Cumatan , acciocché venisse a rendere ubbidienza alla Maestà Vostra, la quale Cumatan é lontana dalla gran città dugento -e venti leghe; ma mlìno alle cento cinquanta comandai a' nostri Spagnuoli , che andassero a vedere. Quasi tulli li Signori di quesle province, e massi- mamente li circonvicini, fanno residenza per la maggior parte dell' anno in questa città, come ho detto disopra; e per lo più, li delti Signori tengono i lor figliuoli primoge- niti al servizio del Signor Montezuma . Ciascuno di quei Signori ha nei suoi luoghi castelli, ed in essi tiene i suoi soldati, e li riscuotilori e governatori dell1 entrale e dei servizi chea loro provengono da tutte le province: tengono il conio di tulle le cose che ciascuna provincia è obbligala a contribuire, poiché hanno certi caratteri e ligure, le quali fatte sulla carta essi leggono ed intendono. Ciascuna provincia ha il suo servizio e tributo separato, secondo la qualità della servitù; di modo che veniva alle mani del Signor Montezuma ogni sorla di cose che si potevano trovare in dette province, e da presso e da lontano lo temevano tan- to , che non credo Signore alcuno in terra sia più temuto di lui. Ila dentro della città e di fuori molti palazzi per andarvi ti. -* 18C CORTE» a diporto, meglio fabbricati che dir si possa, e che vera- mente sodo degni di gran principe e Signore. Ha nella città per suo uso palazzi si grandi e maraviglisi , che mi pare impossibile raccontare la grandezza , la magnificenza, e la opportunità di quelli; e perciò non mi metterò a dirne cosa alcuna , ma quest' una sola dirò, che in Spagna non ve ne sono simili. Uno di tali palazzi, il più magnifico di tutti, avea un bellissimo giardino, certe logge sopra, e gli or- namenti erano di diaspro e di marmi egregiamente lavora- ti: in questo palazzo erano stanze da poter albergare due gran principi con le loro corti : erano dieci peschiere , dove tenevano ogni sorta di uccelli aquatici di queste province (li quali sono molti e varP ed ogni sorta di tutti gli ani- mali da ingrassare. Per gli uccelli, che si nutriscono in mare, erano peschiere d' acqua salsa, e per quegli che usano nei fiumi erano d' acqua dolce: le quali acque ad un certo tem- po determinato le cavavano fuori per mondar le peschiere, che di poi con lor canali le riempievano . E ad ogni sorta di uccelli compartivano il cibo che era lor proprio , di ma- 9 niera che a quelli che si nutriscono di pesce, davano pesci, a quei che cibansi di vermi, davano vermi, a quei che man- giano maiz , maiz, a quei che beccano minute semenze, se- menze minute davano. E racconto cose certe a Vostra Mae- stà, che agli uccelli che mangiano pesce, davano dugento e cinquanta libbre ogni giorno di quei pesci che si pigliano in detto lago . A nutrir questi uccelli attendevano trecento uo- mini, die di niuna altra faccenda avevano cura; eoltra di questi, vi erano altri uomini destinati a medicar gli uccelli quando ciò occorreva fare . Intorno intorno a ciascuna pe- schiera erano logge e gallerie belle e magnifiche, dove il detto Signor Montezuma soleva andare a sollazzo . In una piccola parte di questo palagio teneva nomini, donne e VIAGGIO IK7 fanciulli nati bianchi di faccia, di corpo, di capelli, di so- praccigli e di palpebre. Possedeva 1 Montezuma un'altra casa larghissima e fortissima, nella quale era un largo chiostro con colonne, e lastricalo di pezzi di marmi eccellenti di varii colori, disposti a modo di tavole da scacchi. Le stanze erano alte quasi la statura di un uomo e mezzo , ed aveano in quadro sei passi . Dentro a ciascuna di queste stanze si vedevano uccelli di quelli che vivono di rapina, cominciando dal thmuììcolo insino all'aquila, e di quante sorta se ne tro- vano in Spagna, e di molte che in Spagna non furono mai vedute, e di ciascuna sorta gran copia. Ed in ciascuna di queste stanze era una stanga , sopra la quale si posano gli uccelli, e un'altra di fuori sotto una rete; e in una si po- savano gli uccelli di notte o quando il tempo era piovo- so, e nell'altra potevano stare uscendo al sole e all'aria, mentre hanno qualche male. A tutti questi uccelli compar- tiscono per cibo galline e non altro. In questo medesimo palazzo, più a basso, sono certe ampie sale piene di gab- bie grandi, fatte e congiunte insieme; e per lo più in quelle tenevano leoni, tigri, volpi e gatti varii. E di tutti questi animali, tanto dei volatili, quanto de9 quadrupedi, ve n'era grandissima copia, a'quali davano a mangiar galline, finché si saziassero: e alla guardia e custodia loro, erano trecento uomini . Aveva Montezuma un altro palazzo , dove teneva gran copia di uomini e di donne mostruose , nani , gobbi , contraffatti, ed altri uomini di grandissima bruttezza: e ogni sorta di mostro aveva le sue stanze separate , ed erano uo- mini eletti ad aver cura delle loro infermità. Lascio andar gli altri palazzi nella detta città, fatti semplicemente per pi- gliare sollazzo, che ve ne sono molli e diversi . XXXIV. Il MUMEZUU». - il. pel loro (■ ' ordito del suo servizio era (ale : — la mattina a giorno andavano al suo palazzocinquccento o seicento uomi- ni de'primiirii, parte ((«'quali sedeva, parte passeggiava per le sale e per le logge, cheerano nel pa- lazzo, e quivi dimoravano; nessuno però entrava negli ap- partamenti del Signore. I lor servidori di que' primari] , e coloro che gli accompagnavano , occupavano due o tre cortili del palazzo, ed una gran contrada ; e questi dimoravano quivi tutto il giorno, e non si partivano se non venula In notte. Nell'ora medesima clic il Signor Montezuma si met- teva a tavola per mangiare , si ponevano a mensa anche que' signori; e d'avanti a loro erano posti cibi non meno delicati che dinanzi al monarca , e ne facevano parte ai lo- ro famigliari-. E le dispense e le cantine erano aperte a lutti che ne venivano, e a tutti che avevano fame e sete davano da mangiare e da bere. Nel portar da mangiare al Signore si osservava quest'ordine: trecento e più giovani portavano gran numero di vivande sì a desinare come a VIAGGIO 18!) cena, d'ogni sorta di cose da mangiare, e di carne e di pe- sce , le quali si possono avere in quel paese : e per il freddo cbe vi è, ciascun piatto e scodella aveva sotto uno scalda- vivande con carboni accesi , acciò le vivande per il freddo non divenissero cattive : e le ponevano tutte insieme in una gran sala , dove Montezuma era solito mangiare , e quasi tutta la sala, coperta di stoie e netta era ripiena di vivande. Il Signore sedeva sopra un piccolo cuscino di cuoio eccel- lentemente lavorato . Nel tempo che esso mangiava , disco- sto da lui mangiavano cinque o sei vecchi, ai quali egli porgeva delle vivande poste dinanzi a se. Gravi uno de'ser- vitori che poneva e levava le vivande, e agli altri, che sta- vano di fuori, domandava i cibi che più piacevano al Signo- re. Egli si lavava le mani nel principio e nel fine del desi- nare e della cena; e di quello sciugatoio del quale una volta si asciugava le mani , non si serviva più. Similmente era vietato metter più le vivande in quei piatti e scodelle nelle quali erano state portate una volta, se non si facevano di nuovo; e nel medesimo modo si usava pegli scaldavivande. Si vestiva il Montezuma quattro volte il giorno, e non usa- va mai la medesima veste. Quelli che entravano nel palazzo bisognava che v'entrassero coi piedi nudi, e quando chia- mati si appresentavano a lui , andavano con la testa e con gli occhi bassi , con la testa inclinata e col corpo inchina- to, e parlandogli non gli guardavan la faccia; il che era se- gno d'onore e di riverenza. E conobbi che lo facevano per tal cagione; perciocché alcuni Signori di quella provincia riprendevano li Spagnùoli, che quando mi parlavano tenen- do la testa alzata, mi guardavano: il che attribuivano a poco rispetto e reverenza verso di me. Quando il Signor Montezuma usciva di palazzo, la qual cosa rade volte av- veniva, tutti coloro che V accompagnavano , e che in lui si !'«) CORTES incontravano, schifavansi di guardarlo, volgendosi con la faccia ia altro lato : e in modo alcuno non lo guardavano , e tutti, finché egli passava, slavano fermi senza punto nio- \ersi. Di continuo gli andava innanzi uno de'suoi portando tre verghe sottili e ^diritte ; il che pensai che si facesse per significare , che il Signore veniva : e mentre scendeva della lettiga, egli portava in mano una di queste verghe , e la te- neva, tinche non fosse giunto al luogo determinato. Erano tante v si diverse le cerimonie e i modi, che questo Signore voleta che si osservassero nel servirlo, che avrei di biso- gno di più ozio che io non mi ritrovo al presente, e di più salda memoria per potermi ricordare di tutte. In vero io noii penso , che niuno de' soldani o de' Signori infedeli, dei quali abbiamo cognizione , osservi tante e tali cerimonie ne' suoi servigi. Fui in questa famosa città per provvedere alle cose che appartenevano al servigio di Vostra Altezza , e |>er acquietar la provincia, e per tirare a divozione di Vostra Maestà li paesi e luoghi abitati con molle e grandis- sime città, ville, e castelli, e per investigar le miniere di oro., e intender li secreti delle provincie tanto di esso Si- gnor Montezuma quanto dagli altri che gli erano vicini , e rn'quaii ha intendimento. Le cose sono tali e si maravi- ulio.se, che mi par che debbano parere incredibili. E que- ste cose erano fatte da me con suo consentimento e de'pae- sani, non altrimenti che se da principio avessero conosciuto Vostra Altezza per loro vero Re e proprio Signore : né men volentieri facevano ciocché da me era lor comandato in nome di Vostra reale Altezza . E stetti quivi occupalo in certe cose utili al servizio di Vostra Maestà , dagli otto di no- vembre K>1!) (ino air entrala del mese di maggio deiranno presente K>20.Xcl qual tempo io me ne stavo nella predel- la famosa città quieto e tranquillamente, ed avevo compar- VIAGGIO 1!M tito molti Spagnuoli per tener quieti vnrj e diversi paesi , e per fabbricare nuove città in queste province. Ero in gran- dissimo desiderio , ed aspettavo una nave con la risposta della relazione, la quale di questi paesi avevo da principio mandato a Vostra Maestà, per poterla far partecipe di ciò che ora le dico e di tutte quelle cose d' oro e di tarsie , chi; io avevo avute qui per la Maestà Vostra . r XXXV. L GIUUM! RE DI DIC10TT0 NAVI , HDIVR PI DIDACO VKLA9QLEI ' PHBDKTTO . i estero a me alcuni abitatori di questa proviuiia vassalli del Signor Monte/urna, dì quelli die sodo vi- ™''8\V\vìwpi™'.''"'u"'"t fini al mare, annunciandomi, che appresso li monti di San Martino, i quali sono nel Mio avanti il porlo ovvero stazione di San Giovanni, erano ar- rivale dinotili navi; e chi (ussero dicevano di non saperlo, perciocché subito e he i' ebbero viste vennero in fretta ad avvisarmene. E dopo questi giunse un altro dell' isola Fer- nandina , e mi porlo lettere di uno Spagnuolo, eh' io aveva lasciato nella costa di detto mare, affinché se quivi giunges- sero navi procurasse di dar loro notizia e di me e di quella città ch'io aveva lolla ad abitare appresso al porto, accioc- ché non andassero vacando per ignorare il luogo , ove mi VIAGGIO 195 trovassi: mi portò, dico, lettere ove legge vasi , qualmente un giorno era stata vista una sola nave avanti il porto di San Giovanni , e quanto egli avea potuto stender la vista , diligentemente aveva guardato per la costa del mare e niu» n' altra n'aveva veduta; e pensava che fusse quella nave , che avevo mandata a Vostra Maestà , avvicinandosi già il tempo del suo ritorno ; e per certificarsi , aspettava finché la detta nave arrivasse o entrasse nel porlo per avere in- formazione da quella, e dopo venirsene subito correndo ad avvisarmi d'ogni cosa. Lette queste lettere spedii due Spa» gnuoli , che uno andasse per una via e l'altro per un'altra, acciò non avvenisse , che coloro i quali per avventura fris- sero mandati dalla detta nave , non s' incontrassero in essi ; e comandai loro che non si fermassero mai , finché arrivas- sero al detto porto , ed intendessero quante navi erano ve- nute, e di che patria fossero, e quel che portassero, e ritornassero a dirmelo • Un altro ne mandai alla città della Vera Croce, per dare avviso di quelle cose ch'io ave* va inteso delle predette navi ; ed ordinavo , che essi ancora investigassero, e riferissero quello che avessero trovato. 1/ altro mandai a quel governatore , al quale (come di so- pra ho dichiarato a Vostra Maestà) avevo ordinato che fondasse una nuova città nella provincia e porlo di Quacu- calco; e a luì comandai per mie lettere, che in qualunque luo£o il nunzio lo trovasse, facesse alto, né più oltre an- dasse, finché non ricevesse da me altra commissione; per- ciocché io diceva essermi stato avvisalo , che certe navi era- no giunte in porto: ma egli, come poi si vidde, era già j inteso della lor venuta, prima che gli fossero consegnate le j mie lettere .E dopo la loro partita stemmo quindici di con- j tinui, che del tutto non intendemmo cosa alcuna, né d'al- cun di loro ebbi risposta; di che pigliai non piccola mara- xv. *S *K 191 CORTES viglia. I quai giorni essendo passati, vennero altri Indiani vassalli anch'essi del detto Signor Montezuma, i quali mi certiGcarono le dette navi esser scorte in porlo , e che gli uomini erano discesi dalle medesime in numero di ottanta cavalieri e ottocento fanti , con dieci o dodici pezzi d' arti- glieria: e tutte queste cose si vedevano dipinte in una carta fatta in quel paese , per mostrarla al detto Signor Montezu- ma . E mi avvisarono che quello Spagnuolo, il quale aveva lasciato sopra il lito, e gli altri nunzi ch'io aveva mandati , erano appresso gli uomini che erano smontati di nave , ed avevano incaricato i detti Indiani di dirmi, che il loro capi- tano non gli aveva lasciati ritornare'. Inteso questo , deli- berai di mandare un prete -, il quale avevo menalo meco, e con mie lettere e con quelle de' Giudici e reggenti della città della Vera Croce, i quali erano meco nella predetta cit- tà ; le quali lettere erano indirizzate al capitano ed uomini che erano giunti in porto , facendo loro noto tutte quelle cose che mi erano avvenute in queste parti, cioè ch'io avevo soggiogate ed acquistate molte città, ville e castella, e quelle riteneva pacificamente suddite al real servizio di Vostra Mae- stà, e che teneva prigioniero il principal Signore di queste province, e eh' io dimorava in quella famosa città-, e della qualità d'essa, e dell'oro e delle tarsie ch'io teneva per la Maestà Vostra, e che già a lei aveva mandato la relazione di queste province; e gli pregava che mi dessero avviso chi essi frissero , e se erano de' regni e stati di Vostra Altezza , e scrivessero , se erano venuti a queste province di suo real comandamento, o per fondar nuove città e dimorare in quelle , ovvero se erano per andar più oltre , ovvero se vo- levano tornare addietro, e se avevano necessità di cosa al- cuna, che farei ogni opera per sovvenirli; e che se non fussero de'regni di Vostra Altezza, similmente mi facessero viaggio ìor» avvisato, poiché se erano oppressi da cosa alcuna mi offe- rivo, potendo , di dar loro rimedio: e quando che no , io a nome di Vostra Altezza comandava loro , che si partissero dalle nostre province, nò dismontassero in quelle; e se al- trimenti avessero fatto, minacciava di assaltarli con tutte le mie forze e degli Spagnuoli e de' paesani , e di usare ogni diligenza che fussero uccisi o presi come forestiri , che ab- biano avuto ardire d' impacciarsi de1 regni e stati del nostro Re e Signore. E dopo la partita del detto prete con le so- pradette lettere a loro indirizzale , il quinto giorno vennero a me , essendo nella città di Temistitan , venti Spagnuoli di quegli eh' io avevo lasciato alla città della Vera Croce, me- nando il prete e i due secolari trovati nella delta città, dai quali seppi, che l' armata e gli uomini , che al detto porto erano giunti, veniano per commissione di Didaco Velasquez, il quale è governatore deir isola Ferdinandina ; che il luo- gotenente e duce e il capitano di quell'armata, era un certo Panfilo di Narvaez abitatore della delta isola, il quale ave- va menati seco ottanta cavalli e molte artiglierie, e otto* cento fanti, tra cui dicevano esser vene ottanta che portava- no schioppetti, e cento venti con balestre; che detto Nar- vaez veniva capitano generale, luogotenente e governatore di tutte queste province in vece e nome del predetto Didaco Velasquez , e per commissione da Vostra Maestà ; e che lo Spagnuolo, eh* io aveva lasciato al l'ito e i nunzi mandati da me, erano appresso il predetto Narvaez , il quale, dopo avere da loro inteso, che io in quella provincia avevo posta nuova città lontana dal detto porto dodici leghe, e tutte le cose, che avevo fatte in questi paesi a servizio di Vostra Altezza, e delle ville, e città che gli aveva acquistato e rese pacifiche, e della famosa città di' Temistitan, e dell' oro e delle tarsie, che avevamo avute in dette prò vince, dopo avere 19o* CORTES saputo da loro tutto questo , ed essersi certificato di quanto insino allora mi era avvenuto , ei loro impedì di tornare a me. Anzi il detto Narvaez gli aveva mandati alla città della Vera Croce , acciocché vedessero di poter parlare con coloro che in essa dimoravano, e li persuadessero a seguitar lui e a pigliar Tarmi con tra di me; e portarono seco forse cento lettere , che erano mandate dal detto Narvaez ai suoi cono- scenti stabiliti nella detta città, nelle quali si conteneva, che dovessero prestar ferma fede a tutto ciò che il predetto prete egli altri suoi compagni fossero per dire, prometten* do di trattar bene colora, che alle parole dei medesimi ade* risserò, e minacciava di castigare chi non obbedisse: e molte altre cose di simil tenore in quelle lettere significava. Questo espose il predetto prete, e gli altri che erano seco lui venuti. E quasi nel medesimo punto, sopravvenne uno altro Spagnuolo di quelli eh' io aveva mandato nella prò* vincia di Quacucalco, e mi portò lettere di Giovanni Vela* squez da Leone loro capitano, per lejquali mi avvisava, che quella gente che era arrivata in porto era Panfilo di Narvaez, il quale veniva qua con commissione del detto Didaco Yelasquez con soldati che menava seco; e le lettere che il Narvaez aveva date ad un certo Indiano , perchè le recapitasse al detto Giovanni da Leone, come parente di Didaco Yelasquez e cognato del Narvaez , procurò che mi fossero per il medesimo mandate : nelle quali era scritto , «he egli da' miei nunzi aveva inteso il detto mio. capitano essersi quivi fermato con quei soldati , e lo persuadeva che egli subito se ne andasse co" suoi al medesimo Narvaez ; il che se ei. seguisse, farebbe quel che doveva, ed era tenuto di fare, e che molto bene sapeva che egli stava per forza appresso di me . Il qual capitano , come uomo obbligato al servizio di Vostra Maestà , non solamente rifiutò di far dò VIAGGIO 1!>7 che gli era proposto nelle lettere dal detto Narvaez , ma avendo scritto a me per unirsi meco, subito si parti con tutti i soldati : prima però ebbe ottima informazione dal detto prete e dalli suoi due compagni di molte cose, e di ciò che avevano pensato il detto DidacoVelasqueze il Nar- vaez, e qualmente con quell'armata e uomini s'era mosso contra di me per avere io mandato la relazione e le cose di questa provincia alla cattolica Maestà Vostra, e come con cattivo animo venivano per uccidermi insieme con molti eh9 io avevo meco, i quali già avevano banditi . Oltra di ciò io aveva inteso, che il dottor Roderigo di Figueroa giudice della presidenza dell'Isola Nuova, e i giudici e gli altri of- Gciali di Vostra Altezza che in quella isola riseggono, ap- pena seppero, che il detto Didaco Velasquez apparecchiava quell'armata, e videro con che animo egli la mandava, es- sendo loro palese e manifesto l' incomodo e il danno che di tal successo ne potrebbe resultare a Vostra Maestà, avean mandato il dottor Luca Vasquez Ailon , uno dei predetti giudici, con procura ad ammonire e comandare al detto Didaco Velasquez , che in niun modo mandasse la detta ar- mata . Il quale giudice andato là trovò il detto Didaco Ve- lasquez con l'armata e con gli uomini nel porto di detta isola Ferdinandina che si apparecchiava di far vela; e am- moni lui e tutti coloro che andavano con detta armata che uon dovessero venire, perciocché di questo la Maestà Vo- stra era per patirne incomodo e danno ; e oltra di questo vi aggiunse la pena. Le quali cose non lo ritenendo, né tutte quelle che per il detto dottore gli erano state suggerite, e né anche la minaccia della pena , aveva comandato , che l' ar- mata si partisse . Mandai allora il sopradetto prete con mie lettere, per le quali gli significavo, eh' io avevo inteso dal prete e da quegli che erano venuti seco, che esso aveva il 198 CORTES carico di governare quelle genti, le quali erano condotte con quella nave , di che me ne rallegrava grandemente. Ma soggiungevo di aver d'altronde forte a dolermi di lui , cbe mi tratteneva i nunzi ch'io aveva mandato . E dicevo ma- ravigliarmi, che poiché egli aveva inteso, eh' io. mi ritrova- vo in queste province per servizio di Vostra Maestà, noo mi avesse mandato ne lettere né nunzio per avvisarmi della sua venuta , sapendo egli di certo che avendone io avviso me ne sarei sommamente rallegrato, parte perciocché per lo passato avevamo tenuta stretta amicizia insieme , parte perchè stimava anche loro esser venuti qua per servire la Maestà Vostra; di che niuna cosa mi poteva accadere più grata: ma all'incontro avevo grandissimo dispiacere, che egli mandasse seduttori, come faceva, e lettere persuasive a1 miei soldati, che sono al servizio di Vostra Maestà, indu- cendoli a pigliare le armi contra di me, e che se ne fuggis- sero a lui , non altrimenti che se alcuni di noi fossimo Cri- stiani e alcuni Infedeli, ovvero altri fussero di Vostra Mae- stà ed altri no Lo pregavo quindi che per I' avvenire non usasse più colai via, ma dovesse palesarmi le cagioni della sua venuta; e che mi dicesse, se era vero quello si vociferava , che cioè egli si chiamasse general capitano, luogotenente e go- vernatore per DidacoVelasquez, e che pubblicamente aveva comandato in tutta quella provincia esser chiamato con lai nome ; la qual cosa gli facevo riflettere essere irregolare perchè già avevo constituili giudici e reggenti, ed avevo am- ministrato giustizia. Ma soggiungevo, che se egli avesse avu- to autorità da Vostra Maestà d'esercitare tali cose, io gli di- mandava ed esorlava, che ne mostrasse la commissione a me ed al reggimento della vostra cittadella Vera Croce, al quale ordine io e li reggenti eravamo apparecchiati d' obbedire siccome a qualunque comandamento del nostro Re e vero VIAGGIO lift Signore , e si farebbe quanto fosse utile al real servizio di Vostra Maestà . Gli rimostrava inGne , come io ero in que- sta città di Temistitan , dove teneva prigione il Signore del paese, e come in quella avevo radunato grandissima quan- tità d' oro per la Vostra Altezza , per coloro che erano me- co e per me slesso : come non avevo ardire di lasciarla , temendo che dopo il partir mio di quella gli abitatori non mi si ribellassero, e tal città e quantità d'oro, e copia di tarsie si perdesse; la qual città perduta che fusse, tutte quelle province si ribellerebbero. Similmente diedi lettere al detto prete indirizzate al detto dottore Ailon : il quale, come poi riseppi, quando il prete arrivò quivi, il detto Nar- vaez l'aveva j>reso, e rimandatolo indietro prigioniero con due navi . i i XXXVI. DATESI AL MAHVAEZ, UASMMAMEMIB : PEH IL CUE DELIBERÒ A3DAR3EMB AL DETTO SAI- BELLI LETTERE CHE PEH VIAGGIO GLI FCH0SO PH- E QUELLO CHE COM'È V» VASO. — DK'SEZZI CBB TE.1W .RVAEX PEH COHKOUPERB IL Sili SU II MOMEZIMA. — RISPOSTA CUE QDE8TO GLI FECE . — DEI SALVACOS- K ABBOCCAR»! , E t' insilili CUI POSE IL MAR VARI SE NEL FAHLlllEMO; OSTIE IL CORTESI L MARVAEZ E CIÒ COS «Iti L'IMI . el giorno medesimo die il dello prete si parli, mi venne un nunzi" da parte di quelli che erano nella •Mi» Provine!?. città della Yera Croce, per il quale mi siguilicavauo , che tutti gli abitatori di quelle provinole s'erano rubellati e dati al detto Narvaez, massimamentr que'di Cimpual e loro confederali; che nessuno degli ahi. tauB di dette provincie non voleva più andare alla delta città a far servizi nella rocca e nelle altre case, nella guisa che prima erano solili fare, perciocché affermavano, che il Narvaez avea detto loro, che io era un cattivo soggetto- VIAGGIO 201 e che però egli venia per prendermi con tutti i miei soldati e farmi prigioniero, per quindi lasciare la provincia libera; che a tal uopo avea condotto seco molte genti , mentre le mie erano in poco numero, e avea menati molti cavalli e più artiglierie che non erano le mie; per cui essi volevano seguitare le parti del vincitore . E seppi inoltre dal detto messo , che gli Spagnuoli stabiliti a Cimpual , fatti intesi dai medesimi Indiani che il Narvaez dovea venire ad allog- giare in questa città, ripensando al mal animo del detto Narvaez verso di tutti, ed alla equivoca fedeltà degl'India- ni di Cimpual, che decisero di abbandonarla , e salire il monte, per andare ad un certo Signore vassallo di Vostra Altezza e nostro amico, ove starebbero, finché io avvisassi quello che dovessero fare. Considerato il gran danno, che soprastava, essendo cominciate a ribellarsi le dette provin- ce per la persuasione del Narvaez , mi pareva, che se me ne andava là dove egli fusse, molto raffrenerei li paesani ve- dendomi presente, né avrebbero ardire di pigliar Tarmi centra di me; ed anche pensavo trovare il modo di poter dar rimedio al male incomincialo. Il medesimo giorno adunque mi partii daTemistitan, lasciando la fortezza piena di maiz, con centoquaranta uomini, acqua ed alcuui pezzi di artiglierie; e con gli altri ch'io aveva quivi, che erano sessanta, seguitai il mio viaggio accompagnandomi alcuni baroni del Signor Montezuma, al quale prima che io par- tissi parlai lungamente, ricordandogli che pensasse eh9 era vassallo di Vostra Altezza, la quale gli terrebbe conto di lutti quei servizi che le rendesse: gli raccomandavo gran- demente quegli Spagnuoli, che rimanevano alla custodia dei- Toro e delle tarsie, che egli mi aveva donato per T Altezza Vostra e comandato che anche gli altri mi dessero ; per- ciocché gli dissi , volevo andare a veder chi fussero coloro _ I I 202 CORTES che erano arrivati al nostro porto , che infino allora io non sapevo chi fossero, ma che nondimeno giudicavo quegli es- ser uomini malvagi e non punto sudditi di Vostra Altezza. Egli promise, che coloro ch'io, lasciavo sarebber prov- visti di tutte le cose necessarie, e che terrebbe guardali gli oggetti lasciati da me , appartenendo ciò a Vostra Maestà ; e disse, che quegli che verrebbero, meco mi condurriano per cammino tale , che io non uscirei dalle sue provioce , e sorveglierebbero perchè fussi provveduto d' ogni cosa; é mi pregava con grande istanza , che se io trovava coloro esser uomini scellerati, subitogliene dessi avviso, che in uo mo- mento ragunerebbe grandissimo numero di genti , le quali manderebbe a combatterli, ed a cacciarli della provincia, lo lo ringraziai d'ogni cosa, e liberamente gli affermai, che Vostra Maestà per questo gli userebbe qualche gratitudine; e donai di molte gioie e vesti a uno de* suoi figliuoli, e molti altri Signori che si trovavano appresso di lui. Nella città di Churullecal mi venne incontra Giovanni Velasquez, il quale altre volle ho detlo che era partilo, e l'avevano mandato a Quacucalco: veniva a trovarmi con tutti i suoi soldati * meno alcuni che erano infermi, i quali ordinai che andas- sero nella città, lo seguitai insieme con lui e con quegli al- tri il comincialo viaggio: e quindici leghe di là della città di Churullecal trovai il prete, che avevo mandato a cercare chi fossero coloro,, che erano entrali nel porto con Tarmala: egli mi presentò le lettere del detto Narvaez , nelle quali si conteneva: che egli aveva alcune commissioni, che gli fun- sero consegnate dette province a nome di Didaco Vela- squez, e che subito andassi da lui per ubbidire a quelle, e che egli già aveva edificato una città; e nominati giudici e reggenti. Ed intesi dal detto prete, come aveva fatto prigio- ne il detto dottore Aylon e il suo cancelliere ed esecutore, VIAGGIO 3CT> erbe fattili salire sopra due navi gli aveva mandali via: intesi come con doni aveva richiesto lui, che volesse indurre alcuni de' nostri compagni a fuggirsene al detto Narvaez; che a certi Indiani che s'erano presentati, aveva fatto la mostra de'cavalli e de'fanti; che affine d'impaurirli aveva fatto trarre tutta l' ar- tiglieria , si quella che era nelle navi, come quella che era sul lilo; e che per accrescere in essi Io spavento, andava loro di- cendo:— Considerate in che modo vi potrete difendere da noi, se voi non ci darete ubbidienza. Raccontò anche aver veduto appresso il detto Narvaez uno de' Signori di questa contrada, vassallo delMontezuma, al quale aveva dato il go- verno di tutte le sue province dai monti insino alla marina, e aver saputo che egli parlò al Narvaez in nome del detto Sig. Montezuma , che gli aveva donati alcuni ornamenti d' oro , e che all' incontro il Narvaez aveva dati a lui varii doni : e similmente raccontò, come il detto Narvaez da quel luogo aveva mandati alcuni nunzi al Signor Montezuma, promet- tendogli di liberarlo e significandogli, ch'era venuto in que- sti paesi per prendere me eoo i miei soldati e subito par- tirsi ; lasciando stare le province , né desiderando oro , ma solamente volea prender me co' miei soldati, e rilornarsene donando la libertà alle province e agli abitatori di quelle. Da tutto questo compresi, che la sua risoluzione era di assalir- ci , non essendo ricevuto da alcuno e non volendo né io né i miei soldati riceverlo per capitano e per giudice; e vinti- ci, di mettersi in questi luoghi per propria autorità: al quale effetto erasi collegato con gli abitatori delle province , e principalmente col detto Signor Montezuma per via de'suoi nunzi. E vedendo manifestamente P incomodo e il danno che dalle predette cose potrebbe nascere a Vostra Maestà , benché mi riferissero che veniva con grandissima forza , e che aveva commissione dal detto Didaco Velasquez, che me 204 CORTES e alcuni de7 miei (i quali già aveva banditi) se venivano nelle sue mani, subito ci facesse impiccare, risolvei d'an- dargli incontro, pensando mostrargli in qualche modo il grandissimo incomodo e danno che Taceva a Vostra Mae- stà , e poterlo quindi rimuovere dal cattivo animo e pen- siero. Seguitai dunque rincominciato viaggio; e quando fui giunto a quindici leghe dalla città di Cimpual, nella quale dimorava il detto Narvaez , ritornò a me il prete , che più volte ho citato, insieme con un certo Andrea de Duero, prete anch'esso, ed abitante dell'isola Feruandina, che era venuto quivi col detto Narvaez . I quali mi significarono a nome del medesimo, eh' io dovessi andare immantincnti a rendergli ubbidienza e riconoscerlo per capitano, ed a lui lasciar la provincia, altramente mene potrebbe avvenire immenso danno: affermavano che il detto Narvaez avea grandissimo potere e noi piccolissimo e quasi niuno, poiché oltra gli Spagnuoli che aveva menati seco ancor li paesani lo favorivano; e concludevano, che se io deliberassi di consegnargli le province, mi fornirebbe il Narvaez a mio piacere le navi e la vettovaglia , e farebbe che io potessi partirmi senza impedimento alcuno con tutti coloro che de- sideravano venir meco , e con tutto ciò che volessimo por- tare: P altro pretemi disse essere stato ordinato da Didaco Velasquez, che facessero questo patto meco, ed a tal fine aveva data la procura al detto Narvaez ed insiememente a quei due preti ; ed intorno a questo , erano apparecchiati a pattuir meco in qualunque modo mi piacesse. Risposi che io voleva vedere la commissione di Vostra Maestà, che or- dinava eh' io dovessi dare le dette province; e se alcuna ne avevano , che la mostrassero a me ed alli reggenti della città della Vera Croce ( come è V ordine e l' usanza nella Spagna) , che ero pronto ad obbedire e mandare ad effetto _ ___j VIAGGIO 205 quanto in detta commissione si ordioasse; ma frattanto, fin- ché non la vedevo , m' ero proposto a non acconsentire in nessun modo a ciò che avevano detto • SigniGcai a que'mes- si, che io ed i miei soldati tutti eravamo apparecchiati a mettere la vita per difesa delle province, poiché le avevamo e tenevamo pacifiche e sicure per la Maestà Vostra; e che diversamente comportandoci ne parrebbe mostrarci tradi- tori ed infedeli al nostro re. I delti messi mi proposero al- lora a nome del Narvaez altre condizioni per tirarmi nella loro opinione, ma nondimeno io non volli acconsentire ad al- cuna di quelle, se prima non vedevo la commissione di Vo- stra Maestà, la quale non vollero mai mostrare . Finalmente fui d'accordo con quei due preti,, che il detto Narvaez ac- compagnato da dieci uomini, ed io da altrettanti, mandan- doci i salvo-condotti l'un V altro, ci abboccheremmo insie- me; e allora , se egli avesse commissione alcuna, la mostras- se , e io gli risponderei . Gli mandai il salvo-condotto sot- toscritto, ed egli similmente mi mandò il suo sottoscritto di sua propria mano: ma il Narvaezycome poi si vide, mi ave- va poste insidie per uccidermi. in. quel parlamento; a questo uopo aveva eletto due di quei dieci che aveva determinalo di menar seco, mentre gli altri combatterebbero con que- gli che io doveva menar meco ; perciocché pensava , che morto ch'io fussi, averebbe posto (ine al negozio. E cosi vei ramente sarebbe successo, se il sommo Iddio, che in simil- cose suol dar soccorso,, non ci avesse trovato rimedio; im- perciocché ne fui fatto certo nel medesimo tempo, che que- gli che avevano congiurato contra di me, mi portarono il salvo-condotto. Inteso ciò, feci subito sapere per mie lettere al detto Narvaez, che io avevo conosciuto il suo mal animo versoci me, e che io non voleva andar là dove eravamo convenuti di trovarci insieme; e di presente ordinai, che in ! Xf6 CORTES mio nome gli fosse falla una monitoria e comandamento, col quelle ammoniva il dello Narvaez, che se egli aveva commissione alcuna da Vostra Maestà me la dovesse pre- sentare, e che frattanto non si usurpasse il nome di capita- no né di giudice, né sotto la pena impostagli, s'impacciasse in cosa alcuna pertinente a detti uffici; e nel detto coman- damento ordinario a tutti coloro, che erano venuti col Nar- vaez , che per niun modo lo tenessero per capitano, e ve- ramente l'ubbidissero come capitano o giudice, ma che anzi, fra un certo termine assegnato nel comandamento, doves- sero comparire avanti a me per intendere ciò che avevano da fare in servizio di Vostra Altezza; protestando, che se fa- cessero altramente procederei contra di loro come contro di ribelli e traditori e perfidi e malvagi sudditi , che si ribella- vano al loro Re, usurpano le province e gli stati di quello, e desiderano darne il possesso a coloro che non v' hanno né ragione né azione alcuna: e minacciavo, che se ad onta di tal comandamento non comparissero ed eseguissero ciò che si conteneva in esso, procederei contra di loro secondo la forma della giustizia. E la risposta che mi diede fu, che mise in prigione il notaio e colui che con la mia procura era andato a mostrare il mio comandamento, e certi Indiani che avevano con esso loro , i quali furono ritenuti finché sopraggiunse un altro mio nunzio ch'io aveva mandato per saper dove si trovassero; in presenza de' quali di nuovo fe- cero la mostra di tutti li soldati , e minacciaron loro e me se non gli consegnavamo le province . E conoscendo non potere schivare tanto male e scandalo, e vedendo che gli abitatori delle province già avevano cominciato a tumul- tuare ed ogni di più ci si levavano contra, raccomandan- domi a Dio e ponendo già la paura del danno che ne poteva seguire, deliberai meco stesso morir per servizio del nostro VIAGGIO *n Re e per difesa delle sue province, persuaso, che se riusci- va a iìod lasciarle usurpare uè verrebbe a me ed a miei soldati grandissima gloria . Ordinai perciò a Consalvo di S.indo va), mio maggiore esecutore, che procurasse d'im- padronirsi del Narvaez e di tutti coloro che volevano esser chiamati giudici e reggenti, egli diedi ottanta de' miei sol- dati a quali comandai, die dovessero seguitarlo, e piglias- sero coloro. Io, con gli altri cento settanta ( che in tutto erano dugento cinquanta, senza artiglieria né cavalleria ? ma solo con fanti a pie) andai dopo il detto mio maggiore esecutore, per dargli soccorso se il dello Narvaez e gli al- tri non si lasciassero pigliare. «•«ss** I XXXVII. L giorno medesimo che il detto 1 maggiore esecutore ed io arrivam- ; mo insieme alla città di Cimpual , mia dove il Narvaez si era fermalo coi suoi soldati, subito che egli intese la nostra venuta, con ottanta cavalli e cinquecento fanti, olirà quegli che aveva lasciati nell'albergo, usci fuori della citta: era il suo alber- go una Moschea , la maggiore che fusse In quella città , la quale era motto ben fortificata . Egli accompagnato da que- sta cavalleria e fanteria, venne due leghe vicino al luogo dove io era . Non avea presentita la mia venuta , ma solo ne fu inleso per la relazione degl'Indiani; per cui, non avendomi trovato, pensò che l'avessero voluto ingannare, e se ne ritornò al suo albergo : nondimeno tenne sempre in ordine li suoi soldati , e lontano quasi una lega dalla città aveva lasciato due sentinelle . Perchè io desideravo grande- mente schivare gli scandali, mi parve, che più commodo e minore scandalo fusse andarvi la notte ; sarei entrato, se era possibile cosi tacitamente, che non avrebbero sentilo, e VIAGGIO 209 saremmo andati a diritto all'albergo del Narvaez, il quale avremmo saputo benissimo, io e i miei soldati, pigliarlo; e lui preso, stimavo che non succederebbe altro scandalo, perciocché giudicavo gli altri dover essere ubbidienti alla giustizia, tanto più chela maggior parte di loro era venuta seco astretta per forza da Didaco Velasquez, e per paura che egli loro non togliesse gli schiavi che avevano nell'isola Ferdinandina: e cosi avvenne. Nel giorno della Pentecoste, poco dopo mezza notte, assaltai il detto albergo: nondime- no trovai prima le sentinelle, che il detto Narvaez avea po- ste nella strada; e coloro ch'io avevo mandato avanti ne presero una, e l'altra fuggi; dalla quale intesi che ordine tenessero : ed acciocché la sentinella che era fuggita non giugnesse colà prima di me, m'affrettai quanto potetti. Nulla ostante non potei tanto affrettarmi, che quel soldato non arrivasse mezz' ora prima di me : cosicché quando ar- rivai, il Narvaez e tutti li suoi compagni s'erano di tutto punto armati, aveano apparecchiati i cavalli e s'erano molto bene disposti per ciascun dei quattro cantoni dell'albergo. Stavano vegliando dugento uomini; ma noi arrivammo tanto quietamente, che mentre intesero noi esser giunti e che fu gridato all' arme, già io era entrato nel cortile dell' albergo, nel quale erano in gran numero* Avevano anche occupate tre o quattro torri , che erano in quello edilizio , ed aveva- no fortificato anche le altre stanze del medesimo . Negli ac- cessi di una delle dette torri, dove abitava il Narvaez, era- no posti 19 pezzi d' artiglieria di bronzo ; ma fummo tanto presti nel salire, che non poterono dar fuoco ai medesimi, salvo che ad un pezzo, il quale, per volontà d'Iddio, non mandò fuori la palla e non fece danno ad alcuno. E cosi salimmo nella predetta torre, finché arrivammo alla stan- za del Narvaez, la quale egli, in compagnia di 50 soldati 310 CORTES difendeva valorosamente , combattendo contro il maggiore Esecutore e contro i suoi compagni. Benché molte volte egli li consigliasse a rendersi prigioni alla Maestà Vostra , nondimeno non vollero acconsentire finché non fu posto il fuoco alla torre, e stringendoli il fuoco , si resero. Mentre il detto Esecutore maggiore faceva ogni sforzo per prendere il Narvaez , io , insieme cogli altri ch'erano rimasti meco, difendeva l' accesso della torre contra coloro che tentavano dar soccorso al Narvaez medesimo : e feci pigliar tutte le artiglierie, e con esse mi fortificai di maniera , che senza uccisione d'uomini , meno die di due, i quali morirono di colpo di artiglieria, per ispazio di un'ora tutti quegli che io voleva prendere vennero in poter mio, e gli altri tutti, date le armi, promisero ubbidire a me, alla giustizia ed alla Maestà Vostra: affermavano essere stati ingannati, per- ciò che insino a queir ora il Narvaez avea detto loro aver commissione da Vostra Altezza , e che io insieme colla pro- vincia mi era rubellato ed era traditore della Maestà Vo- stra ; e molte altre cose simili aveva dette a loro . E avendo conosciuta la verità , e il cattivo animo e intenzione per la quale Didaco Velasquez ed il Narvaez s' erano mossi , eb- bero grandissimo piacere , che Dio, per la sua solita mise- ricordia e pietà , avesse posta la mano in questo negozio ; poiché se il detto Narvaez avesse ottenuto vittoria, ne sa- rebbe seguito maggiore incomodo e danno , che già per molto tempo , a comparazione , sia seguito tra Spagnuoli: perciocché avrebbe obbedito al comandamento di Didaco Velasquez d'appiccarmi pella gola insieme con molti miei compagni, acciò niuno restasse, che de'miei e loro fatti desse notizia . Oltrediché sarebbe anche successo questo , come poi intesi dagF Indiani : se per avventura il detto Narvaez avesse preso me (come egli avea lor manifestato ) , ciò noD VIAGGIO 211 si potendo fare senza danno mio e de9 suoi, vale a dire senza che molti dei suol e de' miei soldati non perissero ., aveano determinato, fra questo mezzo di uccidere coloro ch'io avevo lasciati nella città (lo che già avevano inco- minciato a fare) ; e dipoi, tutti insieme ragunandosi di as- saltar coloro che qui fusser rimasi ; di maniera che le lor province rimanessero libere r e non vi restasse ricordanza di Spagnuoli . E la Maestà Vostra non ha da dubitar punto , che se cosi avessero fatto r ed avessero eseguito la loro in- tenzione, le province ora soggiogate e quiete non si sarebbero vinte e quietale per ispazio di venti, anni di guerra .. *««- XXXVIII. L CORTESI, ■ AMICANDO LA CITTA' DI YtTT0VJ6I.ll , I VIE LOCHI DEI CAPITACI €0.1 TMCBHTO COXITI PEB I DCGBJTO KB MAXDÒ ALLA CITTA' M VBBA CIC- CE . — B COME POI , IKTESO CHI 15 TKMIITITAR «.'INDIA!» COMBATTI VASO LA BOJITBZZA B AVEVANO IRCCIATD I QUAT- TRO BRIGARTI*! CDE AVEVA FATTO FABB , LI BICE TOBJABB IXDIBTRO. re giorni dopo la presa del Nar- 1 vaez , noa si polendo nutrir tanta j moltitudine nella città, che era . quasi distrutta, perchè il Narvaex co' suoi compagni r avevano saccheggiata, non v* essendo più abitami ma solamente le case, spedii due capitani, ed a ciascuno di loro diedi trecento nomini: ed uno ne mandai alla città recentemente cominciala, del porto della quale ho già fatto menzione a Vostra Maestà; e l' altro inviai a quel fiume , nel quale dicevano aver vedute le navi di Francesco di Garay, perciocché io quel luogo fermamente lo tenevo per mio.Oltrediché ne mandai dugento, con gli altri solda- ti , atta città della Vera Croce , dove tulle le navi che aveva menalo il detto Narvaez sapeva che stavano sarte ; e quivi provvederci a quelle cose che io stimassi appartenere al co- modo di Vostra Maestà . E mandai un nunzio alla città di VIAGGIO 2ir> Temistitan, per il quale davo nuova di tutte quelle cose che mi erano avvenute, alli Spagnuoli ch'io avevo quivi lasciati . Dopo dodici giorni quel nunzio ritornò e portommi lettere del mio capitano e dei soldati , che mi certificavano , che gli Indiani , con grande sforzo avevano combattuto la fortezza, ed in molti luoghi avevano messo fuoco e fatte alcune mine: mi significavano quindi , che erano stati in grandissima fa- tica e pericolo , e che sarebbero stati tutti uccisi , se il Si- gnor Montezuma non avesse comandato agli Indiani che de- sistessero la detta impresa : ma nondimeno affermavano che erano ancora assediati, benché non fussero combattuti, e che gl'Indiani non lasciavano uscir nessuno di loro per due passi fuori della fortezza , ed avevano tolto una grandissima parte della vettovaglia che io aveva lasciata, e abbruciati li quat- tro brigantini che io aveva fatti fare nella detta città di Te- mistitan , e si trovavano in grandissima carestia d'ogni co- sa; laonde prega van mi che sollecitassi di dar loro ajuto . Io, veduta la loro necessità, e considerato che oltra gli Spa- gnuoli uccisi si perderebbe tutto l' oro e l' argento e le gioie che s' erano avute dalle province , e che si perderebbe la migliore e più nobile città che sia in tutto il mondo nuova- mente ritrovato, la quale perduta che fusse, sarebbonsi per- se eziandio tutte le cose che insino ad ora io aveva acqui- state in queste province , essendo ella la capitale alla quale tutte le altre città rendevano ubbidienza , subito comandai che li nunzi seguitassero i capitani che erano andati co' so- praddetti soldati , raccontando loro tutto ciò che i soldati Spagnuoli mi avevano scritto da quella città , e che di pre- sente, ovunque gli trovassero, facesserli tornare addie- tro per la più breve strada , che si potesse fare , alla città diTascaltecal, per congiungersi insieme co' soldati che era- no meco. E poiché furono giunti là, io feci far la mostra i 214 CORTES di tutti li soldati e delle artiglierie che potetti ragno tre : erano settanta uomini a cavallo e cinquecento/a piedi; e con questa compagnia, con la maggior prestezza eh9 io potetti, me n' andai verso Temistitan . In quel viaggio nessuno dei sudditi del Signor Montezuma mi venne incontra , siccome prima aveano usato, di fare , perchè tutte quelle province erano in tumulto, e le case rimaste quasi disabitate. Per questa cosa io. era in grandissima sospizione, che gli Spa- gnuoli che aveva lasciati nella detta città di Temistitan già fussero stati uccisi , e che tutti i popoli delle province si fossero ragunali,,e m'aspettassero io qualche luogo diffi- cile o in qualche gola di monti r dove più. facilmente mi po- tessero nuocere: e per questo. sospetto tenni i miei più ap- parecchiali che possibile mi frisse, Anche giunsi alla città di Tesnacan, la quale, come ho detto di sopra, è nella ripa del lago . Ivi dimandai a certi paesani quel che fusse avve- nuto degli. Spagnuoli che avevo lasciati in Temistitan ,. e mi risposero , che erano vivi. Comandai loro che mi menassero una canoa,. perciocché con quella, voleva mandare uno Spa-. gnuolo a veder Temistitan , e che mentre egli andava là bi- sognava che uno degli abitanti dimorasse appresso* di me. Uno degli abitatori della detta città, e mi pareva de9 princi- pali, perchè gli altri co' quali. io aveva pratica non appari- vano, procurò, che fusse condotta: una canoa e allo Spa- gnuolo ch'io mandavo diede per compagnia certi Indiani, ed egli rimase meco. E mentre il dello Spagnuolo montava nella canoa per andare alla città di Temistitan , vide andar- vi anche un'altra canoa, e V aspettò acciocché gli andasse più appresso; in quella v'era uno Spagnuolo di quegli che io aveva lasciati in delta città, e da lui intesi che tutti gli Spagnuoli erano vivi, meno che quattro o sei che erano stali. uccisi dagl! Indiani.; egli altri erano assediati a non gli VIAGGIO 215 lasciavano uscir della fortezza , e Don era loro dato alcuna cosa se non con molti denari ; benché, avendo udita la mia venuta, gl'Indiani avevano cominciato a trattarli meglio. Intesi inoltre , che Monlezuma non desiderava altro che la mia venuta, per potere avere libertà d'andare a sollazzo per la città come prima era solilo di fare; ma che egli te- meva che avendo io risaputo le cose le quali erano successe nella città , fossi perciò sdegnato , ed andar là con animo di far qualche danno: per cui istantemente mi pregava, ch'io deponessi lo sdegno, imperciocché di tutto il successo egli n'aveva ricevuto non minor dispiacere di me, e che niuna cosa era stata fatta di suo consentimento o volontà : e diede commissione, che mi fussero esposte molte altre cose per rimuovermi dallo sdegno che s' imaginava ch'io avessi concepito per li fatti successi, e mi facea pregare che an- dassi alla città tale quale io era stato prima ; perciocché al presente mandarebbonsi ad esecuzione i miei comandamenti non meno di prima, ed a quelli ubbidirebbero . Risposi eh* io non aveva concepito sdegno alcuno contra di lui , co- noscendo il suo buon animo , e stimando di certo esser tale . il tfflPTf ' ITT " TMfiTC ■ XXXIX. I A TESIISTITAS ED E>rAil SELLA COVS IL COHTESE ANDO' AD AFFRONTA» «DAL! tO»BATTKHOflU (ÌAGLIABDAMEJITE , ■ :0 KBLLA FOBTKZZA ; HA GLI SP.ICKCOL1 LO l giorno seguente vigilia di San ; Giovanni Battista; mi partii ed al* ' loggiaì tre leghe lontano da Temi- criDCuiigHCH.il [uocuaih g|jtaD. e j'aitro giomo, dappoiché ebbi udita la messa, seguitai il mio viaggio, e quasi avanti l'ora di mezzodì entrai Della città. Non incontrai molti uo- mini , ma vidi che alcuni ponti ne' crociali delle vie erano slati levati; lo che non mi piacque punto: nondimeno pen- sai clic l' avessero fallo per timore delle cose che avevano commesse, e acciocché giunto quivi gli facessi sicuri. Me o' andai dritto alla fortezza, nella quale, e nella moschea maggiore accanto alla fortezza, alloggiarono lutti coloro che erano venuti meco. Quelli Spagnuoli che erano assediati nella fortezza , ci ricevettero con tanta allegrezza come se avessimo data loro la vita, ovvero donata di nuovo, pen- sandosi già d' averla perduta . Quel giorno passammo in XXXIX. ED ENTRÒ NULLI INVI SUA HOLTITDDI» VI GRNTB VWM COMH IL CORTESE ADDO' AD AEFUONTAE : , I DUALI COMBATTERONO CAGLIA RDAW5 TE , ■ FIOCO NULLA FORTEZZA ; HA GLI SPAGNUOM LO giorno seguente vigilia di San ; Giovanni Battista; mi partii ed al- loggiai tre leghe lontano da Temi- '""^™T>.' 1™"' slitan; e l'altro giorno, dappoiché ebbi udita la messa, seguitai il mio viaggio, e quasi avanti l' ora di mezzodì entrai nella città . Non incontrai molti uo- mini , ma vidi che alcuni ponti ne' crociali delle vie erano stali levali; lo che non mi piacque punto : nondimeno pen- sai che P avessero fatto per timore delle cose che avevano commesse , e acciocché giunto quivi gli facessi sicuri . Me n'andai dritto alla fortezza, nella quale, e nella moschea maggiore accanto alla fortezza, alloggiarono tutti coloro che erano venuti meco. Quelli Spagnuoli che erano assediati nella fortezza , ci ricevettero con tanta allegrezza come se avessimo data loro la vita , ovvero donata di nuovo, pen- sandosi già d'averla perduta . Quel giorno passammo in VIAGGIO 217 gran letizia e festa, sperando d'aver quiete . L' altro di, dopo la messa, mandai un nunzio alta città della Vera Croce a dar buone nuove , che li Cristiani erano ancora vivi , e che io era entrato nella città , ed in quella me ne stava si- curo : ma due ore dopo ch'era partito , quel nunzio ritornò con molte ferite, gridando, che tutti gl'Indiani della città atti a portar arme ne venivano ad assaltarci , e che aveano levati via i ponti della città. Infatti, dopo lui sopraggiunse una infinita moltitudine di gente , che da ogni banda ci as- saltò ; di maniera che né le contrade , né le terrazze , né le strade, pel gran numero delle genti , si vedevano; e ne ve- nivano coi maggiori urli , e con le più terribili grida , che si potessero immaginare ; e tanti erano li sassi 9 che con le Sonde gittavano nella fortezza, che pareva che il cielo pio- vesse sassi ; ed era tanto il numero delle frecce e de' dardi scoccati , che tutte le mura e li cortili erano pieni in guisa che non vi si poteva andare . Io , uscito di casa , andai ad affrontarli; ma essi combatterono contra di noi gagliarda- niente , di guisa che uno de' miei capitani essendo uscito da una banda della fortezza con dugento uomini, prima che potesse ritirarsi gli furono uccisi quattro de' suoi, e rimase ferito con molti altri. D'altronde noi non potevamo uccide- re che pochi di loro, perciocché si ritiravano di là da ponti, e con sassi ci offendevano grandemente dalle terrazze delle case, delle quali n'espugnammo e abbruciammo alcu- ne : nondimeno erano tanto spesse , tanto fortiQcate , e pie- ne di tanti uomini e di sassi e d' altre varie sorta d'armi , che non eravamo potenti a combatterle tutte , e ad impe- dire, che non ci potessero offender , come piaceva loro. Combatterono tanto fortemente la nostra fortezza, che in varii luoghi vi posero il fuoco, e da una parte fece molto danno prima che gli potessimo correre in soccorso ; finché xi 28 218 CORTES lo spegnemmo col tagliar le pareti , e col violento gettare a terra de'palchi : e se quivi non avessi posto grandissima guardia , cioè uomini con balestre , con schioppetti ed altre artiglierie, certamente col lor subito assalto, non potendo noi far resistenza , e sarebbero entrati nella fortezza . Pu- gnammo lutto quel giorno insino a buio, e non potemmo riposare la notte a cagione dei lor gridi e romori, che con- tinuarono , finché sopraggiunse il giorno • Tutta quella notte attesi a rifar quello che essi avevano il giorno antecedente minato , e ad apparecchiar molle altre cose delle quali la fortezza mi pareva avesse di bisogno ; e accomodai alcuni forti, ed in quelli allogai li soldati che gli difendessero , e nel giorno seguente avessero a combattere • Furono medi- cati i soldati feriti , che erano più di ottanta . «**»♦ XL. con i «mei Dinamo cu altmo tkubiblli assalto alli TORTEZZA, E USCITO IL CORTESE l'CCISE ASSAI DI LODO *D Al- «■tJClft timi CAH , MA VITEOKO PIEITI CIBQUAUTA WAO-IUO- Ll. -SILU MACCHIMI CHE OLI SFÀtJIUOJ.l FAIBBICAHOEO. — COME IL SIGHOB MOMKZUMA FD CBXDSLJMSTI PISCOSSO CON ! esito ti dì, gì' inimici ri corabaUe- 1 roDo più gagliardamente the doq ' fecero il giorno avanti ; e taola era la moltitudine concorsa, che ai bom- bardieri non faceva di bisogno usar diligenza in pigliar la mira con arie , ma solamente , veduta la moltitudine degli Indiani dar fuoco all' artiglierie : e benché con quelle faces- sero loro gran danno ( perciocché olirà gli schioppi e le balestre adoperavamo contra gì' inimici quattordici pezzi di artiglierie ) , nondimeno appariva si leggero in tanta molti- tudine, che ci pareva di non offendergli punto; perciocché , tirato un pezzo d'artiglieria, a dieci o dodici che rimanea- 110 uccisi, ne sottentravano altrettanti. Avendo lasciato nella fortezza conveniente guardia, uscii subito fuori e presi al- cuni ponti, ed abbruciai certe case, ed uccidemmo assai di loro che si sforzavano difenderle ; ed era tanta la mottitu - dine, che benché avessimo fatta grandissima uccisione, non- Su C O 11 T e s dimeno pareva clic poro si diminuissero le loro forzi cfowUchè noi fossimo astretti a condiallerc il giorno in ed essi per ispazio di poche ore, avendo modo di poli cambiare, e tuttavia crescevano: por lo che in mi ■afe simo dì poterono ferire cinquanta o sessauta Spaglinoli ma come Dio volle non ne mori alcuno . Combattemmo ili' sino a notte, e stanchi ritornammo alla fortezza : ove , siderato il grandissimo male fattrici dai nemici, e che ci stando in luogo sicuro, ci ferivamo ed uccidevano, mentre il danno che noi loro facevamo non si vedeva, essendo b moltitudiue infinita, quella notte e il giorno seguente ci af- faticammo a fabbricare tre macchine di legno, in ciascuna delle quali potevano stare venti soldati , al sicuro dalle sas- sate che gl'Indiani gettavano dalle terrazze; e di quegli che v'erano dentro, alcuni portavano schioppi e balestre, ed altri martelli aguzzi di ferro, e vanghe e zappe, pei scavare e rompere le case, e guastar li ripari che gf In- diani avevano fatti per le contrade. Quando noi attende- vamo diligentemente a far le macchine, gli nemici però non mancavano di combatterci ; di maniera che mentre noi non uscivamo dalla fortezza, essi facevano ogni sforzo pereutrarvi, e con grandissima diflìcoltà e fatica potevamo mister e • .Ma il detto Monlezuma, il quale, insieme col li- gliuolo e con molli baroni ritenuti da principio era sempre dimorato appresso di noi, disse, che lo conducessimo nella terrazza della fortezza, che aveva deliberalo di parlare a' capitani di quel popolo; e sperava di fare che si rima- nessero di tale assedio. Comandai che fusse cavato fuori, ed affacciatosi ad una volta per parlar con loro di quivi, i suoi gli percossero la testa con un sasso, e gli tetra *i crudel ferita, che nello spazio di tre giorni se ne mori- nin- nai, I VIAGGIO 221 Comandai a due Indiani che io teneva prigionieri , che Io cavassero fuori della fortezza ; essi lo portarono al popolo . Nondimeno quello che avvenisse non so : ma per questo non cessò il combattimento , anzi ogni giorno s'accresceva , e diventava più gagliardo e maggiore . MI. ; " ■ | s quel medesimo di, io quell' Mes- so luogo dove avevano ferito il Si* ! gnor Montezuma, gl'Indiani cbia- "a°,! di>«ii indiani' marono me cod dirmi, ch'io an- dassi là, clie alcuni de' loro capitani desideravano parlar meco: e cosi feci. Parlammo di molte cose, e dimandai perchè m'assediassero, non avendone essi cagione alcuna. Dissi loro, che guardassero quanti benefìzi avevano avoli da me, e quanto mi fossi portalo bene con esso loro . Ri- spondevano, che se io mi partiva della provincia, subilo cesserebbe l'assedio; altrimenti io tenessi per certo, che volevano o tutti morire o del tutto mandar noi in rovina : i quali, siccome poi si vide, dicevan così, affJnchè uscissi del- la fortezza; perché, entralo nella città, speravano a li.r piacere ritenermi trai ponti. Risposi, che non dovevaoo pensare ch'io dimandassi la pace, perchè io temessi di cosa VIAGGIO ±5 alcuna , ma solo per dispiacermi e aver dolore del danno fatto loro, e per vedermi costretto a distruggere sì famosa città, come era quella. Mi dettero la medesima risposta; che cioè non lascerebbero il predetto assedio, se non uscissi della città. Fornite le macchine, subito uscii fuori per com- battere alcune terrazze e ponti , mandando avanti quattro pezzi d' artiglierìa , e molti soldati con balestre e scudi e più di tre mila Indiani, che erano venuti meco dalle province, di Tascaltecal, e servivano gli Spagnuoli . Poi- ché fummo arrivati al ponte , accostammo le macchine alle mura di certe terrazze , e le scale che avevamo por- tate per salirvi; ma tanta moltitudine d' uomini difendeva il ponte e le terrazze, e tanto spessi e grossi erano i sassi che essi con forza gettavano , che fracassarono le nostre macchine, e uccisero uno Spagnuolo, e molti ne ferirono : e benché gagliardamente si fosse combattuto , nondimeno non potemmo avere uscita alcuna . Combattemmo dalla mattina a buon9 ora insino a mezzogiorno, e con grandissimo nostro dispiacere ne ritornammo alla fortezza : onde gli nemici presero tanto animo , che ardivano di scorrere fino alle porte della fortezza, e presero quella gran Moschea, e forse cinquecento uomini de' primi salirono in una delle più alte e grandi torri di quella, e vi portarono dimolta vettovaglia, come pane ed acqua ed altri cibi, e grandissima copia di sassi . La maggior parte di loro aveva le aste con le punte di pietra larghe più delle nostre , e non meno aguzze ; e da quella torre offendevano grandemente i nostri, che erano nella fortezza , contigua anzi congiunta con quella. A questa torre gli Spagnuoli diedero due o tre assalti, e per salirvi fecero arditamente ogni sforzo : ma essendo alta e difficile da salire, che avea più di cento gradi , e coloro che stavano sopra essendo forniti di sassi e di molte altre sorta di armi, ed avendo preso maggiore ardire per non aver noi potai MCOpftr* alcuna delle terrazze, non cominciò mai a salini alcuno degli Spagnuoli, che scendendo non ne cadesse, mentre molti altri rimaneano feriti. Coloro che vedevano fare qnesle cose prendevano tanto 'animo , che senza paura da- vano l'assalto alla fortezza: ma vedendo che se essi tenevano lungamente quella torre, oltre i danni ogni giorno fallici crescerebbouo anche d' ardire per offenderci, uscii della for- tezza [benché poco mi potessi prevalere della man sinistra per una ferita che ebbi da loro il primo giorno), e legatami la rotella al braccio, con certi Spagnuoli che mi seguitaci uin. mi appressai alla torre, e procurai rhe diligentemente il pie di quella fosse circondato . Coloro che la circondavano non riposavano; anzi da ogni lato combattevano co'nemici, che, |rer dar soccorso a quelli che stavano nella torre, corsero in gran numero. Noi cominciammo a montare sulle scale, e benché con ogni sforzo gl'Indiani difendessero il salirvi, pure, dopo che tre o quattro Spagnuoli gittarono giù dalla scale, vi salimmo finalmente, con I' aiuto del Salvator no- stro e della beatissima sua madre .Maria ; e combattemmo tanto gagliardamente nella parte di sopra della torre, che gli sforzammo dalla delta torre a saitare in una ringhiera, die circondava la torre, di larghezza d'una statura d'uo- mo ; e di quelle erauvene d' intomo alla torre Ire simili albi prima , distanti quasi quanto sarebbero tre stature d'uomi- ni . Alcuni di loro caddero dalla cima al pie della torre; i quali, oltre che pativano per la caduta, quivi erano i dagli Spagnuoli: ma quegli, che s'erano fermi nelle ■ ringhiere, combatterono tanto gagliardamente con noi, e consumammo tre ore prima chi' gli potessimo uccidere: i quali ninno scampò, ma talli furono uccisi. E Vostra Stf Maestà presti fede alle mie parole: che fu cosa tanto difl V 1 A G G IO 225 l' espugnare questa torre, che se Iddio non avesse tolto loro le forze e l'animo, venti di loro facilissimamente avrebbero potuto vietare il salirvi a mille Spagnuoli, benché forte- mente avessero combattuto insino alla morte . Procurai di appiccare il fuoco a quella torre, e a tutte le cose che era- no nella detta Moschea; dalla quale già avevano levate tutte le imagini , che noi vi avevamo poste . xi. 29 XL1I. COME BL'DI UNI AVEVANO AL TCTTO DELIBERATO li' r i i unni: GLI IMMl LI . — COME LI SPAGNCOLI 1. 5CIROS0 , 1 l> AH- BRUCIABOJIO ASMA ISSI HE SA E, TIHRA1ZE E mitili, PRESERO QCAtTBC PO MI E LI llll .il IRONO. — E COME MOLTI S1UG\L<1- LI FURONO rEHITI. SPUGNATA clic fu quesla lorre, gli Indiani perdettero alquanto l'ardire, e a poco a poco da molli luoghi si ri- lirarouo . Io allora salii sulla ter- razza di detta torre, donde chiamai quei capitani che pri- ma m'avevano parlato, i quali pareva avessero alquanto abbassati) l'ardire, per le cose che avevano viste; e subito s'avvicinarono, e dimostrai loro, che ormai non mi potei vano resistere, e che noi ogni di facevamo loro gnudM- mo danno, e assaissimi n'erano decisi, ed abbruciava! e distruggevamo la lor famosa citta; né cesseremmo lìmi di lei e di loro vi fusse vestigio alcuno. Risposero , che b vedevano il gran danno elle ricevevano da noi, e che natii ne morivano; ma che nondimeno essi avevano del lutto deliberato d'ucciderci, e mi dicevano ch'io guardassi I1' contrade, le piazze e le terrazze, tutte piene d'uomini; | che affermavano aver fatto conto, che se di loro ne mori seni ventimila e de' nostri uno, tosto ci rìdurrehhono i vaino (teck. tetaa matti lutili issi h' noti»- VIÀGGIO 227 niente , dicendo noi esser pochi, ed essi senza numero . E delia loro deliberazione ne certificavano tutte le strade mat- tonate, per le quali s' andava in terra ferma , ch'erano state guastate , salvo una; per cui da niuna parte ci era aperta la via , se non per acqua . E ben dovevano sapere , che nou avevamo abbondanza di vettovaglie, né d'acqua, e non po- ter resister molto ; che moriremmo di fame, ancora che essi non ci uccidessero. E certamente dicevano il vero; che se non avessimo avuto altro combattimento che la fame e la carestia delle vettovaglie, era abbastanza a farne morire . Contendemmo assai , e ciascuno difendeva la sua causa. Ve- nuta la notte, uscii in compagnia di alcuni Spagnuoli, e, trovando gl'Indiani alla sprovvista, per forza prendemmo una contrada , ed in quella abbruciammo più di trecento case; e mentre vi concorreva la moltitudine, me ne ritor- nai per un' altro via , ed a questo modo abbruciammo più case di quella contrada , e massimamente certe terrazze vi- cine alla nostra fortezza, dalle quali ci offendevano gran- demente . Per le cose fatte in quella notte mettemmo loro qualche spavento : e nella medesima notte attesi a rifare quelle macchine di legno che l'altro giorno ci avevano fra- cassate, per attendere alla vittoria, che l'onnipotente Iddio ci preparava «Andai alla medesima contrada, dove il giorno avanti ci avevano guastate le macchine, e quivi non men gagliardamente che con valoroso animo ci fecero resisten- za : nondimeno , trattandosi della vita e dell'onore, essendo quella sola strada rimasa intera tra le molte che conduce- vano in terra ferma , benché prima che avessimo potuto giugnere a quella vi fussero di mezzo due grandissimi ed alti ponti e tutta la contrada fusse fortificata di pareti al- tissime, di case e di torri, ci venne lume di tanto vigore ed ardimento, e combattemmo di maniera, che prestandoci 55* CORTES Iddio favore e aiuto, pigliammo in quel giorno quattro pooti , e furono abbruciate tutte quelle terrazze e case e torri insino ali9 ultima . La notte avanti avevano fatti molti ripari di mattoni crudi e di creta nei detti ponti, per le cose avvenute la precedente notte ; di modo che l' artiglierie e le balestre non potevano lor nuocere : i quali quattro ponti riempiemmo di terra , e di mattoni crudi, e di molti sassi e i di travi delle case abbruciate; nondimeno non si potè far 1 tanto, che non fossero feriti molti Spagnuoli . Usai gran di- j ligenza quella notte in guardar quei ponti, acciocché di ; nuovo non ce li togliesse™ . XLIII. I SPAGXDOL1 PIKLTAHO GLI A CHE FHCE rillllUBi; IL COSTI», B COMI FKH COMP1ÀCRBE Al SUOI SOLDATI USCÌ DILLA CITTA', CONSEGNATO L' OBO I LI GIOII VILLA BACIA HAISTA* ALLI GIUDICI ■ BEGf.EMl . — COVI HIL PASSABI COMBATTERONO FOITINIITIB , B OLI SPA- GNOLI FEBOETTERO V ORO , LI GIOII, LI VESTI I V ABTI- GLIER1R CBI AVEVANO CAVATI, I ANDARONO ALLA CITTA* DI 'KB COMBATTENDO . i. giorno seguente, la mattina a buon'ora, uscii; eiddio onnipoten- te mi concedette buon successo: Pogu «i p™.te . perciocché sebbene fosse infinita la moltitudine cbe difendeva gli altri ponti, e vi fossero di mezzo e fossi ed argini grandissimi, noi li pigliammo ed empiemmo, ed alcuni a cavallo perseguitarono gl'Indiani fino in terra ferma , seguitando la vittoria . Mentre io face- va acconciare li ponti e riempierli, alcuni soldati vennero .a chiamarmi con gran prestezza dicendo, cbe gì' Indiani che avevano combattuto la fortezza, desideravano la concordia eia pace, e che aspettavano certi lor Signori e capitani. Qaivi lasciati tutti i miei soldati e certi pezzi d'artiglieria , andai con tutta la cavalleria a vedere quel che volessero CORTES nrcslassi \r.\ VIAGGIO «31 di noi, che se V onnipotente Iddìo miracolosamente non ci avesse liberati da quel pericolo, era impossibile scampare: e già pubblicamente, tra gli Spaglinoli che erano rimasi nella città, s'era sparsa la fama, che io era morto. Ed essendo giunto air ultimo ponte vicino alla città, trovai tutti li cava- lieri, che erano venuti meco, essere caduti nella fossa, e vidi on cavallo sopra il quale non era alcuno. Cosi io fui astretto, solo, a volger la faccia agli inimici , per dar tempo ai cava- lieri inseguiti di rialzars i, onde poter passare il ponte; poi io pure m'incamminai verso il medesimo, e quantunque lo tro- vassi sgombro , pur ci passai con gran pericolo , perciocché dair una e dall'altra parte bisognava saltar col cavallo quanto saria la statura d'un'uomo. E mentre io usciva del ponte, per- cuotevano me ed il cavallo con bastoni; ma comecché fossero bene armati, altro male non ci fecero più che il dolore, che pativamo per la percossa: cosi rimasero vincitori, avendo presi quattro ponti. Lasciata buona guardia agli altri quattro io me n' andai nella fortezia, ove feci fabbricare un ponte di legno , che comodamente lo potevano portare quaranta uo- mini: e considerato il gran pericolo nel quale eravamo, e il grandissimo danno che ogni giorno ci facevano gì' India- ni, e temendo che non guastassero, come avevano fatto delle altre, anche quella via mattonata che v'era sola rimasa (la quale essendo guasta saremmo stati astretti a morire ) ; ed anco perché motte volte fui pregato dai miei soldati che ci partissimo della città , attesoché il maggior numero di loro era ferito , e si malamente ferito che non potrebbe più com- battere co'nimici , quella notte* deliberai di compiacer loro; e pigliato l'oro della Maestà Vostra , e le gioie che si pote- vano cavare da quella sala , le consegnai accomodate in pic- cole some agli ufficiali di Vostra Maestà (i quali io aveva creali a nome di lei ) ed ai Reggenti ed ai Giudici e ad altri 234 CORTES die si trovavano esser presemi, predandoli e confortami che dessero favore e aiuto a trasportarle fuori. Ed a questo dlrilii diedi loro una mia eavalla , sopra la (piale ne posero quella parte che ella poteva portare; ed ordinai che certi Spagnuoli miei famigliari ed altri l'accompagnassero. Il re- sto dell'oro, quello posseduto dagli ufficiali, dai giudici, dai reggenti e da me, lo demmo e compartimmo Ira gli Spagnuoli, perchè lo trasportassero fuori . E lasciala la for- tezza con grandi ricchezze e della Altezza Vostra e degli Spagnuoli e mie, per lo più secreto modo che potemmo uscimmo , e menammo con noi uno de' figliuoli e tutte Ut figliuole del detto Monte/urna, e Cacamaciu Signore di Aruluacan, e suo fratello, che io avevo fatto Signore in luogo suo f e i Signori di altre province e città, i quali io tenevo prigioni; ed essendo giunto ai fossi occupati da- gl'Indiani, sul primo gettammo il ponte che avevo fatto portare con esso noi, senza molta fatica perciocché dìuqu ci faceva resistenza, eccetto alcune guardie, che stavano al di là del fosso , le quali si posero a gridare ; e prima eh* io arrivassi al secondo fosso si ragù nò infinita moltitudini' Je" nemici, e da ogni handa e per acqua e per terra si stu- diavano d'offenderci, lo subito passai con cinque cavai u-n e forse cento fanti, co' quali passammo tutti gli altri i'n—i nuoto ed occupai lutti i ponti sino in lerra ferma. E lasciati a fronte li fanti, ritornai al secendo ponte a'coloro che erano nell' ultima squadra, dove trovai che si combatteva sì forte- mente, che non si può estimare il danno che gl'Indiani face- vano agli Spagnuoli ed agl'Indiani di Churullecal, che BUM venuti con esso noi; i quali li avevano quasi lutti uccisi, ed anco avevano uccise molte donne che servivano agli Spa- simili, insieme con diversi Spagnuoli e alcuni cavalli. Egià avevano perduto l'oro e le gioie e le vesti, e molle altre cose VIAGGIO 235 che noi traemmo fuori della fortezza , e tutte le artiglierie. Ragunai quelli che erano rimasi vivi, e comandai che an- dassero avanti , mentre io, accompagnato da forse cinque a cavallo e da settanta fanti, che avevano avuto ardire di re- star meco, mi accinsi a prò leggere la loro ritirata: rimasi dunque dopo loro, sempre combattendo co* nemici, finché arrivammo ad una certa città nominata Catacuba, la quale è posta fuori, oltre tutta la strada mattonata; dove Iddio m' è testimonio di quanta fatica e pericolo io sostenessi e corsi; perciocché ogni volta che andavo addosso a'nemici ne ritornavo pieno di frecce e da ogni banda percosso da ba- stoni e da sassi ; conciossiachè dall' uno e dell'altro lato vi fusse il lago, e coloro che erano nelle canoe sicuramente ne potevano ferire: quegli che pigliavano terra, subito che andavo loro addosso si gittavano in acqua , ed a quel modo pativano poco danno, meno che alcuni, essendo la moltitu- dine grandissima, e l' uno urtando l' altro , cadevano e s'uc- cidevano . Mercè tal fatica e travaglio , finalmente riuscii a condurli tutti alla detta città , e non rimase ferito altro che uno a cavallo, il quale veniva dopo di me. Combattemmo con grande sforzo per fronte e per fianchi , ma con mag- gior impeto alla coda; perciocché la moltitudine che era nella città , sempre sottentrava a combattere più fresca e più numerosa . xi. 30 XLIV. E tOSTILlSTO CD» EBBI ui— PonrincAlosi is i SlMf.MOLI, E DILLI I7WUJUM | giusto alla città di Calacuua, ' essendo giorno, trovai i nostri dati in una delle piazze della che s'erano ristretti insieme, cendo di non saper dove s'andare; ad essi comandai s'affrettassero d' uscire della città, prima che il Domerò degli nimicì crescesse, ed occupasse le terrazze, dalle quali ci potevano offendere grandemente. Quegli che erano posti alla fronte, avendo detto dì non saper dove andari', io ;;li miti alla coda ed in persona andai alla testa, tinche usci-- imo detta città. Gli aspettai in certi campi lavorali: e quivi essendo giunti quelli che erano rimasi alle spalle intesi, dir avevano ricevuto grandissimo danno, die erano stali uccisi alcuni Spagnuoli e Indiani , e rimaso nel villaggio mollo oro, il quale gli nemici andavano raccogliendo. Quivi combattei ' cha VIAGGIO 235 cogF Indiani, Tinche i miei, passati avanti, occuparono un colle , nel quale era una torre , ed un albergo assai forte , cbe gì' inimici occuparono senza nostro danno , perciocché non mi partii di li, né lasciai passare i nimici prima che i nostri non avessero presa buona posizione al colle dove sa Iddio che fatica abbiamo sopportata; conciossiachè già niu. no de9 cavalli (che vi erano rimasi ventiquattro) poteva correre, né i cavalieri potevano alzar le braccia, né alcuno de' fanti non infermo, che si potesse muovere. Ed entrati in quell'albergo, in esso ci fortificammo; e quivi fummo combattuti insino a notte, di maniera che non potevamo riposare un' ora . Dopo questo travaglio fatta la rassegna , trovammo, che erano morti degli Spagnuoli centocinquanta, e tra cavalle e cavalli quarantasei; e più di due mila tra In- diani e Indiane che servivano agli Spagnuoli . Tra gli uccisi contavansi il figliuolo e le figliuole di Montezuma, e gli altri che menavamo prigioni. A mezza notte, pensando di non es- sere uditi da alcuno, tacitamente ne partimmo dall' albergo, lasciandovi dentro molti fuochi ; e niuno era tra noi cbe sapesse dove fussimoo dove dovessimo andare, se non uno del paese di Tascaltecal, che affermava di volerci guidare nella sua provincia, se il viaggio non ci fusse impedito. Ap- presso il detto albergo erano state poste dai nemici mol- te sentinelle ; le quali, subito che ci sentirono, chiamarono in aiuto, gridando , le città vicine ; e da quelle fu mandata fuori gran moltitudine d'Indiani, la quale ci seguitò insino al giorno ; e cinque a cavallo, che andavano avanti per di- scoprire, piombarono addosso ad una squadra d'Indiani, cbe nel viaggio si era fatta loro incontra , e ne uccisero al- cuni di essa, i quali, non servando l'ordine, s'erano spar- si. Ma perciocché d' ogni intorno crescevano gli nemici, di tutti i soldati che erano tra noi, feci scelta de' più sani, e gli 236 CORTES l»osi in ordinanza distribuendoli alia fronlc, alle spalle- ( ai banchi; e ordinai che li feriti stessero in mezzo, e -un meliti' comparili fili uomini a cavallo. Con queir ordine cai minammo tulio il giorno , combattendo da ogni banda; di maniera cfafi in qaclla Dotte e in tulio il giorno appresso camminammo più di tre leghe, e per grazia di Dio, ve- nendo già la notte, vedemmo un certo villaggio con un ottimo albergo, dove ci fortificammo. Quella rinite i nemici si rimasero di combatterci ; ma appena spuntava V alita, fum- mo di nuovo tumultuosamente aggrediti dalla, moltitudine La quale ne perseguitava. M*MOM*ft» XLV. COME IL COETEIB CHIUDI GIORNO IH DI OH HO SEM FU ■EMPIE ACCRESCEVA» LA ■I ED ILGEHEHALISgllIO. l giorno seguente, all'alba, col roe- . desimo ordine mi partii, marciar)* ' do i soldati alla coda ed alla lesta u. onta - ftriio . apparecchiati alla pugna : infatti dall'uno e dall'altro lato gli nemici ne perseguitavano, gridando e chiamando soccorso per tutta quella provincia, la quale era molto abitala . Benché fussimo pochi a caval- lo, pur gli assaltavamo; nondimeno poco danno facevamo loro, che essendo quel colle aspro, sovra di esso si ritira- vano. E cosi in quel giorno camminammo a lato a certi la- ghi, Anche arrivammo ad una certa città, dove pensava- mo avere qualche contrasto con gli abitatori di quella : ma subi to che giugnemmo , abbandonate le case se n' andarono ad altre città vicine, mentre noi dimorammo nella loro città quel giorno e l'altro; perciocché e li sani e gl'infermi erano stanchi per la fatica e per la fame, ed arsi per la gran ■SS CORTES sete, e i cavalli non si potevano più sostenere in piè:r quivi trovammo del mail , del quale mangiammo e lesso ed arrostito, e ne portammo con noi in viaggio . Il giara seguente mi partii , essendo sempre seguitalo dai nemici , i quali dì continuo ci assalivano e di dietro e d'avanti, e lur- - bavaiio con altissime grida- Seguitammo ii cammino perii quale ci conduceva uno di Tascallecal, so (Tre n do ogni sorta di fatiche e travagli, perchè molte volte eravamo astretti a uscire dalla via diritta e ad errare per luoghi aspri e silve- stri. Avvicinandosi la sera venimmo ad una certa pianura, nella quale erano alcune piccole abitazioni; e quella notte alloggiammo incomodamente, e con carestia di vettovaglie. L'ali!" giorno, la mattina di huon' ora , mentre ci accinge- vamo a continuare il viaggio, gli nemici cominciarono ad ag- gredirci : seguitammo, e con loro scaramucciando arrivam- mo ad una gran terra, al cui sinistro lato, in cima di od piccolo colle, erano alcuni Indiani. Pensando di potergli pren- dere , essendo vicini al nostro cammino, e per certilicarmi se fnssero più di quelli che si vedevano, me n' andai là ac- compagnalo da cinque cavalli e dodici Tanti, e circondai il colle: ma dopo di esso era una grandissima nmltiludiiie di uomini posti in aguato, co' quali combattemmo tanto, che essendo il luogo, dovcsi erano fermati, alquanto aspro e sas- soso, e la gente influita, e noi pochi, fu necessario ritirarsi verso la terra , dove erano i nostri, e di II mi partir mala- mente ferito da due colpi di sasso. Poiché n'ebbi fasciate le ferite, ordinai agli Spaglinoli che si partissero dalla terra: perciocché non mi pareva che l'alloggiamento fusse. sicuro. E procedendo di questa maniera seguitati dagl' Indiani, an- dammo ad un'altra terra, che dalla sopradetta era datante due leghe, e quivi un numero infinito à' Indiani d assaltò. e combatteron con noi talmente, che ferirono quattro o VIAGGIO 2Ò9 cinque Spagnuoli e altrettanti cavalli, ed un cavallo uccisero: e benché il mancamento di quello ci fosse di grandissimo in- comodo e ci gravasse molto la sua morte , che , dopo Dio , non avevamo difesa alcuna se noo li cavalli, nondime- no ci ristorò grandemente mangiando la sua carne e la sua pelle, di modo che nulla vi rimase, tanto eravamo stretti di fame . Perciocché dopo la nostra partita dalla gran città, non avevamo mangiato cosa alcuna se noo maiz lesso ed arrostito , ma di maniera che mai ne restavamo satolli ; e similmente erbe, che coglievamo nei campi. E considerato che ogni giorno crescevano le genti de9 nemici, mentre noi ogni giorno scemavamo , quella notte, medicati li feriti e gì' infermi che menavamo , ordinai che alcuni fussero po- sti a cavallo , ad alcuni feci mettere le crucce sotto le brac- cia; e feci fabbricare altre sorta di sostegni e aiuti per far viàggio, acciocché gli Spagnuoli, che erano senza infermità o feriti, fussero liberi al combattere: e penso , che Iddio mi suggerisse tale prudenza, siccome per prova si vide il gior- no seguente ; perciocché, essendomi quella mattina partito dal detto albergo, ci assaltò una grande e infinita moltitu- dine d'Indiani, e tanta di dietro, davanti e dai fianchi, che niente appariva di vacuo della campagna circonvicina: e battagliavan con noi da ogni banda si aspramente , che noi non ci potevamo conoscere Pun l'altro; tanto cammi- navamo stretti e mescolati insieme . E certamente credem- mo quel giorno esser I' ultimo della vita di tutti noi , consi- derando la moltitudine de' nemici e la debolezza, che trova- rono in noi da resister loro, essendo quasi tutti feriti e mezzi morti. Nondimeno l'onnipotente Iddio si degnò mostrare la sua misericordia: perciocché con la nostra stan- chezza rompemmo la ferocità e superbia dei nemici , e dei principali toro capitani furono morti assaissimi ; essendo Mita la moltitudine e I» affollamento , chea I' un I "altro di combattere. Camminammo con questa fatici l.t maggior parte del giorno, finché l'onnipotente Iddio ne fi'ce grazia, clic fusse ucciso colui, che era il capo trai mici; il quale tolto via, cesso ogni combattimento: od a modo stemmo alquanto spazia quieti, benché, ne seguitasi insino ad una certa piccola casa che era nella pianura, dove quella notte alloggiammo al sereno, e d'onde vedevamo certi monti della provincia di Tascaltec.il ; della qual cosa presi non picco l piacere, conoscendo la contrada, esapendo ora- mai verso qual luogo dovevamo andare, ancora che non te- nessimo per certo gli abitatori di quella provincia esser fa- deli amici: perciocché credevamo , che vedendoci così deboli dovessero esser quelli che ponessero fine alla nostra vita, per Conseguire la pristina libertà. Il qual sospetto ci acrecó tanta afflizione, qoanta n'avevamo, quando combatteva! co' nemici . o ne nero •«•■^snKaa» XLVI. COMI IL COBTBSE ARSIVO ALLA CITTA nOriNCIA DITAMALTSCAL, DOTB FOIBNIQHAMBKTBBICBVCTO r VISITATO DA TUTTI LI SIGTIOBI DI «OBLUB PROVINCE, E FAT- TOLI VOLTI OFflRtl L' ACCOMFAGNAUONO AD USA CITTA' POCO DISTASTE, ACCIÒ SI HTl-OSASfK I RISTORASSE; DOVE IM'HSE , UCCISO DAGLI DBL VA LOIE DI TBIKTAHILA FUI n'OHO, I INDURI DI CH.UA, E CUB IALLA CITTA VI VESA CI l giorno seguente, la mattina all'al- ba, cominciammo ad entrare la | una via piana, che direttamente con- ITcBri^i. mn v uè fm«T duceva alla prò vinci» di Tascalte- ca| , e per la quale pochi dei nemici ne seguitarono, benché quivi fossero vicine assaissime città : nondimeno , dalle col- linette cbe la fiancheggiavano, alcuni da lontano ci grida- vano dietro . E cosi in quel giorno , che fu domenica addi 8 luglio 1520, uscimmo di tutta la provincia di Culua, ed ar- rivammo ai luoghi della detta provincia di Tascallecal , e alla città di Gualipan, cbe ba quasi quattromila case, dove fummo dagli abitatori ricevuti benignamente. Ivi ci risto- rammo alquanto dalla fame e dalla stanchezza cbe pativa- mo ; benché molle cose da vivere che ci davano , ce le (las- serò per denari, ed alcuni non volevano se non oro, ed cranio a forza costretti a darlo per la necessità che pativa- mo. Qui stemmo tre giorni, dove mi vennero a vedere il nimjUracin di Sccutengal, e tulli i Signori di quelle province: i (juali si sforzarono di consolarmi circa le cose che mi era- no intervenute, dicendo, che spesso mi avevano av visato,che quel li di (ìuIuli erano traditori, e che mi dovessi guardar ili loro, ma che io non avevo voluto mai prestare loro fede: ora però che avevo scampata la vita, in corali vanmi e india- » .unni a star di huon animo, poiché volevano aitarmi finché avessero lo spirilo, e offrirmi il modo di ristorarmi del danna chequei di Cu Ina mi avevano fatto; perchè olire l'obbligo che n'aveano come sudditi dell' Altezza Vostra , si dolevano e attristavano della morie di molti lor fratelli e figliuoli, che in mia compagnia erano stali uccisi, e d'altre varie ingiurie ricevute dai Culuani nei tempi passali : laonde mi assecura- vano , che mi sarebbero fedeli e veri amici ■ Poi mi consi- gliavano , perchè io e gli altri miei compagni tulli eravamo feriti , di andare a una citlà che era distante quattro leghe da quella terra, ove potremmo riposare; moni re essi prov- vederehhero che fossimo med cali e ristorati delle nostre (it- tiche e stanchezza . Gli ringraziai , e acconsentii alla loro richiesta; egli regalai di una parte di alcune tarsie, di qinlle che avevamo portate, benché poche, delle quali ebbero pan piacere . Andai con loro alla citlà, e avemmo buono albergo. Il maijkcacin provvide che mi fosse portato un letto composta ili legni con alcuni ornamenti che essi usa- no, dove dormii; che non n'avevamo portalo alcuno con osso noi : e ci befl parte di ogni cosa che aveva e poteva avere per nostro ristoro. In questa città , alcuni de' miei familiari ed altri della mia compagnia , quando passai an- dando a Temistitan, avevano lasciato alcuni oggetti (ciò* argento, vesti , ed altri ornamenti casalini , ed alcune cose VIAGGIO Ìt3 da vivere che le facevo condur meco ) , per essere più spe- diti nel viaggio, nel caso che alcuna cosa c'intervenisse: e intesi, che un altro mio familiare, partito dalla città della Vera Croce, mi portava vettovaglie ed altre cose ; e che con lui erano cinque uomini a cavallo e quaran- tacinque fanti, tutti oppressi da malattia, i quali simil- mente avevano portate certe cose preziose dalla detta ci Uà: e già erano risanati, e avevano preso tutto l'argento e ahre cose mie e de' miei compagni , e settimila pesi d' oro colato (il peso è quasi del valore di due fiorini d' oro), che avevo lasciati, ivi in due casse, ed altri fregi e ornamenti, oltra gli altri quattordicimila cast igl ioni in pezzi d'oro che ave- va avuti nella provincia di Teuchitibeque quel capitano che io mandai a fabbricar nuova città in Quacucalco, ed egli quivi gli aveva lasciati, e molti altri oggetti del valore di più di trentamila pesi d' oro ; e con tutte queste ricchezze s'erano posti in via: ma li predetti Indiani di Culua ave- vano ucciso quel mio familiare nel viaggio, insieme coi detti Spagnuoli, e loro avevano tolto ogni cosa che porta- vano , e alcune scritture eh' io avevo raccolte insieme cogli abitatori di queste province. Similmente intesi , che aveva- no uccisi diversi Spagnuoli nel viaggio , mentre andavano alla città di Temistitan, pensandosi ch'io quivi me ne vi- vessi pacificamente , e che le strade fussero sicure come solevano esser prima . Per la qual cosa ( io dico il vero ali? Maestà Vostra) tutti si fortemente ci attristavamo e doleva- mo, che nulla più ci potevamo dolere ne attristare; tanto più che oltra la perdita dei detti Spagnuoli uccisi nella gran città, e ne' ponti, e ciò che poi n' intervenne nel viaggio, mi avevano messo in sospetto che avessero assaliti ancora quegli che erano rimasi nella città della Vera Croce , e co- loro eh' erano amici nostri udita la nostra rotta si «fussero 9M CORTES ribellati. K subito spedii alcuni nunzi, con certi Indiarli (fa gli guidassero , ai quali ordinai, elle non andassero insino ;i quella città per te strade comuni , e che tosto mi avvisas- sero di ciò die ivi si Taceva. Piacque all'Altissimo Iddio , che l'ussero trovali salvi gli Spagnunli della Vera Croce e lutti li paesani che avevamo per confederali Umani j'a- cilici e quieti , ed all' incontro avessero dispiacere della no- stra ratta : la qtinl nuova apportò grandissimo alleviamento alla nostra perdita e malinconia. Stetti in questa provin- cia di Tascaltwal venti giorni , attendendo a far medicare le mìe ferite, le quali s'erano esacerbate per la lunghezza del viaggio e per non averle medicate: e massimamente quelle della lesta: il simile era avvenuto alle ferite de' miei compagni, de'quali alcuni morirono per effetto di esse « per le palili? fatiche; e alcuni rimasero storpiali e zoppi per le ferite, e pochi medicamenti e ripari vi trovavamo per rimedio, lo rimasi storpiato di due dita della mano sini- stra . I XLVI1. UIC» *« I»' ASDÒ ItELLA PROVINCIA VI TBPItCA , DOVI GLI «I t esiti t armate; collb ovali WiKHV», E IH VENTI GIORNI WMCIOGO MOLTE LOBO CITTA* B TBBBB . — COMI LI NAVI DI rBAllCHCO DI BABAI «tOltftBBO NBL PORTO DBLLA TBBA CHi.CE TUTTB MAI.CO.tCK, B GLI CO- Mlitl DI BMI UCCISI O FBBITI . WUKLfà !i miei compagni, vedendo già molli esser morti , e quelli eb' erano ri- masi vivi esser deboli e pieni di fé* ladini nguMi m gosdùti. rite , divenuti più timidi perii corsi pericoli e per le fatiche sofferte, temendo delle cose future, mi richiesero eh' io dovessi andare alla Città delia Vera Croce, dove ci fortificheremmo prima che gii abitatori delle province amici nostri , sapendo la nostra rotta e la piccola forza in che eramo ridotti , facessero lega co' nostri nemici ed occupassero li stretti e li passi per i quali dovevamo an- dare. Uniti noi a que'della Vera Croce , saremmo più forti e più sicuri , sempre sorgendo in porto alcune navi e la città essendo fortificata ; per cui meglio ci potremmo difendere, se ne volessero assalire , fioche mandassimo alle Isole per dimandar soccorso. Ma riflettendo, che se io mostrassi ■iHi CUBTE5 alcuna paura ai paesani, e massimamente agli amici, be ciò esser cagione, che più loslo ci abbandonassero e le- vassero contra
  • i faceva, per via della quale dovea seguire la quiete di tulle quelle province come era stalo prima; perciò deliberai di non passare in niun modo li monli verso il mare, ponendo da banda tutti li pensieri di fatiche e disagi , che potessimo patire: e dissi, eh' io non volevo rimanermi da questa guer- ra, perciocché oltre il biasimo e la vergogna, che ne risul- terebbe alla mia persona e ai miei compagni, era rosa di mollo pericolo a Voslra Maestà , e pareva che noi facesse ino congiura contra di lei: anzi io avevo determinato in (ulti i modi a me possibili di ritornare contra gli uimici e offenderli in lutto ciò che io potevo. E cosi essendo dimo- rato venti giorni in quella provincia, non guarito perfetta- mente delie ferite, co' compagni ancora deboli, andai a un'altra provincia nominala Tepeaca , che era confederala con le grilli di Culua, nostre nimìclie : nella quale io nm iulcso che erano slati uccisi dieci Spaglinoli, che venivano dalla città della Vera Croce alia gran città di Teniistitan, perciò che per quella provincia era il drillo viaggio tra que- sti due luoghi . La provincia di Tepeaca confina con quella di Tasrallecal , la quale è grandissima. E nell'entrare della provincia di Tepeaca ci si fecero ineontro con l'armea*- saissiina genie, e ne vietarono l'entrata con ogni loro -for- zo , ponendosi ne' luoghi diflìcili e forti . E per non andare raccontando particolarmente ogni cosa che ne occorse in VIAGGIO in quella guerra perciò che sarei molto lungo, e molto accre- scerei il libro, mi ristringerò a dire, che fatta l' ammonizione di venire ad ubbidienza uniformandosi ai comandamenti fatti loro circa la pace a nome di Vostra Maestà , e non gì! volendo essi eseguire, facemmo loro guerra e spesse volte vennero alle mani con esso noi ; nondimeno , per divino aiuto, e per la real fortuna di Vostra Maestà, facemmo loro gran danno e molti ne uccidemmo , mentre essi in quella guerra non ferirono o uccisero alcuno Spagnuolo . E ben- ché questa provincia sia larghissima , nondimeno nello spa- zio di venti giorni soggiogai molte città e terre di quella, e la pacificai e quietai interamente : li Signori e baroni di quelle vennero a offerirsi per vassalli a Vostra Maestà , e da tutte ne cacciammo via molti di Gulua, che erano ve- nuti in quella provincia per infiammar gli animi de'suoi abi- tatori a far guerra, e impedire che né per forza né libe- ramente pigliassero la nostra amicizia • Di maniera che to- sino ed ora sono stato sempre occupato in questa guerra , la quale non è ancora finita; che ci rimangono ancora certe ville e terre da pacificare, le quali spero in breve, col favor di Dio , di metterle sotto la real Signoria di Vostra Maestà • In una parte di questa provincia , dove uccisero quei dieci Spagnuoli , ho scritto per schiavi alcuni degli abitatori; dei quali la quinta parte è stala consegnata agli ufficiali di Vo- stra Maestà , perciò che in quella gli abitatori sono sempre stali bellicosi e molto ribelli , e furon presi per forza d' ar- me ; e olirà il delitto commesso d' aver uccisi gli Spagnuo- li, e di ribellarsi alla Maestà Vostra , tutti mangiano carne umana; e perciò che questo è pubblicamente manifesto, non soggiungo intorno ad essi cosa alcuna a Vostra Maestà; e anco mi son mosso a scriver gli schiavi, per metter qual- che paura agli abitatori di Culua, de' quali ne sono molti in quella provincia , non dissimili a questi; e se per avventili non fossero severamente castigati non si pari irebbero mai dal mal fare. In questa guerra ci banno dato aiuto gli abi- tanti di Tascaltecal, di Cburulteral e di Guasacingo , cbe hanno con noi confermala l'amicizia, e crediamo che sem- pre serviranno come fedeli vassalli della Maestà Vostro. Mentre stavamo nella provincia di Tepeaca impacciati io questa guerra, mi furono portale lettere della città delia Vera Croce, per le quali mi era dato avviso, cbe due navi di Francesco di Garai erano arrivale nel porlo della detta dita tulle battute: e come già si vide, il dello Francesco di Garai aveva mandato di inumi a quel fiume di l'unum del quale già di sopra feci menzione a Vostra Maestà; egli abitatori di quella provincia avevano combattuto con esso lui , e gii aveva uccisi sedici o diciassette compagni e molli feriti ; ed uccisi anche selle cavalli : e coloro che eraou scampati, notando aveano raggiunte le navi, a fngfrtifcl si erano salvali . Il capitano ed essi orano gravemeoh- hal- tuti e feriti ; e il luogotenente clic io avevo quivi lascialo al governo, gli aveva ricevuti benignamente e falli medicare: ed acciò meglio si risanassero, aveva mandato una parie dei predilli Spaglinoli a un certo Signore di quella piotili- eia vicino alla della città e nostro amico, dove egèi Kji provvedeva loro di tulio. La qual disgrazia del Garai e dei suoi compagni uon ci fu dì minor dispiacere ette li nostri paliti disagi, li forse cbe non gli sarebbero inlcrveiiule colali cose , se altra volta fusse venuto da me, come di H* pra Imi raccontalo a Vostra Maestà; perciocché conoscendo tulle le cose che sono in questa province , ne potati M cerlilicaloda me, e non gli sarebbero intervenute le cose cbe vii erano accadute . XLVIII. COMI IL CORTI5B , rATTO MOLTI RAGIONI DELIBERÒ BDIFICtRE UNA CITTA NULLA PRO- VINCI» IH TIKACA A IICURIKZA Di' CONFINI; BD ORDINO BIU- DIC1, BBGT.ENT1 ED ALTRI UFFICIALI: E POVB LA CITTA' FU COMINCIATA PROCURÒ DI FABBRICARVI L'HA ROCCA . ! oichè ebbi racquistata una parte di I questa provincia, la quale fin' ora | sta pacifica e soggetta al rea! servi- cwt*. in cwiigiia co-Moi ukiiiì. zio della Vostra Altezza , io insieme coi suoi ufficiali , facemmo consiglio per stabilire , che or- dine si doveva tenere pella conservazione di quella provin- cia. E considerando , cbe gli abitatori di essa, dopo essersi fatti sudditi di Vostra Altezza se gli erano ribellati , ed ave- vano uccisi li detti Spagnuoli; e che per quella provincia doveano necessariamente passare sì gli uomini che tutte le mercanzie, che dai porti marittimi volesser condursi all'altre province in' terra ferma ; per cui , se la delta provincia ri- manesse sola come prima, gli abitatori dello stato di Culua, eoe confina con essa, di nuovo la indurrebbero e persuade- rebbero a levarsi contra di noi e ribellarsi alla Maestà Vo- stra, onde nascerebbe impedimento e danno incredibile alla difesa di queste province e al servizio di Vostra Altez- za, e cesserebbe il commercio, non essendovi io tutta quella 250 CORTES marina se non due porti , e quegli molto pericolosi e diffi- cili; per queste e molte altre ragioni che fauno al proposito, ne parve, che per ischi vare le sopraddette cose si dovesse edificare una città in luogo piùl accomodato di quella pro- vincia diTepeaca, dove concorressero le qualità e cose ne- cessarie per gli abitatori . E per mandar la cosa ad effetto, ponemmo nome alla città Sicurezza de' Confini ; e nominai li giudici e reggenti , e gli altri ufficiali, siccome è costume di fare. Elper maggior sicurezza degli abitatori di questa città , in quel luogo dove ella fu cominciata , procurai che fussero portate le cose necessarie per fabbricare una rocca ; perciocché in questa provincia si trovano cose ottime: laon^ de userò quella maggior diligenza che mi sarà possibile, af- fine che gli Spagnuoli abbiano, modo di mautenervisi e di- fendersi . t*Vm XL1X. tv «Mirri DI CBBTO nCIN P*l GIOSI ■ «ASDA- ■ 0^0 RILASCIATI. — IL COSTEI! , ph ispidib qiklla cena ha. bntrb io scrivevo qaesla relazione mi vennero a trovare gli ambascia- | tori di un Signore di una certa ciL &«■»« d.MeuKopr.gioi.gri. là, la quale si dice, due é lontana quindici leghe da questa provincia, ed è chiamata Guacachu- la, posta nella foce di un monte donde si passa nella provin- cia nominata Messico: ed in suo nome m'esposero, Che da pochi giorni in qua erano venuti per render la dovuta ubbi- dienza alla saera Maestà Vostra, e se l'erano dali per sudditi e vassalli: e che non li riprendessi del ritardo, perché ciò non era da loro dipeso: e mi facevano certo, che in quella città erano albergati molti capitani di Cui uà, dove eraiwinarme, Ira la città e la campagna pel raggio di due leghe, da venticin- que in trentamila uomini, che slavano a guardare. la foce ed il passo, acciò non potessimo passare di là, ed anco pervie* tare agli abitatori delle altre città «.province, che non faces- sero servizio all'Altezza Vostra, né pigliassero amicizia me- co; infatti alcuni sarebbero già venuti al servizio di Vostra Maestà, se coloro non gli avessero impediti. £ mi coufor- ì:.ì cortes lavano a dar rimedio a questa cosa; perciocché «lira I pediDuntO fallo loro, che erano di buon animo, gli abita- tori di-Ile altre città e province a me confederale pativano grandissimo danno, essendo qnc' di Culua e i loro alleati gente alta alla guerra ed in numero immenso; per cui soni' mamente gravavano e malamente trattavano gli alleali mi e sudditi della .Maestà Vostra, e quelli che mostra vai proclivi ad obbedirla, togliendo loro le robe e le mogli le altre cose . Finalmente i detti ambasciatori chiedevano istruzioni, onde potere agire conforme ai miei desideri!, pro- mettendo, ebe se io prestassi loro aiuto, essi dal canto loro eseguirebbero fedelmente i miei comandamenti. Poiché gli ebbi ringraziati del loro avviso e profferta, assegnai loro tredici soldati a cavallo, n'agente fanti Spaginali e trenta- mila Indiani amici nostri, e promisero dì condurgli per un luogo, che gli nemici non ne polrebbono avere notizia giunti che ftissero appresso alla città, il Signore e gì tanti di lineila, li vassalli e li confederali, ebe già Km apparecchiati, circonderebbero gli alberghi, dove BUM al- loggiati lì predetti capitani nemici, e gli avrel>l>ono a presi ovvero uccisi, prima che le loro genti potessero soc- correrli ed aiutarli; e mentre la moltitudine dille genti com- pariva, gli Spaglinoli sarebbero già entrali nella città, e combattevano con loro ed a quel modo gii vincerebbero. Essi, partendosi, passarono per la città di ChurulUcal e per qualche parte della provincia di liuasueiugo , che con- fina colla provincia di questa città di Guacachula. Lontano quattro leghe da quella, ed in una certa terra della detta provincia di Guasucingo, dicono essere slati avvertiti gli Spagnuoli , che gli abitatori della detta provincia erano confederati con quelli di Guam ri mia e con quei dil'ulua, e con questa scusa menavano gli Spaglinoli a questa citta pei liei i; e " VIAGGIO 253 assalirli tutti insieme e ucciderli : e rinnovandosi la paura che quelli di Culua ci misero nella loro provincia e città, questo avviso apportò gran timore agli Spagnuoli, i quali andarono investigando ed esaminando; e poiché ebbero in- tesa la cosa, fecero prigioni lutti li Signori di Guasucingo die andavano con esso loro, e similmente gli ambasciatori della città di Guacachula; e avendoli fatti prigioni, se ne ri- tornarono alla città diChurultecal, che era lontana quattro leghe da quel luogo , e di lì mi mandarono tutti li prigioni, accompagnali da alcuni cavalli e fanti, con l'informazione avuta: li capitani scrivevano, che li nostri soldati eran di- ventati molto timidi ; e pareva loro quella guerra pericolo- sa. Poiché i prigioni furon venuti, ogni giorno parlava loro per interpreti; e usata ogni diligenza per trovar la verità, mi parve , che gli Spagnuoli non avessero ben compreso ; laonde comandai subita che fussero liberati , e feci loro molte carezze affermando, che io veramente credeva loro esser fedeli vassalli della Maestà Vostra, e che volevo an- dare in persona a combattere con quei di Culua • E per non mostrare viltà e paura agli abitanti delle province, si amici come nimici , mi parve (poiché avevo comincialo a far lor guerra ) di non rimanermene ; e similmente per le- var la paura che era entrata negli Spagnuoli, deliberai di lasciare li negozii e le spedizioni, alle quali attendevo perla Maestà Vostra, e subito, più presto che io potetti, mi par- tii . Presto giunsi alla città di Gburultecal , che dai luoghi sunnominati è lontana otto leghe; quivi trovai gli Spagnuoli, i quali ancora affermavano, che essi tenevano per certo il tradimento ; e nel medesimo giorno albergai in una terra suddita della provincia di Guasucingo, dove quei Signori erano stati fatti prigionieri. w w ■ m » ■ ^0~m ^t J iiin DOMI TIUV AMO * ■i vi està virtuuu ì MillHltMf. B l giorno seguente, venuti d'accor- 1 do con li ambasciatori diGuacacbu- ' la donde e in the modo dovessimo r.j, pi^ ^ mjkcuu aDn entrare ne|la Je[[a eliti, ci pouetU- nro in cammino un' ora avanti giorno, e quasi a dicci nntemcridiane arrivammo a quella dove andavamo . leghe lontano mi vennero incontro per ricevermi alcuni basctatori della detta città, e rui avvisarono, che gii tu ita era apparecchiala all' impresa, e che ^li ninnici non avevano in- tesa la mia venula , perciocché le spie e le vedette die avevano poste nelle strade, le quali erano degli aJMIaloH della città, le avevano fatte prigioni, e similmente l'altre etti- VIAGGIO 255 tutte, che li capitani di Gulua avevano ordinato, che salis- sero sopra le mura e le torri, donde potessero guardar la pianura: e perciò tutta la gente nemica stava sprovvista ed in ozio, confidandosi nelle guardie che aveva poste, ed io potevo appressarmi senza lor saputa. Mi affrettai dun- que di arrivar là prima che intendessero la nostra andata ; perciocché noi camminavamo per la pianura, e facilmente ne potevano vedere dalla cktà . E con effetto si conobbe , che noi fummo visti dagli abitatori della città, i quali ve- dendoci esser vicini,. subito circondarono gli alloggiamenti dei capitani di Gulua , e cominciarono a combattere con gli altri, che erano alloggiati per la città. Ed essendo io lonta- no da quella quasi un tiro di balestra , mi vennero incon- tra menandomi quaranta mila prigioni . Nondimeno sempre sollecitavo di entrare nella città, nella quale si sentivano grandissime grida di coloro , che combattevano co1 nemici per tutte le contrade . Guidato da uno della città giunsi al- l'albergo dove stavano li capitani, il quale era circondato da tre mila uomini che eombattevano»per entrarvi , ed oc- cupavano tutti li luoghi alti e le terrazze; e li capitani , e coloro che si trovavano seco loro 7 benché fussero di poco numero, combattevano gagliardamente e con molto ardore, sicché non vi potevano entrare; perciocché, oltra che combattevano forte e valorosamente, il loro alloggiamento era fortificato: nondimeno, subito arrivati entrammo, e seguitò dopo noi tanta gente della città, che per niun modo potemmo impedire, che non uccidessero alcuni di quei di Culua, ed io desiderava di pigliarne vivo qualcuno, per certificarmi dello stato della gran città di Teinistitan, ed intendere chi ne fusse rimasto Signore dopo il Signor Mon- tezuma; e desideravo di sapere molte altre cose: ma non ne potetti avere se non uno quasi mezzo morto , dal quale fui -• eoa rts cerlilicato. come diro disotto. Nello città furono uccisi nini di quegli che v'erano albergati: e coloro che erano ritnasli vivi, intesa la mia venuta se ne fuggirono dove era leser- cito di quei di Culua; e seguitandogli, ne uccidemmo mol- ti. Ha laatmto, fu udito il romore da coloro die insegui- vano, die que' di Culua scendevano per dar soccorso ai fug- gile- i: ([uviiidiisi essere ìn luogo alto ed eminenti' < he .I'ioh intorno soprastava alla città ed alla pianura . E vennem all;i città per aiutare i loro, quasi Uinto presto come uscìrnn quelli die eran dentro; e venivano in lor soccorso di irenu mila uomini, la qual gente era più in ordine che nlcun altra che lìn ora abbiamo veduta: portavano molti ornamenti r fregi doni, d'argento e di penne. Ed essendo grandi- la città, cominciarono a metter fuoco in quel lungo dove en- travano; il che mi fu riferito dalli terrazzani : e perciò su- bito, essendo li fanti stracchi perla fatica, me n'andai colà coi cavalieri: ed assaltammo gli nemici, li quali si rilirani- no ad un passo difficile. Nondimeno lo pigliammo, e gli si- gillammo sulla salila ferendone molti con le lanci* salendo nell'alto moni e, e tanto allo, ebe mentre giugnemmo ali) cinta , né noi ne alcuno de' nemici si poteva muovere. Molti di loro, oppressi dal gran caldo, morivano senza «Mar fc> riti in parte alcuna; e due de' nostri cavalli si iitTlllM tilt j de'quali uno morì. Ci diedero soccorso molli Indiani amici nostri, e col loro aiuto facemmo grandissimo danno agli nemici; perciocché essendo loro oppressi dalla stanchezza, e i nostri freschi dal riposo, facevano poca resistenza; di modo che il campo, il quale prima si vedeva pieno di vivi, n'era vuoto ed era pieno di morii: entrammo nelle lor ca- sette ed alberghi, fatti da loro nuovamente in tre luoghi, ciascuno de' quali occupava lo spazio di una gran ciltà; poi- che olirà li soldati avevano un gran numero di servitori. -»♦♦•* * ♦*♦<< VIAGGIO 857 Avevano quivi raccolte molte provvisioni e fatti sontuosi apparecchi, perciocché tra loro erano molli baroni: ma mi- sero il campo a sacco ed a fuoco gì' Indiani amici nostri , de9 quali (dico la verità alla Maestà Vostra) n'erano venuti più di centomila. Con questa vittoria discacciammo tutti gli j nemici dalla provincia, infìnoa certi passi di ponti, e uscite difficili , che essi tenevano . Noi ritornammo nella città, do- ve dai cittadini fummo benignamente ricevuti; e quivi ci i riposammo per tre giorni , che invero avevamo bisogno di ) i riposo . -j Xf. <>»> LI. crai «iTTioiM r R\ questo mezzo vennero a trovar- mi lì cittadini d'una gran città, of- '' ferendosi al servizio della Maestà Vostra . La qual città e situata netta dina di quei monti, lontana dal sopradello campo de'itemici per due leghe, ed altrettanto dal piede del monte, dui quale già ho detto che usciva quella palla di fumo . Questa città e nominata Ocupaluio. Mi fecero sapere, che il Si- gnore che prima gli governava, aveva seguitati quelli di Culuani'l tempo che noi fummo per quei luoghi, pensan- dosi, die noi non ci dovessimo fermare, finche venissimo alla sua città . Mi dissero eh' era assai tempo che cercavano di pigliare la mia amicizia, e che volevano rendere ubbi- dienza a Vostra Maestà, iliache il loro Signore non avevi accoDsentito,nè voleva comportarlo, beuchè molte lialv l'avessero richiesto . Ora essi volevano sotloporsi al servi- zio di Vostra Altezza; e perche presso di loro era rimasta VIAGGIO 259 il fratello del detto loro Signore, il quale era sempre stato di quella opinione e parere , pregava n mi che io volentieri comportassi, che egli al presente tenesse lo stalo, e benché il primo Signore ritornasse , non acconsentissi che fusse ri- cevuto per sovrano. Risposi: che avvegnaché essi' fin ora avessero seguitato la fazione di quei di Culua , e si fossero ribellati al servizio di Vostra Maestà, nondimeno io aveva deliberato di perdonare e alle persone ed alle facoltà loro, essendo venuti ed avendo palesato , che il Signore era stato capo e guida della loro ribellione , e temerario ardire ; che a nome della Vostra Altezza perdonavo loro li passati er- rori, e li ricevevo al suo real servizio , e volevo, che se per l'avvenire cadessero in simili errori, fussero da me casti- gali e puniti gravemente ; ma se fussero fedeli vassalli di Vostra Altezza, io, a nome di Vostra Maestà, prometteva di prestar loro ogni favore ed aiuto : e cosi fu fissato . Questa città di Guacachula é situata in una pianura, da un lato accostata a monti grandi ed asprissimi, e dall'altro due fiumi, distanti tra loro un tiro di balestra, circondano at- torno attorno la pianura . Ciascuno di essi ha profonde ed altissime spelonche; di maniera che impediscono che da quel lato vi si possa andare , se non che per alcune poche vie; e quelle sono difficilissime da salire, ed a cavallo appena vi si può accedere. La città è circondata di fortissime mura, fatte di pietre concie e di calcina, alte circa quattro stature d'uomo di fuori della città, ma di dentro sono uguali alla terra. E attorno attorno alle mura è alzato un muro, alto quanto saria la statura dimezzo uomo, il quale è per difesa de' combat- tenti. Ha quattro ingressi, tanto larghi quanlo vi può como- damente entrare uno a cavallo; e ciascuno ingresso ha tre o quattro rivolgimenti nelle mura , dove una parte del muro 360 CORTES entra nell'altra. Nelle mura vie sempre grandissima copia di sassi , li quali usano per combattere . La città contiene più di cinque in sei mila case, ed altrettante nel li borghi a lei sottoposti . E di grandissimo circuito, perciocché vi sono molti giardini piantati di frutti di varia specie . *Ktt>s8K*<4» III. ■BU.' ACQUISTO DILLA OTTA' DI IZZC1CA». — cohe LI CITTA' CIRCONVICINE VB3SEB0 AD OFFERIRSI AL COBTBSI 1 B COMI BS9IHDO CONTESA CIRCA LA SUCCESSIONE DELLO STATO DI IZ- ZUACAIf , HI DATA L* nimiBSZ» AD UH NIPOTE DEL SIGNOR ÌIATCRALB DIL LO» . — OH. SITO DI IMA CITTA' . I oichb noi fiimmo riposati in que- I sta città per spazio di tre giorni, andammo ad un' altra Dominata Iz- zuacan, la quale è distante da Gua- canila quattro leghe; perciocché avevo inleso, che in quella vi erano alla guardia molti de' nostri nemici di Culua, e che gli abitatori di detta citlà , e degli altri luoghi circonvicini , favorivano grandemente quelli di Culua, avendo il Signore d'Izzuacan origine da Culua , ed essendo parente del Signor Montezuma . Venivano meco tanti paesani delle province vassalle di Vostra Maestà, che quasi coprivano li eampi, i quali noi potevamo vedere; ed in verità, vi erano concorsi più di cento ventimila uomini. Arrivammo alla detta città di Izzuacan quasi a dieci ore: era vuota di donne e di fan- ciulli, e vi stavano dentro cinque o sei mila soldati molto bene in ordine. Ed essendo gli Spagnuoli alquanto andati 8' soldati cominciarono a difender la città ; non- dalle », alia II' al- inci- Z a dimeno loslo l' abita ndouarono. Quel luogo pel qual mi guidati per entrarvi essendo debile e facile, gli lainiiio por tutta la città, e gli sforzammo a giltarsi giù dalle mura nel fiume, che dall'altro lato la circonda; potei ponti del detto fiume essi li avevano rotti e tulli gilfali basso; onde mettemmo alquanto indugio in passar dall' tra sponda, e gli seguitammo per più di una lega e mez- za, e di quegli che fuggendo non si salvavano, pochi slimo die rimanessero vivi. Ritornato nella città, mandai due cit- tadini che tenevo prigioni , acciocché parlassero ai princr pali della città ( perciocché il lor Signore aveva seguilo qi di Culua , che vi erano stati posti alla guardia ) e confoi scrii a tornare indentro; ed io a nome di Vostra Macslà promettevo , che se per l' avvenire fossero fedeli vassalli Vostra Macslà, sarebbero ben trattati da me . Tre di d< la loro partita, mi vennero innanzi alcuni de' principali, mandandomi perdono dei loro falli , e (scusandosi di non aver potuto fare altramente, avendo avuto necessità di ese- guire il comando del loro Signore: e poiché egli se n'era partito e gli aveva lasciali, promettevano da quell'ora in- nanzi bene e fedelmente voler servire a Vostra Mais la . In promisi loro la mia fede , e commisi che sicuramente ritor- nassero a casa, e conducessero le loro mogli e figliuoli, che erano in altri luoghi e ville della medesima fazione. Ordinai ancora, che persuadessero gli altri abitatori di quella pro- vincia a venire da me, che perdonerei loro i commessi er- rori ; e che li persuadessero a non aspettare, che io gli an- dassi ad assalire, perciocché ne patirebbero grandissimo danno, ed io ne avrei dispiacere: e cosi avvenne . Cnncios- siaché dopo due giorni, li cittadini se ne ritornarono in U- zuacan, e tulle le città circonvicine vennero ad offerir ser- v i/io a Vostra Maestà , e sé stessi per vassalli . Così quella VIAGGIO 9C3 provincia rimase io grandissima e stretta confederazione con quelli di Guacacula. Fu molta discordia intorno al determi- nare a cui appartenesse lo stato di quella provincia, in assen- za del Signore che si era partito ed andato a Messico; e ben- ché avvenissero alcune contese e fazioni tra un certo figliuolo bastardo del Signor naturale di detta provincia ( che era stato ucciso dal Signor Montezuma, evi aveva messo colui che ora signoreggiava, e gli aveva dato una sua nipote per moglie}, e tra il nipote del detto naturai Signore, che era figliuolo di una figliuola legittima maritata al Signore diGuacachuIa, ed aveva generato quel figliuolo nipote del Signor naturale di !»• zuacan, finalmente si accordaron tra loro, che quel figliuolo del Signore di Guacachula avesse la eredità , perchè discen- deva da legittima linea del vero Signore di quello stato ; e benché queir altro fusse figliuolo, essendo bastardo, non doveva succeder nello stato : ed in presenza mia resero ub- bidienza al detto nipote, fanciullo di età di dieci anni. E perchè non avea V età sufficiente ed atta a regnare, ordina- rono che quel suo zio bastardo, e tre altri primarii, uno della città di Guacachula e due di Izzuacan, fossero governa- tori della provincia, e tenessero il fanciullo in potestà loro , finché fusse di età atta a governare . Questa città di Izzua- can ha da mille e cinquecento abitazioni, ed é molto vaga- mente fabbricata nelle sue contrade : aveva cento case ap- presso le moschee e luoghi da fare orazione ai loro idoli , fortissime e munite torri , le quali tutte furono arse . Ella è posta in una pianura appiè di un colle di media altezza, do- ve da una parte è una fortezza molto ben fornita, e dall'al- tra è circondata verso la pianura da un profondo fiume, che passa allato delle mura; il qual fiume bagna la base da una spelonca, la quale è di grandissima profondità, esoprala spe- lonca è un picciol muro dell'altezza, quanto sarebbe una 264 CORTES mezza statura - lltnt . ( MonrtOFlbS POLYUISTOR. Ut. I. C. VII. p 68. ) Debbo notare altresì , che il titolo posto ora in fronte a quesl' opera* è del signor Busta- mante ; il quale ha stimato opportuno dover sostituire a quello di : Racconto derimntrrzn dell' arrivo derjli Spannuoli 6 del vominctann- fi- lo della lefjije evangelica . Quanto poi alle Note aggiunte al testo dal signor Buslamantc , divisai doverle conser- vare per dar compiuto il lavoro (I) :, cosi : •me bOUogfiOeb*, i<« ' o*s 281 & pure mi piacque ritenere la sua stessa orto- grafìa ne' nomi propri , avvegnaché non sia sempre uguale , ina la mia poca istruzione dell' idioma del Messico non mi faceva abi- lità di correggerla. xi. 5G PROEMIO DEL SIGNOR BUSTAMANTE I on appena mi venne desio di pubblicare que- I sto manoscritto , che mi fui accorto della ne- cessità d' informare con chiarezza i lettori siili' autore di esso e sull'antico principe diTezcoco cbe n'è l'eroe; facen- do altramente, di niuna satisfazione sarebbe riuscito loro un tal libro , né lo avrìen potuto tenere in quel conto che ei merita . Il celebre D. Francesco Saverio di Clavijero , mi ha pre- corso su lai proposilo nella notizia da lui pubblicata intor- no agli scrittori messicani del secolo XV. Del nostro Autore ci ragiona cosi: •> Fernando d'Alva Ixtlilxòcbitl (1) daTez- (I) Il iignor Busmmante ferivo in due guiie il nume htllliochill , quando cine con un ó e quando con un u. Noi abbiamo creduto dover fer- mamente seguitare la prima forma ortografica. Circa poi al nomi patroni- mici, gl'Indiani die riceveva no il battesimo, prendendo sovente il nome de' loro padrini, non dee far maraviglia del vcdi tienila delia sua nazione, scrisse a petizione dei viceré » del Messico, moltissime opere, non pubblicate con le » stampe e degne di slima: ciò sono: Ina Storia <ì,>l! ciascun di noi. Imperciocché dopo d'averci chiamati ai » conti, e d'aver posta la nuova tasta, non solamente (1) V. f àpptitdiee, atta i; lì E L A ZI ONE .1 tale contribuzione iMoceliiialts -. i ni (illesi mi . clic scendiamo ilalla reni famiglia, taglieggiali castra ogni debito di giustizia , ed ■ i d'uri carico incomportabile. ■■ jui che a questi tempi, cine sotto il governo del i Diego Carrillo Mcndoza y Pimentel, marchese dì nostro Fernando d' Uva teneva lo impiego d" iii- lel viceregato: a lui era sialo affidalo luto ullì- irtù della sua profonda erudizione, del suo inge- spiegare i quadri e le immagini antiche , del l'esse - mente istrutto nelle memorie, nelle tradizioni dei ii, e nelle canzoni de* suoi maggiori che da fan* ;bbe apprese, e dalla sua domestichezza co Mi- nti indiani . Era legalo d'amicizia con don Luca lalauca, che contava cento e otto anni di vita, Ila città di Couzoquitlan e tìglio della Estat/in, so- la medesima: questa principessa gli narrò molli empo antico , che ella aveva raccolti dai principi o, o the aveva trovali scritti negli archivi di que- Ei conosce' a don Giacobbe di .Hendnzza- flato- cico della terra di Tepepulro , vecchio dì novan- le sapea molte storie e racconti . Costui aveva ve- :coco nei giorni del suo splendore, ed i ligli dei iiialpilli . Il detto Fernando d' .Viva usava anche Gabrielle di Segovia - Acapipiotzin, nipote, per iglio, dell'infante del nome stesso, e per parte di tei re di Tezcoco: lilialmente conosceva un genti- Tlalteloko che toccava l'anno ottantesimo quarto uà, i parenti del quale avevano abitalo il Messico, imo conservava presso di se una gran copia di ipll Appendici -!■-■ ■=■•!. N. «. e K. 3. ,: tini:»* I antichissimi, e di assai curiose scritture, che poi formio tradotte in ispagrwolo : ei comuuicò molte memorie al nostro Autore, che le trovò conformi alla originale isto- ria da lui posseduta . Don Francesco Ximenez , Signore di Huexòtla, b racrtriezu poterà aggiungere a circa ottani' anni , gli aneli' egli tesoro di memorie antiche, ed avea nome di sa- piente; gli Indiani , anche da rimolissime terre, a lui ricor- revano perchè volesse entrar giudice nelle loro conlrnver- sie: esso lo ammaestrò sull'origine di molte cose. Oltracciò Fernando d'Alva teneva corrispondenza con don Alfonso llzhuezlatocalzin, elicè chiamalo Ayàratzin, figlio hgiHÌBM d'un antico re del Messico di nome Cuillahuatzin, imme- diato successore di Mocllieuzouia,e Signore d' l\tapalapan: questo don Alfonso era in grido di somma dottrina ed ac- corgimento : quando ei governava Tezcoco, raccolse in que- sta viltà un gran numero di storici, por riscontrare mia farragine dì documenti ed ordinarli negli archili GOMMMÌ idi;! sua cura: i quali documenti erano senza dubbio parie di quelli scampali alla ostinata ignoranza dell'arcivescovo di Zumarraga, fatti irasportare da costui a Tlaltclolco, un ordinava si bruciassero come cose condannate, credendoli un tesoro di negromanzia. Alquante di quelle pitture e dì quelle carte erano rimase in mano de' tìgli di esso don Al- fonso e particolarmente della celebre donna Maria Barlola. principessa d'Klapalapan, che scrìsse, nella lingua mori» dina e nella spaglinola, molli fatti singolari intervenuti in quel paese al tempo de'Toltecbi e dei Chirliunecbi. (ìli scritti di questa donna, e spezialmente un'opeca delitti In messicauo, che era la più voluminosa, appartennero ■ dito (I) Cosi chiamatili Ir pitture g<-ri>^1itu-lic <\v' ll.'-.-iiniii RELAZIONE 387 Ferdinando d'Ai va che afferma averli trovati concordi alla istoria originale . Questo ci dà autorità di locar donna Maria in alto grado fra le autrici ; e con grave rammarico sopportiamo, che la crassa ignoranza de1 secoli trapassati non abbia lasciato giungere fino a noi le sue letterarie fa- ticbe . E una probabilità molto Vicina alla certezza , che il pa- dre Sahagun fosse parte di quel consesso di eruditi storici ; che molti di quegli scrittori congregati da questo religioso a Tepopulco vi convenissero , e che da questi ricevesse i principali documenti della sua preziosa istoria generale, che io mi reco ad onore aver pubblicata . Ora, considerando tai cose, e le molte prove che chiari- scono a tanta evidenza il sapere e la autorità del nostro d' Alva , chi potrebbe negar merito alla relazione che noi mettiamo alle stampe ? Chi sarà che non ammiri la fedeltà, la schiettezza, la semplicità, il candore ond'ei narra i fatti più orribili, e di si grave importanza neir istoria del po- polo messicano, come, per esempio, la morte dell' im pera- dorè Quaublimotzin e degli altri re fatti appendere per la gola dal Cortes, fatti ond' ebbero a raccapricciare i due mondi? Chi non si rimarrà stupefatto pensando ch'egli scri- vesse in tal guisa per ordine e sotto gli occhi d'un governo, che faceva l'estremo d'ogni sua possa per magnificare la gloria del conquistatore del Messico , e per trasformare in atti meritorii le più atroci enormezze ? Chi potè met- ter nell'animo del nostro Fernando tanto vigore, in un In- diano povero, perseguitato , miserabile, appartenente ad un ordine specialmente oppresso ed avuto io dispetto dalla spagnuola potenza? Non altri che la Verità, quella virtù di- vina , che generosamente leva la voce anche dinanzi ai ti- ranni e in onta del loro orgoglio; la quale, simigliarne alla folgore che schianta i robusti cedri , fa che lutto s'inchini alla sua tremenda possanza . Ma la nostra maraviglia si fa maggiore, quando prendia- mo ad osservare, ciré lai manoscritti racconti non furono aboliti, distrutti da cotesti orgogliosi dominatori, a (he al- fine li ritennero come veridici e di gran peso: comandarono anzi, con un regio decreto del di 21 febbraio 171HI, die fossero consultati: la legge prescrisse di ricorrere ai Mi scritti di remando d' Alva, per ricercare quei fatti, onde la storia era priva da un secolo. E qual v' ha testimonio più convincente di questo per argomentar della stima che mi- rila In scrìttor messicano ? Il colile de Hcvilla - Gigedo or- dinò al padre Emainidle de la Vegi, francescano della Pro- vincia del Santo - Vangelo, di raccogliere, a spese del pub- blica tesoro , tutti quei documenti che meglio potesse . par comporre una diligente istoria antica e moderna d' Anuri- ca . II Padre Voga condusse una eccellente compilazione in trentini ne volumi ( tmtnutcritti ) in foglio, della quali' De furono mandate due copie a Madrid, nella prima Segreteria di Stato, retta allora dal duca di Al codia, che Tu poi Princi|ie della Pace I). tri altro esemplare ne rimase nella Segre- teria ilei Viceregato, oggidì Archivi Generali , al Messico. Dal quarto volume di esso pag. 27.", si è tratta questa nar- razione; e si vuol saper grado del poterla mettere a atropa alla protezione del governo supremo , non meno clic alle assidue cure di sua eccellenza Giuseppa Maria BeeasafN presente segretario di stalo. L\ivv erti mento del compilatore (I) L'na ili que«H rupie Tu dina al celebre itorico. G. B. iivli-rr ii'H' Ipptnditi ■ «otto ii N. IV , una nula astiati* il»l <-»ui .g< tutto ipitnto r i U1M '"imi- .IMI min |U pir ., -, registri rulutht per >u4uu« illii In questa iinm.'ii'i iruiujillaxfonc . RELAZIONE 2*0 é importantissimo: ecco, letteralmente, com'ei discorre nel principio del detto volume quarto . » I racconti di don Ferdinando d' Alva lxtlilxòchitl me- ritano una particolare estimazione. Attinti fin dalla prima origine alle fonti dell* antichità, ci rappresentano subbietti piacevoli , svariati ed istruttivi ; meritarono al loro autore le lodi dei Messicani investigatori delle patrie antichità, e capaci di apprezzare il merito di que' raggi di luce, che il suo naturale ingegno, e le cure che spese intorno alle cose narrate, diffondono suir istoria . Don Carlo de Siguenza y Gongora , don Francesco Clavijero , e don Mariano Veytia, tributarono speciali lodi alle opere di Fernando d'Alva , è eoo molta ragione, conciossiachè facciano conoscere le an- tiche monarchie , gli avanzamenti , la decadenza , la poli- tica e le varie vicissitudini delle medesime . Danno alcuna contezza delle scienze, delle arti, dell'agricoltura, delle manifatture e dell' industria degli abitanti • Loro grande uti- lità si è quella di risolvere i luoghi dubbi , di toglier credito agli errori e alle favole, che s'erano tacitamente mescolate nei ricordi dei trionfi ottenuti dai padri nostri . Potranoosi adunque trattar queste materie con profonda cognizione, sciolte dai pregiudizi volgari, con i schiettezza e con amore del vero. Tuttavia non pretendiamo che queste opere sie- no scevre di menda; specialmente in fatto di concordanza di date, si presentano molli punti che meritano esser cor- retti . » Per far condurre una copia delle opere di Fernando d'Alva Ixtlilxòchitl, abbiamo tenuto sottocchio due esem- plari manuscritti: il primo appartenente agli archivi del gran convento de' francescani del Messico; il secondo é quel desso di cui fece uso don Mariano Echeverria y Vey- tia , e lo dobbiamo alla valida protezione di sua eccellenza xi. *»/ il rinite ile II.- villa- l.igrdo. Teneri di conservare l.i i (fior diligenza, e di introdurre in questa copia ogni | liile ordine, ma d'altra parie temendo non avesse forse a perder troppo della perfezione dell'origliale, abbiamo foratamente applicata l' animo a confrontare umili nini Ji esemplari maituscriUì, per poi anteporre quello elle mate meritalo più Tede. Uopo severa disamina, eleggemmo BJHfr lodi don Martano Vevlia; noi abbiamo notato che in i( in- sti cUmphtri non fu punto alterala la Ortografia degli auli- rli! nomi Messicani, di cui l'opera è piena, e che anzi fii- roao mantenuli senza aleuo mutamento Degli stessi caratteri dell'originale : vantaggio che toglie di mezzo inliuili osta- •tir, che potrebber turbare la intelligenza della narr.i/mur. >• Ancora abbiamo preferito questo esemplare . una miei medesimo che Vevlia y Echeverria arerà tenuto ■ ri- scontro, per un lungo volger d'anni, nella composi ziti»' delle opere sue: e sapeva ben egli cou senno e con etiti* giudiziosa giovarsi degli antichi mamisirilli, fondamenti e sostegni di quegli importanti libri , che fanno -t ■ onore al suo infaticabile ingegno ed alla sua costarne assi- duità. Il manoscrilto di Fernando d'Alva era conservai" nella Ueliotesa iì.-i graa collegio de^Gesuili, seeomw dr dice il Clavijero; il cavalier itoturini 1 lete una quest' originale, e il Veytia trascrisse tal copia: I" ultima i quella, di che abbiamo fallo uso. Sono in quest'opera molte cancellature, e direni pure, che per tulio si notano pai h i paragrafile modi duri, sgradevoli e dì mal suono. L/aubm, . I) Il Ir ntW.lppmd : v * ■ I llHiuricii rbl.i' a M»KDel < dette Mie a rwipii,. \. Doni in! lamina lo dei casi che succedemmo al suo lompo , lascia i-orrer la propria penna senza alcuna maniera di Treno l'I !. » Ora ctie abbiamo dalo cenni» del merito di doti remando il' VI li l\llilxòeuitl,conie letterato ed isterico, si la luogo n parlare del suo antenato re di Tezcoco, che portava il une slesso, e che lanlo -i adoperò a minar l' imperio -icario ed a stanziarvi lo spagnola dominio . Il padre suo, Neizhualpilli, morendo, non fu sollecito di deliberare igual de' suoi lijfli Icgillimi aveva a sui ■l'edere .il li^lin ili Aculhuacan. Questo principe s'era legata atta resi famiglia del Messico, disposandosi ad una nepote di-! re Ti/oc chiamala Tzotzocalzin: la quale, ■attenda gran- dissimo amore alla sua sorella Xocolzin . donna di rara bellezza, la menò con seco a Tezcoco. Le continue oppor- tunità di vederla, fecero che Nctzahualpilli se ne acceniles- di amore e la togliesse per moglie, che il mnlrimnnio cornali non era disdetto ai .Messicani. Ebbe dalla prima un libinolo chiamato Cacamalzin , e dalla seconda L,di nacque Huexotzinralzin, che negli anni giovanili fu fatto dal padre morire appeso , per aver violala mia leppo disci- plinare del palazzo; poscia ne ebbe Oian, noi j;i. EecMof* izinedKHikòcbill. Pendendo dubbia la scelta su colui che dovesse regnare, i glandi si assembrarono, e decisero di prestar giuramento ■ Oh. una/in, giovane di ventidue anni, liti il lochili. adOO' Uto della preferenza, si levo contro a questa elezione e se e reg .ri: , 1 Era riccessarb-ima ijih^i.i apuli-gia, mjiiu mi Rnifriio, che in lui |hpMltO, i"in viili'riva slancio d'alcuna maniera; puri?» («le circiijpeihi- «ir, ni'Q ama lisciali! copiare qiit-'sla reluiune. decimi lena. Il Oumjitii Itfmtftc iliiln, al quale nun fu permessa a vermi palla ili pubblicarla in \uta ilei ~ disse: Che ne il patire m» fotte reramente morto, ama n minato il sua sar.MSM>re , ma piriche si era preti lui <■' lime, era prova tridente eh' ti fitte autor firn. I membri dell' assemblea invitalii Cuaiiacolzin 1i d:i Ili, irò perCacatmazin allegandoti per ragione la eia piò avanzala del suo competitore, ed i mali sita seguitano ad un interregno. Kililtòchill tenne il fermo nella sua opposizio- ne , e lo riprese d'esser uomo leggiero, di secondare i di- segni di Hoclbenzonu , che col mezzo di lui inlendeva re- gnare e governare a propria voglia; licenziò poi la tornata concludendo: Se questa volta il vaiare ilelib' esser prescelta, la corona appartiene! a me... Cacamalzin, veggendo come si volgevan per lui assai dillieili tempi, uscito di TV/roro audossene ad istruire Mocllieuzoiua di quanta era passala: questo principe gli profferte l'aalorità sua per sostener la elezione, ed anche di levarsi in anni, ove ne venisse il bi- sogno; ma innanzi a lutto consigliò il suo cliente di iUbìK la mano sui tesori paterni , e metterli in salvo . Ixllikòchill ante viti e le conseguente di qotatf ambia. | senza mettere tempo in mezzo, raggranellati tutti i Mal parteggialo™ mosse il campo alla volta delle montagne di MeMiilan, ove congregò un esercito numeroso , dando voce che l'imperadore del Messico si proponesse di usurpare il Irono à" Aculhuacan. Non appena fu giunto a Tepepulco, che ordinò alCaeìco di 0 Lo m pali, che lo dovesse rìCOIHMDBn DB sovrano ; ma colui essendosi dinegalo, fu assalito col l'anni . e mori in quello scontro l'alio vittima del proprio valore. Cacamalzin allora considerò, come fosse per uscire mi- nor danno dal eedere una parte de' suoi domini! , che im- pigliarsi in una guerra civile; fermò patio con Ixllilxòchitl, ed assenti che costui prendesse possesso dell'alia regione (In' aveva occupala; per se stesso si rimase contento alla RELAZIONE 295 capitale ed al territorio della pianura . Supplicò ad Ixtlilxò- cbill di Don isturbare la quiete generale del regno , e questi v'acconsenti, raccomandando a Gacamatzin di guardarsi bene dalle gherminelle di Moctheuzoma • Questo avviso era dato con buona ragione , come poi dimostrò F esperien- za, attesoché, per acquistar grazia nelF animo di Ferdinan- do Cortes, questo principe Te' pigliare per tradimento Caca* matzin , che fu morto a colpi di pugnale il giorno che pre- cedette la Noche Triste ( la Trista Notte}, nella quale fu fatto scempio d'una parte dell' esercita Spago uolo (J). Fatta la convenzione che é detta di sopra , Ixllilxcòbitl, secondo il Clavijero, tenne la sua milizia in continue mos- se, e soventi volte si mostrò a capo di questa nei dintorni del Messico. Sfidò Moctheuzoma a singoiar certame, e co- stui ne saria certo andato colla peggio, se avesse tenuto l'in- vito, perché le delizie e la lussuria gli avevano stemperato ogni robustezza di corpo l Ixtlilxòchitl, per lo contrario , vi- goreggiava nel fiore degli anni . Aveva tratto alla sua parte molte province Messicane con negoziati secreti . Intanto se» guatarono tra i due popoli parecchie avvisaglie con varia fortuna; ed in una di queste fazioni un general Messicano essendosi fatto innanzi fermamente deliberato d' impadro- nirsi d'hUlilxòcbitl, e condurlo vivo e cateoato innanzi a Moctheuzoma , cadde ei medesimo in forza di questo prin- cipe, e sofferse una sorte più crudele di quella che prepa- rava al suo avversario: Ixtliliòchitl , fatto portare una gran quantità di canne secche, ordinò che si gì t tasserò sopra di Ini e vi fece appiccar fuoco al cospetto di tutto il suo eser- cito. (1) 10 Giugno 1520. J'I [I »l V A I Messicani adunque e gli Arulbua erano in tali comm Eioni e dissidii, quando Cortes approdò, ci! ci seppe num.u Unente avvantaggiarsene . Od lega tosi in sulle prime r lancdii e ro'TIaxcalatechi, giunse appresso ad Ktlilsòdii che si profferse come ausiliario agliSpagmioli. Costoro | cedevano contro il Messico, quando ebbero un'ambascia di Caeauiatzin. Avevano fermato il campo sopra un'allui chiamala Caaubtecbac, quando si furono accorti, ette i mimeroso esercito di Indiani di Tezcoco muoveva vano H loro; ma Cortes avendo udito qual l'osse la cagione che ivi li conduceva, si rasserenò : ricci elle ì loro presenti, i toro saluti, e tutti di conserva con ti ri uà reno il cammino limi ad Ayotzinco , ove Cacamalzin venne a far loro le più lieto accoglienze : e tra arnendue i generati corsero vicendevoli cortesie . Siffatto conlegno degli abitatori di Tezcoco inoliai adopero a far risolvere Moctbcuzoina di ammettere gli Spagmmli in sua corte; concinssiactié sospettasse, non fos- sero per dischiudersi il passo armata mano, BtMbfggfiI da I\llil\ói'bill. Questa considerazione dovrebbe aver luogo iu quelle menti, die si fanno ad accagionar Moctheuzoma di debolezza e leggerezza d'animo, per avere asaCHtttM riciM ere gente, clic lin dal suo primo apparire non dai 1 1 a> gioue e bene sperarne . Correvan già quattro o sei di, clic questi venturieri abitavano il Messico, quando, malgrado i buoni ricevimenti e i doni ebe avevano ricevuti , ardimi)" arrestar Mocllieuzoma, sotto colore ch'egli avesse avuto mano nella scondita, die alcuni giorni innanzi aveva MOWta a Manila , Giovatati d' Escalante, che in quel buttami perde la vita. Parlando dei modi usati da Fernanda < faremo alcune considerazioni sull'atrocità di quello fallo, che è il più barbaro die mai si vedesse nel genere su'» ; ora seguitiamo la storia d'Ixlliliòchill. RELAZIONE -295 Questo principe, passando diTezcoco, s' era pacificato a Caeamatzin, e andossene a far suoi convenevoli a Cortes , con intendimento di aiutarla ne' suoi disegni . Sei giorni do- po il loro giugner nel Messico, gli Spagnuoli imprigiona- rono Moctheuzoma; quest' atto giustamente indignò i Mes- sicani, i quali a ferma voce ricusarono di fornire qualunque specie di vettovaglia ad ospiti si- sconoscenti, e si rinchiu- sero nelle loro case . Ih questo mezzo il re Caeamatzin or- dinò al suo fratello, l'infante Nezahualquetzin , di trattar gli Spagnuoli con sommo riguardose provvederli in abbon- danza di quanto abbisognassero', non escluso l' oro che con tanto ardore appetivano:- s' egli avesse disposto altramente, tutti sarebbero morti per digiuno. Cortes 7 che non desiste- va dal chiedere ogni sorta di presenti y seppe cogliere una si buona opportunità , e mandò alcuni Spagnuoli a Tczcoco per raccogliervi tutto V oro, che il re vi teneva in serbo . Costui volentieri vi condiscese, sperando per tal modo ri- scattare la libertà- del sua zio Moctheuzoma . La città of- ferse ai messaggi di Cortes T in nome di Caeamatzin, una cassa o gran forziere lungo due braccia, largo uno ed alto sei piedi , colmo, di pezzi e di monili d' oro . Cortes lo rice- vette col dispregio d* un padrone, che riceve il frutto delle fatiche de9 suoi schiavi , e disse freddamente esser poco , ed abbisognargliene di più; e glie ne fu recata un'altra cassa . Ma un" altra circostanza cresce biasimo a quest'abomi- nevoli-procedimenti: nientrecbè la gente da Cortes mandata a ricevere il primo donativo dell'oro era in punto* di. par- tire, un servo, tutto ansante e trafelato, presentassi ai pa- lagi reali di Tezcoco , che sorgevano sulla piazza dell'attuai convento di San Francesco : esso desiderava favellare al principe Nezahualquetzin , che guidava gli Spagnuoli, per M tt~ \ L V A predarlo di affrettarsi : perciocché quanto più presto Km gtaMB, tanto sarebbe siala più pronta la liberazione di Mo- etheuzoma, dovendo il Cortes chiamarsi bea soddisfalli) del dono efae riportavano Uno Spagnuolo, nulla inlendea- dn di quanto dire va l' Indiano , immaginò che volesse ucci- dere i suoi compagni; laonde percosse il principe a colpi di bastone, lo fé prendere, incatenare e condurre al Corica, ebe diede ordine fosse pubblicameli le appeso. Murtheuzo- iii. i. e molti altri gradi', supplicarono poi l' innocente principe, e gli ottennero salva la Mia: ma il Cortes mando chiedendo un'assai maggiore quantità il' ora . Tutti questi falli, tanto incivili ed immorali j tfWlIW, MQSa dubbio, gli occhi della metile a Cacarnalzin , e gli fe- cero pensar di proposito , non pure alla libertà del proprio zio, ma a quella del proprio paese, che questi brattai opprimevano ogni dì maggiormente, uon lasciando vermi opportunità di mettere iu preda le sue rirebez/c, e di ri- durre i Messicani alla più vile schiavitù. I presenti falli da Moelheuzoma al Cortes erano tutto quanlo ei posse- deva di più prezioso; più ancora, egli avea fatto divi- samctito di dargli una delle sue liglioole, bellissima so- pra tulle le altre, e glie la proflerse tino in qnt-l porto in che gli vennero a dare annunzio della sua prigionia, e lo ree I userò nel proprio palazzo. Né tanto eccesso di bontà polo vincere la fierezza del Cortes, cui d' altra parie mancasse qualunque ragione o pretesto, avendo assai buo- na guarentigia contro qua I si fosse insidia di MoctfcflHB- ni. i . Quali slaticbi più preziosi polca veramente desiderar che una figliuola di si gran prence; il quale religiosa- mente aveva in rispetto le coslittuiooi patrie e M I '-- della uiierra.' RELAZIONE ®7 Il Cortes, informato della deliberazione di Cacamatzin, statui di farlo incarcerare nel bel mezzo della sua corte ; Moctbeuzoma il precorse in questo divisamente, e si mac- chiò della viltà più grande che possa commettere un re- gnante: nelle guardie del re di Tezcoco vi avevano alquanti nobili Messicani ; furono questi adoperati,' furono sedotti i loro duci, e nottetempo il principe fu preso nel suo palaz- zo , e senza alcuno strepito fatto scendere in una barca « tradotto al Messico (1). Moclheuzoma tosto mandollo al Cortes , che lo sostenne incatenato ne9 suoi appartamenti: comandò ancora gli fossero condotte varie donne delle principali famiglie di Tezcoco, e le figlie de' maggiorenti di quel paese ; altre fé1 venirne da Tacuba e da Mexico. Sforzò Cacamatzin a far venire quattro delle proprie sorelle, ed a consegnarle in sua mano ; e queste malcapitate giovanelte servirono d'ostaggio, ed insieme di pastura alle brutali vo- glie degli Spagnuoli. Queste illustri dame e damigelle mo- rirono tutte quante poco dopo Cacamatzin nella fioche Trista; ma le particolarità della morte di quest'ultimo, vo- gliono esser paratamente rimemorate, per vituperio edab- bouiinazione degli autori di essa . Don Fernando de Àlvarado Tezozomoc , la cui opera è il principal documento della Storia degli Aztèchi , onde me- ritò - mu valoroso, provò difendersi avvegnaché prigioniero, e si diportò si arditamente , die tenne fronle ai suoi litori , e fu bisogno di tutte le delle ferite per lasciarlo davere. Morto Ini, Cuillahuatxin fu eletto re V. Chìnml- pain, T. 1, p. 291 ). Tal fu il destino di questo misero prin- cipe , il cui soglio fu occupato dal suo fratello CoanacoUin, da poi che egli fu tratto in servaggio » . Il Cortes tornò a Messico per mettervi assedio. Coanaco- t/.in. avendo appreso com'esso moveva ad oste per vendi- car la morte di ceri' Spagnuoli uccisi da una mano d'India- ni di Tezcoco, mentre scortavano un carriaggio d'oro per Vera - Cruz in compagnia di trecento Tlaxcalatechi , lente non dovesse correre al medesimo line del fralcl suo f.aci- malzin . Di fatto, il duce Spagnuolo non aveva manifestato alcuna intenzione di pace, ed altra correntezza non diiuo- slrò, ebe a pigliarsi una cassa d'oro mandatagli da questo principe con tutte le formalità usate nella guerra , e facen- dogli dire come egli era presto a riceverlo nell'amistà sua. Coanacolzin lasciò dunque Tezcoco e venne al Messico, uvi> strinse patto d'alleanza con Cunuhlimolzin per dilesa dei comuni diritti. La lontananza di lui avendo reuduto vacante il trotto di Tezcoco, il Cortes udì ebe ricadeva per ragione a Tero- colotzin fratello di Cacamatzin, il quale avea riparalo a Tto- xcalacan con altri primati. Diede ordiDC ebe fosse condoli» a Tezcoco sotto la guardia di Gonzalo de Sandoval . gli IV dare il battesimo, e gì' impose nome di Fernando. In brevi- I RELAZIONE 299 tempo questo principe infermò , ed in capo a cinque mesi chiuse la vita. Ixtlilxòchitl gli fu successore, e accompagnò il Cortes nel rimanente di quella guerra, e gli fornì tutti i soccorsi di che abbisognava ; né solamente gli fu molto utile negli ottanta giorni che durò Y assedio del Messico , ma in molte altre congiunture perigliostesime, in cui espose la vita pel generale spagnuolo, ed impedì che costui cadesse in mano de* Messicani nelle battaglie di Xochimilco, d'Ixta- lapan e dell'altura diTlacopan (o Tacuba). Questo è quanto appare dall'atto segnato a Madrid nel 1551, contrassegnato da Giovanni Rodriguez de Fonseca , presidente del Consi- glio delle Indie , atto fondato sopra un ragguaglio del Cor- tes stesso alla corte di Carlo V* Ad onta de9 buoni servigi d' Ixtlilxòchitl , il Cortes non altrimenti usò con lui che avesse fatto con gli altri che si eran mostrati più pronti a servirlo: noi vedremo pur troppo nell'opera che pubblichia- mo , come ei fece appiccare insieme con Cuauhtimotzin il suo fratello Coaoacotzin , e che quest' ultimo saria morto se Ixtlilxòchitl non fosse sopravvenuto nel punto stesso in che appeso ad un albero, ancora si dibbatteva negli estre- mi conati vitali, e se non avesse con intrepida risoluzione taglialo la corda che strangolavate , unico modo che rima- neva a salvargli la vita . Da quanto abbiamo narrato raccogliesi , che Ixtlilxòchi- tl, uno de' capitani Aculhua più valorosi, fu un solenne am- bizioso; e da questo si derivò , che mosse guerra alla unità della monarchia paterna . Egli accese la discordia in que* st' opulento reame; ne smembrò le forze, che, se fossero state congiunte, avrebber ben fronteggiato l'entrar degli Spagnuoli nel Messico. Per compiere la ruina di quella re- gione, egli corse e guastò il regno di Aculhuacan, man- dandovi un buon nerbo d'armati per sottometterlo alla 1 dominazione Spaglinola. Chi lìa dunque che non vegga il Isllikòiliitl il più acerbo nemico nella sua patria ? Og) fin- lanti la commuovono e la dilacerano, chi fìa che voglia fuggir l' esempio dì costui ila cui vila fu tremenda al loco natio; seguitandone le orme ed apportando simi- gliaci calamità ? Quanto a voi , o miei cari concittadini pei quali ho messo in carta questi brevi cenni, non ne movete giammai i vostri sguardi ; che le lezioni del p salo sono I" ammaestramento del presente: guai n colui che uno sappia avvantaggiarsene! Non vi ha difello di quei, che menano vanto delle co»? falle da buJtlxÒcbitl , dicendo, eh" ei risparmiasse la vila del Cortes, quando avrebbe potuto dirgliela, per tema che il lume del Vangelo, il quale aveva già cominciato a raggia- re in quel paese , non si estinguesse . Ma era dunque Corte» il solo strumento, onde la Provvidenza potesse piovere su- gli Indiani i suoi benefici indussi? Gesù Cristo propagò forse la sua legge nel mondo a furia d* armi e di stragi? Non ab- horri forse ita ogni violenza ? Nou fece anzi solenne divie- to di adoperarla ? Non comandò agli Apostoli suoi di op- porre alla persecuzione de' tiranni carità*, rassegnazione pazienza ? Non li ammonì forse, che quando trovassero sistema alle loro persuasioni, o quando fossero perseguii ti, scuotessero i loro sandali e si mettessero per altro cammi- no? La santità di queste massime condanna il barbaro nio- do dei conquistatori del Messico ; ed in lutti i secoli saran- no tenuti rome perversi occupatoci, che sotto colore d aprirci il cielo ci ban (olio la terra, e che furono ragione di tulli mali . Addio . I»" I im- mi- lli- Cuil.ii-M,\JU.t DE BCSTAMA.YTR NOTA IMPORTANTE ■ »y>* Leggesi alla pagina 586 del quarto volume manoscritto dell' Archivio Generale, d' onde fu tratta questa istoria, che si compone di dieci libri , die i personaggi dai quali fu approvato (certificando l'autorità sua di- nanzi al notare Diego Ortix, addi 18 novembre 1008, od attestando esser pienamente conforme a quella che è narrata presso gli storici antichi) so - no : Don Martino Saero, governa toro delia città del Santo-Salvatore (Qoa- tladnco, nella provincia di Otamba ) , e gli altri officiali della repubblica, doé: don Francesco Pimetitd, don Silvestro de Solo, don Gaspero Go- smand, Giuseppe-Maria de Santa Maria, Baldassarre Ximenes, Francesco do San Pabio, alcalde, Baldassarre da San Francisco, Francesco Suarcs , alcalde , a don Luigi Scoto . I KttCAlMHTfChe tornivano dulie fie- re di Xilanco , dì Uniti e di Cli.iui- I polon, luoghi rituali alle marine t , e che aveann trafficalo col GrijaJ- j2! , recarono l'annuniio dell'approdare dei Cristiani . (li 1 mercanti Messintni |iurl.it. ino allii fiera di \jlaneo lavori ili oreft- , gioielli e schiavi . Datasi luro in cambio smeraldi, conchiglie e (len- ir. ] icifìii .iuii rrano lenuii nel Messico in grande considerazione, e vi eian grado di Carichi. Il padre SabagM raccolse arrorafamcnle lulte r ceremonie clic correvano tra loro , facendo l negozi del cOBHparcta f. dino de Sahat/iin; Milana de hu Cum de la ,\uru: Ripunti ■tot», UMi r,. voi. in t.*, lib. IX, cap. I. e seg.) j [ r.iii.i-r.i ilernande/ de Cordova fu il primi* Mie 1'-.>(mt.c I' *m* a Messicana nel 1517; I' anno seguente, Grijaha vi approdi', ma lui- Vedevano dunque avverate le profezie degH antichi. rUt avevano (iredelln come questi» paese dovesse venire in po- testà dei liuli del solo . Attuili segni di cielo mettevano (er- rore altresì negli animi degli abitanti, che vedevano ap- prossimarsi tempi di miseria e persecuzione. Si recavano ;i meste le guerre crudeli e le pestilenze sopportate dai Tol- teci», loro antenati, quando furono condotti all'ultimo ster- minio, e tulli già si aspettavano alle stesse calamità. Ma tuttavia Moctheuzoma ne prendeva assai leggiera ap- prensione: la sua potenza era nel piti alto punto ine dirsi possa , e tutto quanto l'impero slava sotto il suo freno. Ei reggeva Tezcoco, e gli altri reami che da questo dipende- vano, perciocché il re Cacama, nepote suo, era sotto la sua dipendenza ; <■ il re l'amba , suo suocero , per la gr» vena dell'età piti non bastava a regger con la debita forza lo stalo. Moclheuzonja , pertanto, riguardando al poter suo, non temeva autorità d'altro monarca, foss' ci pure slato il più forte dei mondo. L' anuo di Ce-Acail, corrispondente all'anno ISiit del- l' era nostra (ed è proprio queir anno slesso indicato da Ne- Izahualeoyolzin (1) come il tempo della distruzione dell'im- pero chichìmeco) , Teopili o Teuhtlile, governatore di Comi- ziali Cuetlaclitlan per Moctbeuzoma , aveva mandalo masi al suo Signore, raccomandando loro die s'affrettassero a più potere. In termine di ventiqualtr' ore recarono una pittura, nella quale si dava avviso del giungere degli Spagnuoli ,i . Oa :Vo(u ilctr t>,l,t ,r .tfenirotio ). l'in ili t[ ii esili volume . I lii Irrmiiiiiiioiii- in Izin indila qualità sittnorile della [lernioi Do- mili ali : Neuahu flicorni? in , dunque squilliti il Si'jtwrt \rlzahuiilrny"tl (ì) La primn tulli che le navi Spumimi^ torsero innanzi si lidi drl Messico . .lue ciiiiiii o iul/iìr,ln ili .UocUaeuiOtni, che si abbailrronn coli mi- RELAZIONE 505 sti forestieri desideravano veder Moctheuzoma, e si iniziavano comeambasciadori dell'imperadore don Carlo sovrano . La pittura rappresentava le fogge delle vesti, eamenti de" volti, il numero degli uomini, le armi, i illi, le navi, e luti1 altro che loro si apparteneva, [octheuzoma, ricevuto il messaggiero di Teopili, man- in presente a Cortes (I), con molti amorevoli saluti e profferte di buoni uffìzi: ma non era punto lieto, che ;li del sole venissero al Messico per visitarlo; laonde idò loro dicendo , esser difficile il cammino e pieno di agevolezze . Questo però altro non fece che aguzzar la na, che gli Spagnuoli avevano di vederlo; massime ndo ebbero appreso dal re di Zempoala, che quel paese dilacerato da civile discordia (2) . Anzi questo principe )fferi gente ed aiuto. ro a veder la novità della cosa : ei si nominavano Pinoti e Tao- . Entrarono in una canoa per andare a bordo de* vascelli , e quando io giunti da presso alla prua la baciarono, credendo che Quetzalcoatl, dio, ritornasse . OiTcrirono doni agli Spagnuoli , ne ricevettero liete ;lienze , ed appena furono tornati in terra si posero in cammino verso pitale, per narrare al loro sovrano quanto avevano veduto. Egli, dopo j udito il racconto, proibì loro di parlar di ciò con cbi che si Tosse; de ordine che Tessero poste guardie lungo i lidi del mare per essere rtito, quando i vascelli avessero Tatto ritorno. Fu dunque incontanente mato del giungere di Cortes (Saiiagcn. lib. XII , cap. 2. e 3) . 1) Mei doni mandati a Cortes da Moctheuzoma trovavasi un intero mento di pontefice massimo , perciocché ei lo seguitava sempre a ri- re come il dio Quetzalcoatl ( Sadagch , lib. Xìl , cap. 4) . Quando i ambasciadori furono alla presenza del generale Spagnuolo , lo orna- di quelle vesti , e prosternandosi innanzi a lui , l' adorarono (Ivi , 5) . Ai giungere degli Spagnuoli nel Messico, Moctheuzoma Tene sa- io di alcuni schiavi innanzi ad essi , e li Tè tingere de1 sangue delle ne. Quelle genti onoravano gli Spagnuoli in tal guisa, perocché cro- no questi avesser veduto i loro Dei ed avesser loro Tavellato (Ibid. e. 6). 2) Cogliendo il destro di simili turbazioni , una spedizione, governata tarradas , ebbe luogo a Cabo Rojo de Tampico , che si arrese , il di (ttembre 1829, ai generali don Antonio Lopez de Sani -Anna e don tei de Mier y Tei au ( Sota dell' editor Messicano ) • . j XI. 39 Da Zampoala gli Spagnuoli acquistarono Ouiahuiztlan «1 altri luoghi lino che furono giunti a Tlaxcalan. BoWMfW ei passavano, gli indigeni facevan loro gran festa, ed in lolle quelle universali allegrezze non segui rissa o quistiont d'alcuna guisa , eccetto quelle che furono provocale da^li Spagnuoli slessi, se pure ve n'ebbero . Finalmente , dopo varii altri casi, i nostri andarono ad Ayutzinco , ove il re QKMM venne ad incontrarli . Offerse luro la sua città ili Tezcoco invilandoveli. Gli Spagline!) e sopra tulli Guir- . loro duce, se ne mostrarono assai soddisfatti: costui rispose che per allora, non poteva accettare lai profferta , volendu affrettarsi di conoscere Moclheuzonia , ma che in processo di tempo glie ne avrebbe mostrato riconoscenza. Cacaci* adunque restituissi a Tezcoco, donde navigò ai Messico. Via appena fu arrivato , che narrò tutto quanto era occorso ai suoi sguardi, ed annunziò come gli Spaglinoli erano ivi presso; e diflalto essi già si trovavano a lzlapalanan. Moclheuzoma chiamo più voile a consiglio ì suoi sa*Ì, per sapere se convenisse « no ricevere Ì Cristiani : Ctirlla- hua tuo fratellj, ed altri grandi, furono d'avviso che non si dovesse a niun paltò ; ma Cacatua lenne la opposta sen- tenza. Disse, esser cosa indegna d' un principe di non ri- cevere gli ambasciadori à' un altro monarca ; e spezial- mente del re de'Crisliani, che, a quanto ei ne dicevano, ora il più polente del mondo; come di fatto è il vero del- l' imperadore nostro padrone . Tutto era già messo In atte. Al di seguente, 8 novembre f 519, Moctlieuzoma si post in via col suouepote Cacama, col fratello Cuitlahiia e con ■ulta la sua corte, per incontrar Cortes , che era già per- venuto a quel luogo, ove sorge oggidì Sant'Antonio. Mo- clheuzoma lo ricevette, lo condusse nel proprio palazzo , ed andò ad aspettarlo nella dimora del padre suo . il R RELAZIONE r>^7 Axayaca. Questi l'onorò di grate accoglienze, si profferse alleato dell' imperadore, e riconobbe la legge evangelica . Un gran numero di abitanti di Tezcoco e del Messico furo" no posti al servigio de' suoi soldati. Correva il quarto giorno, che gli Spagnuoli stavano nel Messico, lietissimi e trattati con osservanza d'ogni manie- ra, quando, non so dire sotto quale pretesto, Cortes fece imprigionare Moctheuzoma. Allora fu veduto avverarsi quanto di lui si andava dicendo : che ogni uomo crudele è privo di coraggio; ma si compieva I' alto giudizio di Dio. Per altro qualunque modo saria stato impossibile a pochi Spagnuoli conquistare un nuovo mondo , si grande e po- poloso di tante migliaia d'abitatori, com'era allora. I nobili e tutti i duci militari del Messico, stupefatti di si nuovo ar- dire, si ridussero alle proprie case • Il re Caca ma ordinò al fratel suo, l'infante Nezabualquentzin, ed agli altri gran- di, d'essere quanto meglio sapessero ossequenti verso i Cri- stiani , di fornirli di ogni cosa al vivere necessaria, e, se di- mandassero oro od altro, di tutto accomodarli; attesoché i Messicani e i Tecpauecbi , veggendo il proprio re fatto prigione , più non volevano servire agli Spagnuoli . Quarantasei giorni dopo la sua entrata nel Messico, disse Cortes a Cacama esser suo desiderio mandare alquanti Spa- gnuoli a visitar la città di Tezcoco, e pregollo gli volesse dare la guardia di alcuni nobili , per difendere i suoi con- tro gli abitatori di questa città. Cacama mostrandosi ben soddisfatto a tale inchiesta, comandò a due suoi fratel- li, chiamati Nezahualquentzin e Tetlahuezequalitzin , che dovessero accompagnare gli Spagnuoli. Li ammoni, trat- tassero questi forestieri nel miglior modo possibile, toglies- ser loro cagione ad ogni rammarico, e li presentassero di un forziere o gran cassa lunga due braccia, larga uno e di i ■ *>R D* A L V A una tesa d'altezza, piena di frammenti e monili d'oro, de- stinati ai Cristiani ed al duce loro. Costoro eran giunti pres- so ad un recinto di muro , e stavano per montar sulle na- vi, non lungi dal palazzo di Nezahualcoyolzin, quando un servo di Moctheuzoma, in nome di questo principe, venne dicendo ai nobili Indiani di espedire gli Spagnuoli quanto più prontamente potessero, e satisfarli di lutto quell'oro che dimandassero, sperando per tal modo contentare il loro ca- pitano e farli tornare alle proprie case. Uno degli Spagnuo- li , fattosi accorto che Nezahualquentzin era stretto a collo- quio col messo di Moctheuzoma, sospettò non facessero forse disegno di uccidere i suoi compagni; laonde percosseli prìn- cipe a colpi di bastone, lo fece prendere e condurre al Cortes. Questi diede subito ordine fosse appeso pubblicamente, co- mecché il misero non avesse commesso alcun fallo . Il re Cacama ne fu fieramente addolorato; e se non era Moctheu- zoma , che con molte lagrime supplicava Cortes a ritrarre il barbaro coniando , mali gravissimi ne sarebbero seguita- ti. Cacama , con tutta la forza dell'animo dissimulò il suo rancore, e mandò a codesti Spagnuoli, ch'erano venti fra tutti, uno de' suoi fratelli, che aveva nome Toepacxuchi- tzin , per far loro consegnare il richiesto donativo. Rice- vettero adunque il ben colmato forziere, e si restituirono al Messico {\); ma Cortes disse esser ciò poca cosa, abbiso" piargliene d'avvantaggio. Rimandò adunque Cacamatzin, e venne una seconda cassa piena d'oro. (I) L' idioma Spagnuolo non ha Torma che possa debitamente esprime- re la bassezza e la impudenza di quest'atto. A si generosi provvedimenti si potea corrispondere con modi più vili ? (he arroganza ! Che orgoglio ! Ecco di che guisa rimeritavano la ospitalità e le cortesie de* nostri maggio- ri ! Se già adoperavano siffattamente prima

    agli il cuore, che tutto fumante offeriva lo al So- le. Il Sahagun (lib. II, cap. 14), parla anch' ei di questa festa, chiaman- dola però Quinaonin-l'itzifopochtli, che vuol dire: attorniare Vitzilopo- chtli, perchè danzavano intorno alla statua di quel Dio. Il Chimalpaio a questa danza dà nome di Mazebalitztli , e significa, secondo lui , meritare per la propria fatica . Alcuni Spagnuoli l' hanno erroneamente chiamata Areyto , che questa e voce degli Indiani di Cuba. ( V. H istoria de la co* quistus de Ilernando Cortes , del Gomara ; tradotta in Messicano da S. B. di S. \iilou Munon Chimalpain . Quauhtlebuanitzin ; Melico 1826, in &, cap. CXXVU. ) i _. RELAZIONE ">U abbandonaronsi alle loro danze, dette Mazchuoliztlì. Olire a mille nobili Indiani si raccolsero nella corte del maggior tempio. Ciascuno di loro aveva attorno i più begli orna- menti e i più preziosi monili; erano senz'armi e senza di- fesa. 1 Tloacalatechi, che, venuti col Cortes, abitavano la città, ricordandosi cbe nelle antiche feste v'aveva il costu- me di sacrificare le migliaia de9 loro concittadini, se ne an- darono al capitano Alvarado , falsamente accusando i Mes- sicani, che si fossero congregali per ucciderli . Alvarado porse fede a queste parole , e per accertarsene andò al tem- pio esaminando s'eglino avessero armi; notò che erano di- sarmati, e che tutt' altri pensieri, che quelli ond' erano im- putati, si giravano loro per la mente. Ma la brama di pi- gliarsi quell'oro di che andavano adorni, fece che il capitano desse in guardia ogni porta a dieci uomini armati; poscia ei medesimo , con altri molti, entrò nella corte del tempio, e fece orrenda strage di quasi tutti quelli che v' erano rac- colti , rubandoli di quanto avevano . Il popolo , veggendo trucidare i suoi maggiorenti senza lor colpa, levossi a stor- mo, e si serrò addosso agli Spagnuoli, riducendoli a ripa- rarsi dentro il palazzo ove si afforzarono di buone difese- Non v* ha dubbio che questa volta tutti sarebbero stati uc- cisi, né un solo avrebbe trovato scampo, se Moctheuzoma non avesse acquetato lo sdegno de1 suoi . Il Cortes subito riparti pel Messico ; transitò per Tezcoco, ove alcuni nobili vennero a riceverlo e non altri, perciocché i figliuoli legit- timi del re Nezahualpiltziatli furono celati dai sudditi loro, e gli altri stavano al Messico per ostaggio . Il Cortes entrò in questa città con tutto l'esercito di Spagna, co9 suoi colle- gati di Tlaxcalà e d' altri paesi , il giorno di San Giovanni Battista, senza cbe vi fosse chi gli si levasse contro . 512 D ALVA 1 messicani e tutti gli altri indigeni largirono agli Spa- gnuoli tutto quanto di che abbisognavano. Ma considerando che costoro non volevano uscire della città, né tornar liberi i loro sovrani, raccolsero le milizie, ed assaltarono il Corte* fi dì seguente della sua entrata nel Messico. Le fazioni di guerra durarono per sette giorni : nel terzo, Moctheuzoma, conoscendo la deliberata volontà de' sudditi suoi, salito so- pra un luogo eminente li arringò rampognandoli • Essi gli dissero male parole , il chiamarono debole uomo , nimico della patria, e giunsero a minacciarlo dell'armi loro. Di- cono che uno di essi gli avventasse una pietra, e che lo ucci- desse; ma i suoi sudditi pretendono, che gli Spagnuoli stessi gli dessero morte, tirandogli un colpo di spada nel ventre. Passati i sette dì, e molti casi d'importanza essendo seguiti, gli Spagnuoli, i Tlaxcalatecbi , gli Huexotzinchi , e molle altre genti della lega lasciarono la città , e se ne fuggirono per la via che mena a Tlacopan . Prima però d' uscire del Messico trucidarono il re Cacamatzin , tre sorelle e due fra- telli di esso. Secondo don Alonzo Axayacatl (1), e parecchie narrazioni degli indigeni che si trovaron presenti a questi due fatti , molti Spagnuoli perirono nella ritirata, presso ad una altura che sta a cavaliere di Tlacopan; di là tornarono verso Tlaxcala . Gli Spagnuoli essendo adunque parlili per Tlaxcala (2; , i Messicani elessero per loro sovrano Cutlahuatzin, fratello di Moctheuzoma morto da venti giorni . Questo principe (1) Questo nobile Indiano , uno degli nomini più dotti del tuo molo, era archivista di Tezcoco ; discendeva dai re d' Acolhuaran . (2) Il Cortes incontrò in Tlaxcala un uomo chiamato Francesco Her- nandez , il quale gli condusse trecento Spagnuoli , molti cavalli , armi e munizioni . Egli aveva perduti tanti soldati, che senza questo soccorso non avrebbe giammai potuto muovere nuovamente contro il Messico (SàEàcch, lib. XII, cap. 27.) RELAZIONE 513 ordinò ai grandi del regno di Tezcoco , che destituissero il loro re , e riconoscessero come legittimo Signore V erede presuntivo : ma questi risposero, che i tempi non correva- no a ciò propizi, e che Yoyontzin era troppo giovane ; era il minore de1 figli legittimi del loro re Nezahualpiltzintli . Questi confidò la somma delle cose nelle mani diChouamo- cochitzin , uno de9 legittimi figli, e furono messe in armi va- rie milizie pel caso che gli Spagnuoli volessero far il ritor- no. Il re Guitlahuatzin ebbe soli quaranta giorni di regno; morì in breve tempo pel contagio del vaiuolo, eh1 era stato portato da un Negro (1) . I Messicani speditamente elessero Cuauhtemoclzin , figlio del re Ahuitzotzin, del lignaggio di Tiatelulco . Il Cortes fece lunga dimora in su quel di Tlaxcalà; ed in questo mezzo attese a ristorare le perdite che aveva sofferte, mercè gli aiuti che gli vennero dai regnatori di Tlaxcalà, di Huexotzinco, di Gbolula. Imprese alcune fa- zioni contro gli abitanti di Tepeaca, d'itzolcao, di Quauh- quecbolan, e contro altre genti sommesse alla città di Te- zcoco e del Messico: con poca fatica le vinse e le trasse alla sua parte . Quando si vide cinto d'una considerevole schiera de'suoi collegati , e si accorse che tutto il paese era recato alla sua obbedienza, deliberò di correre sopra al Messico. Messe il campo da Tlaxcalà il giorno degli Innocenti , con quaranta cavalli, cinquecento fanti e venticinquemila fra Tlaxcalate- chi, Huexotzincbi , Cololtechi, Tepeacaoensi , Quaulbque- chololtechi , Cbalchi , ed altre nazioni indigene ; ei non ne .1) Il ? aiuolo fece grande strage nel Messico per sessanta giorni con- tinui, e levò di vita un infinita d'Indiani. La desolazione fu tale e siffat- ta, che un gran numero d'infermi morirono di fame, non v'avendo chi loro apprestane il cibo (Sahaouh , Uh. XII , cap. 29) . xi. 40 aveva voltilo ragunare di più. Tecocoltzin, figlio del re xahiialpiliziulii, ed uno degli sfatichi , che aveva tal re Catania, gli avera promesso che a Tezcoco gì rebbe Tornilo lutto il bisognevole . Oltracciò, moiri naggi , e spezialmente Quiquilzeal-zin ( mondato da TaKHM in nome degli in l'unti Ixtlilxochitlzin, Tctiahuehuezquitzin. Yoyolzin, e degli altri loro fratelli , gli avevano profferì» gli aiuti di questi principi, avvegnaché Cohiiunaruti/iu uno di essi, fosse re di Tezcoco ed amico de 'Messicani. (Juiquizca (ornato dalla sua ambasceria fu fallo porre a ciurli' i|,i DotntaoMtxlsin. Quando il Cortes fu giunto aCnhuatepec, ire leghi' lim- lano da Tezcoco, quattro de'maggiori della parie dìCo- huanacoxtzm vennero a fargli i debili onori, ed in pegon il' amicizia gli donarono un picciol stendardo d'oro e molte alile cose preziose : gli dissero, come il loro Signore man- davali a lui per riceverlo cogli auspicj più lieti, e per suppli- rnrìti volesse venire egli stesso can tulle le sue genti a pur li' slantfl nella città , che sarebbe umicamente accolto e ser- vilo . Secondo che narrano don Alonzo Axayucalziu e Chi- chicuatzio, celebre guerriero ed uno di quesli amltasciadori al quale il Cortes diede segni di molla deferenza, questo duce Spagnuoli) rispose con mal piglio, non curarsi della loro alleanza, ove prima con restituissero quanto ITOMI (olio a quarantacinque Spaglinoli ed a Ireceolo fiancala- lechi da loro uccisi . 1 messaggi replicarono , che il lor Signore Cohnanacnxtzin , la citta ed il reame eraM all'ili" innocenti : die gli uccisori erano gente ai servigi del re Ca- cama : che costoro avevano fatto ciò in vendetta del proprio padrone ch'era tenuto ne' ceppi: ed offerirono ai Corta dì coudurglieli prigionieri . Costui riprese, eh' ei sapeva [le- nissimo tener Cohuanacovlzin le parli del re OuaiihLrmoc , I I RELAZIONE 515 e che desso aveva fallo dar morte al suo fratello Quiqui- zca , perciò solo che questi era venuto a Tlaxcalà a nome de9 suoi fratelli ad offerirgli amicizia. Gli ambasciadori udite tali ragioni ad altre ancora, ritornarono sulle proprie orme ed esposero il lutto al re ; il quale fatto accorto delle male intenzioni del Cortes, s'imbarcò con quanta più gente potè, e venne al Messico per dare ausilio a Quaublemoc . Come il Cortes fu presso a Tezcoco, molti nobili vennero a riceverlo , e tra gli altri l' infante Ixtlilxòchitl e i suoi fra- telli , che trovavansi nella città . 11 capitano di Spagna si- gnificò a que' principi con amiche parole la gioia , che pro- vava in vederli; ed essi gli diedero avviso di quanto era passato, concludendo, che il loro fratello Cohuanacoxtzin era al Messico. Quando il Cortes fu entrato nella città, die- dero alloggiamento alle milizie dentro i palazzi del re Ne* zahualcoyotzin, ove stettero a grand9 agio. In quel giorno, ed in tutti gli altri che stettero quivi , furono accomodati d' ogni cosa opportuna . Frattanto, il giorno slesso che il Cortes fu pervenuto a Tezcoco, seppe che tulli gli abitatori abbandonavano quella terra, e sopra una innumerevole quantità di barche si ri- paravano al Mexico. Egli comandò a parecchi nobili India- ni che tornassero indietro , e si separassero dalla causa di Cohuanacoxtzin, dappoiché gli altri infanti s'erano legati a lui . Promise di far riconoscere per re e Signore legittimo colui che avrebbe avuto più buon diritto , e che fosse ia maggior grazia dell' universale • Tal proposta fu da tutti ri- cevuta con lieto viso, e quasi subitamente furono tornati in patria. Tecocoltzin fu salutato re per comune accordo, comecché fosse figlio naturale del monarca Nezabualpil- tzintli; che que' popoli non si attentarono farne conoscere i figli legittimi,fino a che non si fossero fattistcuri del termine a cui andassero le cose. Tecocoltzin prese a regger lo con motta prudenza; mandò suoi legati per tutti i regni e province Ebe pendevano dalla corona di Tezcoco, e soprat- tutto in quelle che conosceva affezionate alle ragioni messi- cane. Otto giorni dopo munì la città per guardarla dagli assalti nemici. Il Cortes tentò poscia di recare in poter suo litapalapan, città mollo forte , e di grande importanza por T adempimento de'suoi disegni. Partissi con quindici catnlli, dugento fanti Spagnuoli e seimila tra Aculhuassi , Tlawal- tecbi ed altri popoli della lega. Non appena fu giunto dinanzi a Ixlapaiapan, chei Mes- sicani , avvisali di ciò , levarono il campo contro di lui, e lo scontro fu de' più vigorosi. Ma frattanto, perché gli abita- tori d' Ixtapalapan eran posti in un'isola tutta intorno cinta dalle acque, non fu potuto espugnar la città, né farle alcun danno. Gli Spagnuoli fecero prova di mantenersi per lutti) il corso della notte nel sito da loro occupato, ma i Messi- cani li impedirono; ruppero un argiue che servila come di diga ad un forle volume d' acque, e se i nostri precipi- tosamente non si fuggivano di colà, tutti restavan som- mersi. Nella ritirata furono neramente incalzati, e gli al- leati che cuoprivano i loro fianchi restarono uccìsi in gran torma; un solo Spagnuolo die più degli altri s'era sbran- calo, perdette la vita . I\i Ni Mirtilli - rin' aveva il comando degli Aculhuassi si legnalo in questa fazione, e molti capitani caddero morti per la sua mano . Il re Quauhtemoc , quando ciò seppe, fu dolente oltremodo in udire che uno degli infanti lesinimi del regno di Tezcoco facesse tai gesle ; perciocché anliv#- deva in lui un potentissimo aiuto per gli Spaguuolì , ed un tremendo avversario pe' Messicani . Questi avevan provato di impadronirsi delle città d' Otumba. d'Ateneo, di Colma- RELAZIONE 317 Uychan, e recarle a distruzione insieme con altre terre per punirle d'aver dato favore a1 Cristiani , ma Ixtlilxòchitl le aveva poderosamente difese. Quauhtemoc e Cohuanacoxtzin , commisero adunque ai pi A arditi loro capitani di farlo prigioniero o d'ucciderlo, promettendo loro assai splendidi guiderdoni . Un valorosis- simo nobile, della casa d' Ixtapalapan , si pose in animo di adempiere tale impresa , e si legò per fede ai monarchi di condurre Ixtlilxòchitl prigioniero nel Messico • Tecocoltzin fece fare molti pettorali (1) , e scudi, e frec- ce, e morioni (macanas) e giavellotti ed altre armi, tanto pei suoi come per gli Spagnuoli. Raccolse gran copia di vettova- glie, di grano d'India, di polli, e tutt' altro che fosse ne- cessario a nudrire le milizie. Mandò pure ordinando a lutti i sudditi suoi di tenersi in punto per muovere speditamente il campo il giorno stesso, che ne correrebbe V avviso . Intanto che si facevano tutti questi apparecchi , Ixtlilxò- chitl udì come il valoroso duce d' Ixtapalapan aveva dato fede a' suoi Signori di condurlo prigioniero nel Mexico. Ei ne prese grande ira , e lo mandò a sfidare . Si trovarono amendue nelle pianure di Ixtapalapan . Eran soli: niuno dei soldati deir una e dell'altra oste entrò nel combattimento , e ad Ixtlilxòchitl fu di mestieri somma destrezza per vin- cere il suo avversario . Gli legò allora piedi e mani , e fatto portare un gran fascio di rami secchi, li fece porre sopra di lui e l'arse vivo; poi disse a' Messicani, che riferissero al loro Signore Quauthemoc ed al suo fratello Cohuanaco- xtzin, come innanzi ch'ei fosse prigioniero era disposto a (1) Questi pettorali eran fatti di stoffa imbottita di cotone. Gli Spa- gnuoli, essendosi avveduti che le frecce degli Indiani lanciate sulle loro corazze metalliche rimbalzavano spesso sopra altre parti scoperte della per- sona e le ferivano, avevano adottato P uso de' pettorali di cotone. ! loro quel governo stesso the a fan dette persone i «li cosmi. In questo mezzo Tecocoltzio si moriva, dopo essere stato il primo iu Tezcoco a rigenerarsi nelle acque battesimali sotto il nome di Fernando; la morte sua fu di grave ram- marico agli Spaglinoli , pere inedie (aite egli uomo assai nu- bile e mollo li amasse: era gentile di modi, grande Mi persona, bianchissimo di colore, e le sue carni BOTO belle a paro di qualunque più leggiadro Spagnutilo . Dalla sua fi- gura e dalla Tavella bene s' argomentava eli' egli veniva ili alto lignaggio; parlava l'idioma di Spagna, e quasi ogni sera, dopo la cena, teneva ragione con Cortes sulle cose della guerra ; e la maggior parte delle deliberazioni die Ira loro si prendevano, erano mosse dall'acume de' suoi mu- sigli. Coni' ei fu morto, gli Aruluani salutarono per loro sovrano Ahuaxpilzuctzin, che in processo di tempo assunse il nome di don Carlo; egli era Infoile (1), e figlio naturale del re Nezahualpilzintli; ma poeta giorni ei regnò, pereioc- die il Cortes, e molli altri uomini d'alio all'are, dimanda- rono che la corona fosse posta sul capo d'Ixtlilxòchill, tanto pel valor suo, die per essere legittimo figliuolo. Egli era assai rispettalo dagli Indigeni per le sue prerogative; ed no già dello di sopra, che non avevano ancora osalo di eleg- gerlo , appunto perche egli era tiglio legittimo. Ixtlilxóchitl compiè quanto aveva cominciato il suo fra- tello Tecoadlzin: lece scavar da' suoi sudditi il canale pei brigantini, e terminò il lavoro di quesli legni, che eraan stati condotti da Tlaxcalan ron ventimila uomini d' arme. Quattro giorni dopoché fu giunto questo esercito, che RELAZIONE 519 componevasi di Tlaxcaltequi, di Huecotzinchi e di Chololte» qui,, insieme al detto legname- da costruzione, pei briganti* ni, il Cortes, Ixtlilxòchitl e i maggiorenti Indiani, delibera- rono, che intanto che si continuavano le opere del canale, farebbero una correria intorno al Messico, per vedere se Quaubtemoc, Cohuanacoxtzin e gli altri capi , inchinassero a patti di pace. Ixtlilxòchitl, adunque, parti conducendo sessaniamila uomini de9 suoi soggetti; il Cortes menava trecento Spa- gnuoli e ventimila Tlaxcaltequi : e cosi se ne andarono a Xaltocan, luogo che dipendeva dalla città di Tezcoco , ma che s'era ribellata in favore di Cohuanacoxtzin • Agevol- mente se ne impadronirono , e transitando per Tultitlan, Tenayuca ed Azcapotzalco, trovarono assai lieve contrasto. In capo a tre dì della loro partita di Tlacopan, pervennero a Tezcoco. Gli abitanti avutone avviso per tempo, mossero loro incontro ed ingaggiarono una sanguinosa battaglia; ma i nostri combatterono si bene, che ruppero i Tecpanequi , si recarono in mano Tlacopan, ed uccisero quanti vennero in forza loro . Vedendo ormai cader P ombra notturna , si ritrassero nei palagi del re Toloquibuaztli, primo di questo nome . Al romper dell'alba si diedero al sacco della terra, ed arsero le più belle case ed i templi . Occuparono quella città per sei giorni , senza restar dal combattere coi Messi- cani , e procacciando sempre di vedere il re Quauhtemoc, per entrare in negoziati con lui, qualora amasse la pace. Finalmente , perduta questa speranza, si ridussero nuova- mente a Tezcoco, quasi per io stesso cammino ond'eran venuti . Due leghe al di là di Tlacopoa, giunti che furono ad una pianura, i Messicani, argomentandosi eh' ei fuggissero in- nanzi a loro , li assalirono e se ne accese una battaglia gravissima: ma gli assalitori furono violi, e ridott narsene al Messico più che di passo, lt Cortes e i suoi -i condussero ad Aculma, ove stanziarono nella notte. Al di seguente, tornata che fu [ulta l'oste a Tezcoco, i veni renila uomini di Tlaxcalau e d'altri siti dimandarono al Cortes la loro licenza, e se ne tornarono alle lor case carichi delle spoglie dell'inimico, che erauo il line d'ogni loro tat derìo . Gli abitatori di Chalco vennero ad avvertire lxtlilxòcbill come i Messicani avessero in animo di distrugger la città loro, perocché fosse luogo di molta importanza per prov- vedere di vettovaglia e d'altre cose necessarie quei di Tez- coeo e gli Spagnuoli . Pregarono questo prìncipe, che vo- lesse mandar parecchi de' duci Indiani con un polso er cacciarne gli Spagnuoli egli Aculhuani: ma questi corsero RELAZIONE 3SI ad incontrarli, e li vinsero, perseguendoli per più d'una le- ga ed uccidendone un gran numero . I collegati soprastette- ro per due di ad Huaxtepec; quindi se ne andarono ad Aca- pachitlan , città munitissima , ove campeggiava un copioso esercito ; costrinsero V inimico a darsi per vinto , dopo che però fu combattuta una battaglia molto esiziale agli Spa- gnuoli e agli alleali ; ma Analmente questi ultimi si fecero padroni della città, e vi commisero un pieno sterminio. Un ragguardevol numero di nemici precipitossi nel fiume che attraversa Acapachitlan (1). Dopo che la città fu presa ) tutti si tornarono alle proprie terre . Il Sandoval, gli Spa- gnuoli ed alcuni Aculbuani si restituirono a Tezcoco, ed altri si rimasero a Cbalco.Quauhtemoc, veggendo ch'einon riu- sciva a sottomettere gli abitanti di Chalco, deliberò di con- gregare un poderoso esèrcito , onde assalire e distruggere i Cbalcas, prima che fossero francheggiati da nuovi aiuti Costoro, come gli Aculbuani e i loro vicini, ebbero assai tardi l'annunzio dell' approssimarsi de' Messicani; ma tut- tavia si assembrarono , andarono incontro ad essi e persi- stettero a combattere, fino a che non toccarono una intera sconfitta. Ei fecero prigionieri quaranta capitani, ed iChal- cas un generale. Tutte le città, le borgate e i villaggi di Xochimilco, Cui- tlahuac, Mizquie,Coyohuacan, Ixtpalapan, Mexicatzinro e gli altri luoghi della lega del Messico, raunarono più di ses- santamila uomini, e mossero nuovamente sopra Cbalco, tentando di recarlo all' ultima ruina. Non appena gli abi- tanti ne ebbero avviso, si provvidero di tutte le cose op- portune, ed avvertirono Ixtlilxòrhitl e gli Spagnuoli per avere aiuti . Il Cortes adunque , fu astretto di andarvi di (1) Oggi Ayacapiitla (Nota dell' Editor Messicano] . *i. 41 persona con trecento fanti e trenta eavalli; Ixlfil «indurendo ventimila de' suoi ed alquanti Ila vaiale [tassarono insieme b notte a Tlalmaualm, sulla froolii ove stava l'esercito dei Gialcassi. Il giorno appresso so- pravvenneru circa cinquantamila uomini, falli levare ili kllikiirliill nelle più vicine province dei reame di Tezcorn; e all'altro di, dopo avere udita la messa, entrarono io OMV mino conlro l'avversario, che occupava un'altura mollo elevata ed asprissima: le doune e i fanciulli tfaWM ■#] cima, i soldati e le altre «enti da difesa guardavano le naftr dt^i. La battaglia s'ingaggio su tre punii diversi ; I' anli- guardo correva grave pericolo pe' grossi sassi che il in- litico dall'alto rotolava su quelli che conli'iióVtano per si li- re. Da fio avvenne, che noi perdemmo assai Jt'lBlW' due Spagnuoli morirono , e più di venti restarono forili. Volendo procedere innanzi ei si Irò* arono accerchiali da un grande stormo di guerrieri, che cuoprivano la campagna per star pronti alle riscosse. Alle nostre milizie adunque, fu giuoco forza di rivolger le armi conlro quei che tenevano la pianura, e coininciossi con loro un fiero conti) attinii'ol»; tua gli alleali ne uscirono in POCO il* ora con la v ilturia . Andarono a porre il campo sopra un'altro monte \irjuo..ii cui erano alcuni villaggi; ivi trovarono qualche iimi«.i. ma non ebbero a durar molta fatica per mettere in fusa fili oecupatori . Le genti de) Cortes vi stanziarono la notla i 3 giorno che suceedelle; poi si dirizzarono nuovamente |US prima montagna, ove alloggiava il grosso dall' osta oni;i- ca. In picciol tempo fu veduto da qual parte si polevaspuu- lare; i nostri si spinsero lino alla sommila, ed allora ^.n avversari si renderono chiedendo mercé: furouo ricevuti .1 sommissione, e nessun male fu loro fallo . Essi allora niiin dar ouo dicendo a" propri! amici, die si dessero ai UrisUw', RELAZIONE 325 e quei così fecero. Il Cortes e i collegati, trattenutisi per due giorni in cpie' luoghi, inviarono i feriti aTezcoco, e, dirizzarono i loro passi a Yautepec, ove era raccolto un copioso esercito. A sera giunsero ad una gran casa campestre , presso a cui si distendeva un giardino , e quivi pernottarono . Gli abitanti non si fidando, alla dimane ruggirono ; i nostri li seguitarono sino a Xilotepec, ed uccisero una gran quantità di nemici, che non si tenevano in guardia. Gli abitatori di Yautepec a sottomisero senza trar colpo; e da XHotepec gli alleati continuarono il cammino inverso Qnauhuabuac , luogo assai munito «d importantissimo . Siccome gli indigè- ni eran divoti al loro sovrano , perciò tenevano guerra ad Ixtlilxòchitl , e difendevano la parte del suo fratello Cohua* nacoxtxin e dei Messicani . Ixtlilxòchitl li fé' ricercare di por giù le armi, ma ei si ricusarono; quindi fu di mestieri com- batterli. Furono assaliti in un ridotto montuoso e difficile, non essendosi potuto trovare luogo un poco pie favorevole: in bre v'ora furono sterminati; quei che poi eron fuggire st ripararono su pei monti vicini , e i loro migliori villaggi andarono in fiamme * Il governatore di quella provincia e la più parte degli abitanti, vedendo perdute le cose., di* mandarono grazia a ixtlilxòchitl, supplicandolo volesse per loro intercedere appresso a' Cristiani, e promettendo , per segno della riconoscenza loro, di congiungersi ad essi con- tro i Messicani. Ixtlilxòchitl, lietissimo di questo messag- gio, perdonò a quelle genti, e le condusse dinanlt al Cortes per farle ricever subito in amicizia ; perciocché già già si pentivano del passo fatto . I vincitori poi si partirono per a Xochimiloo , e in due di furono giunti presso questa città, che era assai grande, ben munita e circondata dalle acque » Il popolo e i Messi* SS* d'al V A cani die la presidiavano, alzarono i ponti, glie, e si apparecchiarono a ricevere l'inimico, fidando nella anpiana del numero e nella opportunità del silo per re- spingere gli assalitori. 1 nostri cominciarono la oppugnaci» De, b combatterono si valorosamente, clic impadronirmi. i del primo cerchio delle mura lino al ponte principale , du> eia il più forte della città. Gli Xochimileassi , montali sulle canoa, combatterono per lutto quanto il m'orno; al catln della notte posero in sicurtà le donne, i vecchi e quanto possedevano, e alla dimane minarono il ponte: prestamene però gli alleali si diedero ad incalzarli e li cacciarono della città . Ei si rannodarono in una pianura, pugnarono valo- rosamente a paro d' ogni più prode milizia , e fecero correr di assai gravi pericoli a' nostri . Poco stelle che non s' ina» dronissero della persona slessa del Cortes, caduto dal ca- vallo oppresso dalla fatica. Gli Spaglinoli, gli Aculhuanl, e gli altri della lega, giunsero di presente , e fecero volger le spalle al nimico: ma non lo seguitarono, che vollero torna- re nella città per ristorare i ponti , i quali furono ablurrati di rottami e di pietre. Quando ivi furono giunti, trovarono i cadaveri di due Spagnunli, che s'erano allontanati d*l lirosso delle schiere per darsi a saccheggiare . Quautheiuoc, sapulo ciò, mandava incontanente pel lagl e da terra quindicimila uomini: i nostri vigorosamente li fronteggiarono, li ruppero, arsero le case e i templi della ritta , Questa fazione, ed altre che si pretermettono, segui- tarono quattro giorni dopo che vi erano entrati . Il Corta e gli alleati ne partirono per muovere a Culhuaean, due laghi discosta da Mexico. Gli Xochimileassi gli assaltarono ari cammino, ina con poca fatica furono sconfìtti. Quando pervennero a Culhuaean, la trovarono vuota af- fatto di abitatori, e vi si riposarono per due giorni. Dopo aver RELAZIONE 525 ben bene speculato il luogo da cinger d'assedio il Messico, misero il fuoco ai templi e ai maggiori edifizi, e s'indiriz- zarono alla capitale. Gli alleati batterono il primo recinto e con leggiero tra- vaglio se ne insignorirono ; una gran torma d' Indiani in quel luogo lasciò la vita , e molti Spagnuoli rimasero feriti. Poi tutti si restituirono a Tezcoco , quando ebbero attenta* mente divisato il luogo, d'onde poteva prendersi la città , e le parti del lago nelle quali potessero navigare coi brigan- tini. Altri casi eziandio avvennero *in questa giornata; e morirono pure degli Aculhuani, e qualche numero di al- leati, che stavano air antiguardo. Quando furono arrivati a Tezcoco, il canale era quasi compiuto, si distendeva per una lunghezza di più che mez- za lega, largheggiava per dodici o tredici piedi , e per due tese e più si approfondiva: i margini erano palancali e guer- niti di forti muraglie. Quesf opera durò cinquanta giorni, e quarantamila uomini vi furono adoperati (1), chelxtlil- xòchitl aveva fatti venire a posta dalle svariate parti del re- gno di Tezcoco; ed otto o diecimila per giorno sottentrava- no al lavoro. Si trovarono nella città parecchi Signori delle diverse province, che eran venuti a riconoscere il nuovo sovrano, a collegarsi ai Cristiani e ad aiutarli nelle loro guerre contro i Messicani. Costoro avevano in prima tenuto le parti d'Ixtlilxòchitl , ma poi s'erano a lui ribellati. Que- sto prìncipe li vide con lieto animo, e loro ordinò, che si provvedessero di tutte le necessarie cose, accogliesse- ro armati, recassero le vettovaglie, ed ei medesimo si tolse il carico di tali apparecchi nel regno degli Aculhuani a lui (1) n testo ha quattrocento mila uomini , ma è senza dubbio un error del copista . {Nota dell' Editor Mesticano) D A L V A e nelle altre i b che stavano Botta la i suggello bcdienza: uel termine ili elicti giorni, tuli» avevano a tro- varsi a Tezcoco. Simigliatiti ordini furono spedili dal Gallai iii so v i-ani diTlaxialan, di Hucxnlzinco e di Ondula . Il di dupli la Pentecoste , tutto il campo essendo come- nulo a Tezcoco , il Cortes passò in rassegna gli Spaglinoli, e I vili! vVliiil gli Indiani. Si trovarono in lutto dugen Imitila guerrieri, e cinquantamila aperai da far ponti ed ritti lagu- ri. Ci niniantami la si noverano Ira quei di Ctufloo . d can, di Cuauhnahuac, di Tepeyar e d'altre province poste a Tezcoco e giacenti al mezzodì . (Juesla città e territorio avean dato cinquanta mila uomini , senza r»n [an- nuo mi la capi, paesani, ec. Tra gli abitanti della medesima. Le province d* Olumba , Tolanlzinco, \ilntcpeo ed allre. popolale dagli Acidlmani, ne a- evano mandati pure cin- quantamila ; ed altrettanti u'eran venuti dai T/iuhev cassi, dai Tlalahuquilcpcchi ed altri Indigeni, che stai vano a settentrione; finalmente, come e già detto, sol vano in tulio a dugenlomila. KUilxochitl fece raunarc quante canoe potè; una parte mosse eoi brigantini, ed il rimanente portava i viveri e tutte le cose necessarie all'eser- cito. In quel giorno slesso, ciascun capo de' Tlaralleqiii, degli lluexotzmclii e de' Chololtequi , fece la mostra dei suoi , e non si trovarono meno di trecento mila guerrieri. Il Corles , vergendo la gran moltitudine de' suoi partei- gialori , li sparli a questa guisa : d" accordo con IxlliltiVliiU e con la maggior parie de' capitani , coniando a l'edm Al- varado elle audasse a Tlacopan con Irenla eavalli , cent» sessanta Cauli e cinquantamila abitatori di (Knmba, di B» lanlzinco e d' altre nazioni: iMlilvòchill diede al suo fra- tello (Jiiaubtliztacalziu l'ordine di accompaguarli. I con- dottieri Ctiioutla e Cbicbinqualzin andarono in qualità di ri mei- "- BSOUO- e il sm iiunu* RELAZIONE 327 generali, ed egli stesso parti con loro conducendo l'esercito de' Tìaxcaltequi. Cristoforo d'Olid, capitano anch' egli, ebbe il governo di trentatrè cavalli , di rentoltanta fanti spagnuoli e di due pezzi d'artiglieria, come gli altri, di cui si è parlato (l) ; egli reggeva altresi cinquantamila uomini di Tziubcohuac e delle province boreali sotto gli ordini di Tetlabuezhuezqui- titzin, fratello d'Ixtlilxòchitl e d'altri capi suoi amici; ei doveva condursi a Coyoacan. Il capitano Gonzalo de San- doval parti con ventitré cavalli, cento sessanta fanti e due pezzi d'artiglieria: era sostenuto dagli abitanti di Gbalco, di Quauhnahuac e della più parte delle province meridio- nali, i quali sommavano al numero de' primi . Questi Indi- geni avevano per generali i loro propri duci ed alcuni fra- telli di Ixtlilxòcbill . I Toltequi e gli Huexotzinchi facevan parte di quelle schiere , avevano ordine di correre sopra Ixlapalapan, di struggere questa città, e pigliar quel posto che più stimassero conveniente. I cinquantamila operai fu- rono distribuiti fra tutte le schiere , per costruire i ponti e far le altre opere opportune ad agevolar le mosse del cam- po. Il Cortes assunse il comando del navilio e de' briganti- ni . Ixllilxòchill lo accompagnava con sedici mila canoe (2) che portavano i cinquantamila Tezcocani e gli ottomila capi assai valorosi: essi erau destinati a combattere gli indigeni dei laghi e dei monti . Gli abitatori dal Messico non se ne stavano in riposo: i re Quaubtemoc, Cohucanacolin e Ttelepauaquezatzin si ap- parecchiavano alla difesa; facevano tutti i lavori necessari, ii) L'Autore riulla ne ha detto. i2) Questo numero pare esagerato . fortificavano le loro città, e congregavano piti di tret inolila uomini. Mandarono a tini proverà re Ixllilxòiliill per quanto operava, e pel favure che data Si li^li del Sole col Indire la patria e i propri parenti (IJ . Costui non Titi- llava dal rispondere volere egli essere amico de1 Cristiani, perciocché avevano portato la luce della fede; clic i suoi pressali Talli gli avriano acquatalo la salute dell* animale die anteponeva tali opere alla patria e a' suoi, petCtottM non volevano a lui obbedire; clic per conseguenza inni pwe sarebbe propizio a' Cristiani e li aiuterebbe in tutto, ma che ancora darebbe la vita per essi . Aggiugncv,i molle allre ragioni, clic aizzarono la indignazione dc'Messicani verso di lui. Quauhtsmoe e i due altri sovrani furono invitali a por ;.iii le armi; fu loro partecipata la deliberazione d'Isilil- xòcliìtl , mostrata la preponderante forza de' Cristiani , e provato per sufficienti ragioni che sarebbero rimasi tinti; ma essi risposero fermamente preferir la morie il ifendendi) la patria alla schiavitù de' figli del Sole , stirpe avara e cru- dele . Furono tali le cagioni che indussero Quauhtemoc e i suoi collegali a continuare ne'loro disegni; ina lutto fu in- il.oon; imperocché Tezroco, i reami e le province, che a* dipendevano, e che erano le più polenti sosleiievano i Cri- stiani con Tlaxcalan , llucxolzinco e Cholula . Se Te/con» non fosse entrato a parteggiare con loro, queste sole pro- vince ben poca gente avriaiio potuto fornire, in pangOH de' ire maggiori principali Tezcoco, Mexico e Tlacnpao.r la loro lega non avrebbe sortito alcun effetto d' importanza. Gli storici provano in chiari termini, che gli aiuti procac- ciati agli Spagnuuli da Tezcoco, da Ixllilxócliill , da' suoi 1 lillihukliill In In priud|>al cagione della r i RELAZIONE *» fratelli e dagli altri a lui consanguinei , che gli erano sotto- posti , furono al cospetto di Dio la cagione che la fede evan- gelica s' introducesse nelle nuove regioni . Questa lega fece si, che i Cristiani si recassero in mano il Messico e le altre terre , con assai minori travagli e perdite, che se Tezcoco e le altre province non si fossero dichiarate per essi. Passati che furono tai messaggi e risposte, lxtlilxòchill ordinò al suo fratello Abuaxpiclzoctzin, che dovesse rego- \ larmente fornire i soldati durante la guerra , e condurre le vettovaglie, le armi e tutte le cose necessarie agli Spagnuoli e al loro esercito . Gli raccomandò di prevenire gli Aculhua- ni e tutti i suoi sudditi, che si tenessero pronti in caso che venisse il bisogno del loro braccio. Ahuaxpictzoctzin si ac- costò pienamente ai voleri del suo fratello, e di nulla fu di- fetto in tutto il tempo della guerra . Come ogni cosa fu in punto, Toste intera si parli di Te- zcoco per alla volta del Messico, l' undecimo giorno del ter- zo mese indiano, chiamato Hueytezozlli , che significa gran vigilia; ed era la decima settimana Mallactliomomecatti [casa n. 12), che secondo il nostro calendario cade ordina- riamente al di 10 di maggio. Il Cortes e gli Spagnuoli s' era- no dimorati cinque mesi a Tezcoco, per far quegli appresti de' quali abbiamo tenuto ragione. Questo esercito in vista si bello e possente , quando usci della città coir ordine con cui ogni generale conduceva le sue schiere al luogo asse- gnatogli , offeriva il più magniGco spettacolo che fosse mai stato veduto in quelle parti. L'Alvarado e Cristoforo d'Olici andarono ad Acuitila, o>e passarono la notte; si condussero quindi a Tlaxopan, névi scontrarono che debole resistenza : correva il terzo di, che avevan preso le mosse da Tezcoco. il giorno seguente, Cri- stoforo d'Olid, Tetlahuehuezquititzin,e gli altri maggiorenti m 42 330 V? \h V A e capitani Indiani, si ridussero a Chapultepec, ove guasta- rono i canali e gli acquidotti . Privarono cosi i Messicani dell'acqua; ad onta della vigorosa difesa che questi opposero dalla parte di terra e dai lago ; inutili sforzi, perocché non poterono resistere alla furia de* nostri, che pei si ripiegaro- no sopra Alvarado per sostenerlo . Quest'ufficiale apriva il varco ai cavalli, faceva costruir ponti e scavar canali, opere che durarono tre giorni e costarono gravi fatiche agli Indi- geni. Una gran copia di essi mori combattendo, o riparan- do i lavori che l'inimico aveva distrutto, e alcuni Spagnuoti rimasero anch' ei feriti: ma s' impadronirono di vari ponti, e di certe opere di difesa. Alvarado, Ixtocqualzin , e pa- recchi altri duci , andarono poscia a Tlacopan. L'Olid parti con altri per Coyoacan; tolse molti villaggi che giacciono in quo' contorni ; si fortificò nel palazzo de' Signori, e per otto giorni continui non desistette dal combattere co' Messicani. Gonzal o d i Sandoval mosse sopra Ixtapalapan a capo degli abitatori di Chalco e di altri Indigeni. Come fu giunto, as- salì la città ; il popolo si difese quanto meglio potè, ma sen- tendosi fortissimamente incalzato , abbandonò la terra , e corse a precipizio nel Messico, con donne e fanciulli. Il Sandoval allora,' e gli altri capitani, entrarono nella vota città, e arsero un gran numero di abituri e di templi, af- finchè gli avversari non avessero dove più ricoverarsi . Il Cortes e L'Ixtlilxòchitl si avvicinarono al Messico coi brigantini e con sedicimila canoe o battelli . Cominciarono ad investire la maggior rocca, ove era raccolto un numero assai considerevole di soldati, di femmine e di bambini JÌ. (1) Questa rocca e oggidì nna cava di tzntle; ella appartiene ai di- scendenti del Cortes, ed e chiamata el petto* del tnarquei, cioè la rocca del Marchese 'Nota deli Editor Mesticano)» Il Molina , nel Vocabolario Messicano, non rende la significazione delift RELAZIONE 551 Se De impadronirono, montarono fino al sommo con grande stento , per essere asprissima ed alta* e perchè il fiore delle forze nemiche era ivi stivato .Tulli furono trafitti, salvo le donne e i fanciulli ; ma i nostri pure ebbero gravissima perdita : venticinque Spagnuoli ne andarono feriti . I Messicani , udito da quei della rocca, come i Cristiani si avvicinassero nei brigantini e nelle canoe, furono loro in* contro; e prima che discendessero dalla rocca , cinquecento canoe o battelli messicani vennero ad affrontare il nimico. Giunti che furono presso agii Alleatasi attelarono per aspet- tare il rimanente delle loro forze , estimandosi in troppo piociol numero per venire a battaglia, e trovandosi stanchi. In poc1 ora si congregò un tanto gran numero di canoe, che il lago ne fu coperto per ogni parte. Nel momento in che noi davamo principio all'assalto, si levò un vento moltopro» pizio, die non fu picciola parte nel buon esito della impresa . Subitamente il Cortes e V Ixtlilxòcbill ingaggiarono la batta- glia su tutti i punti nel tempo stesso , e cominciarono a ri- tacciare il nemico verso il Messico ; ogni canoa fu da corpo corpo investita. I Messicani pugnarono valorosamente, fi- o a che, per la forza del vento contrario, dovettero pren- x la fuga tanto precipitosamente, che i loro navicelli si tavano l' un contro l' altro , si sfracellavano e calavano a do . Tutti coloro che furon presi, restaron uccisi, e quei «ira ni che poleron fuggire alla strage , si ripararono a città : ma fu presa una moltitudine di nobili , di capi- e principali personaggi . Il numero de' morti fu si gran- che tutto il lago era tinto in rosso; e veramente più utlt, e non si trova nò in Hernandec , Storia naturale d$l Mestico, Gran Dizionario dell' Accademia di Madrid, 2U D' ALVA non pareva che ivi fosse acqua, ma sangue vivo . Cosi re- stammo signori del Iago . In questo mezzo , r Alvarado , l'Olid e le genti di questi si avanzarono su per gli argini, occupando alcuni ponti e fortificazioni, benché i Messicani a più potere visi oppones- sero: il Cortes, F Ixtlilxòchitl e i suoi li aiutarono, e si spin- sero più innanzi ; né trovando più avversari a combattere sulle acque, avendo questo primo sinistro già messo in loro alto spavento, si dirizzarono sulla via d'Ixtapalapan , assal- sero due torri e due templi accerchiati di mura fatte di cai- «struzzo e di pietre, e con molta fatica le ridussero in forze loro , perciocché fossero difese da un buon polso di gente . Per cacciar dall'argine quelli che si attraversavano ai nostri passi , furono (ratti tre colpi di cannone carico colla me* traglia, che cagionarono danni gravissimi; ma per non aversi più polvere in serbo , e per esser già F ora tarda , fu posto Une all'assalto. Passarono la notte in quel luogo. IxtlilxA- chitl spedi un messo aCoyoacan per far venire la metà del- l'esercito de'Chalcassi, e il Cortes mandò a cercare cin- quanta Spagnuoli e della polvere. Il giorno appresso si tornò sul combattere: i nostri occu- parono un ponte, ed il nemico fu incalzato fino là dove il Messico incominciava ad imborgarsi; e seguitarono altre fazioni di gran momento, nelle quali molli Indiani d* una e d' altra parte lasciarono la vita. Gli operai, che Ixtlilxòchitl aveva condotti , fecero una apertura nelF argine presso al nostro campo, per dar transito a quattro brigantini e ciò* quemila canoe , affine di penetrare nella laguna dulce ( lago d'acque dolci). Quando vi furono giunti, disfecero in bre- v' ora tutte le canoe nemiche che ivi trovarono, e fecero una sanguinosissima strage . Al Falba seguente fu combat- tuto su molti punti con furia maggiore che per F innanzi- RELAZIONE laoo Sandoval si presentò con alquanti Spagnuoli do- r lasciato i collegati con Cristoforo d'Olid, secondo gli datigli dal Cortes e da Ixtlilxòchitl.Mentrechè costui va al soccorso del Cortes, tebbe il piede traGtto da ìccia: molti altri restaron feriti, ed alcuni de' nativi uccisi , combattendo neir antiguardo • Nulladimeno •odo sì vigorosamente, che sterminarono una gran Là di nimici. Ixililxòchitl medesimo ne uccise molti pria mano : d' un solo fendente tagliò netto le gambe duce messicano assai valoroso, con una spada dona- si Cortes. i i villaggi al Messico circostanti essendo già presi e ti, il Cortes e Ixllilxòchitl ordinarono alle loro genti re il campo in que' luoghi che giudicassero i meglio uni, e di provvedersi de9 camangiari e delle altre cose irie. Furono impiegati in far questo sei giorni, e ven- scoprirsi molle parti, d'onde i brigantini sarebbero pervenire dentro la città • atti ostili duravano sempre con forza . Gli abitatori roco, e i loro soci, spuntarono nella parte interna ssico, e s'impadronirono delle case più prossime al ; uè arsero alcune altre ed accerchiarono da quattro terra. Il Cortes, insieme all'amato suo Ixtlilxòchitl , ) le stanze dalla parte della via che taglia il lago, ai due templi diTlacopan, presi alcuni giorni innanzi ro di Al va rado e dai suoi collegati . Cristoforo di :cupò l'argine di Coyohuacan, e Gonzalo di Sando- npeggiò dal lato del settentrione . Egli slava diligen- mcnte inteso ad impedire al nemico d' introdur nella vittovaglie, armi e soldati. ndo tutte cose furono in punto , fu preso consiglio di r la città di comune accordo, e fare ogni opera di 354 D'ALTA recarlasi in mano; il Cortes e l'Ixtlilxòchitl , per lv argint che oggi chiamasi di Sani1 Antonio, e Pedro de AWirado t Gonzalo de Sando vai , ciascuno dalla propria banda: Cri- stoforo d'Olid poi, colla metà degli Spagnuoli, e con altri capi Indiani, che eran rimasi con lui e sommavano a quin- dicimila, ebbero ordine di occupar la via di Culhuacan, per contendere a qualunque soccorso fosse potuto entrare dalla parte di Xochimilco e di altri paesi amici de' Messicani . 1 brigantini e le canoe si attelarono da ambo i lati dell' argi- ne, per cuoprire i fianchi degli alleati. Sul primo romper dell' alba, il Cortes si avanzò con di- gerito SpagnuolL, e Ixtlilxòcbill con ottomila guerrieri ; ma già gli assediati stavano vigili , bene armati , e pronti ad una vigorosa difesa : avevano tagliato l' argine per traver- so, e scavatolo in tanta profondità che erane affatto impos- sibile il varco. lxtlilxòchitl, che traevasi dietro ventimila uomini per fare aperture e colmate, ordinò che si richiudesse quella fossa con pietre e sarmenti; e ciò fu fatto in pochi istanti, benché con grande stento , perocché gli avversari dalla op- posta parte facessero piovere una grandine di frecce di sassi. Recato a fine questo lavoro , i nostri valicarono dal- l' altro lato : si cominciò il combattimento , e dopo alcune ore i Messicani furono vinti , e inseguili fino all' ingresso della città . Si bene però si afforzarono dentro una gran torre, che sorgeva presso ad un alto ponte, che ai nostri non riusciva cacciarli di là . 1 brigantini e le canoe combat- terono la torre dal lago, e non passarono molte ore, che, mercé il loro aiuto, fu conquistata. Allora tutto quanto l'esercito si traghettava dall'altra sponda sui brigantini e sulle canoe, e la maggior parte dei nativi fece il transito j a nuoto. lxtlilxòchitl ordinò a' suoi guastatori sbarrassero i • I OBLAZIONE 535 il ponte con pietre ed altri rottami; egli medesimo, U Cortes, e i respettivi soldati si avanzarono sino ad una muraglia, ove metteva capo una delle principali vie, che era assai larga , se ne fecero padroni, ed incalzarono i Messicani Ano ad un altro ponte , elevato a paro degli altri . Alcuni dei nemici traversarono sopra una sola trave; il maggior nu- { mero passò a nuoto : come furono suir altra sponda , tira* rono a sé la trave. 1 nostri essendo giunti, Ixtlilxòchitl mandò cercando la metà delle sue genti , che avevano compiuto il lavoro dell'altro ponte; e cominciarono subiti) anche in questo le stesse opere. Ln gran numero de' sol* dati porse loro aluto, malgrado il pericolo, che era estro- ; mo : il nemico uccidevali a gran torme sotto il lanciare delle pietre e de' dardi dall' allo delle terrazze e delle case, j quantunque gli Spagnuoli difendessero i molti operai a colpi di moschetti e di archibusi : furono tratti due colpi di can- none che apportarono gravissimi danni agli assediati . Una i parte dell'esercito transitò dall'altra riva ed assali i Messi- j cani, che prestamente diedero le spalle . In quel momento j •tesso, compiuto il lavoro del ponte, passò tutto il rima- nente delle milizie, e perseguitò V inimico fino ad uri terzo ponte, vicino ad una delle maggiori piazze della città. I nostri entrarono nelle case senza grave perdita , benché fosse in quelle raccolto un gran numero di avversari ; né si restò dal combattere sino a che non furono fugati ad uno ad uno . Gli assedianti seguitaronli sino ad un gran tempio di Huitzilopoxtli , riuscirono nella corte, ne discacciarono quelli che vi si erano ricovrati , uccisero quanti resistettero, salirono sulla torre, ed abbatterono un gran numero di idoli, spezialmente nel gran santuario ove era Huitzilopo- xtli . Il Cortes e Ixtlilxòchitl sopravvennero amendue in un medesimo istante, ed amendue s' impadronirono dell' idolo. 336 D* A L V A il Cortes si tolse la maschera d' oro, che quello avea salii faccia e le pietre preziose che v' erano intarsiate ; e Ixtlil- xòchitl tagliò la testa di quella statua, che pochi anni avanti adorava come un Iddio . Ma tutte queste cose non passaro- no già senza pericoli : gli avversari tempestavanli continua- mente di un nembo di sassi e di dardi, ed una gran frotta di capitani Messicani stavano coraggiosamente a difesa delle loro divinità, fino a che non furono passo passo cacciati dai santuari dei templi ; conciossiachè Quauhtemoc avesse acerbamente rampognato a' suoi sudditi d'essersi volti in fuga innanzi a4 figli del Sole, e di lasciar così in abbandono gli Dei dei padri .Gli assediati, rannodatisi in quel maggior numero eh' ei poterono, investirono i nostri, e con tanta virtù si diedero a combattere, che li posero in fuga: mail Cortes e lxtlilxòchitl li rattennero per qualche tempo, pu- gnando a capo di essi; lxtlilxòchitl uccise perfino il gene- rale stesso de' Messicani, che palleggiava una lancia spa- gnuola pochi giorni avanti presa ad un cristiano da lui tra- fitto; lo prostrò con tre colpi di spada, gli divise per lo mezzo la testa con un colpo di clava, e gli tagliò un' orec- chio. Gli inimici veduto cadere il lor generale, entrarono in tal furore e si serrarono sui nostri guerrieri con tanta mina, che li rincacciarono fin dentro alla piazza. Poi si ri- tornarono nel tempio: ma vedendo essere ormai tarda ogni opera loro , si ridussero al campo. Ixtlilxòchitl fé' bruciare quelle case che sorgevano per la strada ove passò , e nella ritirala furono caricati con tal forza i Messicani, che pochi appena ne camparono . Siccome i ponti erano in buona guardia , cosi fu agevole ai nostri il ritrarsi . L' Alvarado, il Sandoval e gli altri capitani fecero in questa giornata belle prove , e si recarono in mano molti ponti e muraglie . RELAZIONE 557 li giorno susseguente , Iitlilxòchitl ricevette un soccorso di cinquantamila uomini, tutti degli Aculhuaoi, suoi sudditi, mandatigli dal proprio fratello Ahuexpitzactzin : trentamila ne ritenne con sé , diecimila ne mandò air Alvarado e ai suoi associali sotto il comando di Quahullizcatzin . Gon- zalo de Sandoval ebbe gli altri diecimila , perché ambedue si trovavano in posto molto difficile . Ixllilxòchill ordinò a" feriti , e a quegli altri cbe non erano in condizione da combattimento, si restituissero aTezcoco per curarsi, e montavano in tutto a cinquemila . Alcuni storici, e massime gli Spagnuoli, lasciarono scrit- to, che Ixtlilxòchitl era venuto secondo gli ordini del suo fratello Tecocoltzin con questo ausilio di cinquantamila uo- mini; ma questo è affatto lontano dal vero: don Alonzo Axayaca, le pitture, le narrazioni dei Nativi, e spezial- mente una cbe io ne posseggo in linguaggio totelco, o mes- sicano come si chiama oggidì, provano il contrario. Questa narrazione è sottoscritta da lutti i vecchi di Tezcoco, con- fermata e certificala dalla più gran parte degli antichi abi- tatori di quel paese. Tecocoltzin già più non viveva, lo ho seguitato queste autorità nello scrivere le presenti istorie , perchè sono le più veridiche, e perchè gli autori delle dette scritture e pitture si trovarono a' fatti narrali . Parecchi tra loro che io conobbi, quando erano in età molto grave, e cbe son morti non è gran tempo, mi raccontarono di viva voce, come fossero passate tai cose; ed io fedelmente le ho poste in carta. Quando il Cortes e i suoi alleati si partirono di Tezcoco , Ixllilxòchill mosse con lui, e vi slette gli interi ottanta giorni che durò la guerra del Messico, senza dilun- garsene pure un solo passo. Egli teneva sempre il comando ; come valoroso capitano, e soventi volte espose la vita per i salvar gli Spagnuoli dai Messicani loro acerbi nemici. Seuza i ■ xi. 4" r»7i8 d' a L V A lui , senza i fratelli suoi, i suoi conforti e i suoi sudditi, in molti scontri tutti i Cristiani fino all'ultimo uomo avrebbero perduto la vita; ed io mi maraviglio forte, ebe il Cortes, di cui quel principe fu intimo amico ed alleato il più fido ebe mai si avesse , ebe il Cortes, io dico, il quale non fece il conquisto che per V aiuto di esso , non abbia parlato di lui , del valor suo e de' suoi eroici fatti agli autori ed agli storici, per impedir che la sua memoria non rimanesse se- polta nell'oblio, dopoché non ne riportò la più lieve ricom- pensa dal duce spagnuolo (1). Anzi non solamente gli ba rapito tutto quanto aveva redato da' suoi maggiori, ma ha spoglialo i suoi discendenti perfino di alcune case e di poca terra in cui si vivevano. Io ho per fermo, che se l' impe- radore nostro sovrano ne fosse stato istrutto , avrebbe con- fermato lxllìlxòehitl nel possesso di ciò che aveva per re- taggio de' padri suoi, e gli avrebbe conceduto altresì le più segnalate ricompense . Così , nessuno ha conservato la me- moria degli Aculbuani di Tezcoco, e dei principali capi , che tutti erano d' una stessa famiglia . Non si fa ricordo che dei Tlascaltequi , i quali, secondo tutti gli storici, vennero più presto per predare che per servire, come è cosa mani- festa : a Tezcoco stesso, e negli altri paesi in lega co'Crislia- ni , essi hanno saccheggialo le case e specialmente i palazzi di Xezahulpillzintli ; hanno arso i più begli appartamenti che ivi erano e una parte degli archivi regi; sicché furono essi i primi disperdilori delle istorie di questa regione. Molti son di avviso, che appunto non si fa ricordo di costoro, se (1) Benché questa digressione sia noiosa, si vuol perdonarla all'autore, contenendo essa importanti verità , che noi non dobbiamo lasciare ignorar* agli amici degli Spagn noli. (Nota dell' Editor Messicano) RELAZIONE 559 non per questo; che in ogni luogo per cui passavano ad altro non ponevano mente, che a rubare quanto trovassero. Pretendesi , che tutto l' oro eh* ei prendevano, lo dessero agli Spagnuoli : e sia pure cosi ; ma molto meno appunto potrà negarsi, ch'ei si rapissero quanto lor capitava alle mani. Se ei proleggevano i Cristiani, gli Aculhuani e la maggior parte delle province e ciltà , che dipendevano da essi, proteggevanli parimente, ma in modo diverso; peroc- ché avevan pietà delle donne, dei pargoletti, de' vecchi che difendevano i propri averi ; supplicavano ne fosse loro rila- sciato il possesso, e bastasse lo averli privati dei mariti, dei padri , dei figli . Moltissimi tra loro avevan nel Messico molti parenti ed amici: taluni combattevano contro gli stessi padri loro, i loro zii, i loro fratelli, e spezialmente Ixtlil- xòchill, i suoi fratelli e gli altri capi, che tenevan guerra ai loro consanguinei. Successe perGno più volte, che mentre quel principe pugnava contro alcuno de" suoi , i propri zii dair alto delle case lo caricassero d' ingiurie , chiamandolo traditore della patria e della famiglia, e gli facessero altri amari rimproveri. Veramente essi avevan ragione: ma Ixtlilxòcbill combatteva senza rispondere , anteponendo T amistà e la salvezza de1 Cristiani a tutto il resto. Il re Quahutemoc se ne disperava, e più non credeva poter vin- cere gli Spagnuoli: Cohuanacoxtzin , re di Tezcoco (ma solamente di titolo j, portava la stessa opinione , come Te- tlcpanquetzatzin monarca di Tlacopan ; perciocché Tezco- co , le sue province e le sue città erano della parte de' Cri - sliani , come si è detto per le cose narrate, e si dirà per quelle che si narreranno in appresso. Vuoisi considerare altresì, che Chalco, Guaunahuac, ltzocan , Tepeaca , To- lantzinco, altri regni ed altre province si collegarono a 'nostri (pianta Tlaxcalan ed Hne\otzinen l), chi; dipendevano dal reame di Tezcoco , come provano gli storici , ebbero pTCH Consiglio con quei di Tezcoco , loro capo luogo , pri- ma di accostarsi a' Cristiani . Texocollzin ed Ixllilxórliitl furono aiutali da questi Indigeni , die loro obbedirono in lutto , come ai Qgli del re Nczahualpillzinlli : è cosa indu- bitata, per comune consenso degli scrittori, che se quei paesi non fossero stali sottoposti a Te/coro , non sarebhr stalo possibile di trarli alla nostra parte ; e se alcuni si melile si fossero chiariti a noi favorevoli, ne sarebbero gnilali minori e danni gravissimi. One gloTHl dopo eliti i cinquanta mila uomini furono giunti a Tezcoco , gli abitami di lochimi Ica e ili altre città della nazione Otonti vennero ad offerire al Cortes i loro aiuti e le cose tulle necessarie per la guerra . Pregarono Ixllilxòi hit! volesse intercedere appresso il duce spaglinolo per niellerò il passato in obhlio . Onesto principe allora rap- presentò al Girles, clic quelle genti slriiigrndnsi in Ii-jm IH lui avriano potuto molto giovargli, perché come abitatori delle rive dei laghi possedevano molle barche: e InSpagnuo- lo accetto la proposta con assai lieto viso. Lor disse, ritornassero alla propria etttt, e fra tre giorni si trova; nel suo campo, in quel maggior numero che potessero; conducessero tutti i loro battelli , essendo suo animo , chi si combattesse sui brigantini e sulle canoe di Tezcoco e di Ixiapalapan nei canali e ne' laghi. Gli Indiani obbedirono at comando di Cortes: • Mi giorno assegnato lutti furono al campo . Da allora in poi ogni sera uscivano nel lago , e andavano rasentando attorno attorno la città per guardar z ~ RELAZIONE T41 non vi si mettessero dentro i viveri . In queste correrie uc- cidevano o facevan prigionieri quelli cbe portavano le vet- tovaglie, e di queste s'impadronivano. Erano già passati cinque giorni senza combattere, e T ini- mico, avvantaggiandosi di questa trégua, aveva schiusi nuovamente quei passi cbe dai nostri furono asserragliati ; aveva costrutto recinti e bastioni meglio cbe prima ; la piaz- za era munita di milizie e di viveri, e i Messicani ci aspet- tavano di pie fermo . Il Cortes e Ixtlilxòcbitl, quando ebbe- ro ascollato la messa, uscirono dagli alloggiamenti con tutto T esercito, si avanzarono per terra e per acqua contro la città, e gli altri generali fecero il simigliante dalle loro par- ti . Quando furono al primo ponte , gli alleati passarono so- pra i brigantini e i battelli, ingaggiarono la battaglia, si impadronirono del ponte e di un muro , e respinsero i Mes- si cani fino ad un altro ponte, ove questi si fortificarono . Le nostre genti pinsero anche a quel luogo, ma con molto tra- vaglio, ed incalzarono gli assediati di ponte in ponte sino «Ila piazza. Ixtlilxòcbitl ordinò a' suoi duemila guastatori di colmare l'intervallo de" ponti e sgombrare il cammino. Quasi tutto il giorno fu speso in queste opere dal Cortes, Ixtlilxòcbitl ed i respettivi soldati. Un gran numero d'In- diani furono uccisi dalla parte nostra, e molti Spagnuoli pe- rirono nelle imboscate; tuttavia si combattè con tanta fu- ria per alcune ore continue, cbe gli assediati furono astret- ti a ripararsi per le case e pei tcmpj ove si fortificarono . Era del numero di coloro, cbe in quel giorno restarono vinti da Ixtlilxòcbttl, un capitano suo parente, uomo di molto valore , che mori sulla porta del maggior tempio ; e il vincitore gli tolse una spada spagnuola , cbe quegli ave- va levata ad un Cristiano fatto da lui prigioniero ed ucciso. Alquanti di innanzi quel capitano aveva fatto grandi prò- '**! D A I. V A dezze combattendo co' suoi Messicani ; ma avendone ripor- tato non mortali ferite. s" era volto in fuga, e rieovratosi nel palazzo del suo fratello Cacamatzin con molti altri della maggioranza, munì quel luogo di saldi ripari; vane usci- rono le prove d" Ixllitxòchitl per penetrare colà entro , pren- derlo ed ucciderlo . Aveva trovato in sulle porte validissi- ma resistenza ; molti di quei che gli contendevano il passo, caddero sotto i suoi colpi ; ma Analmente reggendo che non avrebbe fatto alcun frutto , e che a' suoi tardava troppo di levarsi al soccorso degli Spagnuoli che caldamente combat- tevano , lasciò stare quel tentativo, e tornò ad aiutare i Cri- stiani . I quali posero il fuoco nel palazzo di Axayaca e nella casa degli uccelli 1 , con dolore gravissimo dei Messicani, e poscia si ridussero al campo . Gli assediati li perseguitaro- no nella ritirata , e fecero scempio d'una gran turba di Hai- caltequi, che erano rimasi indietro a bottinare. Al di seguente, prima che fosse al tutto spento il lume delle ultime stelle, i nostri assisterono al sacrifizio delia messa e poi vennero contro la città: ma comocchè fosse an- cora per tempissimo, nulladimeno trovarono i ponti già sbar- rati da grande ingombro di fascine, e l'argine tagliato io molti siti, come era Y uso de9 Messicani . Essi in quella notte non s'erano stati in riposo, ed il re Quautemoc aveva di per- sona sopravvegliato al lavoro; laonde le nostre schiere non poterono acquistar che due ponti ed anche con grave danno, e quasiché tutte le munizioni furono consunte. I Messicani furono addosso agli alleati non appena si furono accorti che questi sonavano alla ritratta , e lord uccisero alcuni uo- mini. In quel giorno l'Alvarado e Quauhtlizcatzin sforza- li) V. I* Appendice al Documento N. VI. rono due ponti, arsero molle case, e sterminarono gli ini- mici a gran torme . Gli abitatori di Cuillahuac , di Mizquic, di Culhuacan , di Mexicalzinco e di Huitzilopoxco , vennero quel di stesso ad offerire la loro alleanza al Cortes ed a pregare Ixtlilxòchitl proibisse alla sua gente , ed in particolare a quei di Chalco, di tormentarli, perocché ogni giorno li venivano a saccheggia- re . Ixtlilxòchitl mandò allora dicendo ai capitani calchesi che raccomandassero alloro soldati di rispettare questi popo- li, essendosi posti in lega ed amicizia coTigli del sole. Ordinò ai nuovi giunti, che dovessero fabbricar case lungo l'argi- ne per alloggiare l'esercito, e principalmente per gli Spa- gnuoli , approssimandosi la stagione delle piogge; che recas- sero vettovaglie e presenti al Cortes , e conducessero quanti battelli potessero raunare . Il Cortes ordinò ai brigantini, alle canoe di Tezcoco, ed a tutte quelle del lago d'acque dolci, chiudessero lutti i varchi del Messico, mettessero fuoco per ogni dove, im- prigionassero ed uccidessero quanti venissero loro dinanzi; poscia entrò nella città con Ixtlilxòchitl ed il suo esercito . Tentò occupare la via di Tlacopan, affine di potersi ricon- giungere con l'Alvarado, che gli avrebbe fatto sommo van- taggio ; comandò a questo ed al Sandoval operassero di pie* na conformità con lui per acquistar quel più di terreno che fosse possibile, ma nulladimanco non potè in lutto quel giorno prendere altro che Ire ponti, e tornò subito agli al- loggiamenti . Il vegnente giorno indirizzò il cammino sopra il Messico e verso la stessa via, e si tolse in mano buona parte della città ma non senza molla fatica. L' Ixtlilxòchitl uccise un altro duce nemico, e tolse pure a quello una spada, che colui aveva presa ad uno Spagnuolo vinto da lui pochi di innanzi . '** d' a l v a L' Alvarado deliberatosi di entrare in quel giorno stesso inTlallelulco, pose in effetto questo disegno con cinquanta Spagouoli. Gli assediati lo assaltarono alla sua prima giun- ta, e se Quauhtlizcalzin non fosse sopravvenuto co* suoi, niuno sarebbe campato. Malgrado però tutti i suoi sforzi, quattro Spagnuoli vennero in forza dell' inimico , e furono uccisi sotto gli occhi de9 loro coumiilitari : gli altri ai ritras- sero come meglio poterono : questa fazione costò la vita a gran novero de1 nostri alleati . Alla dimane il Cortes fere muover le armi contro la piazza, Senza riportarne però pro- fitti di gran conto; ordinando insieme a tutti i capitani, ai brigantini ed alle canoe di assalire ciascuno dalla sua parte. Fattosi giorno spartì la sua gente in tre schiere , affinché potesse avanzarsi per tre diverse vie , che mettevano alla piazza. Il tesoriere, alla testa di sessanta Spagnuoli, otto cavalieri, ventimila sudditi di Ixtlilxòchitl, ed un gran nu- mero di guastatori che avevano il carico di empire canali e ponti, e di atterrare le case, penetrò nella sua strada. (ìiorgio de Alvarado, entrò per un'altra, con Andrea de Tapia, ottanta Spagnuoli , e più di dodicimila alteati, forniti da Ixtlilxòchill. A capo di questa via furon lasciati due can- noni, otto uomini a cavallo ed alcuni de' nostri collegati. Il Cortes poi, Ixtlilxòchill, cento Spagnuoli ed ottomila ausi- liari, tutti bene armati, procederono pel terzo cammino: fu assalito il nemico tutto ad un tempo, e se ne riportarono sommi vantaggi . In questo scontro Ixtlilxòchill assestò un colai colpo di spada sopra un duce Messicano , che gli ta- gliò di netto ambedue le cosce. Moltissimi de' nemici cad- dero morti , e le case e i ponti, fino alla maggior piazza, > ennero in mano de' nostri , senza che si lasciasse la vita a persona; sicché tene vasi per fermo compiere in quel gior- no il conquisto del Messico. La schiera, che niovevasi sotto il RELAZIONE ^ governo del tesoriere, si spinse Ano a Tlaltelulco : ma la- sciò un ponte innanzi di averlo totalmente distrutto; desso era posto dove è oggidì San Martino , nel quartiere di Tlal- telulco . 11 Cortes , che veniva sulle orme di essa schiera , si avanzò co' suoi, mentrecbè Ixtlilxòchitl rimanesse al re- troguardo per far testa a9 Messicani. Nel tempo in cui il duce Spagnuolo valicava il mal passo , incontrò il tesorie- re , che volgevasi in ritirata ; perciocché le sue genti in gran parte erano state uccise, e gli alleati avevano patito consi- derevoli perdite . Il portator della bandiera aveva avuto ta- gliato il braccio, e il real vessillo era caduto in mano degli avversari ; intorno a quaranta Spagnuoli erano o prigionie- ri od uccisi . Il Cortes, considerando la pertinacia e la rabbia degli inimici, estimò miglior consiglio prender la fuga : ma quan- do i nostri furono giunti al mal passo, non ardirono supe- rarlo che col mettersi a nuoto, o tenendosi I' un l'altro per mano. Ixtlilxòchitl sopravvenuto, ordinò a'. suoi di tener fronte al nimico; corse egli medesimo a porger la mano al Cortes, lo trasse fuori dell'acqua, e tagliò il braccio a un Messicano ch'era in punto già di recider la testa al genera- le Spagnuolo. A torto alcuoi Spagnuoli hanno narrato que- sto fatto tutto diversamcnle; e l'han fatto rappresentare secondo la loro narrazione sulla porta principale della chie- sa di San Jacopo a Tlaltelulco : colui che fece fare questa pittura , diversa affatto dalla storica verità, fu un frate che doveva esser parente di Olea . Ivi si vede Olea troncare il braccio al Messicano, che vuol pigliare od uccidere il Cor- tes , e trarre questo capitano fuori delle acque. Dicasi pu- re quel che si voglia , la verità innegabile si è , che Ixtlilxò- chitl salvò la vita al Cortes , e che vivamente gli rimprove- rò di essersi esposto a sì grande pericolo; e lo ammoni , che i i xi. H (ht l'avvenire non dovesse muoversi senza essere accom- pagnato ila gran numero di alleali, perocché almeno casto- ro avrieno polulo sostener gli Siamoli, che erano pochi, e la perdila di un solo di essi era più considerevole rbt Ma di cinquecento suoi sudditi. Nel punii) in cui l\tlil\òcbil1 tirava il Cortes fuori dei- l'acqua, toccò un colpo di pietra in sull'orecchio sinbIro,cbt poco mancò non gli frangesse il cranio . Trovandosi ferito, prese un pugno di terra, to mise dentro alla ferita , e leva- tosi di dosso l' armatori restò tutto nudo ; non ritenendo rbt un [iczzo di drappo per cuoprir le parli inferiori , una ro- tella ed una mazza : poi , con quel suo sin polari «imo anK- ru, s'avventò sul nimico, pugnò con furore, commise in om'iida strage, e s'apri la via fino al general Medicami. eh' era assai valoroso . Questi due capitani combatterono l'uno contro l'altro per più d' un quarto d'ora; gli avver- sari lanciarono uria freccia a Ullilxòchit), die gli trapasso il destro braccio; nel ginocchio sinistro ebbe un colpo di pietra, che però non gli fece grave ferita ma più il lo commosse ad ira .Questa ferita gli addoppio il ungfjli con maggior impeto assolse il generale , gli rapi la apadl . elo feri in molte parli della persona. Vedendosi giunto a tale slato, il \ itilo diede le spalle miloiIo più speditamente gli fu possibile ; ma IxUikóchilI lo incalzò finn {il Mafia dvl- l.i Dea .M.npiiKiieliit!. in cui quegli si rinserrò ro'suoi, « gli fu impossibile d'impadronirsi della sua persona. Tornando allora dove aveva lascialo il Certe», eri iMrti in un capo messicano che moveva verso di lui: e perdi* questi lo vide andare a slento a cagion delle sue ferite, le- nendosi sicuro da' suoi assalti, prese a dirgli gran villania. I vali 1 lòchi il non replicò parole, ed ordinando a' propri se- guaci, che lo lasciassero combatter solo fino eh' ci si ptkM RELAZIONE UT difendere, benché avesse ferito il braccio, menò con la spa- da, che aveva tolta al generale, un si saldo fendente alla cin- tura dell' avversario , che lo tagliò in due parti . Ma non potendo più sopportare il dolore della freccia che recava sempre confitta nel braccio, se la trasse, diligentemente fasciò la sua ferita , e i soldati gli applicarono certi farma- chi , che in capo a pochi giorni lo risanarono. Raggiunse per la via di Tlacopan il Cortes, che a gran pena si ritirava , essendo tenacemente tribolalo dagli inse- guenti nemici; ambedue come meglio poterono si ridusserro al campo, dopo aver perduto duemila alleati . Quaranta Spagnuoli fatti prigionieri furono sacrificati in quel giorno Messo nel tempio di Tlaltelulco; (re altri furono arsi , e più di trenta fatti inabili a combattere . Una gran copia di bat- telli andò perduta , e per poco stette che anche- i brigan- tini non fossero distrutti. Il capitano e il piloto d'uno di questi legni furono feriti , e il primo di questi ne morì . L' ÀU arado restò privo di quattro Spagnuoli e di parecchi collegati : insomma , questa giornata fu assai disastrosa . Il Cortes , Ixtlilxòcbitl , e i loro, passarono una notte tra- vagliatissima pel dolore delle ferite, che il Cortes ancora era stalo trafitto alla coscia . I Messicani esultavano siffat- tamente di questa segnalata vittoria , che tutta notte tripu- diarono, danzando e facendo allegrezze d'ogni maniera, accendendo i lumi su per le terrazze delle case e de' tem- pli , suonando le trombe , battendo i tamburi , e dando al- tri argomenti di gioja . Sbarazzarono di nuovo i canali ed i ponti : Quauhtemoc spedi suoi ambasciatori per tutti i cir- costanti luoghi , con l'annunzio di tanta vittoria; fece di- mandare gente ed aiuti per metter fine a questa guerra , e sterminare al tutto gli Spagnuoli . Il disopravvegnente ìl Cortes e lxllilxni-hill non \ dar segni di debolezza , tornarono contro la lillà seguitali dal loro esercito: com batterono un poco, mi gitimi du furono al primo ponte, diedero la volli . Il posili mani della sconfìtta, alcuni ambasciadori ili (Juauhnahuac vennero dicendo a Ixtlìlxòchill, die gli ali- lanli di Malinalco , e di Cuixco inlimavan loro la guerra. e lo pregavano volesse mandar soccorsi nelle loro città più vicine , ed ottener dal Cortes alcuni Spatrinoli per difen- derli .Costui comandò ad Andrea de Tapia di partire con ottanta fanti e dieci cavalli, d'impadronirsi di -quelle pro- vince fra dieci giorni , termine da lui prefisso, e di far ri- torno al Messico : il capitano Tapia si pose in cammino con gli ambasciadori, mentre Ixtlilxòchitl fece pregare i villag- gi vicini che loro dessero aiuli ; e di fatto i messi ili Qua uh ri a linai- raccolsero quarantamila uomini , e mossero il campo contro Malinalco fon Andrea Tapia: ma prima di ivi fossero giunti , incontrarono l'oste nemica , chi' fu ster- minati ed inseguita con la spada alle reni limi alla citta: In quale eradi molta importanza: e cosi i nostri ritornarono .il Messico - lu capo a due giorni, sopravvennero altri messaggeri da Tuluca, altamente dolendosi dei Matlattzinras loro vii-ini . che gli recavano molti guasti , e che li avevano impediti dal mandare aiuli ai nostri. Il Cortes facilmente loro nnif. avendogli ì Messicani fatto sapere, come i Mallall/ima* (che erau uomini valorosissimi ) fossero già in calumimi per distruggere tutti quanti gli Spaglinoli. Commise dunque al Sandoval di correre contro di essi con dieciotto cavalli, cen- to fanti e un grande stormo di collegali forniti da Utlilso- l'hill , i quali componevano un nerbo di sessantamila uomi- ni , contando anche i guerrieri di Toluca. Dopo tre giorni RELAZIONE * 1<> di cammino , il Sandoval raggiunse i nemici sull' oppo- sta riva del fiume Chicuhuauhlla, con gran carico di grano d'India e d'altre vettovaglie, predale in un villaggio che avevano arso : li assaltò, e il combattimento durò per qual- che tempo; ma finalmente volsero il tergo e si ridussero al- la loro città, discosta due leghe da quel luogo. Nella ritratta furono loro uccisi duemila uomini . Quando il Sandoval fu pervenuto a Malinalco, la cinse d'assedio; gli abitanti si difesero fino a che le donne si fossero riparate su per un alto monte ; ma allora , non potendo più oltre tenere il fer- mo, ed avendo le lor donne e gli averi in salvo, si diedero alla fuga. I nostri entrarono nella terra, le diedero a piene mani il sacco, bruciarono i templi e le case, e vi soprastet- tero la notte. Alla di mane salirono il monte, ma non vi trovarono anima vivente ; procederono verso un villaggio nemico , dove il capo apri loro le porte, li ricevette con lieto viso, li supplicò di non mettere in preda il paese, promettendo di adoperarsi in guisa , che quei di Matlalt- zinco, di Malinalco, di Cohizco, e delle altre città dipen- denti dal Messico , venissero alla obbedienza. Il Sandoval se ne mostrò soddisfatto, non commise alcun guasto, e ri- pigliò la strada del Messico . Il capo Indiano menò al Cor- tes i carichi di Matlaltzinco e di Malinalco per impetrar loro il perdono , ed essi proffersero i loro soccorsi per Y assedio del Messico; di che il Cortes contentissimo, li invitò a man- tener la promessa , e di fatto fornirono gente , viveri ed altre cose necessarie. E mentre si adempieva il conquisto di Matlalzinco , di Malinalco e delle altre province, i nostri avevano sospeso le opere ostili : niun fatto d' importanza era seguito, se non che i Naturali avevano a quando a quando scaramuccialo co' Messicani. Il Cortes , di bon accordo con Ixllilxòcbill e coi primi capitani , ordinò che lulte le case di cui si fossero im padroni li dovessero minarsi da cima a fondo. UHikò- chill pertanto fece correr l'ordine a Tezcoco e agli altri re- gni e province che ne dipendevano, e spezialmente «Da pM Tirine, che mandassero tulli fili operai che avevano coi to- ro utensili, per mettere in allo questo disegno quanto più prontamente fosse possibile. Quattro giorni dopo il ritorno del Siindovnl al Messico, accorsero questi operai nel nume- ro dì olire a centomila: quando tulli furono congregati, fu mandalo dicendo ai Messicani si volessero sottomettere , ma risolutamente negarono. Avevano fallo tutti i necessari ap- parecchi: grandi barricale di pietre avevano alzate nelle piazze e perle vie, onde lardare il cammino de' cavalli: ed avevano adoperale altre difese. Il Cortes, Kllilvòcliìll , e le loro schiere, conlinciarono « battere la via principale che va alla maggior piazza , mettendo in terra le fase e colman- do i ponti, ('ili assediali chiesero i patti, ma era questo un inganno, un soprattieni : si sospesero le armi, e fu diman- dalo ove fosse il re ; risposero, ne andavano in corca . E i nostri li aspettavano già da qualche tempo, quando tulio a un trailo si trovarono Mettati da un diluvio di facce . ili pietre, di giavellotti, allora li investirono, guadagnarono una muraglia di gran momeato, giunsero nella piazzar s'impadronirono d'una lapide con la quale chiusero il corso alle acque de' canali e degli acquedotti, e così le intenli-M'- ro a quella via; e si bene fecero questa chiusa, che gli ini- mici più non poterono aprirla . Disfecero quante più case po- terono, e volgendo l'ora drlla ritirala, si ricondussero al campo ; i giorni che seguitarono furono spesi in opere si gtianti, mentrechè kililv'n Imi era alle mani eoll'avve; rio. Egli fece prigioniero il suo proprio fratello Cohuana- coxlziii, che era allora generale de' Messicani, e lo diede iti RELAZIONE 3S1 forza del Cortes (1) . Costui lo fece incatenare e custodire da numerosa guardia . Quauhteoioc e i Messicani ne provarono il più profondo rammarico, perchè con questo duce cadde ogni loro speranza di salute. Gli Àculhuani, suoi vassalli, che eran corsi alle armi in suo favore , e che si trovavano nel Messico, passarono alla parte d'Ixtlilxòchitl . Il Cortes fece in seguito preparare un agguato, in cui tolse la vita a cento Messicani, e due mila ne fece prigioni .Al- lora gli assediati cominciarono a stare in gran terrore dei nostri , i quali si tolsero in mano un gran numero di case e di templi . Intanto che i guastatori erano intesi ad abbat- tere uno di questi edilìzi , gli Spagnuoli trovarono in una tomba una considerevole quantità d'oro. Ixtlilxòcbitl, i ca- pitani e i più prodi del suo esercito fecero in quella giornata prove di valore notabili quanto quelle di cui già abbiamo narrato di sopra; e per non esser soverchio, non le andrò enumerando . La seguente notte , due Messicani , morienti per fame , se ne corsero a Ixtlilxòcbitl , che li ricevette con allegra sembianza. Fu informato da essi di ciò che passava nella città: le sventure, la carestia, la pestilenza onde gli abitanti erano tormentati ; la notte, ad ora insolita, andavano alla pe- sca, e raccoglievano erbe e scorze d' alberi per cibarsene. Ora costui avutane cognizione, e sapendo quali fossero i luoghi per donde i Messicani uscivano, ne diede avviso al Cortes: i brigantini e le canoe ebbero ordine di circondare la piaz- za, e furono appostati gli esploratori perchè avvertissero quando uscivano gli assediali. Il Cortes prese con sé cento Spagnuoli e quindici cavalli ; Ixtlilxòcbitl quaranta mila il} Atto abbominando , ma degno d' IilHIxóehitl , la cui vila é una stria didalUti contro la patria. {Nota é*U Sdii. Jtfmtcanc) i i uomini , ed al cenno delle spìe, si disserrarono in sul mat- tino sui miseri Messicani : i brigantini e i battelli fecero al- Ireltanto, e perchè i nemici erano disarmati, ne furono uc- cisi circa un migliaio, ed un numero considerevole ne fu preso. Quelli chestavano a guardia della citta alzarono atta grida, e fecero vista di voler muoversi contro i nostri; ni non osarono. Il giorno appresso, clic era il secondo della seti iman chiamato omexmaiinnlli ginestra:, n" 2, il decimo il"! un- se di kueìftecuijlhtiill . che corrisponde al ventesimo di lu- glio, vigilia di San Jacopo patrono di Spagna, il Corta < lxtlil\òcltill assaltarono la ciltà alla testa delle armi loro, e si impadronirono pienamente delta via di Tlacopau; di- strussero ed arsero i palazzi del re Oliatiti tenute e molte il- ice abitazioni , di maniera che delle quattro parli del Maatb co tre stavano iu poter loro, e i nostri potevano ricongiun- gersi senza pericolo. Le schiere del generalo Spaglinolo e dell' Indiano si toccavano con quelle dell' Alvarado e di Telia- huehuezquilzin. In capo a quadro giorni, avendo messo il fuoco ad un'altra quantità grande di case, ed atterratele mura , i collegali s' ìi ti pad ron iroso dei due principali templi di Tlaltelolco: tran questi idue punti più importanti , e por Uttlavia furono presi senza contrasto. Ixllilxócbill, considerando che dopo questo sinistro non avanzava agli assediati più via di difesa, disse loro si co- lessero rendere a' Cristiani , sotto certi pani vantaggiosi ; ma essi risposero non volere avere alcun vincolo d'aniicim con loro, che gli Spaglinoli non potevan lare assegnamento topra bollino di alcuna specie, perciocché avrebbero o sommerso nell'acqua tutto quanto possedevano B DKl fecero in fattoi e che quando pur non rimanesse vi\o clic un solo di loro saprebbe morire difendendo la patria ; RELAZIONE ► 355 aggiunsero a queste molle altre ragioni. Ixtlilxòchill co* nosciute le loro intenzioni, le manifestò al Cortes, dicen- dogli come non vi fosse a sperare alcuna via di concordia , ed essere uopo adempiere il suo disegno. Si passarono quattro giorni senza combattere , benché si sapesse che gli abitanti erano intorno a costruire una cata- pulta; spiralo quel termine entrarono nella città e trovaron le vie stivate di donne , di fanciulli , di vecchi e d' infermi , cascanti per fame. I due capitani supremi proibirono , che si facesse alcun male a quei derelitti : i nobili e i guerrieri guardavano le terrazze delle case ; ma non erano armati , ricorrendo il principio del mese chiamato micailhuitzintli , tempo di una festa religiosamente osservata, che corrispon- de per l'ordinario al di settimo d' agosto. Furono ricercati se volessero darsi ; risposero non potere trattar negozi in quel giorno , ma che se ne sarebbe tenuto ragione il di se- guente, perchè celebravano la festa de' figlioli che avevan perduto. Il Cortes e Ixtlilxòchitl fatti scorti di ciò , ordina- rono all'Alvarado e a' Tetlauhebuezquitzin di assalire un quartiere molto fortificato, composto di più migliaia di case, del quale erano quasi sul punto di farsi padroni ; essi pro- misero di correre ad aiutarli e fu cominciato I' assalto • Gli abitanti si difesero per buon tempo con molto valore; ma non ' potendo durare contro il furor degli assedianti, abbando- narono le abitazioni e si ritrassero , dopo aver ucciso un dodici o tredici mila uomini. In quel giorno gli Spagnuoli combatterono solamente da principio , poi si ritennero e la- sciarono il carico della pugna ai collegati. Ixtlilxòchitl me- desimo fece di propria mano più di cento prigionieri , ed uccise un grande stuolo, tra9 quali venti capi, che furono riconosciuti alle armi cfce avevano . Quando il quartiere in xi. i5 cui era Qu.iuhtenjoc fu preso [1) vi erano tante case ridollt in i~-l.i-.ci nmi , che appena Irovavasi luogo dove pomi il passo: le vii.' erano ingombre ili morti o di moribondi, in- somma si andava sopra i cadaveri . 11 giorno vegnsdE fi preso a combattere quella parie dell;) piatta cbe tOCn teneva il fermo, e rispondeva ad un ottavo dell' intera di- ta . Quando i nostri vi l'unni giunti, gli abitanti ffciniTf no il Cortes e Ktlilxòdiill , e lor fecero le più i iva naffr gne. pcrdié mettessero uu qualche fine a quella barbari distruzione. S' indirizzarono al Cortes con queste parole, riferite dai cronisti Spagnuolì: — »Ah capitano Cortei! mV .. che tu sei figlio del sole, perche non ottieni dal padre » tuo die dia tregua a' nostri travagli ? ■» — In quel poM poche persone furono uccise, le quali vollero difender?!. La dimane sopravvenne il Cortes e IstlilxÒcbitl , e man- darono per un infante zio materno di quesl' ultimo, e lo pregarono volesse entrare in negoziazioni con Qiiauhle- nioc. Quest'uomo, die alcun di innanzi era stato l'ali» pri- gioniero da Kllilvóehitl , ed era ferito, ricusò in sulle pri- me lui carico, esponendo al suo nepote la volontà delibe- rata del re ; ma finalmente accettò di andarsene a lui. Le guardie lo lasciarono entrare, siccome uno de' loro duci : ma non appena ebbe esposto la sua ambasciata, fu sacrifi- cato, tili assediati ricevettero a furia di sassi e di lance gli Spaglinoli della sua scorta , e protestarono voler piuliostu morire che discendere a pace. Quel giorno fu combattuto con grande ardore, e da ambe le parti ebbe grande talli*. «1 mimarvi «liiiii* nel luogo cbiamjto ti ptmto di Yoe, ne Kfi è li ptrrocvbi* di Smi'Atiu. RELAZIONE TC> Alla nuova luce , i nostri ritornarono dove i nemici sta- vano trincerati ; ma aspettarono se si volevano rendere pri- ma di combattersi . Ixtlilxòchitl accompagnalo dal Cortes si fece innanzi ad un ridotto , ove erano molti de' suoi pa- renti, ed entrò con essi in parole. Diedero per risposta, che conoscevano ottimamente i danni patiti, ma che tuttavia volevano obbedire al loro monarca . Il colloquio coutinuossi fino a che i Messicani struggendosi in lacrime , dissero sa- rebbero andati al re per vedere se volesse cedere . Tal pro- posta fatta più volte al principe tornò sempre vana, ferma- mente dicendo egli, che tal parlilo aveva a prendersi più presto, non al presente che tutto era perduto. I messaggeri tornarono verso Ixtlilxòchitl, e gli dispero essere ormai Torà tarda, né potere il re venire a colloquio col Cortes; ma che il giorno dopo, in sull'ora del desina- re, verrebbe senza fallo nella piazza, per trattare con esso. I collegati tornarono al loro campo , assai lieti che questa volta si potrebbe venire a capo di qualche ordinamento di cose . Alla dimane fecero aprire una strada nella piazza per potervi più comodamente negoziare la pace: vi fu rizzato un trono, ed apparecchialo un solenne convito. Ma Del- l' ora preGssa il re non comparve ; cinque de' maggiorenti , tra9 quali vedevasi il governator generale del regno, si pre- tentarono in sua vece per trattar della pace; e dissero, che il loro signore essendo infermo , non aveva potuto esser colà . Il Cortes fu a riceverli ; fece ad essi molle buone ac- coglienze , e diede loro alcuni doni : ma rifiutò di negoziar con essi, dicendo , che senza il re non poteva formarsi patto di alcuna maniera. Tornarono al loro sovrano, che rispo- se : esser la più vile infamia ad un re presentarsi in tal modo innanzi al nemico, né dovervi andare che con le armi io pugno e per ivi morire. Rimandò a dire a Ixllilxòchiil, n in- uac **' Ijl in- cile desse ferie al Cortes che egli premettero di mante- ner tulli gli obblighi assunti da' suoi ambasciadori , de erano i più spettabili del paese : che quanto a se non tendeva in aleno modo venire al Cortes; e che M non celiava (ali proposte, facesse pur ciò rhe più di pian rimanendo orinili assai poche cosca distruggere. J\Mil: rliitl informò il Cortes dello stalo delle rose e dell' amba- sciata ricevuta dal re Quauhlemoe ■ e ii Cortes gli fece dire nuovamente , che il giorno appresso sarebbe tornalo alla piazza, che ivi aspettava ii re per I' ottima volta, e che ove non venisse, metterebbe tutto a fuoco ed a sangue senza risparmiar la vita a persona ■ I messaggeri riferirono al to- ro signore le deliberazioni dello Spagnuolo . Sorlo il giorno, che era sesto dell'ottavo mese chimi* .Wcaylltm'tzìulli, e che dicesi anche inacati-to.rt'i del coni- glio) , N.° 3, il quale corrisponde al dodicesimo di d'agosto, dedicato a Sanla Chiari, verdine, il Cortes andò alla piaz uà, con IxllHxocfaitl e gli altri grandi per aspettare il re Quauhtemoc, secondo che lo aveva fallo avvenire. Vi si trat- tenne dal mattino infino presso al mezzo di: e reggiAlB che il re non veniva, né. dava speranza di venire, il San- doval e tulli quanti i capitani del suo segnilo ebbero coman- do di correr*- sull' inimico pei canali e pel lago . Il Cortes e rixtlitxochill pugnarono lungo le vie e sulle mura: dopo breve tempo da che si era ingaggialo il conflitto, i nostri pervennero quasi senza trovar resistenza nel luogo il me- glio fortilicato, in cui i Messicani s'erano ridotti alleeslrenifl difese, ed ivi cinquantamila uomini furono presi o morii, e contro quei del Messico si usarono le piti orribili crudeltà che mai avessero contaminalo quelle contrade: le disperate grida delle femmine e dei fanciulli spezzavano i cuori. I 'Nasca 11 equi e te altre genti avverse ai Messicani, disfogarono RELAZIONE 357 gli odii antichi nelle più barbare guise, e predarono tul- io quanto di che si poterono caricare. In sul fine, ma vera- mente in sul fine, Ixtlilxòchillei suoi ebbero qualche pietà della patria e de9 congiunti , ed impedirono che si proce- desse con egual crudeltà contro le donne e i pargoletti ; il Cortes e gli Spagnuoli fecero il simigliarne . Presso al cader della notte, gli alleati si ricondussero al loro campo; il Cortes, l'Ixtlilxòchitl e gli altri principali capi stretti a con- siglio deliberarono, cbe al nuovo giorno dovesse compiersi H conquisto della città. Era il di della festa di Sant9,Ippoli- to , e fu assediato l'ultimo ridotto degli inimici : i due co- mandanti in capo , Spagnuolo ed Indiano , mossero per le vie del Messico ; il Sandoval , che aveva il governo de9 bri- gantini, fece forza colla sua armata dalla parte di una pie- dola laguna , dove era stato detto a Ixtlilxòchill, che il re avesse cercato scampo sopra alcune canoe con una grossa schiera de' suoi soldati . I guerrieri , tristi e spossati , stavano so per le terrazze delle case aspettando il loro estremo istan- te di vita; i fanciulli, i vecchi , le donne versarono torrenti di lacrime; i più cospicui signori erano ne9 battelli attorno al re in quel disordine d' animo, che maggiormente si può pensare. Dato il segnale, i nostri investirono nel tempo me- desimo gli ultimi alloggiamenti de9 Messicani , e combatte- rono con tanto animo , che in poche ore li espugnarono sen- za cbe avanzasse più agli avversarli un pollice di terreno ; i brigantini e le canoe furono addosso alla barche nemiche, le quali non potendo sostener lo scontro de9 nostri soldati , si diedero a fuggire come potevano, e furono inseguite. Garzia de Olguin , capitano di un brigantino , avendo udito da un prigioniero messicano che il re ricovera vasi appunto io uno di quei battelli cui egli dava la caccia , tanto lo se- guitò fino a che l' ebbe giunto . Quauhtemoc veggendosi incalzalo rosi da presso, rumando a'suoi naviganti g di Imrdo, e si dirizzassero contro Garzia per combdiim; poi preso lo scudo e il mortone stelle apparecchialo it- fender la propria \ ita; ma accortosi the le forze optili » (Dentavano e veggendo gli arebibusi e i moscbeUi dirima verso di lui , si diede prigione. Garzia d'Olyuìii lo lamóé Cortes, eliclo ricevette con gran cortesia , ijualc lOBittn vasi a monarca: Quauhteuioc prendendo il pugnale dei G* les — «Capitanagli disse, ho fatto l' estremo d'ogni ma » possa per difendere il mio reame, per impedire che o w desse in vostra mano; ma dappoiché la fortuna mi li* ii volta contraria, toglietevi questa mia vita e farcir ben»; h porrete (Ine in lai guisa alla slirpe dei re Mv.-mimuì . ■:■■,'■ •> aver minato la mia capitale e fallo strazio de » miei." — Chiuse questo discorso cou parole tasta che lutti quelli che eran presenti si sentivano tocchi prato riamente dello stalu in che era ridotto quel prini Cortes ^li mosse parole di conforto, e lo pregò desse ordine. «'suoi di rendersi: il re salilo in cima d'uo'alla torre roman- do ponessero già le armi, poiché egli era caduto io forai dell' inimico. I guerrieri , che montavano intorno l tatuila, avanzo dei irecenlomila difensori del Mente] veduto il re in lai condizione abbassarono le armi, e i più rugguardci oli vennero a confortare il loro buon principe! . lj Si e molto M mi lungo in cui Quiuhlamoc tu Tallo pi if Hintrn. U barone de Humboldt dice, i he dietro le ricerche, da lui latte col duito It- rli.iui.i da I» Prole»! , (io rilevai. i, hr ,(iic-i<. nnTo-r in un grande silfi* gfa« ditti udtlMl !■■• la guardi! di l'orai villo, l» plnui di Tintinnirò e I! pol- la d'Ammar. 1. -r j opinione è cimivi inala da IitliliAcbitl , nuloroitl in» «a rolailoiir , ti quale ricorda un lago poco targo, che datata quel luoeja. E il predio luogo iteli" arresto Tu In una piemia cala o sono , iluvcf" initaa- mi* por AUrapotiutcu, u Miramente in una spiaggia donde salparono aa- ■bei ra Nr-ttariualcujoil a licontl , lavraui del aleni co . quando, pai RELAZIONE 359 Ixtilxòccbitl , che s'era ingegnato a più potere di pren- dere egli stesso Quauhtemoc , e cbe non gli era venuto fat- to, trovandosi egli in un battello più tardo al corso, cbe non trecento mila guerrieri di Tezcoco e del Messico mossero alla conquista del- l'impero dei Tecpanequi per sterminare il tiranno Maxtla . Esistono ancora io gran numero frammenti di lance e di frecce di pietra ossidiana , nella pianura della Madonna degli Angeli ; ed io ho presso di me un (ronco di marza , trovato di fresco in quel luogo , e in forma di punta scanalata per render le ferite incurabili . Veramente quel luoge è orribile a vedere . . . et campos ubi Troja fuit .... Io mi vo immaginando i geni di Las Casas, di Raynal, di Volney, seduti •u quelle mine abbandonarsi a mille considerazioni, e prorompere in que- sta sentenza : 0 dolore ! Ecco dove morì la libertà messicana , ad onta delle più grandi prove di valore che il giovane ed ultimo sovrano fece per difen- derla : cosi dunque gli Spagnuoli rimeritarono la generosa accoglienza, cbe trovarono in quei monarchi ed in quel popolo magnanimo ed ospitale? Nulla potè contenere la loro ardente sete dell' oro , la avarizia insaziabile , più grande ancor dell' Oceano che trapassarono per opprimer uomini semplici , sconosciuti prima , e che mai non avevan dato ad essi cagione di rammari- co ! Né T oro versato a larga mano , né le cortesi e cordiali carezze , poterono acquietarla rabbia di q uè* mostri vomitati sulle piazze di Zempoalan ! A cbe è venuta V antica grandezza di questo ricco paese? A che è venuta la sua abbondanza? Ove sono le sue innumerevoli popolazioni ? — Tutto sparve , e non avanzano ormai che le tracce della ispanica crudeltà . Dal di 12 ago- sto del 1521, gli Astequi e il re loro languirono nelle schiavitù: quest'ulti- mo fu legalo a un ordigno di tortura , per fargli confessare ove avea posto Toro , che dimandavano quasi fosse proprietà spagnuola .11 coraggio di quel principe in sopportare il bruciore del fuoco, si rise dell'avarizia del Cortes . Quel conquistatore, egli è vero , gli concedè la vita, ma solo per ucciderlo più tardi , appendendolo a un albero . La presenza di quel principe gli era troppo grave ; era un tacito accusatore , fermo e inesorabile . I Messicani , segnati in fronte del marchio rosseggiante dello spaguuolo servaggio, furono trasferiti al di là de' mari , o dannati al lavoro delle miniere , a murare ediGzi per gli Spagnuoli, o a ristorare quella città medesima che si appre- sela oggidì a' nostri sguardi , da cinquanta mila guastatori messa in mi- na ! — Da quel maledetto giorno , qual diluvio di mali non cadde su que- ste contrade ? Quai lacrime non furon bagnale per tre interi secoli ? — Que* mastri di barbarie e d' ignoranza , quali ostacoli non posero alle scienze , alle arti , al commercio , alla navigazione . Quali prove non fecero per perpetuare la Ignoranza e la superstizione, potentissime armi da incatenare l'ingegno, e colle quali si fonda in salda parte il regno del terrore ? — Ma nulla è eter- no in questo scia u rato mondo : Il cielo fu mosso a pietà , e il bel giorno del 16 settembre 1810 alfine splendè di sua luce : la voce di libertà si feca udire nell'avventurata città di Dolores, l'eco propagossene colla stessa ra- pidità dell'aurora , e i discendenti di Quauhtemoc furono liberi . Ombra di un brigammo, riuscì tuttavia ad impadronirsi di due bai che portanti alcuni principi ed altri nobili ; v'erano: Te- tlapanquelzalziu , erede del regno di Tlacopan. Tlacahue- panlzjn, tiglio ed erede di Mocteuzoma , e molti altri. La regina Papanlzin-Oxomoc, vedova del re Cuitlahua, e va- rie altre dame, si trovarono iu quelle medesime barrite. [xllilxoftitll , impadronitosene, le condusse al Cortes eoo tulli quei nobili messicani : fece trasportare la regina e le altre dame a Tezcoco sotto una numerosa scorta , che le dowsse custodire in questa città. Secondo le storie, le pitture e i racconti, e particolar- mente quello di A lonzo Axayaca, rmgwHe del .Messico durò per ottanta giorni compiuti . Dei dugeuto mila tra Tezcu- cassi del seguito d'ixllilxócliitl ed altri Indiani, clic aveva- no favoreggialo gli Spagnuoli, come è dello di sopra , ne morirono più di trentamila. I Messicani perdettero oltre a dugenloquaranla mila uomini, tra' quali era lutto l'ordine nobile del paese; perocché se sopravvissero alcuni grandi , fu per semplice e3so, ed anche, nella più parie, jierchè erano lullavia in eia infantile. In quel giorno la città fu data in preda al saccheggio, lih Spaglinoli lolsero per se l'oro e l'argento : i nobili ludiaui le pietre preziose e le penne; i soldati i mantelli e le altre suppellettili, Per seppellire i morti furono spesi quattro gior- ni di IciupoIFeste d'ogni maniera si celebrarono; un iutinilo Morthciiwma , siel ormai teiiiìicata ' I lanieri ili'1 limi o|i[>re*ori implorai» ipp;;ìtli la li'» dimeni» , i1 ijuella Mi»u m]ii(.ili(,i the Ovivelii ru un giuine d«i noBIrl (icucroii progenitori '. Molli Ji essi * h mio esula udo in ('ninnile maniere e dMDSM , an vnioroiiu il CiUm ridia triliolniiuiie e itti di>i>rpgio , Messiwii '■ Modi tuie -n i|iir-(u sunto - l'unric ruinle alle cose iu>lir , >»p- piitc estimare l'inefTaliilr hciirlieiu della indipendem» e dell» liLrri» , t di- fcudrrri dille insidie de' nuoti luliliùeliir.1 , sen'runodi tuli vallivi citudiuj iheisctra voi. ( Nota dtll E' culi eoe sopportavano e dette persenoiaai rbe pativa- no. Un fratello del re -uva tra eli aiobaAriadari «4 aveva rat «acuito di mille nomini: le «uè parole e le oOerte di pare, rfae venivano da Mk-buacan, furono »nW»irtlo di uaivmate conlento: infatti noe*!' alleanza rr.i mia iniportanlrniaM , perorrV risparmiava agli Aculuani la pena di fare I roa- nuiMo di itoci n-jjno. r h' era molto grande e popolala da JTWlIe l.r-llin^;. . Il Cortes mando Cristoforo di Olid con cento Spagna»- li | (inni inla cavalieri, e liti il lòchi ti più di cinquemila "ildaii che dovi-vano servirlo e proteggerlo. Giunti nel Mi- rhuacati, ed a Oiiuzizilan, residenza della corte e capitale flil r'';'iif>, CiUooal fu a riceverli con buon viso ; mal pri- ma allegrezza dui venir de' Cristiani, e fu alleni ili vederli prendere stanza nella propria città . Diede sua fede il' esser per l' a» venire collegato degli Spacnuoli e degli Aciittuiam . i- che lutti i suoi sudditi si terrebbero come amici. I.e province ci ragni dipendenti da Tezconi , fin' rfedt> n» sul lido del mure da mezzogiorno e da settentrione. Avendo odila la unirle del reCaeama si sollevarono conlro «li Spalinoli, e■ di Duodarglj ausilj nella guerra elle avevanu RELAZIONE 365 contro il Messico ; ma non ne riportar odo alcun buon ef- fetto . Il Cortes e Ixtlilxòctritl spedirono adunque una mano di gente per ridurli alla obbedienza. Volgeva oggimai il •econdo mese da che quelle milizie stanziavano a Coyuaran, quando il Cortes mandò Gonzalo de Sandoval contro Gua- tzaeoateo, Toxtepec, Huatoxco ed altri luoghi. Menava seco dugento fanti Spagnuoli e trentacinque cavalli (1). Ixtlilxò- chitt forni per questa fazione trentamila nomini sotto il go- verno di parecchi suoi fratelli, e di alcuni nobili e vecchi soldati eletti tra9 sudditi suoi . Essendo giunto ad Huaxtoco, altrimenti detto Huatoxco , il generale degli Aculhoani, fé' ricercare gli abitanti della provincia, di recarsi a sommis- sione, e questi il fecero. Gli Spagnuoli posero ivi colonia, cui diedero il nome di Medellin (2) . Di là si tramutarono a Cohuxtzacoalco , ove incontra- rono qualche resistenza , avendo gli abitanti ricusato di piegarsi innanzi a loro. Una notte s'impadronirono d' una città di questa provincia, e i naturali posero giù le armi. Numerosissimi erano i villaggi , tutti fabbricati quattro le- ghe circa lungi dal mare sulle sponde del fiume di Cohux- tzacoalco. Il Sandoval vi fondò la città dello Spirito Santo ed alcuni Achulhuani rimasero coi coloni Spagnuoli , co- me avevano fatto negK altri luoghi. I capitani e gli Achu- lhuani sottoposti ad Ixtlilxòchitl, furono poscia inviati nelle province di 'Quecholan , Zibuatlan, Quetzaltepec , Tabaxo ed altre molte, che obbedivano a Tefccoco,al Messico, ed a Tlacoprfn , per invitargli abitanti a sottométtersi e far (r Nella quarta retatone di P. Cortes fi narra la storia di questa im- presi . (2) il Cortes era nativo delta'eitta di quel oome itesrfo vdU'Estretnadura. lega con gli Spagnuoli. Secondarono l'invito e veni ciltà dello Spirito Santo, ove furono statuite le condizioni ile Ila pace col generale di Tezroco e col Sandoval.Pag.innm i loro tributi essendo corsi già presso a due anni che non si erano presentali a Tezcoco per soddisfare a lai debito 1 - Ixllilxòchill fece muovere nel tempo medesimo alcune schiere per soccorrere i Naturali diTepeaea , di Ilzocan e di varie altre città dipendenti da Tezcoco, contro le gemi de' reami di MÉxtcca, di Tzapoleca , di Huaxacac ~2 loro vicini, elicgli apportavano gravi danni; e perchè era gente di mollo valore, vi fu mestieri di tre battaglie. I combat- lenti d' ambe le parli morirono a gran torme, ma gli Hua- xacac, e molla parte ilei paesi di Mixleca , furono con por-i fatica conquistali. IxM il snelliti spacciò messaggeri a Tequanlepec, T/aiaii- can ed altre province , che s' erano ribellale a Tezcoco e agli Spagnuoli , e fece loro intimare la resa . Quattro Spa- glinoli partirono con questi ambasciatimi, e presero dm differenti strade; perciocché avevano ricevuto online il. il Cortes di esplorare il Mare ilei Sud in due direzioni . I maggiorenti e la più parte degli abitatori , mandarti»" chiedendo perdono a Ut! il votili ti, se avevano ricusalo ili obbedire agli ordini suoi, e se nuu avevano inviato ausi- liari alla gente di Spagna : portarono i tributi e i ramini che da due anni non a ve vati pagalo. Il Tutotepec salamoie non volle prestare obbedienza , e corse anzi in guerra contro le altre nazioni, che si erano collegate a Iillilxòcbitl [t) Quali mudi si usi i Sola ritti' Edit. Matita ■ 3Ì Oggidì Qua il. - io per prrdarr! Coluto pi t tleìli;,Iit MejJicar.u) RELAZIONE tt: ed agli Spagnuoli ; questi Indiani fecero adunque pregare Ixtlilxòchitl volesse provvederli di gente per difendergli e per ridurne quella provincia ; supplicarono anche il Cortes gli piacesse mandare alcuni de' suoi Cristiani. Costui avute accurate informazioni del Mare del Sud dai quattro Spa- gnuoli parliti coi messaggi di Ixtlilxòchitl, spedi al soccorso degli abitanti di Tequantepec e degli alleati Pedro de Al- varado con dugento Spagnuoli pedestri e quaranta a caval- lo. Ixtlilxòchitl fece muovere duemila uomini. Questa guerra segui nel 1522, e fu bisogno un mese di cammino per giun- gere ad Huaxacac , avendo trovato contrasto in alcuni sili. Quando furono giunti a Tototepec (1), il generale degli A- chuhiani intimò al sovrano accettasse la pace , e desse in sommissione tutta la sua provincia : questi vi acconsenti , ma non di buona voglia . Gli abitanti ricevettero le nostre milizie, e le alloggiarono in spaziosissime case per farle ri- posare . Gli Achulhuani avvisarono V Alvarado di non en- trarvi , avendo saputo che in quella stessa notte si doveva mettere fuoco a quelle case, le quali eran coperte di paglia. L' Alvarado giovandosi dell' avviso , fece stanziar le sue genti nel basso, della città, e s'impadronì della persona del capo con uno de' suoi figliuoli . Costoro trovandosi prigio- nieri , e veggendo scoperta la trama , diedero per riscatto venticinquemila castigliani d'oro, e racquis'aron la pristi- na libertà . Della città e provincia fu fatto colonia, e poi fu mandato a chiedere obbedienza ai popoli delle province Coaztlahuac, di Tlaxquauhco (2^ , e d'altri paesi che s'erano (t) Altri storici scrivono Tatutepec. Mockteuioma raccoglieva mott'oro da queste contrade-. {Nota dell' Edit. Mess.) (j) Oggidì TlauaconeUe stato di Oiara. (Sola dell' Edit. Messicano) levati in rapo, e incontanente deposero le armi . Arhulhuani ritornarono quindi a Te/coro, 1' Alvaro Cojaran, e diedero conio di quanto era passalo in qu< spedizione . Il Cortes, annoverando oggimai tra' suoi collegati iponoli della riva del mare del Sud, risolvette di mandare a Zac.i- iiilan legnajuoli e marinai per costruire brigantini , affine di correre tutta la spiaggia, e due caravelle per scoprire al- cune isole, dove gli aveva» detto trovarsi molti tesori. Con tale intendimento dimandò a f\tlilxochitl, che di fornisse operai ed uomini per accompagnarlo e per trasportare il ferro, le armi, le vele, il sartiame e gli altri arnesi che sta- vano in serbo a Vera Cruz, e Htlilxòchill prontamente lo compiacque. Fece correre avviso tra' sudditi suoi di obbe- dire agli Spaglinoli in tutto quanto lì comandassero, e di provvedere a tutto il bisognevole. Il Cortes e ]\llil sorti ili seppero che Cristoforo d'Olidera stato vinto dagli abitanti di Coliman, che gli avevano ucciso dieci Spaglinoli ed un gran numero di Messicani Wiclwa- raniensi suoi ausiliari, che se ne andavauo per ordine del Cortes u Michuacan e a Zucalulan per sop ravvedere ai bri- gantini . Olid aveva con se più di renio Spaglinoli , quaranta cavalli e una grand' orda di abitanti di Michuacan ; egli ave- va senza dubbio tentalo di far piegare Calionen al comune destino, maiale impresa aveva avuto mal fine come gii s'è detto . Il Cortes adunque mandò in gran diligenza Gort- ralvo di Sandoval con sessanta fanti e venticinque cavalli. Ktlikóchiil v'aggiunse sei mila guerrieri per abballerete genti di Coliman e di Impiltzinro, rbe lenevan aurini ai loro vicini, perchè questi erano in lega con gli Spaglinoli . Sandoval egli Achulhuani corsero ditìlati sopra Impiluioco; assalirono gli abitanti, ma perchè era» tali tuì slavan beile RELAZIONE TAX) le armi io mauo,ed il suolo assai montuoso, noo li poterono conquidere. 1 nostri allora si volsero a Zucatulan, ivi trovaro- no un maggior numero di milizia, e tutti di conserva dirizza- rono i passi contro Coliman, che giace a sessanta leghe da Zacatulan . Una sanguinosa battaglia ingaggiossi alla loro prima giunta; gli Achulhuani perderon molti de'loro,maun maggior numero di avversari restaron morti sul campo, si che Gnalmente vedeudosi stretti da tutte partirsi diedero per vinti. Quei d'impiltzinco, di Zibuallan, Zelimatlec e di al- tri villaggi fecero altrettanto. 1 nostri tornarono dopo aver sottomesso quelle province , e ridotto in colonia Goliman . Meni ree he intervenivano queste cose, Ixtlilxòchitl pose cura a ricostruire il Messico; quattrocento mila uomini vi furono adoperati, tra sopravveglianli, legnaiuoli, muratori e manuali . Questo principe aveva stanza in Tlaltelolco , donde espediva i suoi capitani per le particolari fazioni ; governava tutto il paese e specialmente la parte che spetta- va agli Aculhuani. Messico fu rifatta, perocché, secondo il parere d' Ixtlilxòchitl e degli altri capi, questa città, come quella che aveva duralo in guerra più vigorosamente contro, i Cristiani e gli Achulhuani , e che era costata perdite più considerevoli a lui medesimo e agli altri principi della lega, era bene rimanesse qual testimonio alla posterità della me- moranda vittoria. Furono murate oltre a cento mila case, migliori delle prime, e ve n'erano quarantamila più che per l? innanzi. Ixtlilxòcbill medesimo lavorò di propria ma- no in alcuni edifìzj; il principe Tlaltelolco e gli altri capi ebbero ciascuno il carico di ricostruire un quartiere; Tla- cahuepantzin figlio di Montheuzoma, che denominarsi Don Fedro ebbe il quartiere di Alzaquulco (1) . ri) A' giorni nostri San Sebastiano. (JVota dell' Edit. Miniamo ) — — 570 D'ALYA Non appena il Cortes si fa impadronito del Messico, man- dò annunzio all' iinperadore nostro sovrano di quanto era seguito, e lo fece supplicare di mandare missionari per con- vertirei naturali. Sua maestà rispose avrebbe riferita al San- to Padre questa dimanda, e dopo averne ottenuta la facoltà farebbe partire que' religiosi. Per allora invia vane solamente cinque o sei dell'ordine francescano 5 tra9 quali. era fra Fe- dro di Gandc cugino dell' imperadore (1): gli altri quattro erano preti . Sua Maestà approvò tutto ciò che aveva fatto . 1 religiosi giunsero nel 1 o2 >, appena Ixllilxòchitl aveva com- piuto la riedificazione della città. Il Cortes gli manifestò in nome dell'imperadore, che questi donava a lui e a'suoi discendenti tre province, le quali era- no: Otumha,con trentatre villaggi; Ilziuhcohuac, cou egual numero di villaggi, che si distendeva di costa a Panuco; e Cholula co' respettivi villaggi: ma Ixtlilxèchill soggiunse, che quanto gli veniva donato, già gli apparteneva essendo il retaggio de'suoi maggiori; che non lo aveva tolto a nessu- no perchè glie ne avesse ad esser fatto un dono, e che anzi ne lasciava il possesso al Cortes e a' suoi, che avevano du- rate tante fatiche, tentato si lunghi cammini per terra e per mare, e spesso esponendo la propria vita. Aggiunse , che gli abitatori di quelle province e delle altre dipendenti da Tezcoco, eran sudditi suoi, e non avrebbero prestalo obbe- dienza ad altri chea lui ed a' suoi, fratelli, come a loro na- turali signori, e disse anche altre cose su tal materia, il (1) Era questi un figliuolo naturale dell' imperadore, uomo di gran pietà e protettore degli Indiani . Il suo ritratto è dipinto a capo della scala dei convento di San Francesco del Messico . li frate di Gand era laico fran- cescano : non volle mai prendere gli ordini sacerdotali , e ricusò il vesoo. vado del Messico. (Nota dell' Edit. Mess.) RELAZIONE 571 Corlcs uditolo, e sapendo esser vero quanto diceva, dissi- mulando non replicò parola . Ixllilxòcbitl si parli per Tezcoco, e pattuì col suo fratello Cohuanacotzin di spartire il regno in tal modo: — Colma- nacotzin, in qualità di sovrano, occuperebbe Tezcoco, e prenderebbe sotto di sé tutte le province che giacciono verso il mezzodì, le quali sono : Chalco, Qaubnahuac, Itzocan , Tlahuic e le altre fino al mare meridionale: — la metà di quelle verso il settentrione , le cui frontiere sarebbero sta- tuite a Tepetlaoztoc, Papaluca, Teoaycan , Chimananlla e Xaltocan , e che dipendevano da Otumpan e da Teotihua- can, apparterrebbero a Ixtlilxòchill ; come pure Tolantzinco, Tziuhcohuac, Tlatlauhquitepec, Thauatia, e le altre fino al mare settentrionale e diPanuco. — Fermali i patti, Ixtlilxò- chill passò ad Otumba, dove fece costruire palagi per sua dimora, comeaTeolihuacan. Ei vi entrò nell'ultimo giorno dell'anno di Nahui-Toxtli , che risponde addi 19 marzo 1525. I signori messicani che erano sopravvissuti alla ruina della città , veggendo che tormenlavasi il re Quauthemoc per pigliarsi i suoi tesori, si risolvettero di correr di nuovo air armi contro il Cortes, come appunto Ixtlilxòchill avea preveduto. Questa sollevazione fu acquietata: i più colpe- voli vennero messi in prigione, e molti furono fatti morire appesi, o dati in preda ai cani, che li sbranarono. Cohuana- coxtzin fu tra questi ultimi, onde Ixllilxòchitl gravemente se ne sdegnò col Cortes; e malgrado la guardia degli Spa- gnuoli, lo fece sottrarre ai cani, che già s'avventavano a di- vorarlo (1). 11) Che ingrato era mai questo Corte» ! Non v'ba colori sufficienti a di- pinger tal mostro. ( Mota dell' Edit. Mesi.) Intanto clie ricostruitasi il Messico, Corles e Ixllil se ne andarono nel regno di Punuco , alcune città del quale s' l'i .ni levate a stormo contro Tezcoco. Gli abitanti avevao tolto di vita due Spagnuoli, commesso ingiurie ed usali mali trattamenti contro i nostri. Il Cortes prese con se trecento fanli e cento (.inquinila cavalli, ed I\llikòrhil1 si fe'ilmv ili quarantamila Arhulhuani e di alquanti Messicani. Giunse ad Avnloxtilan, ove i nimiei l'unum ad incontrarli. Comi nei'! una battaglia di gran conseguenza in aperta campagna ; lxlli!\nchill, che stava co' suoi all'anliguardo perdette cin- quemila uomini, ma le morti degli avversari furono tripli- cate. Cinquanta Spaglinoli rimasero feriti. Dimorami!" quattro giorni in quel luogo per ristorarsi. Alcune di qwJl città che avevano scosso il giogo di Tezcoco, vennero mio- (Mielite Mito l'antica obbedienza, portando i tributi di quegli anni che non avevan pagali: ebbero pcrdoiiunza da Ixllilxòi'hill, il quale tosto levò il campo con Cortes, indi- rizzandosi a Cbila, dove Francesco do Garay era stalo Sion- litio. Questa città siede vicino al mare: quando vi giunse- ro, il re di Tezcoco mandò suoi messaggi per tulli quc'iliiv torni ad ammonir gli abitanti dovessero riconoscere la la- minazione Spagnuola ; ma costoro, conlidenti nel propri» valore, e per propria difesa facendo gran conto de' luoghi forti die possedevano, si rifiutarono. Tuttavia fu aspettati! Ire giorni per vedere, se ponevano giù le armi ; passalo il qual termine , conoscendo che non volevano accettar la pa- ce, e che si erano anzi condotti fino ad uccidere certi mes- si , si die mano al combattere : ma perché si erano ben nin- niti dentro i loro villaggi, non potevano esser violi. Ina mil- le, dopo aver procacciato alquanti navicelli , i nostri tra- ghettarono il fiume senza essere uditi ; il Cortes conduceva cento pedestri e quaranta cavalieri, e lxllilxochill piti di RELAZIONE 375 ventimila Indiani . Ma in sul mattino, il nemico avendoli •corti, si avventò loro addosso con tanto furore, che per poco stette non rimanessero sterminati. Nulladimeno si di- fesero con tanto valore, che finalmente que' naturali anda- rono in rotta, e furono incalzali per più d'una lega; un nu- mero assai considerevole trovò la morte in quella ritirala, comechè a Ixtlilxòchitl fossero stati feriti ben diecimila dei suoi . I nostri passarono la notte in un villaggio lascialo vó- lo dagli abitanti ; ne9 templi trovarono le pelli degìi Spa- gnuolidi Garay, scorticati dagli Indigeni , ed appese alle pa- reti insieme colle armi loro; ciò che mostrò a chiari segni, che i primi Spagnuoli che apparirono in quel paese senza le scorte dei collegati, non fecero opera d'importanza, e ne andarono con la peggio. Tutto il contrario intervenne al Cortes ; ogni volta che gli cadeva in animo di assuggettare una provincia o far guerra, ne uscia vincitore, perchè prò* cacciavasi alleati . Questi eran sempre i primi ad ingaggiar la battaglia, ed affrontarne i pericoli. Dal luogo ove avean dimorato la notte , passarono in un altro villaggio vaghissimo ed ombralo di verdi rami , difeso da una gran torma di nemici surti sulle armi e celatisi per le case, affine di sopraffare le nostre genti . In quel giorno seguì una fazione di gran momento, in cui molti nemici pe- rirono e non pochi de' nostri , come pure molli Spagnuoli furon feriti . Tre volte gli avversari andarono sperperati, e tre volte si rannodarono; ma finalmente, affranti dalle lun- ghe fatiche, si gittarono in una riviera che correva ivi pres- so, e traversandola a nuoto si anelarono in ordine di batta- glia sull'altra riva, e così stettero fino a sera . 1 nostri re- trocessero al villaggio dove Ixtlilxòchitl e i suoi cenarono con erbe e fruiti sai valichi; il Cortes e gli Spagnuoli si man- giarono un cavallo , e messe fuori le scelte presero riposo . "74 D' A L V A Fallosi giorno, andarono su quattro villaggi tutti abbando- nati dagli abitanti, e tornata la notte stanziarono in alcuni campi di grano d'India, col quale satollarono la loro fame. Per altri due giorni continuarono il cammino, non trovando anima viva: onde si restituirono a Citila, dove avevano posto il campo. La notte seguente si ridussero ad un gran villag- gio sulle rive d'un lago; distrussero quanto lor venne alte mani in terra e in acqua , e posero in preda le case • Gli abi- tatori incontanente si assoggettarono, e dopo 25 giorni che quei luoghi furono occupati, tutti gli altri villaggi della con- trada si recarono alla obbedienza. Il Cortes ridusse a colo- nia una città che sorge nelle vicinanze di Chila , e la deno- minò Santo Stefano del Porlo ( Sant-Estievan delPuerto) [i). Lasciovvi un presidio di Spagnuoli : Ixllilxòchitl vi fece ri- manere parecchi suoi sudditi ; e distrussero Panuco , Chila ed altre molto grandi città, in punizione delle crudeltà usa- te contro i soldati di Garay; poi ritornarono al Messico. Non guari dopo, Tototepec del Settentrione, con venti villaggi e con altri dipendenti daTezcoco , si ribellarono. I due capitani furono astretti di muovere ad oste contro i sollevali con trentamila uomini, e dar loro battaglia. Ixtlil- xòchiti fece prigioniero di propria mauo il capo di Totote- pec, e lo consegnò al Cortes, che lo fece appendere per la gola. Ne seguitarono danni considerevoli d'ambe le parli; i prigionieri furon venduti informa di schiavi; Ixllilxòchitl fece re di Tototepec uno de' suoi fratelli, che già prima aveva teuuto queir altezza di grado. 1 Onesta citta più non esisto, e in qu« i dintorni fa fabbricala Tam- ilico , V. Loai>ZA>A. Carta di Cortes . Messico 1770, p. 559. ) RELAZIONI! 375 Gli Spagnuoli che dimoravano a Panuco (1) , e partico- larmente un certo numero di quelli che facevan parte della schiera di Garay , trattarono gli abitanti con tanta incom- portabilità, che furon costretti di correre air armi più non potendo sostenere quello stremo di tirannia , ed uccisero più di quattrocento Cristiani. Il Cortes avuto annunzio di questo, domandò aiuto a Ixtlilxòchitl ed al re Guauhte- moc, che come gli altri suoi sudditi aveva il carico delle fatiche della guerra. Ciascun d'essi mandò più di quindici- mila soldati , che furono spediti a Panuco con cinquanta ca- valli e cento fanti comandati da Gonzalvo di Sandoval . Un giovane fratello d' Ixtlilxòchitl, chiamato Yoyontzin era duce degli Achulhuani; i Messicani movevano sotto gli ordini di un népotc di Quauthemoc . Quando furono giunti a Panu- co, combatterono il nimico in due differenti avvisagli e fu vinto. Gli alleati entrarono in Sant-Estievan, dove non tro- varono altro che cento Spagnuoli , e se tardavano un solo giorno , non ne avrebbero ritrovato un solo . Immantinente V esercito si spartì in tre schiere, e corse F interno del paese ; tutte le case furono saccheggiate ed arse , e una infinita moltitudine d' Indiani uccisi . I nostri presero più di sessanta moderatori o capi di villaggio , e quattrocento tra nobili ed ufficiali , senza noverare i soldati gregarii . I primi furono dannali a morte ed arsi ; agli altri fu consentita la libertà. I fanciulli, e soprattutto i reditieri, furono fatti star presenti a quel barbaro scempio, perché loro servisse d' esempio, quando sarebbero stali investiti de' loro dominii . Panuco fu disfatta da capo a fondo , e i nostri si ricondussero al Messico . 1) Qui si tratta vero*! utilmente di quel Panuco, che sta a tre leghe da Zaratecas. r J TO d' al va L'anno 1523, Ixllilxòchitl e Quauhtemoctzin, avendo udito che dopo pochi giorni il popolo del Quauhtemalan (1), dell' Otlatlan , del Ghia pan, del Xoconuxco e di altre pro- vince vicine al Mare del Sud, sottomesse alle tre capitali, avevano scosso il freno , e tenevan guerra ai collegali dei Cristiani, avendo costoro Tatto violenze contro di essi; ne diedero annunzio al Cortes , che già disegnava inviare una mano di Spagnuoli, per sopravvedere il paese. Conoscendo essergli necessario cominciare il conquisto di que' luoghi, mandò dicendo ai capi Indiani , che ordinassero a' sudditi loro di fornire i soccorsi, e partire per questa impresa col- l'Alvarado. Quauhtemoc ed Ixllilxòchitl , che avevano già fatto correr l' avviso a' propri vassalli , raccolsero ven- timila uomini molto istrutti delle cose della guerra, e ben pratici del paese : ognuno di essi aveva dato dieci mila uo- mini con un generale . L' Alvarado, che conduceva trecento Spagnuoli, partì con essi dal Messico il di 6 dicembre (2) ; passarono per Tebuantepec e vennero a Xoconuxco. Nel loro cammino ridussero alcuni luoghi che si eran levali in capo, tra' quali Tzapollan , grande e forte città , dove fu tenuta guerra vi- gorosissima per più giorni , che costò la vita a gran numero di guerrieri (T ambe le parti , e molli Spagnuoli furono fo- riti . Passarono quindi a Quetzaltenanco in tre dì . Nel pri- mo valicarono un fiume con mollo travaglio; nel secondo per più di cinque leghe , superarono una montagna aspra ed altissima; trovarono in una valle oltre a quattromila ne- mici che assalirono e sconfissero ; e al di là , in una pianu- ra . trentamila e più , che egualmente ne andarono con la y4) T. r appendice, alla Nota N.» Vii.. 'xi) T. in ram us io il racconto di questa impreM. l_. RELAZIONE Ó77 peggio . Li raggiunsero presso ad una fonte , e il combal- timento'ricominciò ; ma i vinti si ripararono sotto il pendìo d'una montagna, si rannodarono, e tornarono contro i nostri più animosi di prima . Dopo un ostinato combatti- mento gli alleati restarono vincitori, seguitarono i vinti , ne uccisero a gran torme , e presero il loro capitano , che era uno de' quattro principi, che allora regnavano in Otla- tlan : ma anche dalla nostra parte s' ebbe perdita di molti Naturali e di alcuni Spagnuoli. Il dì seguente entrarono in Quetza Ileo anco e lo trovarono abbandonato ; ivi però potè* rono far procaccio di vettovaglie e d' altre cose necessarie. In capo a sei giorni si partirono di Tzapotlan . Gli abitanti di Quetzaltenanco , dopo essersi aggirali alla spicciolata per que' dintorni, fecero testa e valorosamente assalirono i no- stri; respinti però con furore, si ritrassero con grave perdi- ta , spezialmente al passo d' un fiume ; ciò non di manco i nobili ed i capi tornarono a rannodarsi,, continuando il com- battimento sopra un'altura; ma finalmente furono tutti presi ed uccisi . I sovrani di Otlatlan e di Quetzaltenanco , veggendosi vinti, convocarono a parlamento i sudditi loro, e stabilirono di far la pace ; diedero agli alleati un conside- ravo! numero di mantelli, moli' oro ed altre cose, e gli maudaron dicendo venissero ad Otlatlan , dove sarebbero onorevolmente accolti . 1 nostri vi andarono; ma per alcu- ni segni si avvidero di qualche tradimento , ordito loro da quelle genti; per la qual cosa uscirono dalla città, ebbero qualche perdita , ma seppero sì bene difendersi, che fecero prigioniero lo stesso capitano nemico ; questo però incitò maggiormente il furore degli abitanti , e per tal modo si addoppiò in essi il coraggio, che i nostri si trovaron quasi sul punto d'essere circondati per ogni parte . Ogni giorno gli avversarti uccidevano un gran numero di Achulhuani , xi. 48 7,78 D'UVJ ili Messicani, e qualche Spagnuolo . L'AI v arado, vedeodi t ti i,i I parlilo , ordinò, con immanissima crudeltà, si ardes- sero vivi tutti i cupi che eraDO slati falli prigionieri . I generali di Tezcoco e del Messico mandarono per aiuto al re di Quaulitemalan, die li accomodò di olire a quattro- mila guerrieri , co' quali le nostre genti investirono si fat- tamente il nemico , che da ultimo vinsero la prova . Gli assediati poser giù le armi , dimandaroti la vita e fu fan conceduta , ma > due capi , di Oltallan cioè e di Quelzallo- nanco , morirono sul rogo, e i loro figli ottennero la MIkt- t.'i sollo fede di non più levarsi a romore. Fallo il conquisto di Otlallan e di Quelzaltenanco , tali» l'esercito procede verso il (Juan ritentatali, ove trovò bMM accoglienze ed allegrezze per la sua venuta. I rei lori di quel paese si scusarono appresso a' nostri generali di non essere accorsi al Messico, secondo il debito loro, recando- ne la cagione agli Spngnuoli che correvano e guastavano il paese, rommetlendo verso di essi ogni maniera di violen- za. Vicino a (juauh tema tan slendevasi una provincia cIm avea guerra continua contro questa città, contro Ollatlan, •d altre di[>endeuti dalle tre capitali ili. Il capoluogo » il, Questo paese e ijui'llo degli Zulugili , del quale sarò .li«cor-o tiri- la Snin all' Ipfiomc*, D." VII. La roccia sulla quale gli Indigeni • etti raccolti ci afforzati, è nota sotto il nome ili Pen/d ile la Laguna. lUdoU) della Lacuna I.Is.ihuos, Trntado F7.cap.rl.) È il» considerare, cheqw- ito autore, che spesso ricorda «l'Indiani dì Tlasctlii che accorapagnaroaa l'Alvaxado , non f,i parola di quei di Tezcoco. 1.' Alvaradu , durame la «m assenta aveva lascialo invece sua il proprio fratello. La costui che volpa estorcere tlaali infelici Indiani più oro di quello che potessero dare, tu cagiono della sollevatone, di coi si parlerà in protesto di questa scrittura. L' Ah Brado s'era parlilo perla provincia di Honduras, din te caedea trovare il Corto : ma avendo udito da Bernardo Iliai de Castillo, t di alcuni altri Spaunuoli , chat ritornare sui propri passi . : 1 RELAZIONE 370 sulle rive d'un gran lago; era ben munito e difeso da nu- merosa popolazione; i nostri ammonirono gli abitatori de- sistessero dalle ostilità, e quei ricusando visi, furono com- battuti . Una gran copia degli Indigeni di Quauhtemal s'era congiunta alle armi della lega; una fortezza fu espugnata, e messo il fuoco alle case: alcuni solamente degli avversa- ri!, che poterono transitare sopra i battelli in una isoletta, andaron salvi, gli altri scamparono a nuoto, e le nostre genti, abbandonata la fortezza, posero gli alloggiamenti ne' campi coltivati, dove passarono la notte. Alla dimane entraron dentro alla città lasciata vuota dagli abitatori, do- po che videro espugnata la fortezza ; ed allora si diedero a scorrazzare il paese, facendo prigionieri alcuni de' nemi- ci, de' quali mandarono tre o quattro a dare annunzio ai loro capi , che se volevano darsi per vinti, sarebbero stati amorevolmente ricevuti, e rispettale le terre e case loro: a siffatta proposta acconsentirono, venendo a fare atto di obbedienza , e fu questa la prima volta in cui tal provincia restasse soggiogata. Quindi l'Alvarado co'suoi collegati tor- nasene nel Quauhtemalan , dove moltissimi popoli di vil- laggi sollevati vennero a piegare la fronte innanzi al vin- citore; e similmente ne vennero altri dalle riviere del Stare del Sud. Tutti i Naturali della provincia di Tequintepec erano cor- si all' armi , e facevan capitar male tutti quei cbe tenevano commercio co' Cristiani; l'esercito della lega si volse contro di essi: marciò per quattro giorni, sostando ogni notte in mezzo a' deserti; ma il quarto giunse all'ingresso della cit- tà, e vi entrò senza esser sentito, perciocché gli abitanti non stavano in saspetto, ed erano rifugiati nelle case, pioven- do a dirotto . Quivi furono sorpresi, uccisi e fatti prigionie- ri in grap numero; ed essendo stato loro impossibile di riunirsi. ì pili presero la foga. Quei che poterono. *i Ti Bearono in alcune grandi case, dove si difesero ed uet molti indigeni di Tezcoco; ma il capo raggeado che li itìi perduto, venne a dimandare in grazia la vita, predando -li [qim lasciala la sovranità di tutti i villaggi dipcndcnli da quella provincia, ed offerendo la sua amicizia, che fu ar- r.-il,i l.i . I vincitori corser quindi in altre regnai non imi stale sotto il giogo di alcuna delle tre capitali, e don •' parlavano differenti lingue. Il primo luogo che Irovarom- fu Cai» ; vi sostennero molti conflitti co' Naturali; perdet- tero un certo numero di guerrieri , insieme al bottino che avevan fallo, e non fu mai possibile di ridurre in pace 'pial- la razza d'Indiani . Poi si appresenlarono a l'amico, che fece amica sem- bianza , ma per tradire, perciocché fosse iiitcìiditnciilo di quelle genti sorprendere i nostri, e farne scempio: nu avutosi odore di lai perfidia, fu dalo assallo alla citta; gli inimici tentarono difendersi invano, conciossiaehé furono messi in fuga e con gravissima perdila sloggiali da quella terra. Fallo ciò , gli alleati dirizzarono i passi a HofttHfr co, dove combatterono con egual fortuna che negli i IH luoghi . Poi trassero contro una forte citl.i che chiamava^ AcayincaLl, bagnata dal Mare del Sud, ed in sull'entrata trovarono, in una pianura, un numerosissimo eserctto Vedendo allora in quanta miglior condizione fosse il itimi- co, perciocché non avanzavano più che settemila guerrie- ri del Messico e di Tezcoco, essendo gli altri morii, o rima- si net Quaublemalan , infermatisi per le fatiche della guer- ra, e l'Alvnrado avendo appena con sé cento cinquanta fluiti e cento cavalli Spagnuoli, con un migliaio d"u tulfal più del Quaublemalan, vollero schivare lo scontro degli inimici; tua costoro essendosene avvisti, corsero ad RELAZIONE 381 assalirli. Le nostre milizie fecero sì magnanime prove di valore, che appena uno di quelli potè campare; percioc- ché non poterono dar le terga come avevano Tatto gli altri popoli, a cagione delle loro ponderose armature, che av- viluppavanli in tutta la persona a modo di sacco ; si recava- no in mano gravissime lance, lunghe più di trenta palmi. Questi Indiani, e tutti gli altri de9 quali abbiamo discorso dalla provincia di Caltipan in poi , appartenevano alla na- zione Toltequa. Quel giorno fu scritto per la morte di mol- ti de9 nostri, ed oltracciò molti ne rimasero feriti, anche Ira gli Spagnuoli ; air Alvarado stes60 toccò una freccia in una gamba. Non appena ebbe termine questa battaglia, che un'altra, ancora più sanguinosa , se ne ingaggiò . Presentassi un in- numerevole stormo di nemici, armati di tutto punto, e muniti di lance con banderuole. Molto furono travagliate le nostre schiere in quest'avvisaglia, e corsero gravi peri- coli ; ma avendo caricato il nimico con molta forza lo vol- sero in rotta . Di là mossero ad oste sulla provincia di Ma- huatlan, che fu soggiogata. Poi sopra Athleleahuacan , do- ve la gente di Cinllachan venne a rendersi air obbedienza , e lornossene al proprio paese . I nostri soldati s' introdus- sero nella città con molla circospezione, conciossiachè aves- sero ricevuto avviso, che volevano ucciderli a tradimento ; ciò nondimanco i nostri generali conchiusero un trattato di lega con quegli abitanti, che abbandonarono la città alla nostre milizie . Nel corso dei venti giorni che queste ebbero ivi stanza, non furono mai lasciate in tregua; cosicché ver- gendo da ultimo non esservi modo a sottometterli , una gran parte del nostro esercito si restituì nel Quaubtema- lan, dopo aver fatto quanto si è narrato, ed altre spedizioni ancora , che qui non si scrivono , ma che fecero sopportare agli Spaglinoli e ai collegati patimenti orribili , con fame altre calamità d'Ogni maniera. In questa guerra molte [irò vinte furono assurge ttale; ma noe" oro e poche dovjz» sene acquistarono: prelendesi che queste schiere cammi- nassero più di quattrocento leghe . Quando si partirono df Quaulemalan , andarono a ricongiugnersi agli Acbulhi i'l ai Messicani, coi quali restarono 1' Alvarado e gii Spaguuoli che tornarono al Messico. I collegati render conto del loro viaggio a I vinifichili ed al re Quaulilemor; questi ne scrissero lettere al Cortes, cui non è a dire se tor- nassero grate si liete novelle; il quale mandò subito l'Alva- rado e dugento Cristiani ad istituire una colonia in Quaub- lemalan. Addì 8 Dicembre 1525, due giorni dopo della partenza dell' Alvarado , il Cortes, Ixllikòchìll , Quauhtemoc e gli altri capi supremi , inviarono a Chamotan Diego de Godoy, con cento fanti Spagnuoli e trenta cavalli . I vili lochili e Quauhtemoc gli diedero per iscuria due generali , nasi -tnm de' quali reggeva diecimila uomini Ira Aclmlhuani, Slessi- cani eTccpanequi. Tulli mossero difilali alla citta dello 5pirìto-Sapto, ove trovarono un altro nerbo di Spagnuoli . Fecero vane correrie neh' interno di quelle regioni, e tra le altre in Chamolan [o Chamolla } (1] provincia di gran con- siderazione. La capitale , città ben munita, sedeva sulla cima d' uu monte assai forte a superare ; aveva tuia (vnhia di mura che si levavano da terra tre lese e più, falle per metà di pietre e per mela di grosse travi. Gli Indigeni del- l'esercilo degli Aclmlhuani e de' Messicani pugnarono vali- damente per due giorni continui; finalmente il nimico uà ni z (!) Veroni mi Ime me oggidì San iiii>v»niii Chamiila, nello tutu di Cbupa {Sota dell' MiLìlesi.) RELAZIONE 385 stremandosi nelle vettovaglie, per essere cinto d'assedio, tol- to con sé quanto possedeva, si diede a fuggire, come meglio gli venne fatto . Gli assediatori entrarono nella terra , ucci- sero tutti quelli in chi si abbatterono, le diedero il sacco, vi raccolsero un grosso bottino, ma assai poco trovarono in viveri ; e poi transitarono a Cbiapa ed a Huehueytlan , dove furono accolti con amichevoli dimostrazioni. Addì 5 febbraio 1524 fu fatto partire un altro esercito contro gli abitanti di Mixtecapan e contro quelli di Tzapo- tecan, che nuovamente s'erano levati in capo , e che offen- devano le genti vicine, perchè erano amiche con gli Spa- go uoli . Il Cortes vi mandò don Rodrigo Rangel , quel desso che era già corso in guerra con essi la prima volta , con cinquanta Spagnuoii . lxtlilxòchill lo afforzò di venti- mila guerrieri comandali da uno de' suoi fratelli . In via si avvennero cogli abitanti di Tlaxcalan , che loro fornirono un cinque o seimila uomini di milizia ausiliaria . Quando giunsero in quelle province , intimarono più volte agli In- diani ponessero giù le armi , ma senza alcun frutto ; allora cominciarono la guerra, ne uccisero e presero molti, e li venderono schiavi . Dopo aver domato quelle genti , i nostri tornarono al Mes- sico carichi delle spoglie nimicbe , e gli Spagnuoii larga- mente provvisti doro, essendo quello un paese assai dovi- zioso . Questa guerra compiè la sommissione di tutto il rea- me alle capitali di Tezcoco, di Messico e di Tlacopan; il dominio di queste città stendevasi per una circonferenza di quattrocento leghe, dal gran lago di Tezcoco, Gno alle rive del Mare del Sud e del Nord, come abbiamo veduto dinan- zi . Oltre alle raccontate imprese, molle altre ancora ne se- guitarono; ma perchè non ebbero casi d'importanza, io qui le tacerò , per non esser soverchio . Ixtlilxòchitl , i suoi 2W D'ALTA fratelli, i soci con gì od ti e i suoi sudditi prescr parte a latte queste conquiste, che costarono loro beo grati danni e spe- se considerevoli per mantenere e pagar gii Spaglinoli : si può sicuramente affermare senza tema di peccar contro il vero, come cosa notissima . che non solamente quel princi- pe aiolo i Cristiani a difender la causa del vero Dio e del- T imperadore signor nostro , tanto con la propria penooa che con le sue milizie , ma che ancora nutricò gli Spagnno- li e donò ad essi lutto Toro, l'argento eie gemme che pos- sedeva ne'pilau'i de* padri suoi, e per giunta tutto quello che appartenevn in proprio ai suoi fratelli e consanguinei. Il re Cacamatzin. e Cohuanacoxtzin , suoi due fratelli, fu- rono riscatta ti a spese di lui ; egli stesso diede fondo a una coustderevol parte delle sua facoltà per provveder di vive- ri, per ricompensare di stipendi i propri soldati , per Gir leve in codeste svariate spedizioni, e per V assedio del Mes- sico; le quali imprese costarono la vita ad una moltitudine innumerevole d'Indiani, e ad una lunghissima generazione di capi , di signori e di nobili suoi parenti. Mentre Tanno 1524 volgeva alla sua metà, anno che gl'Indigeni chiamano Chicuacen-Tecpatl , (Roccia, numero 6), fra Martino di Valenza, vicario del papa, e dodici re- ligiosi francescani vennero in questo paese , e furono i pri- mi a dare il battesimo ai naturali e convertirli alla legge evangelica. Come Ixllllxòchitl , Quauhtemoc e gli altri mag- giori della nazione ebbero udito il giunger di essi , manda- rono gente per procacciar loro tutto quello di che avessero bisogno nel viaggio . Appena quei messaggi ebber trovato i religiosi, fecero loro le più buone accoglienze e saluti, a nome d'Ixtlilxòchitl, e li servirono per tutta quanta la via. Per ogni luogo o v'essi passavano, gli Indigeni li riceveva- no con feste ed allegrezze d'ogni maniera; il Cortes, RELAZIONE 5X5 Ixtlilxòchill , i più cospicui signori del paese, gli Spagnuoli, e tra gli altri fra Fedro di Gante, furono a riceverli a tre le* gbe da Tezcoco, e si fecero danze ed altri segni di pubblica esultanza. Quando furono entrati nella città, ebbero da quei popoli ogni dimostrazione di riverenza, e con lieto viso lo- ro offersero vari presenti: fraPedro di Gante domandò a Ixtlilxòchill ornamenti e suppellettili per fregiarne gli ap- partamenti assegnati per abitazione de9 religiosi , che erano nel palazzo del re Netzahualcoyotzin . Quel principe adun- que ordinò a' Siniscalchi , ricevitori de' tributi dei tesori di Netzahualcoyotzin, consegnassero tutto che fosse necessa- rio . Fra Pedro elevò un altare , dove fece porre una imma- gine della Vergine ed un piccolo crocifisso , nella sera di sant'Antonio di Padova (I), e fu allora per la prima volta cantato vespro in quel paese. Il dì seguente fu con gran pompa detta una Messa in musica , e fu quello il primo sa- crificio incruento celebrato nella Nuova Spagna . Il Cortes, e tutti gli Spagnuoli vi assistettero insieme ad Ixtlilxòchitl , ai grandi , a'suoi fratelli e suoi congiunti , po- nendovi tutti quanti somma attenzione: tutti ne furono pro- fondamente commossi e piansero di gioia , vedendo final- mente quello che tanto avevano desiderato, perciocché era- no stali molto bene istrutti dei misteri che si rappreseutano nella Messa: fra Pedro di Gante aveva loro dichiarata la dottrina cristiana quanto meglio aveva saputo , e nel modo più certo per la grazia di Dio ; fin dalla prima sua giunta aveva insegnato ad essi il mistero della passione, la vita di nostro signore Gesù Cristo , e la dottrina evangelica; e però quando assistettero alla prima Messa, erano ottimamente (1) Il 12gennajo 1525. (\ola dell' Editor Musicano ». 49 58G D' A L V A ammaestrati del sacriGzio che solennizza vasi, lxtlilxòchitl struggendosi in lacrime generava stupore ed edificazione negli Spagnuoli. Il padre Martino di Valenza avendo udito da fra Pedro di Gante, che quel principe, gli altri signori suoi parenti e sudditi erano istrutti nella fede, e desiderava- no il battesimo, cominciò a battezzare gli abitanti di Tezco- co (1) ; e fu questa la prima città in cui raggiò la luce del Vangelo: fcllil&òchill fu il primo ad esser rigenerato nelle acque battesimali per mano del padre di Valenza, sotto il nome di don Fernando, in onore del re cattolico; il Cortes gli fu padrino , e il suo fratello Coxhuanacotzin, che venne appresso, prese il nome di don Pedro. Molli pretendono, che Alvarado, che allora si trovava a Tezcoco, lo presentasse al frate. Fu poi dato il battesimo agli altri suoi fratelli le- gittimi, don Pedro Tellahuehuezquititzin, don Giovanni Quauchlloitactin,don Giorgio Yoyontzin , e finalmente agli altri suoi fratelli , figli naturali del padre suo: Don Carlo Ahuaxpilzatzin , don Antonio Tlahuilolzin ,don Francesco Mochiuhquecholtzomatziu , don Lorenzo de Luna, ed ai suoi zìi , cugini e collegati . La regina Tlaco\huatzin , sua madre , Messicana per pa~ .tria, e molto tenace nell'idolatria , ricusò di accostarsi alle acque lustrali ; erasi rifuggita in un tempio della città con alcuni signori, e Ivtlilxòchill le fu innanzi pregandola volesse (I) Molto vago a udire è 11 modo ondo quei religiosi davano i nomi a quel- la moltitudine di neofiti : dividevansi per bande , e tutti quelli che appar- tenevano ad una banda avevano il nome stesso . Non era questa già la prima volta che si usava tale spediente : nel 1587 , Ladisao Jagcllone , duca di Li- tuania , essendosi fatto cristiano e re di Polonia , persuase a' sudditi suoi di rinnegare, secondo il su» esempio, la loro nazionale credenza. Il popolo fu spartito in bande: nella prima tutti gli uomini si chiamarono Pietro e tutte le donne Caterina ; nella seconda Paolo e Margherita , e così di seguito (V. Eusebio Salvbrtb, Saggio sui nomi d'uomini, ec. ; T. I, p. ±&e *2X.) RELAZIONE 387 battezzarsi. Ella però gli fece risposta di rampogne e d'in* giurie, negandogli quanto le richiedeva , ed aggiugnendo che le saria stato mestieri perdere il bene dell'intelletto per rinnegare cos^ subitamente i suoi Dei e la legge de' padri suoi. Ixtlilxòchitl conoscendo quella immutabile delibera- zione, montò in furore minacciandola di farla arder viva , ove non assentisse al battesimo (I) . Conchiuse coir apportarle molte buone ragioni, fino a che la convinse e la menò alla chiesa con gli altri signori per farla monda del peccato originale. Mise fuoco nel tempio in cui s'era ricovrata, e lo distrusse da cima a fondo. Fu questa regina la prima donna il cui capo fosse asperso delle acque battesimali, e le fu imposto il nome di Maria; accompa- gnandola Cortes al sacro fonte. Dopo di lei si battezzò sotto il nome di donna Beatrice , la Papantzin , vedova dell'antico governator di Tlatelolco , e moglie legiftipaa di Ixtlilxòchitl; costei ricevette il sacramento per compiacere al Cortes , che fu suo padrino, come alla donna del suo più intimo e fidato amico . Tutte le principali donne della città si accostarono alla sacra ceremonia, siccome le femmine volgari. I religio- si furono per parecchi giorni affaccendati in quel ministero, mentre Ixtlilxòchitl ammaestrava i fratelli, i congiunti,! collegati nella dottrina del cristianesimo con molla chiarez- za ; insegnava loro le cere moni e e le corrispondenti voci spagnuole, ben differenti da quelle usitate nel paese. Faceva lunghi ragionamenti e predicazioni, nelle quali disviluppava le cose mirabili della fede, ed inteneriva i circostanti con narrazioni sì commoventi e si pie, che sarebbe potuto chia- marsi un apostolo, seppur lice dire cosi . (1) Ciò non dee parere strano in un uomo, che Tu il più spietato carnefice della sua patria, che fu lo strumento della Spagnuola tirannide, che fu edu- cato alla barbara scuola di quella . (Nota deli Edi t. 3Ieuwano) ™* d'alva Gli Indiani, por la più parte, adusati alle loro antiche consuetudini, non potevano conformarsi alle costumarne spagnuolc di salutare, di tesi i fi care il proprio rispetto e di altre forme di convenevoli, comesi può vedere nell'esem- pio di quella donna di gran condizione sorella d'iitliliòdull, che essendo andata a visitare il padre Martino di Valenza, e volendo fargli omaggio all'uso spagnuolo, secondo che il proprio fratello le aveva raccomandato, salutò come suol fare un uomo, piegando un ginocchio, il quale atto mosse al riso quei religiosi . Ma ella disse loro con quella grazia, che saria stata propria di una dama di corte e d' una prin- cipessa, che la volessero tenere per iscusata se avesse man- cato in alcuna cosa, male appresa dal fratel suo, e che aven- do veduto molli cavalieri salutare in quella forma, tra gli altri il Cortes e i suoi, aveva stimato fosse quest'uso comu- ne agli uomini ed alle donne , perciocché nel suo paese non si faceva altro atto di saluto-che inchinando la testa. In sul- le prime v'ebbero molte di siffatte sconciezze, tanto perla parte degli Indigeni che degli Spagnuoli , e tutti ne fecero le molte risa ; ma alla line, benché queste consuetudini fosse- ro al tutto nuove e peregrine, in poco tempo allignarono. Già tutte le case del Messico erano ornai murale, salvo solamente alcune appartenenti agli Spagnuoli, che non era- no ancora ben compiute, lxtlilxochitl fece sapere a' suoi soldati si tenessero apparecchiati ad una impresa proposta contro Ihueras (lì, e di fornirsi di tutto quanto fosse neces- sario nel viaggio. In quel tempo medesimo il Cortes mandò in Ispagna all'imperadore una gran copia d'oro, di penne, iX> Il Corte* n* ha lasciata una narrazione manoscritta, di coi io posseggo copia. IluitTa* e l'antico nome della provincia di Honduras . RELAZIONE .~>89 di mantelli, di cose preziose , ed un cannone d'argento (1) 9 ed Ixtlilxòcbill e gli altri primati lo pregarono di scrivere in nome loro a Sua Maestà, offerendogli i servigi, i regni, e il vassallaggio di essi, il Cortes rispose farebbe quanto desideravano , ed aggiunse la Maestà Sua essere mollo gra- ta di quanto avevan fatto in nome di lei, ma particolarmen- te dell'essersi convertili alla fede, dell'aver ricevuto il bat- tesimo, che era ciò che sopra ogni cosa gli stava a cuore . Non è ben certo, se il Cortes veramente mandasse lettere in nome di questi nobili Indiani, e spezialmente d'Ixllilxòchitl, pel quale, dopo Dio , come si è dimostrato a chiare provo, la religione cristiana s'introdusse in quel paese, e quantun- que ei lo affermasse, pure il fatto andò, che esso Ixllilxò- chitl non ebbe giammai lettera alcuna su tal proposito; o se il re gli rispose, non fu davvero per lo mezzo del Cortes, ma dei religiosi francescani. La risposta giunse dopo la sua morte, quando i suoi eredi erano ancor molto giovani, e segnatamente donna Anna e donna Luisa, sue figlie legitti- me, die si trovarono nella fanciullezza e prive di consan- guinei . Così egli si restò nell'obblio, i suoi discendenti cad- dero nella oscurità, e queste case di giorno in giorno ven- gono tolte loro (2) . Nell'anno stesso, prima che si facesse l'impresa di 1 bue- ras , fu tenuto nella città di Tezcoco un sinodo , che fu il primo della Nuova Spagna. Ivi tratlossi del matrimonio e (!) Secondo 1* Oviedo (lib. Ili, cap. 12, inedito) , Vi ocrorsero 24 quin- tali e 2 arrohes d'oro e di argento , e costo 24,000 marchi d' oro da fi pcsw il marco. La fonditura , la cesellatura ei' trasporto in Ispagna, montarono a 5,000 pesat . Il pesos, calcolato secondo il suo valore al tempo di Carlo V, ri- sponde a circa undici franchi di moneta francese . (4) Ecco degna ricompensa di chi serve ai tiranni. {Piota dell' Edit. Messicano) te per darti la motte: coleva spacciarsi dì te come >i fa di un pesnite fardelli', cunei* >>iache mai non ti vedette, che il tuo appetto non ^:i rampognasse la u. 120. Sola dell' Edit. Mesticano 7M D'ALV A È cosa evidente e nota a lutti, come Quauhtetnoc e gli altri Signori morissero innocenti , che le accuse date loro furono calunniose, attesoché i loro sudditi non si levassero in armi giammai contro gli Spagnuoli, né si ribellassero mai ; altro non fecero che dolersi delle fatiche , ond' erano oppressi , e dei lunghi viaggi che si facevano imprendere ai loro re , nei quali morivan di fame, di caldo o di freddo; eppure quelle fatiche le sopportavano con pazienza come se Io facessero per loro medesimi , o per V amore di Dio . Egli è il vero , che se non fosse stato V amore che gì' In- digeni portavano a' loro sovrani , come è detto di sopra, vedendosi tiranneggiati con tanta fierezza non avrebbero lascialo in vita un solo Spagnuolo , come avrebbero po- tuto fare assai facilmente, perchè a quel tempo non avevan per loro né Tezcoco , né Tlaxcalan , né altre pro- vince, delle quali il Cortes poscia s' impadronì , e per so* prappiù eran divisi. Quei che scrissero o dissero, che Quauhtemoc e gli altri Signori furon fatti morire per aver voluto fare strage degli Spagnuoli, li calunniarono ; né si può dubitare che dicano tai cose per iscusarsi dei loro delitti e tradimenti , non tro- vandosi narrazione o poema che ne attesti la verità. No ve- ramente, né istorie, né romanzi (1) riferiscono il fatto in tal guisa, e tutti i Nativi della Nuova Spagna, storici o poeti ch'ei sieno, affermano ad una voce esser calunnia, e che la morte di quel principe éatto d'infame tirannide. Le opere degli storici Spagnuoli mi costringono a parlare in tal mo- do; ma non me ne maraviglio, quando essi protestano (1) Gli Spagnuoli chiamano con tal nome certi poemi storici ne' quali raccontano i fatti più importanti de' loro annali. Quasi tutte le guerre dei Mori sono scritte in questi romanzi. Anche gl'Indiani avevano scrittori di simil fatta. DELAZIONE 3)7 avere avuto contezza di tai cose dal Cortes medesimo, e da' altri autori di tanta nefandilà. Gli scrittori che sopravven- nero , seguitarono questi storici senza entrar mallevadori dell'autenticità dei casi narrati (1) . Il Cortes e quei che andavano a Ibueras eran giunti alla città dello Spirito Santo, quando Ixtlilxòcbill e Quauhte* moc mandarono avviso ai sovrani di Ta basco e diXicalanco eh' essi eran giunti, e che il Cortes s' indirizzava ad Ibueras; ordinarono ad essi mandassero una pittura, nella quale si rappresentasse la intera via, le città ed i villaggi per cui do- vevan passare, i fiumi che v' eran da traversare, e spedirgli incontro alcuni mercadanti che conoscessero i monti e i fiu> mi, onde gli servissero di guide: i sovrani suddetti, ricevuto quest'ordine, lo adempierono incontanente .2). Quando la pittura Tu condotta a termine la mandarono accompagnata da dieci nobili de' più dotti per farne la spiegazione. Questi ultimi essendo giunti, fecero tutta la via che corre da Xi ca- lanco fino aXacoynito, edaNacoynito a Nicaragua. Ixtlil- xòchill prese ad esaminar la pittura con gli altri Signori, e poi la mostrarono al Cortes, che ne parve assai soddisfatto, e ne riferì le debite grazie agli abitanti di Tabascoe di Xi- calanco; costoro gli diedero avviso , che tutti i villaggi pei quali dovea transitare erano abbandonali , perocché gli Spa- glinoli avevan li saccheggiati ed arsi; onde gli abitanti fug- gendo s'erano riparati nel deserto. A tale annunzio furono mandati sul fiume di Tabasco alquanti navigli carichi di (1) La forza della verità ha potuto sola dare a questo scrittore Indiano il coraggio di sostenere tali asserzioni con tanta franchezza, in presenza dei viceré ilei Messico, e di un tribunale innanzi a cui esponeva la \ita, (Xota dell' Edit. Messicano) (d) Questa circostanza è confermata nella Relazione del Cortes che ho ricordata più indietro . Questo conquistatore cita spesso quella carta , e si loda detta diligenza di essa . r ' S98 D' A L V A vi Ito vaglia, e fu continuato il cammino. Falte otto o Do- ve leghe traversarono sulle barche un flunie assai largo e pervennero a Toualan: percorsero quindi un altro tratto di via eguale presso a poco al precedente, fino che ar- rivarono ad una corrente chiamala Quiyacuiho. Poco di là discosto il Cortes valicò una riviera considerevole, sulla quale fu necessario costruire un ponte di legno lungo circa mille rara* (1), presso alla riva del mare: gli Indigeni sot- toposti a quel lavoro se ne espedirono con gran prontezza. L' esercito camminò quindi trenta o quaranta leghe ; tra- passò cinquanta altri fiumi , che costrinsero gli Indiani a fare altrettanti pouti; poi giunse nella provincia di Capilco, e quindi ad una città delta Anaxaxucan, presso alla quale fu di mestieri salir montagne ripidissime, e guadare uo ■ gran fiume chiamato Quetzapalan : allora fu fatto uso delle vettovaglie che s'eran condotte sulle grosse caravalle o na- vigli da trasporto, atteso che le acque di Quetzapalan inet- tesscr foce in quelle di Tabasco . Molti Indigeni condussero i loro battelli, che servirono a transitare l'esercito; il quale sopraslato per venti giorni a Zihuatlan, mosse quindi a Chipalan, dove ebbe a traghettare un altro fiume sopra un ponte, che a quel line fu gillato . Chipalan, a simigliarla delle altre città, era stata arsa e disfatta dagli Spagnuoli; e però era allatto diserta d'abitatori. Due uomini solamente vi rimasero , avendo appreso dalle guide che giungevano gli Spagnuoli col loro re e con tutto il campo. Questa pro- vincia dipendea da Tezcoco. L' esercito anche qui ebbe a valicare una gran corrente delta Chilapan; e dietro la scorta (lì 11 Cortes dice novecento trenta quattro pasti: la vara , o auna di Cattiylia, è lunga tre piedi. RELAZIONE SK) di quei due uomini si condusse a Otamoztepec, dopo avere speso due giorni interi per far non più che quattro o cin- que leghe , a cagione delle difficoltà del cammino e della frequenza de' fiumi , che furono di gravissimo impaccio. Ivi sostò per sei giorni; si rifornì di vettovaglie., avendovi trovato gran conserva di grano d'India e di frutta. In due giorni fu ad Iztapan, non senza però sostenere le stesse fa- tiche della passata via.l nativi di quel paese veduti gliSpa- gnuoli si volsero in fuga con le lor donne e i fanciulli, por- tando con sé quante cose poterono; essendo bene informati dagli abitanti diZibuallan quali trattamenti s'erano fatti ai loro vicini . Un gran numero di quella gente annegò tran- sitando il fiume, e Ixllilxòchill mandò dicendo ai superstiti tornassero indietro, assicurandoli che non avrebher patito alcun danno. Quando furono persuasi, che ciò fosse il vero, e che i loro sovrani venivano con quelle schiere , retroce- dettero portando dei doni ; e per otto giorni in che gli Spa- gnuoli dimorarono in questa città, fornirono tutto il biso- gnevole. Il Cortes spedì da lzlapan a Tabasco tre Spagnuo- li , facendoli discendere poi fiume sui battelli. Ixtliixòchill ordinò , che certe grosse caravalle andassero ad aspettarlo nella baia dell'Ascensione, affinchè di colà questi legni por- tassero i viveri ad Àcalan , traversando un lago . Altri bat- telli, forniti di un ragguardevol numero d'Indiani e d'al- quanti Spagnuoli, discesero il Qume per rimettere nelf ob- bedienza alcune città che si erano ribellate. Fu dirizzato poscia il cammino contro Acalan ; ma non vi furono trovali che venti sacerdoti Indiani, in un tempio sulle sponde di un fiume, essendo tutti gli altri abitanti fuggiti. Poco di là discosto si guadò una palude con grande stento; poscia una laguna, sulla quale giltossi un ponte; fi- nalmente una seconda palude ; Gn che si giunse in una 400 D' AL VA foresta d'alberi altissimi e cosi folti, che appena lasciavano intravedere il cielo ; ivi due giorni di posa ebbero le trava- gliale milizie , ed al terzo passarono ad Ahutecpan • Gli uo- mini morivano per fame, né trovarono che delie frutta da rifocillarsi , perocché anche questa città era diserta. Il Cor- tes e Ixtlilxòchitl mandarono ad esplorare un flume, segui- tando il corso di esso, per vedere se si trovasse qualche battello, e se gli Spagnuoli potessero continuare il cammino lenendo dietro alle genti che andavano a seconda della ri- viera . Gli esploratori essendo giunti a certe terre coltivate, entrarono in un'ampia laguna, dove scopersero alquante isoletle, battelli, e una gran torma di popolo, che vedutili venne loro incontro, e diede in iscrosci di riso a vederle barbe e le vesti degli Spagnuoli, che loro erano affatto sconosciuti . Le genti d' Ixtlilxóchitl li informarono di quanto era se- guito , e questi Indiani vedendo che non si faceva loro al- cun male, caricarono i battelli di commestibili, di miele e d'altri presenti, e vennero a visitare i re e il Cortes. Si scusarono di avere abbandonato le loro città, dicendo avere udito a Zihuatlan , come gli Spagnuoli avessero predato ed arso un jjran numero di villaggi . Dieder contezza altresì di quelli tra i nostri che esploravano e correvano il limile 9 i quali erano stati nella loro città, ed il fratello del loro duce li accompagnava adesso con buona scorta per difenderli da- gli altri Indiani; furono mandali a cercare, e vennero por- tando miele, caccao ed altri viveri: recavano anche un poco d'oro. Quindi fecero ritorno alle proprie case. Tutti gli abitatori delle altre città e villaggi dei dintorni vennero anch'essi a salutare i regi e il Cortes; proflersero la loro amistà , e ciascnn d' essi donò quant' oro aveva , ma beo p>co ne possedevano: intorno a ciò adempierono agli ordini RELAZIONE 401 di Quaubtemoc e degli altri capi. Dopo aver messo il fuoco agli idoli e ai templi , e dopo rizzate le croci , i Cristiani si partirono da Ahuntecpan. Due monaci, col mezzo degli interpreti che menavan con sé, dichiararono agli abitanti la legge del Vangelo : Ixtlilxòchitl e gli altri principi con- tinuarono ad istruirli , ed a confermarli in quelle grandi verità . L' esercito prese la via , che va diritto alla provincia di Acalan; sulle barche traghettò un largo fiume e per tre giorni continui viaggiò per boscaglie foltissime , dove i tra- vagli sofferti furono estremi. Ixtlilxòchitl, Quaubtemoc, gli altri principi e i loro vassalli , estenuati dalla fame e dalla sete, non prendevano altro cibo che d' erbe: gli Spa- gnuoli avevan del grano; ma preferivano darlo ai propri cavalli più presto che air esercito . Al terzo giorno perven- nero ad una laguna larga più di cinquecento passi , e pro- fonda sei braccia in circa ; e perchè non v' eran battelli da transitare all'opposta riva, fu con estrema fatica costrutto un ponte grandissimo. Quel lavoro fé correre agli Indigeni assai gravi pericoli a cagione della profondità delle acque , e v'impiegarono sei giorni interi. Gli Indiani erano esinaniti dalia miseria e dalla fame, gli stessi re e capitani non vive- vano che (T erbe e di frutti salvaticbi , e questi ancora eran si difficili a procacciare , che appena ne potevano sopire alquanto la fame . Quasi considerevol presente ai propri so- vrani, i sudditi recavano ad essi qualche pugno di grano che potevan furare ai cavalli degli Spagnuoli, perchè, come * si è detto , questi buoni cristiani facevan maggior conto delle bestie che dei re e dei principali Signori. Essi non con- ducevano gli animali che per una vana ostentazione, e per Carne mostra agli abitanti di quelle regioni che non li co- noscevano, e desidera van vederli per la fama che ne correva. xi. 51 Per far la guerra in que' lungi» questi animali non e alcuna utilità, poiché i monti erano discoscesi quanto mai possa dirsi, et piani erano ingombri di paduli e lanini1: ed era UH prodigio, se potevano appena trasrinarvisi, onde nel cammino erano pili affaticati che non gli slessi pedoni . Sarchile mestieri scrivere un libro intero per narrar lutti i mali die patirono I\(lilxòchitl,Quauhlen)oc, Cobuanacot- zin , gli altri principi e i loro vassalli nella coslruzion di quel ponte ; senza parlare (li lutto ciò die avevano già palilo, e clic dovevano patire in appresso . Si può dunque argomen- tarne , che Quanti lemnc e gli altri capi ebbero ben cagione d'irritarsi, quando, affranti dalla fatica, oppressi dalla mi- seria, e lacerati dalla fame, vedevano gli Spaglinoli rum pigliarsene alcun pensiero; e che se avessero potuto uc- ciderli tutti quanti lo avrebber fatto assai volentieri, senza eccettuarne un'sol uomo. Eppure non mai si con- dolsero, non mai mostrarono avvilimento; lutto ciò (fri loro era ordinalo, eseguivano di buona voglia. Era lo- ro assai facile allora fare strage degli Spagnuoli senza cor- rere alcun rischio, odi abbandonarli nell'ombra notturna in mezzo a luoghi sconosciuti e tornarsene al Messico, ciò the non avrìan potuto fare questi stranieri. I re non avrebbero trovalo alcun impedimento, avendo le loro guide; per ago! luògo ove fossero giunti avrebbero trovale migliori acco- glienze che non gli stessi Spagnuoli, attesoché gli il dei territori, che dovevano traversare, eran sudditi loro. Po- tevano fare quanto lor si rimproverò aver proposto, vale » dire chiamare all'armi i loro regni e i loro vassalli contro gli Spagnuoli; ma quantunque barbari, sapevan bcni.-ohno che la vera sapienza, la legge dell' e\ angelo , la salute delle anime' loro che si caldamente desideravano , li distoglie- vano da tali opere; ed anzi amavano, accarezzavano gli RELAZIONE 403 Spagnuoli, ed anteponevano sopportare la fame e gli stenti, piultostochè veder toccar questi stessi mali ai Cristiani ed a9 loro cavalli, e si privavano essi stessi del nutrimento per Tarli vivere. — Quel ponte fu la costruzione più sopprenden- te del mondo ; gli Spagnuoli maravigliavano dell' ingegno e della speditezza degli Indiani . Passarono , e non avevan fatto un lungo cammino , che si abbatterono ad uno spaven- toso pad u le, benché non fosse di gran larghezza; ai cavalli non fu possibile passarlo, ed allora fu nel mezzo di esso scavato un canale nel quale affluì l'acqua prima impaluda- ta , e i cavalli poteron passarlo a nuoto . Giunti in sull'altra riva, trovarono più di cento abitatori di Acalan, che muo- vevano incontro all'esercito con gran copia di vettovaglie . Eran con loro quattro Spagnuoli , ed alcuni soldati che era- no andati ad essi per avvertire del giunger nostro il re del- la provincia di Acalan, chiamato Apocbpelan. Questo prin- cipe udì con gran contento, che quei regi e quei ragguarde- voli personaggi venivano a visitare il suo paese con gli Spa- gnuoli ; e postosi ad aspettarli con tutti i suoi sudditi, spedi alcuni messaggi carichi di doni pel Cortes, per lxtlilxòcbitl, per Cohuanacotzin e per ciascun altro signore; i quali mes- saggi avevan ordine altresì di felicitarli del giunger loro . Apochpelan fece dire, com'egli aspettava da lunga pezza P esercito , essendo istrutto del suo avvicinarsi dagli abitanti di Xicalanco; ed agginse molte altre cose. Il Cortes ebbe una eguale ambasceria. Grande gioja si sparse in tutto quan- to P esercito per quelle buone disposizioni, e gli inviati ritor- narono alla loro città • Il di seguente l'esercito si pose in cammino per Tizape- tlan, dove trovò accoglienze lietissime. Gli abitanti erano pieni di gioja; servirono gli Spagnuoli, fecero loro buoni trat- tamenti d'ogni maniera, e fornirono quanto era necessario • Dopo quali™ o cinque giorni di riposo, le schiere par- tirono per Teotilac (i), lontano due leghe dalla provincia di Acalan. Giunse di buon ora alle sponde di un lì li- me considerevole, che è quel medesimo che storre a Co- huatzacoalco. Fu rizzata una capanna di paglia per allog- giarvi il Cortes e i suoi. Irene Cecero costruire un'altra coi materiali d'un gran tempio distrutto . Era il tempo di carnevale; e perchè gli Indigeni aveva» veduto negli anni precedenti gli Spaglinoli far varie alle- grezze . aneli' essi fecero feste secondo i loro antichi costu- mi. Tutto il giorno e la notte furon passati in godimenti , ma ciò non tanto facevano pei tempi carnevaleschi, quanto perchè vedevano il termine de' mali, ch'avevano a sostene- re essendo al line del loro viaggio . Il Cortes avea detto lo- ro, ehequando fossero giunti ad Acalan tornerebbero in- dietro; tutti adunque aprivano il cuore alla gioja, ed t re erano i primi a rallegrarsi e darsi buontempo. Cohuana- colzin disse al re Quauhtemoc, tra le altre piacevolezze: >' Signore la provincia, che andiamo a conquistare, sarà per ii me, perchè non ignorate, che secondo le coslilii/imii ili! i. mio avo Nczahualcoyolzin , ed in virtù dei trattati chr » feci col vostro zio Iscohuatzin , antenato di Vostra AMl> •< za, la città di Tezcoco e i mei reami debbono aver la » supremazia su tutti gli altri.» Il re QuauhlemiK- gli riapn* se sclamando ; » In quel tempo o signore , i nostri eserciti » non cran condotti da altri ; allora sarchile stato ragione- » vele che Vostra Altezza tenesse il primo grado , perché » Tezcoco è nostra antica patria, e di là uscirono tutte le li Teoiì'.tK, lu<>fio di nefanda memori*, dove Quauhtemoc ni»1 del i.niiiiii'iiii' riie^iraiid furono falli morire . Secando il P. P. Bflcnniun, il principe inori il di 13 febbraio IMS. .Voto deli' Fdil. Hai.) Wlcumun. RELAZIONE 405 » nostre generazioni ; ma oggidi che i figli del Sole sono » venuti a darci aiuto , per bontà loro la corona apparter- » rassi a me » Tetlepanquetpatzin , entrando in quei ragio- nari , prese a dire : » Non già signori miei: poiché tutto al » presente va al rovescio , ella appartiene a me ; perchè » Tlacopan e il regno dei Tecpanequi, che è l'ultimo nel* » l'ordine, debbe oggi essere il primo » «Temilotzin, co* mandante delle armi del Messico , ed il più gran signore del paese, che portava il titolo di Tlascaltecatl, soggiunse . » Ah! » Signori miei ; come le Maestà Vostre scherzano sul pollo » che il lupo struggitore rapisce , e che nessun cacciatore » potrà torgltelo! o sul pulcino che il perfido falco ruba » nella lontananza del custode, benché la madre lo difenda, » come fece il re Quahulemoc mio signore , che difese la » patria con l' affetto di buon padre ! Da quel punto in poi » i due buoni pastori dei regni , la pace e la concordia , » hanno abbandonato l'impero Ghicbimeco; e il nostro >» orgoglio, insieme ai nostri dissidi, ci han dato in mano » degli stranieri per farci sopportare tutti i mali di questi » lunghi e penosissimi viaggi, la fame, il freddo e tutte le » altre calamità . Noi siamo privi de nostri reami e de no* » stri principati ; la nostra dolce patria si mette in oblio co- te me fossimo nemici : ma tutti questi danni debbono ri- » guardarsi come bene spesi, posciacbé i nostri amici, i » figli del Sole , ci hanno apportato la vera luce, la salute » delle anime nostre , la vita eterna, dalla quale eravamo » si rimoti. Noi viveamo sommersi nelle vanità di questo » mondo, e nelle orribili tenebre; noi obbedivamo a falsi » Iddii; immolavamo il nostro prossimo, e seguitando gli » antichi costumi precipitavamo negli abissi d' inferno . O >» savissimi re Nezahualcoyoll e Nezahualpilli! Voi siete » quelli cui noi dobbiamo questi prosperi tempi e degni •< di Indo, clic voi titillo desideraste vedere , voi , che a >< corneali ulti i nostri errori . Or dunque stimiamoci pure u la mille volle Telici noi che ne godiamo; le nostre fatiche » sieno bene impiegale procacciandosi una duplice ricom- » pensa: l' nini , in questa vita , che sarà l'onore ed una la- » ina pura da ogni desio di ricchezze; l'altra, nell'eterna » vili!, là doveèilTeolloqueuauaquc, (bei Casigliani chia- ■ mano Gesù Cristo! E però , signori , consolatevi ; soppor- u tale con pazienza questi travagli ; seguite l'esempio dei » figli del Sole, che traversano immensi mari , lamio si lun- « ghi viaggi, sostengono tanti mali , per la salute delle ani- » me nostre. Imitale lxllil\òtuill ; non vedrete giammai * sul suo v ni m segni di tristezza; egli è il primo nel peri- u colo, per quesla santa religione oblia la patria, i parenti, >» gli amici. Ascoltale attentamente i dottori Cristiani, quando » ci istruiscono per la bocca dei religiosi, e vedrete che « quanto io dico è la semplice verità » . Questi signori ten- nero ancora altri discorsi che intenerirono tulli i circostanti, egli ringraziarono dei loro buoni avvisi. Gli altri nobili che erano presenti , ed erano nove tra lutti , presero anch'essi a parlare: si rallegrarono e cantarono poesie confacevoli a quella brigata. Tai versi, composti dagli antichi filosofi, vaticinavano tutti i inali, che i nostri avevan provato e pro- vavano ancora . Il Corles, vedendo tutti questi grandi si allegri in vista, conversare con grande importanza e sollazzarsi tra loro, sospettò che ordissero qualche tradimento, perchè, come dice il proverbio, il ladro crede ladri tulli gli altri (1;. Ei loro Te' dire per gì' interpelli , che mollo disapprovava cha tI) Final d lidxon, que codos son ile m couiìlcion. RELAZIONE 407 signori quali erano essi scherzassero in tal modo (1) ; e che gli pregava di cessare: essi risposero, che non avean fatto ciò con intendimento di rispiacergli, ma per prendersi qualche ricreazione e temperare il loro dolore ; che nelle circostanze in cui si trovavano, era anzi ben fatto che i principi si mostrassero contenti per dare ai sudditi animo a sopportare le pene , vedendo che i loro capi erano si bene sodisfatti in mezzo alle persecuzioni e alle calamità della guerra ; che la obbedienza in simili casi era cosa importan- tissima : ma che ciò non ostante desisterebbero dal festeg- giare , poiché a lui dispiaceva. Il Cortes fé' quindi chiamare in segreto un Indiano detto Coxtemexi , che prese quindi il nome di Cristoforo , e gli domandò quali fossero stati i colloqui che i signori tenevano fra loro. Era costui nativo di Ixtapalapan , e secondo altri, di Mexicaltzinco ; e il dure Spagnnolo aveva somma fede in lui, spesso rapportandogli quest'uomo quanto si faceva e si diceva nel nostro esercito, non essendo mai difetto di briganti nel mondo, e di lingue che tagliano più di un ra- soio. Quando Ixtlilxòchitl fece mettere alla tortura Coxte- mexi a Tescoco, per fargli dichiarare quello che aveva detto al Cortes, e come avesse potuto far morire tanti re e signori innocenti , pe' suoi falsi racconti , egli pretese aver narrato i fatti come appunto noi gli abbiamo riferiti, e quali vera- mente erasi passati; che egli aveva rappresentato in pittura nove persone , ma che non avea dichiarato ciò che il Cortes pretendeva aver saputo, vale a dire che si volesse fare un moto contro di lui , ed ucciderlo insieme a tutti gli altri Spa- gnuoli. Questo chiaramente raccogliesi dagli scritti degli (I) In camerale, piccoli e grandi, tutti cercano di far beffe. (.Voto del- l'Editor Mesticano storici, dalle pitture, dalle relazioni, e lìlllh nenftnilliTf il questo Indiano, della cui calunniosa testimonianza » gf»*Ò il Cortes per levar di vita quegli iiiiiocenli princìpi . I.a fe- rità é ben questa: che il perfido conquistatore immaginò tulli i falli che loro furono rimproverali, per trarsi da un passo diflicile, e distruggere tutti i sovrani legittimi di quel paese . fi giorno appresso, che era il martedì grasso del 152.5, tre ore innanzi all'alba tutti i re ed i grandi furono arre- stati , senza che T imo sapesse dell' altro ; ninno ni' b istrutto , per tema di una ri liei li mi e nella quale il Cortes e i suoi avrebber corso pericolo : e senza più, lutti questi prin- cipi furono I' un dopo l' altro appiccali pella gola ; primo il re Quauhtcmoc, poi Tlellepauquezatzin, e «osi di seguilo: Cohuauacolzin fu V ultimo. hililv"" bill essendo stalo av- vertito del supplizio dei re, e che appeudevasi il suo fratel- lo , usci in tutta fretta dagli alloggiamenti, mise alle grida, e mosse col suo esercito contro il Cortes e i suoi. Vedendoli pericolo in cui trovavasi, e nou restargli altro scampo, cor* al luogo del supplizio e tagliò la corda, cui era sospeso Co- huanacolzìn , nel momento in che spirava 1' anima I : poi supplicò 1 vi! i! v'ululi volesse udirlo assicurandolo esser pron- to a dargli conto del fatto: e che se non trovasse Ogni DM conforme alla giustizia, farebbe ciò che egli volesse . Tulio 1' esercito era in punto di essere sterminato ; ma il |>rinn|* ordinò a'stioi soldati si contenessero, ed allentamenti' por- se orecchio al Cortes. Coslui gli mostrò la pittura di Coi- temeli : Kb disse , che Qualilemoc, Cotiuanacotzin e gli 1 Quella pino £ molla oscuro: sembrerebbe , secondo il tetto, t fosse staio II Cortes quei che tagliò la corda : nm crederi t entra [mente fe IxttttiÒchttl . Il signor de Bustawaotc e di tale avviso (Vedi la tua Prt) itone In fronte di questa opera ) . RELAZIONE 400 altri signori volevano Tare scempio di lui e di tutti gli Spa- gnoli * e cbe il pia colpevole d' ogni altro era il suo fratel- lo ; che egli avea dapprima ordinato, non si appendesse in- nanzi cbe Ixtlilxòchitl non fosse risvegliato, affinchè il conr dannasse egli stesso; ma perchè esso tardava molto, ed ei non voleva turbargli i sonni, temendo cbe se più oltre indugias- se r esercito si ammutinerebbe , aveva ordinato fosse uc- ciso per ultimo . 11 Cortes portò a Ixtlilxòchitl molte altre ragioni , cbe si conclusero col calmarlo , benché non senza grande fatica. Molti ricordi si presentavano alla sua mente, e soprattutto la fede Cristiana che egli avea ricevuta . Egli credette, cbe diversamente operando tutto sarebbe perdu- to ; cbe la propagazione del vangelo sarebbe intermessa , e se ne accenderebbero guerre infinite. Prendendo dunr que la cosa in buona parte , compresse quanto meglio gli fu possibile la indignazione di questo tradimento . Fatto giorno egli e il Cortes , che si erano pacificati , volsero i passi sopra Iztancamac : Ixtlilxòchitl fece trasferire sopra una bara il suo fratello, cbe aveva il collo stravolto dalla cor- da , con la quale fu appeso, e mori pochi giorni appresso per una emoraggia cagionata dal cordoglio e dai patimenti. Mentre ancora v'era un giorno di cammino per giungere a Iztancamac , un giovane figlio di Apocbpalan , capo di «fuesta città, presentassi a Ixtlilxòchitlper fargli accoglienze condolersi sulla morte dei re e dei principi , della quale era già corso il grido in tutti i villaggi dell' Acalan : e siccome , per tal ragione, il padre suo non voleva venire innanzi agli Spagnuoli, il giovane disse, che egli era morto. Il principe di Tezcoco prese a consolarlo , e lo mandò a parlare al Cor- tes , che sembrò contento di vederlo ; ma non volle credere che il padre suo fosse morto , perchè pochi giorni innanzi ne aveva ricevuti i messaggeri . xi. 52 Giunsero ad un villaggio chiamato Teollxcacac, d rono bone accolli e ben trattati . 11 Cortes si strinse in gran- de intimila col rapo di quel paese, e occultamente il prtgt gli dicesse, se veramente Apoclipalan fosse morto . Coitili avendolo pregalo di leuere il segreto, gli palesò non es^cr vero, e che ci faceva correr quel grido; perché il Corlet non venisse ue'suoi territori, dove il supplizio dei re era stalo da lutti assai male inleso . Il Cortes gli rendè conto delle cagioni che lo avevano mosso a quell' atto , e gli fa- vellò di molle altre rose che non si appartengono a questa istoria; poi mandò cercando in segreto il figlio di Apoch- jialan , dicendogli come ei sapeva bellissimo, che il suo pa- dre era vivo. Il giovane, vedendolo si bene istruito, non seppe più oltre negare il vero, e gli disse il perchè il padre suo ricusasse venire innanzi . Il Cortes e Ixtlilxòrhill lo pre- garono andasse a cercarlo . (Jnesto principe mandò molti de' suoi soldati ad accompagnare il tiglio di Apochpalan,? a supplicare quest'ultimo venisse senza indugio a visure lui e il Cortes. Due giorni dopo questo sovrano si presento, e andò dapprima alla dimora del principe d'i Tezrm u . i! quale occupava i templi vastissimi , che sono assai nomerai in questa città. Ricevette le sue condoglianze e pianse OH lui. Apoehpalao si scusò dì non esser venuto prima alle- gandone per cagione le crudeltà esercitati* dagli Spagnuoli; e finalmente dimandò perdono a Ixtìilxochitl . il quale eh assai buon animo ricevette queste ragioni , e cedendo alle sue preghiere andossene con lui all'abitazione del C.nrtrs Apochpalan ripetè a quest' ultimo le cagioni, che lo anno ritenuto a venire , gli prnfferse amicizia e lo prejtó bufoni ad 1\Hì1mVIiìM di venire insieme con lui a 1/tancamac , che era la capitale della sua provincia, promettendo sarclilxru accolti onorevolmente e ben trattati. Il giorno dopo partirono RELAZIONE 411 m per Iztancamac: l'esercito fu alloggiato nei palazzi di Àpocbpalan, ed ivi si celebrarono feste ed allegrezze d'ogni maniera . Prima di entrare nella città, Ixtlilxòchill pregò Àpocbpalan ordinasse ai suoi architetti di fare il suo ritratto sopra una roccia molto elevata, non lungi dalla via che passa presso a Iztancamac. Àpocbpalan sodisfece al suo disio , e gli architetti lo rappresentarono al naturale , scol- pendo la roccia , e vestito di quelle stesse armi che portava in quel giorno . Dicono , che ancora veggasi quel ritratto ; e i canti nazionali confortano tale opinione . Ixllilxòchitl diede quest'ordine, perchè la sua memoria passasse trai suoi discendenti, e il ricordo di lui fosse eterno; e gli archi- tetti lo effigiarono si maestrevolmente , che nulla gli man- cava . Andato a vedere questo ritratto con Àpocbpalan , quando fu in su quel luogo s' inteneri e pianse , se dee cre- dersi ai poeti . Anche Apochpalan non fu senza lacrime , e tutti i grandi li consolarono. L'esercito restò per alcuni giorni a Iztancamac bene accomodato d'ogni cosa, e i due capitani di esso ricevettero da quel re molli doni; tazze da tioccolalte curiosissime, d«*'lappeti indiani o tecomatt di sva- riato genere, e molti altri obbietti che dà questa provincia, abitala da mercadanti. Ixtlilxòchill fece gran caso di questi presenti; ma il Cortes ne restò mezzanamente sodisfatto per esservi poco oro , e quel poco mescolato al rame . Amplis- sima é questa provincia ; vi si tengono molte fiere e la più grande è quella di Nito, che si fa' nel quartiere della capi- tale chiamato cosi . Alcuni altri autori scrivono , che la morte di Quauhte- moc successe a Iztancamac; ma gli abitanti di questa città, le pitture, le poesie, gli storici del paese, tutti i documenti insomma che mi servono per questa relazione , racconta- no il fatto, come io l'ho narrato; Analmente, qualunque opinione voglia seguitarsi, egli è sempre il vero , ebe i prin- cipi furono urcisi nella provincia dì Acalan, e che il Cortes gli fece morire senza cagione, e solamente per privare il paese di questi legittimi signori. Se il conquistatore avesse ben conosciuto le vie, ebe tenne Iddio per far di lui ciò che egli ba fatto, avrebbe dovuto conservare la vita di questi principi come suoi propri ocebi, stimarli come pietre pre- ziose , e in tal guisa avrebbe fallo degna corona alle illustri sue imprese ; ma egli procacciò continuamente di far mori- re non pure i principi, ma anche i Ioni disccndcnli: fece quanto slava da lui per oscurare la gloria di essi e per ti- gufi a suo solo profitto . Nondimeno , se ben si guarda si vedrà, che solamente co' suoi gli sarebbe stato impossibi- le conquistare quel paese ; e se ei lo conquistò non ni» ita si grandi elogi , perocché trovò assai più amici che nemici: ed anche a questiullimi non puote al tutto darsi tal nome, poiché furono provocali dagli Spagnuoli. Costoro però han- no di già sepolto nello oblio la memoria dei soccorsi che ri- cevettero da Tezcoco , da Tlaxcalan e da altre città ; ma an- cora hanno sì fattamente diminuito nelle loro ironiche il merito dei vinti, che è ima vergogna. I loro raocosll SNM opposti pienamente alla verità e alta ragione: essi non se- guono in ciò quella regola, che prescrive di magnificar le forze del vinto per crescere onore e fama al vincitore: rio che torna a profitto della gloria , dell'onore, della reputa- zione dell'eroe: se essi avessero fatto in tal guisa, avreb- bero certamente maggior fama che essi non hanno. Certo, il CoiIls e gli altri conquistatoti avrebbero fatto una gran cosa introducendo il Vangelo nel Nuovo Mondo, se avessero commesso le crudeltà e i misfatti riferiti in q istoria ed in molle altre . Cosi Dio ha permesso, che restasse di loro che un debole ricordo: e la maggior ) non parte RELAZIONE 415 di essi fece mala fine. Quaubtemoc e gli altri principi che morirono con lui nella cognizione di Dio e della fede , dopo avere perduto i loro regni e i loro beni , ottennero da Dio , se non m' inganno , il regno dei Cieli, che è eterno e più importante per noi che gli onori -, le ricchezze egli altri be- ni di questo mondo. Piaccia a Dio, che un gran numero di quei seggi destinati dapprima per gli Spagnuoli che giunse- ro nel nostro paese, non sieno stati poi occupati da questi infelici Indigeni, e lo vengano in seguito anche da alcuno di quelli che vivono oggidì nel fondo della miseria ! Io ho letto molti altri autori che parlano dì tirannidi e di crudeltà eser- citate sopra altre nazioni ; ma quando pure si riunissero tutte, non sarebbero da paragonare alle persecuzioni e schiavitù nostre. Così molti dicono, che preferirebbero es- sere schiavi in catena, che trattati come sono, imperocché al meno quei medesimi Spagnuoli, che sì spietatamente gli tiranneggiano, avrebbero pietà di essi per non perdere il proprio danaro. La lor miseria è giunta a tal s^no, che se T uno di essi urta , cade o si ferisce , gli Spagnuoli ne prendono tanta allegrezza, che più non potrebbero prenderne anche volendo ; né paghi di ciò , gli colmano di tutte le ma- ledizioni che loro vengono in mente. Muore un Indiano ! Essi dicono che il diavolo avrebbe dovuto prenderselo tutto intero . Io ne parlo , perchè ciò segue ad < gni momento, ed io stesso odo dirlo ; ma poiché Dio lo sa, poiché sua Mae- stà ne è informata, rendiamone loro grazie. Gli Spagnuoli partirono quindi da Iztancamac e passaro- no a Mazatlan . Furono due giorni in cammino, traversando due paludi ed una laguna; alcuni soldati di Ixtlilxòchill , che movevano innanzi , menando con loro una spia di Ma- zatlan, furono assaliti da un egual numero di nemici, che i impadronirono dell'uomo che essi tenevan prigioniero. I 414 D' A L V A nostri , irritati , combatterono valorosamente, e ripresero l'uomo di Mazatlan : il capitano nemico toccò un colpo di scimitarra sul braccio, Tu fatto prigione, e condotto alxtlil- xòcbitl per servire di guida . Quando giunsero al villaggio non trovarono alcuno, poiché tutti eran fuggili udendo rav- vicinarsi degli Spagnuoli, ed il valore conche gli Acbulhuaoi entravano in battaglia ; Ixtlilxòchitl mandò a cercare il capo di Mazatlan, che era un fanciullo , ed un merendante di Aca- lan ; quest' uomo condusse l'esercito a Tiacac, che è uo giorno distante da Mazatlan . I nostri furono accolti in sem- biante di amici , e ben trattati ; tuttavia gli abitanti , che lutti si eran riparati in un colle vicino, non vollero in conto alcuno ritornare alle loro case. 1 nostri andarono a per- noltare a Xuncahuitl , luogo fortissimo, ben popolato e ben fornito di commestibili; furono ivi presi viveri per cinque giorni, al termine dei quali si giunse afiacac . Gli altri vil- laggi eran rimasti abbandonati , perchè , secondo il racconto degli storici, dacché si fu avuto sentore in quel paese della i crudel morie, che il Cortes avea fatto soffrire ai re ed ai principi , lo spavento era corsn da ogni lato , ed in particola- re quando si seppe che Ixllilxòchitl e gli Achulhuani si eran fatti sostenitori del Cortes e de1 suoi . Gli abitanti di questi vari paesi udito ciò, avevano imitato quegli della provincia di Qualzacoalco e dei luogi, dei quali abbiamo fatto parola. La fama della tirannide degli Spagnuoli, che li percorrevano era tale, che non vi rimase uomo né donna: i Nativi ab- bandonarono le loro dimore, soprattutto quando videro che gli Spagnuoli si diportavano cosi iniquamente anche coi personaggi più potenti . Andarono quattro giorni per un paese deserto ; il quinto, dopo avere superato un9 altura chiamata Teteyztacan, giun- sero ad un gran lago nel cui mezzo siede la capitale della UEL AZIONE 41.S provincia di Tiacac. Appena furono giunti ad un villaggio, intorno al quale era grande cultura di suolo, alcuni agri- coltori vennero a veder gli Spagnuoli; ei si misero in certi battelli , e giunsero sul Iago per acquistare il villaggio . L'esercito ebbe a patire assai, perocché i soldati erano co- stretti a camminar nell'acqua Uno al ginocchio: cadeva una dirottissima pioggia; il quat sinistro s'era incotralo quasi per tutto il tempo del viaggio. Quella gente conduceva con se un uomo, di cui le nostre guide s'impadronirono per la via; fu ordinato a costui andasse ad avvertire Canee , che era un signore sotto il cut governo stava quella provincia, e gli dicesse in nome di Ixllilxòchitl , che esso veniva a visi- tarlo coi Tigli del Sole , che anch' essi bramavan» vederlo , e che erano gli ambasciatori del più grande monarca del mon- do. Quesf uomo essendo parlito , lxllilxòchitl fermò gli al- loggiamenti e gli fortificò, e il Cortes fece altrettanto, dopo che amend uè ebbero eletto il sito più favorevole, concio- siachè fosse quella provincia affatto incognita ed indipen- dente dal regno dei Chicli imequi (1). Il messaggiero tornò di mezza notte con due nobili che erano ai servigi di Canee . Presentanosi a Ixllilxòchitl, e falligli i convenevoli pel suo giungere, s'informarono de' suoi falli, e dimandarono chi fossero quesli tigli del Sole e la cagione del loro viag- gio : questo principe rendè lor conto di tutto ; poi mandò in traccia di Canee; facendogli dire come ei desiderava ve- derlo; e perchè non sorgesse diffidenza, diede per ostaggi due suoi capitani, e il Cortes uno Spagnuolo . Il mattino se- guente Canee si appresentò seguito da trenta persone rag- guardevoli ; conduceva con se lo Spagnuolo e i due capitani , (1) Vedi oell' Appiedici la Nota XI. e recava doni per Ixtlilxòchill , e pel Cortes. Pa tissimo di veder gli Spagnuoli; Ixllìlxòchitl gli manifestò chiaramente la cagione del loro viaggio e gli parlò sulla re- ligione. Quello capo Indiano avendo mostralo desio di udi- re la messa Tu celebrata innanzi a lui . I monaci lo istruiro- no sul santo sacrificio e su i misteri della fede, ed ei pro- mise distruggere gli idoli suoi . Dimandò, gii si desse una croce per piantarla io mezzo alla sua città . Dopo molti di- scorsi intorno a ciò, volgendo l'ora di prender cibo, fé' presente ai nostri di pane , di polli , di miele e di pesci . Si proferse quindi allealo e vassallo dell'iniperadore, e condusse il Cortes, Ixtlikòchitl e molti altri Spagnuoli nella sua citlà, do\i' l'uroi» bruciati gli idoli ; quindi si partirono. Essendo già l' ora tarda , i due capitani del nostro eser' cito si posero in via dietro le guide , per seguitare le orme degli Spagnuoli e degli Indigeni cheavevan mandati innan- zi , e ben presto ebbero nuove di essi. Tutto I* esercito entrò nella citlà essendo rimasa in secco la laguna; campeggiò in una pianura di ({nei dintorni , ed ivi passò la notte. Alla di- mane continuò il cammino di traverso a certe pianure , dove uccise una gran copia di damme che abbondavano in tpu-l paese ; poi trovò vari cacciatori , che portavano ttu Mone d;i loro ucciso: furon presi , e servirono di guida , con gli abi- tanti di Tiacac, fino ad un gran Iago profondissimo-, dalla opposta sponda era la città cui dirizzava i passi lesinilo Vedendo gli Spagnuoli, i cittadini cominciarono ad abban- donare le loro abitazioni , Iraendosi dietro le donne, i fan- ciulli , ed ogni cosa più cara ; due ne furon presi clic fuggi- vano sopra un battello con una giovanetla ; costoro ("min- sero i nostri una lega al di là di quel luogo, in un pass" per dove l' esercito polca entrare nella citlà ; e come » i fi entrato, si forni di tutte le necessarie vettovaglie, mangiò RELAZIONE 417 ed attese per quattro giorni un tale Amoan, capo di Tlezean, che cesi chiamavasi questa città ; ma non fu veduto né egti né alcuno de' sudditi suoi . Le nostre milizie adunque , prov- vedutesi di viveri per sei giorni , tolsero nuovamente il campo ; la prima notte alloggiarono in una casa del re di Tlezean discosta sei leghe dalla città , e vi soprastettero un giorno , celebrandovi la festa di Nostra Signora (1) . Fecero pesca di buoni pesci in un fiume, e nel giorno sopravve- niente, continuando il viaggio , uccisero vari cervi che scor- revano il paese; quindi, dopo aver traversato un diffidi piano ed un sentiero lungo più di quattro leghe tra monti e pendici , all'estremità del quale sedea la città ove eran vol- ti, furon sorpresi dalla notte. Ivi dormirono e si riposa- rono il giorno seguente ; e quando sorse l' altro di , parti- rono alla volta di un picciolo villaggio chiamato Axunca- puyn , che apparteneva ad Amoan . Pervennero a Taxay tetl dove pernottarono; questa città dipendeva anch'essa da Amoan ; ivi trovarono cose da rifocillarsi e vittovaglia , insieme ad alcuni uomini cui manifestarono la cagione del loro viaggio . Dopo un giorno si partirono ; e quando furono due leghe discosti da questa città giunsero ai piedi di una montagna altissima : era d' uopo camminare più di otto leghe per at- tingerne la cima : vi spesero due giorni per salirla , e stra- ordinarie furono le sofferenze per la pioggia , per la fame e per la miseria : più di sessanta cavalli andarono a perder- si nei precipizi , e un nipote del Cortes-, caduto da una roc- cia , s' «franse una gamba in quattro parti differenti ; gli Indigeni lo ritrassero cun somma fatica dall' abisso in che egli era. Valicata questa montagna, loro apprésentossi un (f) Era il Venerdì Sesto. (Nota delìBdlt. Hesncono > ZI. 53 liume grandissimo e rapidissimo: Ixllikòchitl , mandò iu- nanzi i suoi esploratori per vedere se vi fosse guado: in rapo ad alcuni islanli essi vennero a dire che avevano RD perto uno scoglio da natura formalo in tal guisa, che visi polea passar sopra come in un poule senza scomodo alm- do. Gli Spagnuoli, che già disperavano, oe presero inde- seri villi le gioii), perocché correndo allora la sei Umana San- ta, lutti si erano -già confessali ed apparecchiali alla mor- te. Gettarono travi per congiuugere lo scoglio all'altra riv.i, vi passarono sopra , e andarono a riposarsi in una città hrf presso, chiamala Teoxoic. Era abitala da poca gente, e provveduta di scarsi viveri; laonde i noslri seni irono gran- de stremo d'ogni cosa , e particolarmente gl'Indiani. Consumate le vettovaglie prese a Taxylcll, in tulli i giur- ili di patimenti che essi aveva» passali non si cnm uudriti che di erbe. La popolazione dell' ultimo villaggio in cui era- no (.-il tra li avea dello , che ad una giornata di cammino di quel luogo trova vasi una provincia chiamala Tahuicati, do- ve avrebbero gran copia di viveri e di ogni aliro Mute- vole, ma che giaceva dalla opposta parte. I\tlil\òchill ti inandò più di mille de' suoi Aehulhuani ed il Cortes alcuii Spaglinoli per foraggiarvi; costoro vi andarono più volte l provvidero all'esercito , ma con grande travaglio. Alti; Spagnuoli ed Aehulhuani furono spedili nella provincia di Azueulin ; giunsero ad una casa dove trovarouo selle uo- mini ed una donna, dai ■piali appresero, che tino ad Azu- culin la via era sgombra d'ugni impaccio e buonissima - In" (illuni nativo di Aealan diede in formazioni più piene ni (ulto ciò che appartenesse a quel viaggio; onde alcuni gior- ni dopo l'eiiTrii • si condusse verso Azuculin, ma senza guide , perchè l' uomo di Aealan e gli altri se n' erano fug- gili col favor della notte. Dopo tre giorni di tm dilTiril R E L A Z I 0 N E 419 cammino furono ad Azocnlin , che trovarono abbandonato affatto e sprovveduto di viveri , e v' ebbero a soffrire orri- bilmente la fame. Per otto giorni continui andarono in cer- ca di guide che gli scorgessero a Nito, ma non poterono trovare alcuno ; esaminata attentamente la pittura, che ave- van con se per norma del cammino, si avvidero che ivi era- no rappresentati alcuni villaggi sottoposti alla provincia di Tu nia; si avviarono , e incontrarono un uomo che fu subi- to preso : questi gli condusse, di traverso alle montagne , ad un borgo dopo due giorni di cammino ; ma ivi non tro- varono che un vecchio, che in due giorni gli menò ad una città , nella quale s' impadronirono di quattro uomini , che soli vi erao rimasi tutti gli altri essendo fuggiti. Ixtlilxòcbill lor dimandò se conoscessero Nito , e quanto fosse distante ; risposero corrervi due giorni di cammino ; ma , per meglio certificarsi, ne mise due in libertà, ordinando loro andas- sero a cercare qualche abitante per non errare su quanto di- cevano. Istrutti dai mali sofferti., questi due Indiani parti- ronsi e condussero alcune femmine da Nito , che diedero informazioni su quella città e sopra alcuni Spagnuoli che ivi dimoravano . Il Cortes , poco soddisfatto di tai contezze, mandò molti de' suoi per vedere se ivi fosse veramente qual- che cristiano . Costoro vi. andarono , presero con se alcuni uomini , e vennero a riferire al Cortes quanto avevano ve- duto . Egli allora scrisse ad un capitano chiamato Giovanni Nieto , gli mandasse barche per traghettare il fiume, e mos- se con tutto T esercito. Impiegò cinque giorni tra la via ter- restre ed il passo del fiume , e di molte altre correnti che incontrò nella provincia di Tuina . Gli Achulhuani sopporta- rono la fame e grandissime altre calamità , e intanto a Nito trovossi meno cibaria che altrove ; gli Spagnuoli che ivi stanziavano erano infermi o morienti per difetto di cibo. ._ J Ixllilinrhill sparli i suoi soldati in due bande, m andari di una a i';n procaccio di erbe- per sostentarsi in vita, e l'altra nei villaggi circonvicini per veder modo di vettovagliare; ma ogni opera tornò vana essendo slati costretti ad ingag- giare con quelle genti sanguinosi conflitti, 1 due viaggi che la seconda schiera fece, mentre eran poste le stanze a Nilo, portò alcuni pochi viveri dopo aver corsa una via dillo i- lissimn. Il Cortes considerate queste vicende e i irai agli clic pativa l'esercito, pregò Ixtlilxòchill volesse andare con lui alla naia di Sant'Andrea sopra tre navi che aveva fallo al- lestire; scegliendo circa sessanta Achulliuani de' più destri ed arditi per questa spedizione; l'esercito in tanto doveva passare a Naeo con Gonzalo de San li ovai , gli altri Spaglino- li , per metter pace tra i Cristiani, che si erano venuti a con- tesa . Ouesla città fu eletta per luogo di ritrovo , ed era lon- tana tre giorni di cammino. Spiegale le vele, in pochi giorni il Cortes giunse in un golfo di più di trenta leghe, secondo gli autori Spaglinoli: ivi sbarcò con kllilxòchtll, ciascuno con trenta soldati: entrarono in un villaggio abbandonato elisimi In , dove tro- varono una certa quantità di granone e (li cinte ; pepe e lormtrono alle navi. N'el viaggio foron colti da una tempe- sta; ed un soldato d'ix Invochiti, nativo di Tezcoco , aime- gossi . Quando furono entrati in un fiume lasciarono le toro barche e i brigantini con degli Spngnuoli e degli Indigeni; gli altri seguitarono i due capitani. Prestamente giunsero ad un villaggio vóto anch'esso di abitatori; poi s'inerpica- rono a gran fatica su per montagne boschive , e pervennero ad un suolo coltivato : Vi trovarono in una capanna un uo- mo e tre donne: più lungi trovarono una deserta borgata . dove però fecero preda di un gran numero di polli e di sel- vaggina; ma non v'avea granone né sale, che appunto andai 'punloandavao RELAZIONE 431 cercando. Era bre v'ora che avevano preso stanza in una casa, quando gli abitanti , che non avevan sentore di nulla, ritornarono al loro borgo , e vi furono fatti prigionieri . Questi allora condussero i nostri per un cammino intrica- tissimo ; li fecero valicare una gran catena di monti , gua- dar molli fiumi, che da quelle alture si decbinavano, e li addussero presso ad una città , dove però , per essere il po- polo assai numeroso , non si attentarono entrare : sostarono nei dintorni, travagliati da mille avversità, da procelle e dai tafani. All'apparir del giorno si misero dentro alla città, mentre ancora gli abitatori erano immersi nel sonno ; la ca- sa del capo era piena di gente, che prendeva riposo : gli Spagnuoli si avventarono su di essi , ne uccisero quindici , tra' quali fu il duce medesimo; s'impadronirono d' altret- tanti Indiani e di oltre a venti donne. E come siffatte cru- deltà non dovevano far fuggire i popoli dalle loro patrie ? 1 prigionieri li condussero in un' altra terra anche piti vasta, dove dicevano esser conserva di granone , e di tutto ciò che volessero e che non avevan potuto trovar nella prima. Presero per via otto cacciatori ed alcuni taglialegna , po- scia pervennero ad una pianura dove si riposarono : era la mezzanotte, e vi giunsero dopo aver passato un fiume ed aver patito grave danno. Gli abitanti, fattisi accorti degli Spagnuoli , raccolsero i loro guerrieri ; accesero fuochi , e sonarono gli istrumenti di guerra . Ixtlilxòchitl disse al Cor- tes, che senza pia bisognava entrar nella città , prenderla immantinente o partirsi in sull' istante , troppo grave essen- do il pericolo • Al Cortes piacque il consiglio : furon dunque dentro alla terra; una moltitudine di popolo cadde sotto i lor colpi, ed i nostri si fortificarono nella piazza : ma quelle genti presero la fuga, e in sullo schiarare del giorno non v'era più nessuno • Tosto fu dato il sacco alle case ; stoffe , rolooe, prano, sale ed altre cose, rome pure Trutta, ii ed altri uccelli, ehììe e caccao, tutto venne in dei nostri. I navigli eran rimasi ad una distanza di tre giorni in tir ea di laminino da quel luogo, e la via ebe menava ad evi era malagevole; ma per lo mezzo della fitta discorrendo un fiume che va diritto colà, fu mandato dicendo a foci dir v'erano a guardia, clic venissero coi loro legni a f;ir procaccio di viveri . Fece il Cortes da miei di Tezcoco fab- bricar zattere , e fu compiuto questo lavoro con molta dif- ficoltà e con danno gravissimo , perocché i Nativi di quelle sarti ksmpulAVttM) gli "['erai con una grandine di pietre f di frecce; uiuno però rimase ucciso, ma Ixllilxòcbill, Cor- tes ed altri ne furou feriti, mentre gli avversari non cor- revano alcun pericolo. 1 brigantini e le barche appartenen- ti lille dilli e villaggi che siedono lungo le rive del fiume furono carichi di vitlovaglìe; e ventiquattro ore dopo i nostri giunsero nel golfo, tulli si rimbarcarono e restituì- ronsi a Nilo: dìcouo gli storici , che questo viaggio duru trentacinque giorni. Gli Spagnuoli; le genti d' Ixllilxòchitl e lutti quei eh' eran rimasi con Gonzales , partirono per la baja di Sant'Andrea, dopo aver fondala una colonia nel porto, sotto la protezione di un presidio di milizie: venti giorni appresso entrarono nel golfo di Honduras , e do| una navigazione di quattro giurili presero terra . II di vegnente Ixllilxòchitl spedi due de' suoi soldati, uno Spagnuolo datogli dal Cortes, alle due mia chiamale Chiapaxìoa e l'apayca, che stavano lungi una giornata di cammino, ed erano le capitali di quella provincia : istrns- scro > cupi del giungere del dure Spagnuolo , e loro sugge- rirono di andargli incontro . Quelle genti udirono tal nun- va con gran contentezza , e mandarono i loro messaggi con : ti Et. V 110 KB Delti aveva inviali Kllilvochitl, per felii'ilailn ik'l suo vp ; fecero poscia chiamare i loro sovrani , e in capo a |ue giorni, spedirono due signori per parie de' loro Ca- i , con gran copia di polli , di grano e di altri viveri . sti messaggi avevano il carico d'udir ciò die dicesse 1 \òclii 11, di saper la cagione del viaggio del Cortes, ed olivo della chiamala dei loro sovrani: fecero le scuse he essi non si erano ancor presentati, dicendo, che non ino osalo farlo per tema degli Spaguuoli , che aveva- omiDessi contro di biro mille mali trattamenti, facendo ionierì i loro suddetti , e conducendoli per forza ai pro- rascelli . Kllilxòchitl riferi al Cortes per mezzo di Ma- , suo interprete , la risposta di quei principi ; e it Cor- progeltò volesse acquietare i loro sospetti , e dicesse ambasciadori , che inducessero que' sovrani a venire a icr trattare della tranquillità dei loro stati. Ixtlilxochitl ique li rimandò a significare più paratamente lecagio- l'I suo viaggio , ed a pregare i loro capi venissero senza n timore , clic gli Spaguuoli non farebber loro alcun i, essendo suoi nmiti ; pregavali inoltre che gli invias- viveri pel suo esercito, molto travaglialo dalla carestia, spedissero degli operai , e dei (aglia-legna per abbattere foresta, la quale secondo l'avviso del Cortes, era oppor- i distruggere. Appena quei capi furono informati di le cose , raccolsero quanta più gente poterono , e pre- ironsi con gran copia di derrate, e con una folla di ini che abbatterono la foresta. opo queste ambascerie , ed altri casi che qui non si ano , il Cortes ebbe avviso da parte degli uditori di Cu- che alcune sollevazioni erano naie nel Messico . Tre o tro volte tentò partire sulle sue navi , ma i venti con- glie Io impedirono ; e però prese consiglio di mandare *** D' » t V 4 Martino Doranlcs a Panuco con varie lettere: egli era ac- compagnalo da i grandi signori e nobili di Tezcoco, del Messico e di Tarulla , che furono spediti da Ixllilxochill 3 istanza del Cortes . Questo generale ordinò a' suoi governa' tori di fare ogni poter loro per acquetare le dissensioni, le quali avrebbero originato una rivoluzione nel paese e nu- merose guerre . Martino Dorautes e i nobili mandati da Ixliilsòcliitl, giunsero dopo molle fatiche. Cortei iw mandato con quesl' uflìziale una parlo delle sue tenere in rispetto il paese, e con Ileniando de Saavi sessanta Spagnuoli . Cltidiinquatzin ara anch' egli della dizione. Percorsero un gran tratto di via, citta e villaggi ricchissimi, posti in una valle. Cliicbinquatziu si comportò con tanto accorgimento , che senza molla fatica e .senza aver ricorso al suo collega , trasse un gran numero di lillà alla uoslra parte . Venti principi o capi si appreseutarono » Iitlikòcliill ed offersero a Cortes e agli altri Spagnuoli , b loro amicizia, le persone proprie e i loro sudditi , e forni- rono tutte le cose necessarie all'esercito di Ixtlilxòchill ai Cristiani . ' 1 Sovrani delle province di Papayca e di Ghìa palina ■ottomisero ; vennero a fare riverenza a lxllikochitl non con la stessa sincerità d'amicizia chela prima voi avendo (itti in cuore i portamenti degli Spagnuoli verso essi. Ixllil nociuti avea fatto esortarli a sottomettersi : egli avean rifiutalo di porgere orecchio a' suoi messaggeri; al- lora quel principe, avea senza indugio alcuni soldati che si erauo impadroniti di loro con astuzia. Essi erantre; il primo avea nome Chiqueytl , il secondo Pocbotl e il ten Mendexeto . Quando ci furono tra le sue mani , costui gli consej Cortes. Alcuni autori pretendono che questi gli ti a*ea z spe rni- i ■ B 1 i \ / i ' i \ ì: 4^5 foratene e difesse loro die non sarebbe per loruaili ria se non quando si fossero sottomessi ed AVMMft) luto i villaggi. Allora mandarono dicendo ai loro illì [ornassero alle proprie case, ponessero giù le armi nlevano vederli in libertà . Gli abitanti di Chiapaxinu ido avuto contezza dei duri termini a clic eran condotti >i signori, si sottomisero senza più indugio, ripopola- le loro città, e promisero a Ixllilxóihìll , clic se ci esse libertà ai loro capi , non più si leverebbero in ar- nntro il nuovo ordine di cose e si starebbero sempre fjati a Cortes e agli Spagnuoli . i abitanti di Papayca ricusarono di deporre le armi ; Ixòchill mandò un certo numero dei sudditi suoi con ■i Spagnuoli dati da Cortes. Una notte sorpresero la e s'impadronirono di tre governatori o tutori del capo laesc, che era assai giovane ■ Onesti tre personali ave- i usurpato la somma autorità, e il più possente di loro limava Pizncura. essi presero anebe quasi tutto il bottino e gli con- a Truxillo; cosi chiamava Cortes la città in cui ri- a ; l'izacura si discolpò dicendo, ette ei non era a parte bellione, die Malzal erane il capo , che se volessero er lui in libertà, ci darebbe preso quest'uomo ai Cri- . Fu liberato di Tatto , ma non attenne la sua promes- .llilxòchill ordinò si arrestasse Malzal ; di fatti glie lo -ci ii , ed ei lo consegnò tra le mani del Cortes , che appendere . l'relendesi che questo capo volesse sot- rsi , ma che i suoi sudditi non glielo consentissero . tcÌIo s' indirizzò speditamente a Papayca , mettendola .. i-i.ì a sangue. Pizacura fu ripreso col giovane sovrano *=M CALVA legittimo L' effetto di questa spedizione Tu I' ai ere riiu in pace il paese [4j . Il Cortes ordinò che tulli isuoi seguaci si tenessero profi- li a partire per la provincia di Llueyllalo e di Nicaragua . Quando fu in punlo di partire, pretcndouo gli fiorici, che uno de' suoi cugini, chiamalo fra Diego Allamirano, rttm- se a dargli avviso di lullociù che era passalo al Messico, « che poco correva a dover perdere affatto questi Citta ■ bi- gione delle intestine discordie, che dividevano gii Spagina- li. Questa relazione indusse il Cortes a pregare lxllikiVIntl, volesse inandare una parte del suo esercito verso Quaulile- tualau , per aprire il cammino pel quale aveva in animo ili passare. Ullilxnchill spedì senza indugio un dato numero di Achulliuani con vari Nativi dei luoghi circostanti ad Hon- duras per adempiere a quel latoro; ma Corta .rimi" mandato avviso per un corriere che voleva partire per ma- re, le genti di Ixllilxòihill , non andarono al luogo ade- gualo . Elle lornarouo per la medesima via, che avevan te- nuta alcuni giorni innanzi senza aspellare la maggio! l'ir- le dell' esercito e Cristoforo de Saudutal, che dimoravano a Naco secondo gli ordini ricevuti dai dlM capiiaui »upiv- ini . Altri dicono che quel principe partisse con quelli the andavano a preparare la strada. NulladiuK-no è opiniou gt- nerale, che egli restasse sempre col Cortes, e per nm-t- guenza non viaggiasse mai per lena. Ixllixòchitl fece correre ordini a tutte le citta. Imitale e villaggi facessero trovare sulta via tutto ciò di cbe potesse- ro aver bisogno . Questo annunzio empi di gioia i ualhi ili (I) Ubi coti < ud incili brinai, [lacera »|>|>rtlunl < iV,./a riti! I RELAZIONE 4f? quei luogo , che attendevano con grande impazienza il mo- mento fn cui fosse tor dato di rivedere il proprio sovrano, essendo quegli il solo re, che era rimaso sopravvivo a tatti i sovrani., principi e gran signori che avevano accompa- gnato ii Cortes . Quando fu bene posto in sodo il governo dette due città fondate dal Cortes, vate a dire Tnixillo e Natrvkfad , essendo allestite e bene provvedute le navi , il Cortes salpò con venti SpagnnoK « lxtltMòchitl con dugen- to de suoi guerrieri , e molti maggiorenti del paese • Usci- rono dai porto di Truxillo 1* ottavo anno di Talli, nei di 16 dei mese di tozoztzintli, che risponde al di 45 aprile 1596. 1 venti avversi gli gittarono a Cuba, ove dicesi ri- manessero per dieci giorni . Di quel luogo andarono in set- te giorni a Ctafcbiehueean (4) . Ivi approdarono e si trai* tannerà otto giorni. Ixililxòcbftl fece correre al Messico, a Texcoeo , a Taeuba ed in altri luoghi la nuova del giunger suo, e mandò una relazione di tutti t viaggi, che aveva fatti e di tutli i mali sopportati . GII abitanti aprirono F animo a comune gioia , essendo la sua venuta gran rabbietto di consolazione per «ssi , ma furono profondamente addolo- rati «ir udire éertHitata la morte dei re e principi loro . Ixtlilxòchitl e Cortes partirono per Messico; in tutto quel viaggio trovarono sontuose accoglienze; i capi venivano ad Incontrarli; né solamente quei dei paesi vicini , ma altresì da cinquanta , sessanta ed ottanta leghe fontani, portando tutti ricchi presenti a IxtKlxAchitl non rimanendo loro al- tro obbietta della propria osseqoenza . Offerirono miche doni a Cortes e a9 suoi. Condolevansi con lo stesso IxtlilxA- chltt , e it consolavano delle sue s volture, della morte dei (t) note sorge a di nostri R castello di San Giovanni de UMoa . (Nota deU'Edil. Méssùoho) re e principi loro, e come narrano le poesie, questo dolo era un '.issili lacrimevole spettacolo . Gli avresli -Itili tìgli orbali dei loro genitori, lanlo era crudele per essi la perdi- ta dei loro sovrani. In capo a quattordici giorni pervenne- ro a Te/curo loro patria carissima ; i congiunti e i popoli fecero le più grandi allegrezze , Il Cortes entrò Della città cu' soni ; di là passò al Messico dove fu assai bene accolto Cosi lini il lungo viaggio di Ixtlilxòchill a lbueras ,! , ii.il'- gio die fu di oltre a cinquecento leghe. Gli autori Spagnuuli e particolarmenleGomara concordano meco su i tempi e sui luoghi dei quali parlo in questa istoria ; ma nulla ho dello dei conquistatori né delle conquiste, non trattandosi da m« questa materia. Molti scrittori Spaguuoli hanno tenuto me- moria dei loro connazionali e dei fatti di essi , senza tocca- re di Ixllilxòchitl e dei sudditi suoi: le pitture che mi snn guida in questa istoria non fanno ricordo alcuno di codesti pretini conquisti , e non parlano dei conquistatori, che nei casi in cui ne parlo io medesimo . All' infuori di Topiltzin ultimo sovrano dei Toltc-qui, che. a detta degli storici, tenne la stessa via di Ixtlilxòcliiil, niun principe al mondo sopportò tanti mali, quanti questo ultimo. Xoloil viaggiò mollo in verità, ma non sotTri mai latito ; il suo avo Nezaliualcoyolzin , come vedemmo , sup- portò crudeli sventure, peregrinò per luoghi anni, ma netti sua patria, nel proprio reame. Credo dunque non debba considerarsi al tulio lxtlilxÒL'liitl come un secondo Topill- zin, principe che fu ramingo, infelice, che vide la ruma del suo impero , perocché sollo di lui fu distrutta la mooai iliia dei Tollequi, dopo essere durala cinquecento sessautailue dire: il luogo , l'inutile a dU|icnilìo»o ii»( DELAZIONE *® anni, a litlilxòchitl toccò lo stesso Tato, e l' impero chi- chimequo meridionale, si spense con lui, dopo una lunghis- sima durazione. Olire alla spedizione della quale abbiamo Tatto racconto , ve d* ebbero molte altre in svariati luoghi , come quelle di Colima,di Hueymolan, di Tlapalan ed altre, ma non le starò a raccontare per non esser soverchio . Tlapalan è una provincia che giace al di là d'ibueras, come le poesie e le pitture e' insegnano « Ixtlilxòchitl vi andò di persona e forni ai Cristiani armi considerevoli, se dee credersi alla istoria, alle molteplici relazioni di don Alonzo Àxayaca e di altri autori che ora ho alle mani . Oltre a quello che ho attinto in queste scritture , ne udi ragionare a molti vecchi , viven- done ancora di quelli che ne furon parte . Pretendesi che il migliore esercito che si parti di Tezcoco per le province che abbiamo nominato, fosse composto di cinquemila guerrie- ri, provveduti da Ixtlilxòchitl, di tutte le necessarie cose quanto alle vesti e quanto alle vettovaglie, avendo fatto anche distribuire ad essi generose ricompense secondo l'an- tica usanza . Egli spese gran parte delle proprie facoltà, di quelle de' suoi fratelli, e de suoi parenti , tutti i tributi e le rendite reali , che si conservavano nei forzieri del suo pa- dre e dell'avo suo, e che ricevea di giorno in giorno dai propri sudditi , come quelle degli altri regni o province sottoposte alle tre capitali dell' impero • Tutto il suo oro , tutte le sue gemme, tutte le dovizie de suoi parenti ed ami- ci furono impiegate in far doni al Cortes e agli altri Cristia- ni, che lo assalivano con le loro richieste, tanto l'avarizia e cupidità di costoro erano fameliche! Essi avevano gli oc- chi della cupidigia ; più vedevano, più lor si donava, e più dimandavano; né mai erano sazi, come apertamente dimo- strasi in vari scritti ed autori . Gli sciaurati Indiani non solamente dividevano co 'Cristiani la loro parie ili prod. lulla glie la rilasciavano per contentargli ; e talla via i pri- mi che vennero in questi paesi attribuiscono a loro soli l'ono- re delle vittorie , quando si sa con certezza indubitata . [lu- gli Indigeni erano sempre i primi in tulli i più difficili scon- tri. Gli storici non per tanto gli dipingono come gente wn- 7.;i coraggio [coma gvule de pan ij »aranotai, o per meglio dire vilissimc f rame de vaca ) . In somma i danni dì l\tlil- xòcliill per la conquista, la conversione di quel paese, e i ser- vigi che ei fece a Dio e a sua maestà, furono inlìniti comesi e dimostrato. Il re dì Tezcoco fu spoglialo di tutto senta averne alcun compenso ; oggidì i suoi discendenti nmiluu- ii-i altre speranze die in Dio e nella clemenza di Filippo III uo»tro signore . Ixllilxùruill fu sommamente addolorato in udire- furanUi era seguilo dalla sua partenza lino al suo ritorno. I porta- menti dei tre governatori a viceré, Izqiliiiruaiii di Tczeocn. Mcxicallecuhlli del Messico , Conlecll di Uacopau , e delle altre province soggette, profondamente lo affiati lutto conobbe il male die avevan fatto e ; secondo la nar- ratimi degli storici ] come a istigazione degli Spagnuoli , avessero ucciso un numero considerevole di ricchi e nobili cittadini die dimoravano sotto il loro governo. Molti era» fralelli consanguinei di lillilxòdiill, e scrivanogli Spa- gnuoli come fossero toro sdiiavi. Altri abbandonami" gH averi e la patria si andavano a nascondere in lerra stranie- ra , per tema di perder la vita come gli altri sotto lievi pi» testi; o veramente più presto che inchinarsi a servire que- gli sciali ra li che erano siati sudditi loro, preferivano an- darne in bando . Questi governatori avevano tenHM tenuto si mal governo, che non paghi di si spietate tiranni- di , avevan finalmente dato l'ultima mano di sacco a quel RELAZIOICB 431 poco che avanzava nelle città di Ixtlilxóchitl , e de' suoi parenti ; essi avevan disperso le rendile dello stato riscosse nel tempo ideila spedizione di Beerai e taglieggiato i popò* li con avarie d'ogni maniera * Avevao edificato nei Messico abitazioni per gli Spagnuoli, e fatto lor. dono di terre ap- partenenti a Ixtlilxóchitl . Fitroo veduti principi Indiani , che per un berretto , ed anebe per qualche paio di scarpe : ed altre cose più vili^ frcevan doni .del genere che si é det- to ^ ed altri molto più considerevoli ancora per un abito di drappo. Lt cose si spinsero a tal segno , che Ixtlilxòchitl Co indignato contro questi tiranni che aveva posti al gover- no : costoro udirono di rimbalzo il suo ritorno, perchè non aveva «dato avviso ad alcuno, certo di vedere più chiara- i mente nel .giugnere improvviso fin dove arrivasse la im- prudenza dei medesimi • Una folla di nobili e di altri rag- guardevoli personaggi era continuamente intorno a lui per fargli amari lamenti , e dolersi di esser sottoposti ad ingiu- sti balzelli , e di esser tirannicamente costretti a servir gli Spagnuoli . Si fatte doglianze si levavano particolarmente contro bquincuani , che era il più potente dei tre . Questo, capo chiamavali piU&ntli^ che vuol dire bambini , e loro indirizzava altre ingiuriose parole dicendo , esser finito il loro regno , i governatori e gli Spagnuoli essere i veri so- vrani del paese , ( come il Cortes e i suoi pretendevano ) . IitlihtòchiU di tutte queste cose prese inestimabil dolore. lire di Tezcoco fé' convocare immantinente tutti i nobili e principali abitatori cbe.eran rimasi nel suo reame. Quan- do furono congregati, ordinò a ciascuno di essi prendesse su il suo huacatl (spezie di paniere fatto o di legno o di conio d'animatile trasportasse materiali al Messico per co- nnine la chiesa di san Francesco , che è la cattedrale . Questo principe , come lor capo, empì di pietre un grande ktiacati fallo ili pelle di litfrt*, <• irarii per In espilate alta IMI 'l<'i più cospicui personaggi, carichi anch'essi di pietre, di salibile di calcina; altri tiravano travi ed altri legnami. Egli dava animo a tulli, ed esortatali a mostrai soppor- tazione e coraggio, sotto gli orchi medesimi dei HaflUflÉ : che sebbene si fossero sobbarcali ad una fatica maggiore delle proprie forze, pure saprebbero compierla da se medesimi senza l'aiolo dei ribelli . Indusse il popolo a seguitare il ma esempio , e ad andare animosamente dietro alle sue orme per servire all'onere di Dio , rizzandogli una cbiesa ; ag- giungendo , che era dettilo de' capi dar per primi l'esempio: che essendo staio egli il uri ino a rigenerarsi nelle acque del hallesimo, avendo egli mosso Ira le prime sebiere nelle bat- taglie ioni bai tute pei dirilli divini e pel tiene di Sua Maestà. sarebbe sempre per sostenere i Cristiani, i quali il proleg- gerebbero lino die Dìo li tenesse in vita. Vedemmo , che per dare l'esempio , aveva egli medesimo fallo altrettanto al tempo della rieditieazioue del Messico . i originarono tali e laute malvagità. CONCLUSIONE I. ale e si fatta è la decimaterza relazione di don Fer- 9 nando de Alva , la quale conferma quanto io dissi nella mia prefazione, e rompe il velo ond' erano coperti molti misteri di iniquità commessi dagli Spagnuoli. Ella ci manifesta nel tempo medesimo V orgoglio , la crudeltà , V ingratitudine di quei conquistatori , la perversità dell'ultimo re di Tezcoco , che Iddio cominciò a punire su questa terra , facendolo 06- bietto dispregio per quei banditi da costui con tanto amore protetti, da calpestar vergognosamente le leggi del giusto e % proprii doveri verso la patria come cittadino e come re. Egli vide il suo popolo ridotto in schiavitù ; egli vide disertato d'uomini il suo reame, dispersi i proprii tesori ; finalmente egli vide spegnersi nella sua persona la illustre discendenza di ( Alculhuacan. Codesto fanatico principe volle colorir di one- stà i suoi malvagi disegni, dichiarandosi protettore di una \ religione, che per la prima riprovava i procedimenti di lui • Cosi appunto sogliono fare i tiranni, che si danno a credere \ pacificar la Divinità assediandola con la pompa di esterne j cerimonie ; quando si veggono giunti al passo del sepolcro , pretendono trattar con lei offerendole doni e sacrifici, che ella *» *w SH abborisce: Dio non chiede clw mi cuor puro o sinceramente pentito , via un cuiir nftvoto l.vtiil.n»-liitl non (Mi i/w»- nifli* , Ij:tlilxoehitl la cui vita fu un lungo ordine di delitti. ijmd mirilo dell' aver distrali/i l' impero Messicano e quello di Tescoco! Qual gloria d' essere il flagello del pupol suo! Faccia Iddio che questo quadro stia sempre dinanzi agli ur- i-Ili di quegli , che per la loro privala grandezza offendono Ir leggi , mettono a rischio la indipendenza t In KbtFtÙ del popolo messicano , preparando ai nostri nataci con le proprie ingiustizie una conquista, che sarebbe più MftjperwoJl & quella del tSgil DÌ Messico , addì 25 dicembre 4S29 , alle nove are del multino, nel momento in cut questa capitale raeqislaxa la sua libertà, che una fazione le acca fatta perdere . APPENDICE NOTA I. (I) Istoria della orìgine delle naciooi che popolata™ l'America Settentrionale, detta ]a Nuora Spagna , eoa una notista su i primi fondatori della monarchia Tollèca , che Borì in quella regione» Autore: il licenziato Don Mariano Bernandea dì Echevarria j Veyta, mutò aVUt okfa di Parola de los Angeles . (Vedi alla pagina 984) IirrOftlfO AD ECHBVAHBIA T VETTA Quando 11 Botarlo! giunse In Ispagna, dopo esser rimaso spogliato di tnttoclò che possedeva, don Mariano Echevarrìa y Veyta lo accolse in pro- pria casa, e con lui si giunse di stretta amicizia . Il Boturini lo mise a naf- te delle cognizioni che aveva acquistate ; e il Veyta , tornando al Messico dove aveva fermato «uà stanza , giunse ad ottenere dalla Udienza Reale U permesso 4tt consultare tutti i documenti originali, che avevano appartenuto | al Boturini , e che ivi erano conservati . So questi adunque egli scrisse l' ope- ra tua tuff ora inedita , che e pure la più completa che noi abbiamo in- > torno alle cose antiche del Messico , io ne posseggo una copia , che spero j potare un giorno mettere a stampa . Eccone intanto il titolo . I Euforia del origen de la* gente* que poblaron la America Septentrio- tmf que ttaman la Nueva-Bepana , con noticia de lo* printer os que etto- \ èiemron la monarquia que en ella floreckode la nacion Tolteca . Sii autor : si Ueenciado Don Mariano Hernandez de Echevarria y Veyta , naturai de la tmiad de la Pueblo de loe Angele* (1) . | .t p r e >' o i r e XOTA II. Veti lilla pagina MI SUPPLICA i.',\«civi*covo r i.'mptR.iroBK i: :i NACIfUUS. .Vi/otu - Spagna — 1354. Pule ii II ssi mn Signore ! Slimo debito mio rapprese n uro a Vostra Alleila la miseria estrema di quesli poveri sventurati , che qui si chiamano ,1 cmiak , fallo nolario in tutta questa regione, e che e certificato dalie llliunnianze del rei e ri' in In padre nui'-i n- l'rdro de Pena , e dei rovere padri agostiniani e francescani . Ho trovalo qui un gran numero di pietosissimi e giustissimi decreti favore dei Nativi del paese si ri feri sin no ai buoni trattamenti che delit farsi ai medesimi , onero ni tributi alle corvée ed altre prestazioni pei risii . Dò nondimeno I detti Mtitiuales e ti operai giornalieri . messi a taglie tanto eccessivi! dai loro Curii' hi , dai governatori opali nobili Indiani , ebv non si possono paragonare a ueisun altro bai che sia levato in tutta questa contraila, tanto dai religiosi che dai dori die hanno II earieo della riscossione. Questa tassa monta al doppio quella che essi pagano alla Maestà Vostra ed alle rouimendcrie affermasi che ella sia il quadruplo di quella . Deriva ciò dall'esse li, che ciascuna provincia dee pagare, esalti dai Cacicbi , dai governatori dai nobili ; se un villaggio e taglieggialo per mille peiot , i s oprarteli! deh! , governatori o nobili ne prendono due, tre ed anco quallromila . ritengono a loro prolìlto , Per quello che spella ai religiosi , quando i J r.eualu debbono fornire sei polli , 1 Carichi e gli altri ne esigono sessi da questa povera genie ; insomma , qualunque oggetto abbiano a ricevr « giovano di quella opportunità per estorcere mollo più di quel che dovreb- bero , e lo ritengono a loro profitto. Cosi ci venne rappresentato la setti- in. iii.i passata dai padri di un convento di San Tommaso, ove noi ci trova- vamo , assicurati doti che questi Indiani non si dimostravano glio sodisfalli, che quando i religiosi inldimaudnvano loro alci pigliar pretesto da queste diinande di spogliare I .Varrutif«. Oliatiti) alle prestazioni personali, i Caclchi, i governatori e I nobili «pongono tutti i delti Staceualei i ai quali la Maestà Vostra concesse liber- tà con giustilia e santa compassione) ad un avvilimento ed una kmìiù più : ber- " APPBND1CB 4Ò9 crudele di quella degli stessi schiavi d' Algeri. Prima gli costringono a lavo- rare a loro profltto in certe coltivazioni comuni che fanno a danno dello stato ; poi si fanno fabbricar case , costringendoli a trasportare i materiali : in una parola , gli adoperano in ogni qualità di servigli . Questi infelici sono si schiavi e sì sottomessi , che difficilmente potrebbero fare resistenza ; ciò nonostante, v* hanno alcuni che cominciano a sentire la gravezza di que- sto servaggio , e si coudolgono innanzi a questa Udienza Reale dei soprusi che sostengono : però questo è assai raro ; non vi sono ancora che quegli i quali abitano (dintorni del Messico , che si facciano accorti del loro stato. Ma un altro male si aggiunge al primo , ed è necessario porvi rimedio : in Ispagna non avvi alcuno che possa ad un tempo fruire della qualità di hidalgo (4) ed essere esente dalle imposte, ammenoché non abbia un pri- vilegio reale : ora in questo paese si fanno e si son fatti ogni giorno tanti nobili ( principale* ), che , come gli hidalgo* in Spagna , sono liberi dalle imposizioni ; cosicché , in molti luoghi, già ve ne hanno assai più di quelli che sono veramente nobili per nascimento . In due maniere qui si diventa nobile : l' una è facendosi mercadante , e molti si danno a tal professione; Pai tra, co IP avere una conveniente ric- chezza : vero è che alcuni di questi nobili pagano tributi a Vostra Maestà o alle commenderie ; ma per gli altri carichi del Comune, come a dire le pre- stazioni in natura , la cultura della terra ed altri servigi pubblici , essi non contribuiscono né con le facoltà, né con la persona . Avvi anche un altro modo più generalmente impiegato per acquistar no- biltà : tutti quelli che sono educati nei monasteri o che servono ai religiosi, vanno esenti , insieme ai loro padri e fratelli , da ogni tributo e servigio personale , tanto verso il re quanto verso la Commenderia e la Comunità. Cosicché tutto ricade su i poveri Maceuale* : né solamente i loro tributi sono aumentati , ma anco le corvée ; perciocché oltre a servire i loro no- bili , che sono hidalgo* di nascita , servono ancora gli hidalgo* e i nobili che divennero tali nei modi sopraindicati ; attesoché quando un Indiano diventa nobile più non lavora la terra, ed i Maceuale* soli sono obbligati a coltivarla . Un ricchissimo corregidore , che gode somma riputazione nel paese , ed é zelosissimo del bene dei Maceuale* , mi ha certificato che egli aveva avuto nella sua giurisdizione tremila tributari , mille dei quali si erano fatti nobili nel modo che abbiamo notato . Egli dunque dovea gravare i tributi sopra i due mila che rimanevano , ponendo a questo abuso tutti quei rimedi che stavano in poter suo . E ne consegue da ciò quel male considerevole , che sopravvenne tra gli abitanti di Sodoma: Haec fuit iniquità* Sodomae , a- bundantia pani* et otium. Essendovi dunqnc un gran numero di oziosi , (1) tradii di nubili» • HO APPENDICE elio ricusami perfiuo di laYonirc per se medesimi , «irgono in queM-i pac« i (ti Li orribili vizi . illeciti senza esempio ed altri abominevoli delitti i la lu*- itiria è cosa frequente, la bigamia, ed anche del triplici nulllmi! . i guisa clu' i reMyiiiM possono a grande stento distinguere qual sia la irra um- gtie . (.lucrila oziosità fa ri ni «ni1 ce la terra incolli , onde la carestia domini in questo paese : benché i passali anni andassero pieni di prosperità e li Magione presente sia ani de migliore , la ratina del grano ili qurai' «noe . die e Ria raccolto, vale tentisene reali la fattega ; ed io stessi» l' Ilo pagaia tal prezzo, mentre prima rosta va un mezzo reale ed anche meno. l'ayav un porco sci o selle ducali ed ambe più , e prima valeva sei o sette reali ! Tutte le dolcezze, di' Ile quali -i godono gli hidalgo* , sono a danno dei mi- llesimi Mactuatei, sia come tributi, clic come servigi personali. Il correg- gldore ricordato disopra, mi ha manifestato, rhc vi erano dei ime-i m cui i Mateiuilei sono obbligati sei mesi dell' anno a lavorare per lottato, pei Caeichi e pei nubili, e ve ne sono di quelli the \i spendono per lino noie mesi ! Non avanzano lor dunque che tre mesi solamente di lavoro pcrtoita- nere In propria famìglio , e satisfare ai tributi. Il numero di questi nobili ed hidalgo* va crescendo in t\ fatta propor- zione, che è mestieri poni riparo, l'oidio dunque in virtù del ricordali decreti di Vostra Maestà, questi Macellala sono esentali da ciò che delibili» alla Corona ed alle Commenderie , a più erari ragione dovranno esser li- berati da quelle crudeli tirannie ed oppressioni usale dal Cacicbi e dai no- bili . Quel che io dico e si notorio , e tanto se ne parla pel paese. , che Qiun fatto e più avveralo di questo. Il peggio si è, che questi Mattoniti sono it miseri e si sottoposti ai loro Caeichi e nobili , che non ardiscuno rifiu- tar nulla adessi. I torregldorl ed i religiosi the ti a mio pratiche con Ioni, pretendono che questo male sia senza rimedio; ina tutta via io ne wnu entrato in discorso con certi tali, che mi hanno assicuralo che liei loro governi vi avevano posto riparo, e sì dà per fermo che ciò siasi fatto nel- le province di Cuaiacae di Mribuncan . Finalmente, sempre esiste quanto ho detto; cioè, che le imposizioni che pagano sono il doppio e il triplo di quel che viene a Vostra Maestà ed alle Commenderie . Iddio Signor Noslro conceda prosperità alia Maestà Vostra e a* suoi do mìnj per lunghi anni spesi in suo servigio. Meisico , addi TM novembre loia. APPENDICE 441 NOTA HI. ( V*di alla pagina 185. ) PETIZIONE « INDIRIZZATA A CARLO T. DA MOLTI CAPI MUSIC ANI. Mestico— 1534. A S. M. C. I. Noi cittadini ed abitanti della città di Messico Temiititan , sudditi e ser- Tidori della Maestà vostra , vi baciamo le mani e i piedi come a nostro so- vrano e padrone. Vi rappresentiamo la miseria ed il bisogno cbe ci oppri- mono, e particolarmente noi sottoscritti vi esponiamo l'obbrobrio a che siamo ridotti sotto gli occhi dei nostri concittadini . Noi discendiamo da tali che on tempo governavano questo paese e vi esercitavano piena potenza , e tut- tavia ora siamo i più poveri della contrada, e non ci avanza in nostra pro- prietà pure un tozzo di pane per nutrirci . Vi supplichiamo pertanto, o sire , di prendere in considerazione la mi- seria del nostro stato, e di recarvi a mente ciò cbe i nostri maggiori fe- cero e noi medesimi abbiamo fatto , e quello che speriamo di (are per l'utile di Vostra Maestà. Vogliate adunque aver pietà dei nostri mali, in- terrogare la vostra coscenza reale, ordinare che sia provveduto a' nostri bisogni , e cbe siamo trattati come tutti i vostri sudditi Spagnuoli che abi- tano questo paese ; in modo tale però che le grazie che a voi piacerà con- cederci, non sieno a scapito degli Spagnuoli, ma solo a carico di Vostra Maestà . Vi supplichiamo altresì di ordinare , in caso che avessimo a pagar dei tributi, cbe non gli dobbiamo corrispondere ad altri che alla Vostra Beai persona , e ciò in considerazione della nostra vita passata , della nostra qualità e della scarsa pecunia che hanno gì' Indigeni , come appunto ne facciamo dimanda ai membri della Vostra Udienza Reale al cospetto del presidente e degli auditori di Vostra Maestà , cui rimettiamo questa peti- zione . Ed affinchè la Maestà Vostra conosca i nostri nomi e le qualità no- stre , e si persuada non altro essere dimandato da noi alPinfuori di quello che fu la proprietà dei nostri maggiori, e perchè ella possa ricompensar ciascuno di noi secondo il merito, poco quali siamo : xi. ;mì m APPENDICE li limi Martino Necw Ilualtenduchi, Iìl'Iìu ili Montezuma , e nolo , si sotlopose agli ordini di Vostra Maestà , si riconobbe vostro vas- sallo , ed a Voi, come • sovrana, consegna questa rida e il suo territorin Due «olle lo fui a baciare i piedi di Vostra Maestà ed implorare i suoi favo- ri ; la primo rolla la .Ulula Vostra mi concedette coti lettere patenti due villaggi clic appartenevano al padre mio come beni patrimoniali e ìaMft» denti alla sovranità generale, che si cliiamanoi Caqualpa e Xiqiiiiilro;ma perche niuni) v'ha the sostenga i miei diritti , le lettere della Maestà Vo- stra recarono senza «natio . Vi supplici) adunque volermi concedere H pos- sesso ili questi villaggi , sebbene di assai pori importane, aftinché mi «it dolo provvedere «Ile tuie nnurrenie. Degnatevi, o sire, aiutarmi inqueito iiu.'oiilr 1 onorarmi degli ordini vostri. lo don Giovanni Coadhuichil, nipote di slinicoci , uno degli aulirlo sovrani del Messico e zio di Montezumtt . Il mio avo fece dono a sua ligio , dalla quale in nacqui , di titi villaggio che si nomina China , che sta no diuturni del Messico dalla parte di Xilutepeque . lo eiiandio possedevi. nel tempo in che giunsero gli Spagnuoli , un villaggio dello Tlahuitomi- seo, che aveva appartenuto al mio genitore ed al mio avo. Quando il marchese (1) parti per la Spagna, io lo accompagnai e venni a baciar k mani di Vostra Maestà . Alcuni ordini utImiIì di'Il.i Maiala vusira prcscrii- icro fossero conceduti certi favori tanto a me che a tulli coloro che erano giunli di quello paese; ina le cose (he sopravvennero, ne impedirono l'adempimento, e le nostre petizioni intorno a ciò non ebbero e (Tuli" Prego la Maestà Vostra di volermi accordare i due villaggi MpnMM i come appartenenti ai padri miei. Servii Fottìi Maestà, nel conquisili il" (ioaWmaia, e non ho di che campare [a vita , quantunque io sia un >ki più grandi signori della Nuuia Spagna - Piacciavi dunque , o sire . farmi li grazia di disporre in favor mio dei due liliali suddetti. Io don Diego Huanichil, signore ili mi villaggio chiamato Ecaicpeqoc discosto tra leghe da Messico. Benché abbia la sovranità di ■l.tii. villaxv"<. pure, siccome fa parte di uno rummenderia, cosi Cristoforo di Villici nini tic riscuote j tributi eie rendile , avendo spinola donna L ra liglia ili Monlczuma . Io sona altresì nipote di Minici" i suddetto., iMIm somm. del Menico prima di Montezuma . Tre picciule borgate , chiamata Tiri 'li- ra, Talcuaiuca ed Asavura dipendevano da Rralepeque: si degni ora U Maestà Vostra concedermele , u almeno il villaggio di Erateiieque suddet- to; poiché io p.issciti.o;i questi Illudili . ■• sono libilo dell' alitilo sovrano ijnanto alla mia persona , lui sempre fedelmente servilo Vostra maestà: fui alla guerra di Honduras con il marchese , e patii gravi danni in quella APPENDICE 443 Io don Diego Tebuezquiti, nipote di un antico sovrano del Messico chia- mato Teucocteacin , predecessore di Apicoci suo fratello , ambedue zìi di Montezuma . Fui anch'io alla guerra di Honduras con il marchese, e pre- go la Maestà Vostra mi conceda un villaggio posto a Mezquiqui , ed un al- tro dominio che sta nella provincia di Chalco , e chiamasi Xucuyalte pe- thl. Essi appartenevano al mio genitore ed agli avi miei , e al giunger de- gli Spagnuoli ne fui spogliato; e siccome questi villaggi (1) i miei antenati gli avevano conquistati con le armi , mi si tolgono (2) Io Don Paolo, per gli ordini dell'Udienza Reale attuai tueultecloe go- vernatore dei Messico, per ciò che riguarda gli Indigeni. I piccioli borghi di Yztepec e di Uttalpaque appartenevano al mio genitore, quando gli Spagnuoli vennero in questo paese: ei me li conquistarono, ed ora io non ho pane. Dopo il conquisto degli Spagnuoli , militai per la Maestà Vostra; e tutt' ora la servo con ogni poter mio nell' ufficio di governatore del Mes- sico , come tutti sanno . Io don Hernando de Tapia , figlio del fu de Tapia già tuculteclo e gover- natore del Messico sotto il marchese del Valle . Dopo la sua morte conti- nuai a servire Vostra Maestà. Il mio genitore possedeva due piccoli vil- laggi chiamati , Oztnma ed Alaviztla , che gli erano stati lasciati dal mar- chese . Quando questi fece ritorno in Spagna il tesoriere Alonzo de Estrada glie li tolse. Il detto mio genitore servi lealmente la Maestà Vostra ; fu alte guerre delle province di Panuco , di Tutepeque ed in quella Honduras col marchese . Finalmente fece parte di una spedizione comandata da Nudo di Gusman , nella quale fu ferito da una freccia e ne mori : ei era alla testa degli Indigeni. Possedeva altresì il villaggio di Oiitipa, che faceva amministrare da un capo del Messico chiamato Bartolommeo; ma costui se lo ritenne perse . Ond' io supplico Vostra Maestà di concedere al detto capo questo villaggio, che è cosa di poca importanza, ma di farmi re- stituire gli altri . Dalla città , territorio e dintorni di Temiititan — Mexico dipendevano molte altre città e villaggi in varii siti , come per esempio , i villaggi di Sucunusco, Metilico, Xaltuca ed Acacca oggidì distrutto; in essi avevan poste colonie i Messicani , e vi possedeano molti schiavi che rvi erano stati mandati per popolarli . Pagavan tributo alla ritta del Messico, e questi tri- buti erano impiegati nei pubblici bisogni . Messico possedeva altresì Nihal- oo, Tale uba , Coatepec, Matalcingo, Cuyoacao e molti altri paesi, dei quali al presente è spogliata , fin ad alcuni luoghi de' suoi dintorni . La maggior parte di questi luoghi essendo vicina alle acque spesso si rimangono inon- dati ; però la amministrazione del Messico ha ordinato , che si trasformino 1 la quali dae loogbi l'originai* è becco Si 444 APPBNDICE iri terreni incolli ei[ in paschi per gli armi fatto di strti gg e re più di ceulo caso ili coltivatori, equcslu ci e stato cagio- ni; di considerevoli perdite. Noi l' iibbiitm fnlto sapere «1 presidente ed agli nudituri di Vostra Maestà, che han proibite di spodesta ree ne prima di tldiw la Vostra Rcal volontà. — Supplichiamo per tanto I* Maestà Vostra, rbt ri renda la dovuta giustizia , e $1 ricordi di noi, di questa città e de' suoi abitatori ; perei me in- Wfmin essendo impolala di Spapnuoli , noi Siam pili poveri che i Nativi delle oltre città e villaggi ove essi non dimorano. Messico era prima la capitale da mi tutte le altre città dipendevano noi non rammemoriamo questo a Vostra Maestà con fntendimcnlodi chie- dere ed ottenere ciò che non e giusto o che potesse pregiudicare aitliSpa- gnuoli, poiché noi siamo, come loro, sudditi e servitori di Vostra Maestà; ma lo ricordini]» i i 11 • ■ > ■ - 1 ■ ■ • Vn.ini Maestà possa interrogare la sua real co- leema e voglia concederci le grafie che noi imploriamo , nulla dimandan- do che non sia giusto e ragionevole : se fino ad ora abbiamo tardalo a rap- presentarvi lai cose, è stato per non sapere come e per quii persona rat giungere la nostra supplica a Vostra Maestà. Vi preghiamo, o sire, se ti piaccia accordarci questi divori , di Tare in modo che gli ordini vostri si adempiano, e che il presidente e gli auditori non vi possano mettere im- pedì mei) Lo ; attesoché le nrdinanre di Vostra Maestà assai di ili ci I mente sono eseguite, e noi le considereremo come un segnatolo favore. 11 deeimotlavo giorno del mese ili giugno I jT,i , In presenta dei reve- rendissimi prfsiilculi' cil auditori riuniti « (ale effetto, sono comparsi duu Pablo governa lo re del Messico , don Giovanni e don Minino , nubili Imlinm e abitami la detta Cittì . ed demando de Tapia; i quali han presentito questa petizione Carta dn loro, liau dimandato ni detti signori preside» ed «uditori di prenderne cognizione e darne il loro giudizio, a stra Maestà possa disporre quatto che crederà più opportuno. Il presidente e gli auditori certilicnnu : che don Martino è creduto figli di Molik'zumn e di una di lineile 'ante donne che ci possedeva Giovanni e don Diego sono suoi nipoti, secondo il detto di lutti gli India ni , e sono riguardati come tali : e che gli altri sono raggmt'dei oli pm» naggl , come essi dicono. Ci sembra, che Vostra Maest.-i debba provvedere alla Imo sus-i.t^nz quel che dimandano e poeo: se ne può loro far dono, purché sieno ci Unii altri signori, non obbligati a panare altri tributi Fuor quelli che si taDoalla Vostra persona reale. Ella può oltresi fare in modo, che i villagii abbiano a pagare le più modicbi- imposte : può donare a don Diego i villag- gi che dimanda, rome quelli clic bastcraniui.a sopperire al suo man lenimento secondo il parere di questa Udienza . Vostra Maestà , coniodendo queste gr». zie, li renderà molto bene affetta la nazione Indiana ; e potrebbe consegui- Urne, che tutti gli Indigeni si convertissero alla nostra fede. Moltissimi rapi prenderebbero animo a servire la Maestà Vostra nella speranza di ottenere ■ figlio India- tili» » eoo» APPENDICE 446 somiglianti favori , particolarmente se questi beni fossero ereditari di Aglio in figlio. Sarà questo nn modo di procacciare la tranquilliti generale . I licenziati: Ep» Santti Dominici (1) : Saìmeron; Alonxo Maldonado ; Cmno§; Qmroaa . NOTA IV. ( Vidi alla pagina «88) ESTRATTO D1L CATALOGO DEL MUSO» Tom. 1° Diciotto pezzi scelti del museo di Bot urini . Rapporti di don Giovanni Palafoi al conte de Salvatierra . Una me- moria di don Carlo de Siguenza y Gongora . Le lettere del padre Giovan Maria Salvatierra Fogli 330 • tt> Teatro delle virtù politiche, di don Carlo de Siguenza y Gongora . Vita e martirio dei Agli di Tlascalà . Relazio- ne del Nuovo Messico, del padre Girolamo de Zaratc. Lettere dei padre Silvestro Veler Escalante. Ristaura- zione del Nuovo Messico, di Diego de Vargas Zapata. . • XH • 111° Rapporto di frate Alfonso de Posadas sul Nuovo Messico . Relazione compendiata del modo con cui fu popolata la Nuova Spagna . Calendario Indiano . Poesie di Ne- tzahualcoyotzin imperatore di Tezcoco. Viaggi desti Indiani, e giornale del Nuoto Mestico ......... MB • IV* Relazione di don Fernando de Alta litlilsoebitl . Oneste relazioni cominciano dalla creazione del mondo, t trattano della origlile degli Indiani . Istoria dei Toftequi Ano alla loro distrazione . Istoria dei Chkuime'|ui fior, al aiuncere detti Sparo oo li ed air ingretto di questi io Tezcoco. Istoria generale dHla Nuova Spagna. Condi- ta di None de Gnsman pmMteote drila Nuova Spagna r., 4M**». i«. v [■ l'i; > in C i: Genealogia ili Montezunia. Spedizione contro i Chichi- mi'i|iii togli Ut. \ e VI Muri» del conquislo del «novo Reg n mli Calili», di don Malli» de la Mota i'adilla ; «in bo i tomi ... . . . ■ UBI VII" e VII!» Malarie per imi cronica della provincia di .Mec hoaran di Irete l'alili'» u-Be« unioni. Il primo ionio contiene 3& Fogli , ed il «nandù 54» «a IX", X", e XI' ironica della provincia di HKfcOMM: il primi, volume ha 3GÌ Dogli, il secondo SU, il lenii *ir>. Sono ornali di cario e disegni colorati • lu* \li- r.ronica messicana di don Fernaodode diva Teioiomoc. F. divisa in IH capitoli,* Unisce a! Bingen di Tlil.n. GalquiamluM'iadore di Monte/urne nel Messico . . . - 4M \UI" Istoria dei chic li ini equi di don Fernando Alvi IiUilio- chitl . XIV" Memorie sulla cilt.i del Messico, tratte da diversi autori XV' Hemorle per la istoria della provincia diSiualoa, di va- ri! GesuiLi ■ XVI" e XVII" Istoria della provincia di Sonora, scrii!» da un <> suila anonimo; il primo tomo conitene • Del secondo nulla è dello. XVIII- Lettere Mila isturia delle province di Simili» e Snuur» . • XIX" e VX" Documenti per la storia della Etoova Biscaglii , iralli quaai lutti dagli archivi dei Gesuiti ili primo tomo li* SOS foiili ed il secondo ali XXI' Sedici lettere scritte dai missionari! della California . Wll" e XXIII " Rollila solla Nuova California di Frale Pracwaaaa Palou. Il primo tomo contiene ■ Nulla sì dice del secondo. Miniti di viaggi; ciò .nini; Viaggio di frale Francesco C.»rces, nel 1T77. tii. , di Antonio Baruastro, nel 1781. /-/. , ili Podio Pool, nel 1775. hi. . di fra. ÌU*. Alegre, nel 1771 '■/. , di fra. A". Vlldosola, nel 1780. Id. , di fra. B* de Ama , nel 1778. W. , della fregata Santiago, nel Mare del Sud , net 1TT3 /■■'. , di don Bernardo Varca. 14. . di dOII M. Gallo. I<1. , di fra. II'. Rumerò. Lettere del capitano don l'edmTages, nel |JH Giornale di Vildoaola e Diego l'egram. In lutlo. , . , . • XXIV" «17 l rrr? ::r • Ti il w» J*l^ (t . 5X^* « *»" W(l l. 4 £^ fwaion. te zavasn-ji rraKiobi ci asr noi mio»/ 4 Ut swm 4 isMr subai *anqarin a qwsl «n mv •• ** .-aii** mt «r* ^ per lo oMfnm i move te orinami mi Jft sa» fciOA-Ci . * ta ,^*?iAf* v daini afTespUMait. e « f «spumar te min* e«»>ra* *r»ici* * * ,-to* Maestà, loffia «te 4ar{£ — ìnhrìfw . itefcci arie én pr*£*a.K **4frr« . e farcii renata kcaiarcteaavavtea^'flaw al saw ara**, per *fea*nr I* llnpo-(o ni consiglio. AI! L > M : E ^ inumino jnu a fiutarmi, àiccumt ai.idriw »;*. sii-- ir^m'-.i. -n- «e. ri .1 era mus-* da aJtrt> corda unr 7t-.<' vl ujàl iiarir-uia: jiv.ìzi-.::- nf- \ ■- ;m >:- suora della tvoadaiupa . e vede*, ciuaranittii* uaìi- ••ut mi* i-+t> «lì. uomo dono r dedita agli studi slanci . ri< rnt T-a^vi. «-^vr nn-;.. mii« il conàudio deliberi' prov^i*onam?ni.'. ciit nm-U^.i a -.;-'<>r> h und trasportare in Spasna la sua fi-Tsubi (■•«. sì. ati ti* e-£ii -: .: liti a urdiuareebe ir «uè rane funeri nif»* u uej.^sn» ror lui;- .-iti:!* ..,.i- te dalla le-mre. e di mandai* dl eattiue- t ul **r?»v «unii ti-.i* ^n* 'arri* fitto da persona intendente . Poscia il consiglili ebbe una tetirrt de. i-*t» . v,::< ;: uau a- '' ,tv~ bre f 743. Della qua*- dire» . ebe it canti d. IìuIutiij xi . traàmetievt e Sui Ikjav^u. ^L bti o' ..« r.^.'-ui^:» avendo cura di largii recàstran- «u. ptiruùt'. e* "»*;.. llij> u-.u i« ■- Quando Tu rieri uu questa tenera . Bmtu-ih. tri zn arr. ■■*.:. «si «^ stato preso darli Inrieai roii la na*t ic ì"'ifi ■■«•:.»£ iu t «in.' f.tvi.^u a sua liberta « Gibilterra . era tei: zìi t -jidj: • . - *. *:-t :.-*-«ij uiii -. «bit- rlamente alla C«z*a d# Cotofra-iarii* . Jt»— iin va-z* .hulci» Lia n. n.r« al consiglio. Delia quaie espose jt ie=-jLZj:iL~. -li» i - r*-« r-*-i •-• --nn^ contro di lui, untoi. *i lb n*ai»t-T.r: i .xtji: i.v i'.'-.-iu.v et vk itioria dell' Amterirc . diniaiiàandt " Ltrur^i d ^-i.n :-c.tu. Apparre da gli atti e da ie aiirt vrjrar* :c**m f» :;* L-.:l-t . *■■**- re esso un gentiluomo iiaJaX't i»:Ci.-*.nt . uhe*. e i^n-r* . * d s-i; *.H"t»- dma erudizione . Troiano:*: a T*tUi* à ^r» . j-i»»». <.uc . ?-» * *'. — «fa- to ad uscir da?Ii stati deiT iaiperao:«re i rifili** utr. ..» r^^r* l i^U >i^t aver lasciata Vii a no sca paiha . eri ,.a~^:. a L^.:

  • L ri».:-r* ri^ r. *r* .uu ^vi ^7 r infante don Manuele da dinó.Bse;;* Filx-; . li ^^$.v. ^i,*v r, -. -'- (èrse la occasione di na\izare a.'leloi. . c.:o? :=**aryj3", à*- t • a.^ » f, San liba nez , figlia maggiore di una ^^i?iì^l> ii if^vx.n :#** r-^- -^. terele rendite scadute di una cooce«etVjoe. ebe e».e ?.ir« ft*.-* ...*r» . *-r case del Messico. Parti nel IT3i senza ^»:var< avTsr. . .;i.;^.rv:v ♦ liv barco, ed ignorando affatto il bisogno ebeegìi ì^m. ..^ ^»rr^.4«-, /rtf. rante la sua dimora del Messico andò a «aitare L MDt^^iru, ^. ,\ .(.-» %i gnora di Guadalupa , ed if i si senti spirare nel rw,t* r.n /^*,i . '-,. »»"tf|. carsi dell' apparizione di «juella immagine: si [>roea»v.»j i^ .-'.p^ di p«r",- ebi manoscritti inediti, che non solamente si riferivano a. <:, ;.'.;».-, suU bietto, ma a varie parti altresì ridi' antica istoria di <;:;'i p^poii , rr-r** i <\\<ì\cuìh tlv si osa in Italia porre ìl fronte a quelle immagini che sono 'o.^uifrjtr rome xi. 87 «0 APPENDICE miracolose. Scrisse a Roma per informarsi del ceremonlale opptir (uno ; «lì Fu manciata per risposta un breve , accom pugnato dal ceremonlale at- tuilo in simili congiunture : ei lo presenti1! nifi .' dietim , ottenne il permei so, e cominciò di buona i". ■<■!■■ a comunicarlo ai prelati, ai tribunali «tal devoti di Nostra Signora , supplicandoli di concorrere a tale opera con ir loro eiemnsìne . Ne aveva gin raccolte parecchie, quando, al giungere del Yiccre, fu ilmo l'ordine di sospendere tal faccende . Quest'ultimo mandò circolari nei tribunali con ordine di depositare le lettere scritte da Bulurinì, e fece richiedere ad esso i dispacci di Roma e le limositie che aveva rac- colte: Buturlni prontamente obbedì . 11 processo Tu trasmesso al procurali* fiscale perche si trattasse la rota innanzi a don Giuseppe de Rojas uilnUtru della Udienza , al quale si commetteva prendere informatone di epMtt processo. Vi inchiesta del lisealc i beni di Doturiui furono posti in seque- stro, depositati nel palazzo di giustizia, e aleggiti senza prevenirlo od ascoltarlo . Poi , skrnmi- egli udii avea consentito a Tare un inventario del- le sue carte, quando gli furono levate di casa , venne condotto nella pub- blica prigione , e rincliiuso in una secreta con due malfattori . Quindi , scortato dalla forza armata , Tu costretto di andarne al palano reale per far I1 inventario delle sue carte , ed e«ll il fece , protestando perii in virtù del l'appello che avea presentato al supremo consiglio. In capo a pochi iterai in menato a Vera f>u\, e messo In quel navìglio sul quale fu fatto prigione. Ricuperata la sua libertà si presento al presidente, che non avendo ni Bistro , ne sentore di quanto era passalo , lo mandò assoluto, dusse a Madrid, dove in virtù delle sue dimandee delle sue earte, i sigilo lo riconobbe come uomo libero. Tutte le sue Istanze si riducevano a questi tre obbietti principali : ■ persecuzioni che aveva patite per aver voluto far coronare la santa imi ghie della Madonna di (luadalupa; 2.n Al desiderio di scrivere la stori* fi ■arata antica della Nuova Spagna ; 3." Chiedeva che la incoro li ai ione ddli immagine fosse fatta at più presto possibile . Quanto al primo puntu il consiglio fu d'avviso, che « ecrè IT**** avute giuste cagioni per procedere contro a Bottinili , avea ditta» ia fino allora gì ulti Beato li sua sincerità ; che non poteva < marsi in colpa , e meritar la sua buona fede che Tosse Titta pubblici neeenu ili esso , e rendutngll I' onore e la buona opinione dell' mtive Quinto at secondo rapi il parere del cuii-inlio fu questo, che l'Iliar- gno e la dottrina del Bollirmi essendo incontestabili e generalmente noli, poteva «cri ver la storia secondo quel quadro generale che avei presentai». Il quale , dopo rigorosissimo esame , era stato giudicalo degno deili slam pi ; che I' opera principale riuscirebbe della maggiore importanza ed uu- 11(3, ma che per la maggior perfezione delta medesima sarebbe cosa vera- mente degna di Vostra Maestà lo -l.ilpiliun'iiti nel Messico di un' accade mia particolare per la storia della Nuova Spagna, come quella fondati ' I ideili I il v, versale APPENDICE 451 Madrid, nella quale varìi dotti avessero il carico di collaborare a que- st'opera su i documenti raccolti da Boturini, e su tutti quelli che ci potesse raccogliere ; finalmente si concedesse al Boturini la ricompensa che Vostra Maestà giudicasse opportuna , non solamente per la fatica e le spese che egli ha sostenute per raccogliere sì utili documenti, ma anche per ristorarlo in parte delle perdite e dei danni che egli ha sofferto negli averi , nell' ono- re e nel credito . Quanto poi al terzo punto, che risguarda alla pubblica e solenne inco- ronazione della Madonna, il tribunale è d'avviso non doversi permettere; questa strepitosa novità non essendo necessaria in un santuario sì celebre in tutto il mondo , tanto più che la Maestà Vostra , per dar maggior lustro • questo culto , ha ordinato la costruzione di una chiesa collegiale : e per conseguenza sia convenevole sopprimere le lettere spedite a tale effetto dal Vaticano , affinchè la imprudente tolleranza dell' Udienza della Nuova Spagna non sia autorizzata ad ammetterle . Quando il consiglio ebbe fatta questa deliberazione , giunse una nuova lettera del viceré in data del dì 26 d'agosto 1744, che annunziava il rice- vimento dei decreti sanciti il dì i aprile antecedente . Affine di conformar- vi^ , aveva preso i necessari provvedimenti per far raccogliere tutti i libri , le pitture e le carte di Boturini , e per far depositare il tutto negli archivi del governo, affidati alle cure di don Giuseppe Corraez; la qual cosa era stata eseguita con formale inventario fatto da don Patrizio Antonio Lopez , interprete generale della Udienza Reale e degli altri tribunali della Nuova Spagna . Il viceré mandò copia del detto inventario, ed il consiglio avendola presa a disamina, insistette sulla fondazione della ricordata accademia, della quale il sopraddetto interprete Lopez doveva far parte. Avuto riguardo a tale deliberazione , Sua Maestà fece il decreto seguen- te . Accetto la opinione del consiglio sul primo e sul terzo punto ; mi op- pongo alla fondazione della proposta accademia ; ordino che Boturini debba ritornare nel Messico ; lo nomino storiografo de' miei regni delle Indie, con lo stipendio di mille peso* per anno, onde scriva la storia generale che egli propone . Tutti questi documenti , le sue carte , senza eccettuarne al- cuna , gli saranno restituite nel più breve tempo possibile e senza alcuna replica. Appena egli avrà scritto la storia, e prima di mostrarla ad alcuno o pubblicarla , ne saranno mandati in Ispagna tre esemplari , affinchè , dopo essere stati esaminati dal consiglio, gli venga data autorità di pub- blicarla , o vi si facciano le necessarie correzioni . Ordino, che tutto ciò sia eseguito . Addì 19 dicembre 1746. Varie lettere corrispondenti a questo decreto, col titolo a Boturini di storiografo delle Indie, furono spedite in data del 1.° giugno del seguente anno 1747. Nel mese di aprile del 1749, il Boturini presentò il suo 1.° volume della Storia generale dell'America settentrionale t sotto il titolo di Cronologia :r N Stato ne altro ■u dn rttMN delle principili nniiVinr 1/1 ' r/nc* pa«», ili tini in In l'aulnrilu ili slJiir.nrln , gli fu ei>iiei'»u ilmiii l.i i.'i-ii-ttiru ili'l lisciile duo in* llurrull i? del p.i- (I re Pietro Tresnedo. Nulladlmeilo Boturilii essendo morto a Madrid prima che potesse imprimerti l'opera, come gli eri Imputo, il «nudità ordivo si prendessero latte le rarte appartenenti a questa istoria, e ni inaud seri) alla segreteria ilei tributile. Gli esecutori teittmentari dissero, di comune consenti memi i, pronti ad obbedire agli ordini dati loro, tostoohi l' inventario Tosse stato compililo , [ht-ii:i-ì l'Ili' il i'0'Muli" condiscendesse a rm che puh'-. e |inv tendere su quelle carte Ili sorella ed erede drl defunto, mi .1 qualunque altro suo Interesse. In conseguenza di di coctilicarono non e il manoscritto in foglio del primo volume dell' Istoria , con le Urtatiti • | u quello si riferivano; il volume in oliarlo dell' lutroduzione, : lo pittante di storiografo; a l' autorizza? imi 1' per ritornare alle Indie. Il procuralor Uscale , cui Turon rimesse queste urie , prnpnsc : di man- dare il volume della storia all'accademia storica, alllnchi' questa dc-ie il parere sulla utilità di quel libro, e dicesse qual dot esse essere il compenso da accordarsi agli eredi dell' autore , che il viceré della Nuova Spegne ri- cevesse ordine di cercare un uomo capace di continuar l' opera , il quale conoscesse al> idiomi , 1 simboli e le pitture ; e clic a questa Metti por sona fosse concesso di periziare, Htondo il loro giusto valore, le forto del defunto . Ciò non ostante , nel di lì oiiobrc , il consiglio deliberi : che i libri e le carte trovalo fossero mandate al consiglio della Nuovo Spagne ; e ciò fu fatto . Nel lumpo in eli ij le carte davevau cr depositale, uli esecutori to- settembre 176*, il consiglio gli fece perveni- re una istruzione con la quale prescrivevagli, in virtù di un ordine regio dato in seguito di una deliberazione del consiglio medesimo del 26 giugno 1762 , di osservare che gli si dava avviso non poter egli ricevere 1' ultimo terzo de^li stipendi, se non dopo che avesse presentato il lavoro di un anno . i Il dì 5 novembre 1765 l'accademia rappresentò, dopo aver ricevuto la istruzione, che il lavoro avanzava proporzionatamente; che attendevasi a raccoglier fatti particolari; ma che era necessario di mandare alle Indie alcune note sullo stato presente, a seconda delle deliberazioni prese in tra assemblee, decisioni che l'accademia comunicò, aftinché fossero spedite le circolari necessarie a tal uopo. Il procurator fiscale rispose con una lettera del giorno 8 febbraio 1766 che le note dimandatesi riducevano in sostanza a ciò che era stato prevedu- to dalla istruzione; che nulladirncno pensava, non esser necessario diman- dar tali note prima di aver fatto accurata investigazione negli archivi dei consiglio e negli altri, rimettendo al tribunale il dar giudizio siili' insieme dei fatti; la cosa restò in questo stato, senza che \i si facesse decisione. Il dì 13 marzo dell'anno stesso il bali don Giuliano d'Arriaga, rimise, per l'informazione del consiglio, una decisione della detta accademia, nella quale dicevasi, che ella non avea trascurato di adempiere a' suoi obblighi di storiografo delle Indie: che molti manuscritti erano stati raccolti a tal uopo ; che avea fatto una commissione di uomini periti , per estrarre , ordinare , rettificar note, intanto elicsi aspettavano quelle che riferivano allo stato presente dimandate da essa accademia ; che i documenti di Do- turini depositati al Messico le sarebbero utilissimi ; finalmente dimandava , si dessero ordini al viceré della Nuova-Spagna , perchè fossero affidati al- l'accademia, che 11 conserverebbe accuratamente, e terrebbe a disposi- zione di Sua Maestà. Il consiglio prescrisse, nei dì 7 di luglio 1767, si rimettesse ad un rela- S (ore questa istanza con la precedente dell'accademia, e le altre anteceden- ti. Certo è che la cosa fu decisa il giorno 7 di maggio; ina non lurouo ■ conservate note su quel che ne seguitò. Coli' andar del tempo la procedura i.72 APPENDICE delle principali nazioni ili quel paese. Dimandò l'autorità di stamparla ,<» • gli fu concessa dopo la censura del fiscale don Giuseppe Boi* ni 11 e del pa- dre Pietro Tresneda. Nulladimeno Boturi ni essendo morto a Madrid prima ! che potesse imprimersi l'opera, come gli era imposto, il consiglio ordinò si prendessero tutte le carte appartenenti a questa istoria , e si mandas- sero alla segreteria del tribunale . Gli esecutori testamentari dissero , di comune consentimento, esser pronti ad obbedire agli ordini dati loro , tostochc l' inventario fosse stato compiuto , persuasi che il consiglio condiscendesse a ciò che potesse pre- tendere su quelle carte la sorella ed erede del defunto, od a qualunque altro suo interesse. In conseguenza di ciò certificarono non essersi trovato che il manuscritto in foglio del primo volume dell'Istoria, con le autorità che a quello si riferivano; il volume in quarto dell'Introduzione, stampata; la patente di storiografo; e l'autorizzazione per ritornare alle Indie. Il procurator fiscale, cuifuron rimesse queste carte, propose : diman- dare il volume della storia all'accademia storica, affinchè questa desse il parere sulla utilità di quel libro, e dicesse qual dovesse essere il compenso da accordarsi agli eredi dell' autore , che il viceré della Nuova Spagna ri- cevesse ordine di cercare un uomo capace di continuar l'opera , il quale conoscesse gli idiomi , i simboli e le pitture ; e che a questa stessa per- sona fosse concesso di periziare, secondo il loro giusto valore, le carte del defunto . Ciò non ostante , nel dì f> ottobre , il consiglio deliberò : che i libri e le carte trovate fossero mandate al consiglio della Nuova Spagna ; e ciò fu fatto. Nel tempo in che le carte dovevano esser depositate, gli esecutori te- stamentari dissero che il Boturini avea dichiarato , nell'atto dell'ultima sua volontà, doversi fondare una cappellata in favore di don Gaetano, figlio di donna Rosa de la Parrà, nella cui casa morì, col denaro prelevato sui suoi beni e sui suoi stipendi arretrati; che i beni da lui lasciati erano di porsi considerazione e i debiti molto importanti, che essi ricordavano il bene che il defunto aveva fatto raccogliendo un si copioso numero di documenti di tan- ta importanza e dettando il primo volume dell'istoria; eh' ci nulla aveva ricevuto dello stipendio pagabile al Messico, in cui non era tornato, essen- do la somma di mille pesos troppo scarsa per viver colà , e per sopperire alle spese degli interpreti e dei copisti, come aveva egli stesso rappresentato per v;a di supplica ufficiale (por la via reservada) ; che per conseguenza aveva qui continuato il suo lavoro senza toccare stipendi. Conchiudevano dimandando al tribunale, facesse fare stima di quanto era dovuto a Botu- rini per le sue fatiche e per la ricompensa de* suoi servigi anteriori , come pure pel valor del Musco depositato al Messico; e che il tutto fosse delibe- rato a Madrid in favor della crede testamentaria, a coi profitto si volgesse altresì il frutto della stampa del primo volume de^la storia . L APPENDICE V;7, La istanza Tu rimessa al procurator fiscale, che rispose, il dì 6 marzo 17Ti6, non trovare conveniente che il ritratto della impressione del volume fosse rilasciato alla Icgataria: quanto agli stipendi, essendone stata fatta la consegna nella cassa del Messico , pensava che fosse necessario ricorrere a Vostra Maestà , perchè volesse dar gli ordini opportuni, onde statuire il valore del Museo. Non fu data esecuzione a quest' atto Quo al 1769, nel qual anno , iu considerazione della istanza degli esecutori testamentari, il relatore aggre- gato {relator agregado) , congiuntosi ad un relatore nominato dall'acca- demia storica, presentò varie proposte sul metodo da seguire per scriver la storia delle Indie . Addi 23 settembre ITU 4, il consiglio gli fece perveni- re una istruzione con la quale prescrive vagli , in virtù di un or di uè regio dato in seguito di una deliberazione del consiglio medesimo del 26 giugno 1762 , di osservare che gli si dava avviso non poter egli ricevere 1' ultimo terzo degli stipendi, se non dopo che avesse presentato il lavoro di un anno. Il di 5 novembre 1763 l'accademia rappresentò, dopo aver ricevuto la istruzione, che il lavoro avanzava proporzionatamente; che attendevasi a raccoglier fatti particolari ; ma che era necessario di mandare alle Indie alcune note sullo stato presente, a seconda delle deliberazioni prese in tre assemblee, decisioni che l'accademia comunicò, affinchè fossero spedite le circolari necessarie a tal uopo. Il procurator fiscale rispose con una lettera del giorno 8 febbraio 17iì6, che le note dimandatesi riducevano in sostanza a ciò che era stato prevedu- to dalla istruzione; che nulladimeno pensava , non esser necessario diman- dar tali note prima di aver fatto accurata investigazione uegli archivi dei consiglio e negli altri, rimettendo al tribunale il dar giudizio sull'insieme dei fatti; la cosa restò in questo stato, senza che vi si facesse decisione. Il dì 15 marzo dell'anno stesso il bali don Giuliano d'Arriaga, rimise, per l'informazione del consiglio, una decisione della detta accademia, nella quale dicevasi, che ella non avea trascurato di adempiere a' suoi obblighi di storiografo delle Indie: che molti manoscritti erano stari raccolti a tal uopo ; che avea fatto una commissione di uomini periti, per estrarre, ordinare , rettificar note, intanto elicsi aspettavano quelle che riferivansi allo stato presente dimandate da essa accademia ; che i documenti di Do- turini depositati al Messico le sarebbero utilissimi ; finalmente dimandava , si dessero ordini al viceré della Nuova-Spagna , perchè fossero affidati al- l'accademia, che li conserverebbe accuratamente, e terrebbe a disposi- zione di Sua Maestà. Il consiglio prescrisse, nel dì 7 di luglio 4767, si rimettesse ad un rela- tore questa istanza con la precedente dell'accademia, eie altre anteceden- ti . Certo e che la cosa fu decisa il giorno 7 di maggio ; ma non furouo conservate note su quel che ne seguitò. Coli' andar del tempo la procedura tti APPENDICE andò «perduta pel mutamento e per la morte del relatore; finalmente fu ritrovata in un armario del tribunale, fra molte filze di aggiornamenti del defunto licenziato, don Luigi Penaranda . In virtù di una decisione del dì 1.° dicembre ultimo, fu rimessa ai presente relatore, per renderne eonto, siccome ha fatto. Il consiglio, prese in considerazione tutte le cose nntidette, e conside- rando eziandio gli indugi che il processo di Boturini e quello intentato dall'accademia hanno patiti per tutte le menzionate cagioni ; atteso fo mutate circostanze , ed il carico dato dalla Maestà Vostra ad un ragguar- devole personaggio di scriver la Storia Generale dell'America (che da prima era stata affidata alle cure dell'accademia ), è d'avviso: che questa cosa possa conchiudersi così senza che vi sia mestieri di un decreto; che il pri- mo volume della storia di Boturini essendo approvato , Vostra Maestà può autorizzarne. la stampa a spese dei regio tesoro , dandone la sorvegliaim a persona dotta : quanto poi al museo di Boturini , Vostra Maestà è pre- gata di ordinare al viceré ed alla Udienza del Messico di conservarlo accu- ratamente, e cercar persone istrutte per render conto adequato di ciò che contiene, e dei documenti che vi si conservano : finalmente di vedere se deb- basi imprendere la continuazione del lavoro di Boturini , e di esporre fino a qual termine possa giovarsene quegli cui vien commesso di scrivere la Storia Generale . Per quello poi si appartiene alle dimande degli esecutori testamentari del defunto Boturini , ed all'adempimento de' suoi voleri, Vostra Maestà è pregata di voler ordinare, che si nomini un difensore della successione, onde ne prenda cura secondo le circostanze . jVitf/i. È inclusa in questo documento una copia del decreto reale , che prescrive di apparecchiare la pubblicazione di alcuni scritti di Vcytia , composti sulle carte di Botu- rini , e forse sul primo volume di questo autore , del qual volume il consiglio auto- timò la impressione ; ed anche una bona di un altro decreto del viceré della Nuova Spagna , che ordina di raccogliere i documenti del Boturini, a di rimetter copia NOTA II. ( Vedi alla pagina 542. ) ESTRATTO DEI CAPITOLI XGV1 B XCVII. DELLA STORIA DELLE CONQUISTE DI FERNANDO CORTES DI FRANCESCO LOPEZ DE GOMARA . 11 re Moteuhioma aveva un palagio con bellissimi appartamenti in grau numero, con sale sostenute da colonne di diaspro d'un sol pezzo, che mettevano sopra un amplissimo giardino (1). Vi erano in questo pa- lano più di dieci stagni , gli uni d' acqua salsa per gli uccelli di ma- re, gli altri d'acqua dolce per gli uccelli dei fiumi e dei laghi. Bruii- cavano d' una moltitudine di pesci che servivan di pastura agli uccelli aquatici. Questi stagni votavansi, quando si stimava necessario, e ciò fa- cevasi per conservare le piume di que' volatili in tutta la loro proprietà . ivi si vedeva un sì gran numero d' uccelli d'ogni specie, che i curiosi ne prendevano meraviglia. Foruivasi ad ogni uccello il nutrimento dal quale pascevasi in libertà; se eì mangiava vegetabili davangliene; se era grani- voro provvedevangli ii granone (ceutti) , ifagìuoli (frijoles) , le fave, ed altre somiglianti derrate; se viveva di pesci, i pesci gli eran forniti, e li prendevano negli stagni, come le altre sostanze che sono prodotte dal- l'acqua. Ogni giorno questi uccelli consumavano dieci arrobe di pesci, che si pescavano nei lago del Messico . V'avevano perfino uccelli, cui si davano mosche ed altri insetti minuti . (I) Questo palagio era costrutto sul luogo occupato oggidì dalla chiesa di San Frou- eatco; osservaci ancora nel giardiuo di quel convento un albero, che , secondo il padre Betancourt era nel metto drl giardino di Moteuhioma : è una specie di lauro o di olivo sabatico , che i Messicani chiamano acevudte . 11 padre provinciale Meneses ordina ai tagliasse nel 1821} ma i religiosi si opposero dicendo, che la regola dell'ordine proi- biva di fagliare un albero senza una decisione del discretorio (*) Questa opposizione non ebbe alcuo effetto , perchè già erasi comincialo a tagliar le cime ; ma i Irati ebbe- ro cura di annestarvi uno olivo , che riluci perfettamente , e che oggi presenta una beUiasima ramificazione . (*) GaiMMzi di x»l nome l' uumblu i* superiori d«4li ordini moctctiot t ti laofo to sui si «duna . «su A i ■ V ENIII Trecento perirne BfBno addette ol servigio -li questi a ali LOvcriiHili che |icr curari/ ili >t'aiiim» re . Il cronista Fncniea, citalo da Juarro», aveva veduto I loro m nnscrilli. Ambedue MMCOrJttB guuulllMifllU. W* IitiliAcuitl. Ma non fanno alcun ricordo dei due capitani, ebe, secondo quesT ultimo, sarebbero stati arsi vivi. (Vedi JCAiaos, Storia di Guatemala; opera stampata a Guais- mala, per G. Beleta.nel ISO» e 1818, 2. voL in *.-, trai. IT, cap. I. esc*, e traL TI, cap. 2. e seg. e vedi anebc la Crimini intatta di ri'BfiTis, drlla quale io posseggo un esemplare NOTA Vili. ; Vedi alia i*ujnul S* 1 Messicani avevano un gran numero di uueak: alcune nnor degli Ilei; altre canti storici o lirici , Si cauta ratio accompagnai fon limi ^iwiiii^II nhjwill taymffi ir llnjiriAiainiinrt. e baliundo eie di carola. Soturìni narra, che un celebre poeta, essendo sialo condì nato a morte, compose un lamento si pietoso, cbc tulli i circostanti «russerò i '< 'agriine, ed il principe gli fece grazia. APPENDICE 450 6K antichi autori, indigeni citano sovente le canzoni storiche come cose a talli sole; esse però non sono giunte fino a noi, e Boturinl stesso , ad onta di lotte le sue diligenze, non potè raccogliere che la traduzione di due canti del ve NetzahuakoytL Se ne fa ricordo alla pag. 8. del Catalogo del suo MUSCO EJWIAHO. Si può vedere al g. XV. della sua Introduzione alla Storia dell' Ame- rica Settentrienaie „ ciò ctfei dice della poesia de' Messicani . Sembra che etti continuassero lungo tempo dopo la conquista a compor versi nella loro lingua , perchè trovo a pag. 48 del suo Catalogo ,. una commedia in versi tal l'apparizione dell» Madonna di Guadaiupa. VOTA IV. ( Vedi alla pagina 415) SUOLI ITZABS La nazione di cui paria Ixtliidehitl a pag. 415. della sua Relax one era quella degli Itzaea, che parlavano la lingua) maya. Essi abitavano più or- dinariamente la penisola él Yucathan, che abbandonarono spaventati , come pretesero alami autori, per una promani che loro anaamiava il giun- gere degli SpagnooJf ; o, come mi par più. verisimile, in segnilo di una con- tesa che arse tra 8 lero-enciao. ed nno ai*» eneo* cui egli aveva rapita la moglie. {Vedi eoc*u.cno, JKaforin ed Ywtmtan: Madrid» MB, in-fol. lib. 1 , cap. XV, e nV„ §, cap. XII : etnei «Mie nunannnnnanani, Buio- ria de la ccmqxmeta del Ita; Madrid v 17W, la-mi. Hit f , «p. VI). Gli itzaes si fermarono in na'tota in memo oTna hnja eh* era par end nn ridotto inespugnabile. Questo caso segui dm cent» asta* nata» et» gn* Spag nuoti approdassero, vale a dire sul cominciare det secolo XV. Il loro capò aveva il titolo di caneeh'( vill agutibbrsz , lib. 1 , cap. Vili) . La loro capitale era divisa in ventidue quartieri , che obbedivano ad altrettanti caclcbi; vi erano quattro città meno considerevoli nelle altre isole del lago , e tutte e cinque prese insieme potevano contenere ventimila abitanti . La più grande era di- stante tre leghe circa dalla terra ferma , e conteneva diciannove templi . Gli abitanti portavan camicie di cotone senza maniche, e tinte in vari colori. (yilligutierbkz, lib. 7 , cap. III.) Gli Indiani chiamavano questo lago Chaltuna, la città principale Tayasalo Taiza , e il luogo dove avevano i loro eampi sulla terra ferma, Zinibican. Gli Itzaes avevano l'uso di aggiungere al loro nome quello della loro ma- dre, che facevano seguitare dai nome paterno. «fi" APPENDICE Il Inni principale i Jolo rh jamavnsi Itnbii; eradi ramecscaiatoneU'intcr- uo : ili dentro ponevano l» vidima chedoveia esser sacrificala, poi acccu- ili'i Fin., un ltìui fuoco; damavano attorno cantando le lodi del Pio, limi » che In vidima fosse consuma . Oli ltiaes adoravano due altri idoli , chi- chia- mavano Vaknk ed lle-mhimrhnn , curile ijiicì rli«- presiedevano alla guerra : li portavan con se ittiando andavano a combattere ì China rullai loro vicini, contro i quali- erano co ti liti munente In guerra (viixacltikkie*. Uh. B. Gli lilaes resistettero hi uva mente agliSiiagnuoll, e più volte li n Non prima del IWXì. don Martino ile L'rsua li sottomise pienamente , aver preso d' assalto la capitale LETTERE DI BARTOLOMMEO DI LAS CASAS FILIPPO II. RE DI SPAGNA Statuitoti : Giacomo StasUitani Ti!:» ' ,-. ■ ' '. * PUBL'C L' :;\'.SY' ! ASTr till;.: » • o ^'EAKCJl© EU COKEP,, £LY*„ IQ. % HAHIOLUMMEO 11 A BAKTOLOHHEO DI LAS CASAS | acqvb flariolommeo di Las C-asas a '■inglia, nell'anno 4474. Il padre suo arra ateumpagna- j Cristoforo Colombo nel prirm' viaggio da questo celebre nocchiero impreso per la scoperto delle Imlìe Occidentali , ed egli stesso, giovinetto di 40 an- ni accompagni} il celebre Ammiraglio net suo secondo riaggvi . In quella occasione, il Colombo, che molto lo amava, ah mò uno schiavo Indiano; il lJas Catta lo condusse in Spagna, e contratte seco Un tenera amicizia \1) . L'indole mnoctuti*- sima exl i tlolci costumi di quel fìijlio della natura , contri nmo potenlemet&e a stigliare nel cuore magnanimo ilei l Casa* quella passarne generosa in favore dei miseri Indiai •hi mot amnaaonaU tmrbaramente itppressi e con stupì crudeltà a migliaia sterminati, che fu il carattere iti tutta >■ Ma vita: Partolnmmeo di ìja Casa* si fece l'avvocato cal- dissimo degl' Indiani , H loro impavido difensore a tutta ul- tranza «antro la cupidigia , V avarizia generali' , iilimantn ipocrita, potente anzi formidabile t/c'iiwi contemporanei; t la sua voce eJwjitentisfima tuono contro i aiuto oppressori dei mìseri figli detta ivrijiiu: America, fincJu- ci ebbe moto di rito nel au>re . Xel 4S40 , il Ims Cam* fu ordinato prete dal primi ùH&~ no di San Domingo, e cantò la prima messa soU-mw celebrata nei Muovo Mondo. — Nel 1515, semplice carato di un vil- laggio di Zanquarama, nell'isola di Cuba, illuminato sullo sua wro missione dall'esempio di Montesino e di Pel-nardo dt San Domingo, si fece notare fino dal primo momento per In sua otuttà e dolcezza. Vedendolo andare per ogni dove solo . *mza difesa , i timidi abitanti concepirono la più alta idea di quest'uomo semplice, e lo supposero investito d' un' autorità superiore a quella degli altri Bianchi . Fugati dai cattivi trat- tamenti dei sociali Spaglinoli, bastava dir loro die ti Padre Casas si disgusterebbe per ricondurli nei toro villaggi. W pezzetto di carta in cima d' un bastone , mandato dal Padre Casas, »tm incontrava dal lato loro disobbedienza. 1) Per urdtne della io fu restituito alla sua- patria Spagnuoli .iir.irin in assai riunì pia regina Isabella, quello situa ionie a luti! i suoi tinlraielli , die l'I; tondoni io Europa. Del resto, la semplice credulità di questi disgraziati In- diani dovea commovere qualunque sapesse ancor sorridere al- l' infanzia: sostituirono la statua della Vergine fino dai pri- mi giorni alle loro grossolane e rozze immagini, e al minimo sospetto la portavano seco loro infondo ai boschi. — Las Ca- sas li battezzava a migliaja, perorava continuamente in loro favore, giungeva qualche volta a trattenere il braccio dei loro oppressori, li riconciliava con gli Spagnuoli, gli calmava, e si mostrava in ogni occasione loro protettore e loro amico. Ecco U prete che nel 4545 abbandona V America, traversa V oceano, èva a cercare il vecchio re Ferdinando nelV Estre- madura, per provare contro i loro tutori ed il re stesso, la causa dei pupilli venduti , torturati, scannati. Al quadro che egli fa al re delle conseguenze degli ultimi suoi decreti, il vec- chio monarca si commuove, e sembra per la prima volta sen- tire in se medesimo un consiglio d'inesorabil giustizia : la sua coscenza sembra turbata, la sua imaginazione si spaventa: invia il buon prete a Diego di Deza, arcivescovo di Siviglia , a Fonseca, aConchillos, suoi consiglieri; ma, viaggio tnu~ tile! U 23 gennaio 4546 il vecchio monarca era sceso nella tomba. Bartolommeo volea passare in Fiandra presso Carlo I (poi Carlo V imperatore) ; ma Ximenes, governatore del re- gno, lo trattenne: otterìne soltanto da questo e dal Cardinale Adriano (quindi Papa) alcune vane ordinanze, senza resul- tamelo . Tre religiosi dell' ordine di San Girolamo furotio mandati nel Nuovo Mondo, muniti d' immensi poteri e lunghe istruzio- ni; in un parola, di tutto ciò che bisognava, meno V abitu- dine degli affari, ed in particolare degli affari coloniali ; tutto aveano fuorché la convinzione della profonda sottigliezza degli invasori; $ mancavano eziandio di queli irremovibil xi. ;.<) carattere , che si getta a traverso al cammino col rischio di ser schiacciato sotto il carro dell' iniquità, ma che qualche volta i arresta, lo fa trabalzare, o almeno lo trattiene e lo spaventa, Bartolommco, aggiunto a questi Girolamiticolbel titolo di protettore universale degl' Indiani , non potè comunicare ai suoi compagni il coraggio, dal quale sentivasi animato ; e ve- dendo che fin dal bel principio mancavano alla loro promessa (di metter cioè in libertà tutti gli schiavi Indiani) , lasciollì transigere coi tiranni, e ripartì sei mesi dopo (nel maggio 1517 ì per V Europa. Io voglio citarvi un esempio dei torti, dei quali chiedeva riparazione. Mei 1545, un naviglio spagnuolo giunge sopra la tosta di Cumana per la pesca delle perle : i principali India- ni ed il loro Cacico sono invitati dal comandante a desinare a bordo. Persuaso da due domenicani di buona fede* che era- no in missione in questa contrada , il Cacico accetta V indio e sale a bordo della nave con la sua moglie e 17 suoi paren- ti: ma gli Spagnuoli spiegano le vele improvvisamente, e portano gY invitati al mercato di San Domingo. Qui poi suc- cede cosa anche più atroce: i giudici d' appello di San Do- mingo confiscano i 10 schiavi siccome merce di contrab- bando , e se li dividono! In quanto ai due poveri religiosi m missione , fu loro lasciata la vita dagV Indiani dietro pro- messa, che i loro compatrioti rapiti dagli Spagnuoli sareb- bero stati restituiti: ma dopo quattro mesi d' inutile aspetta- tiva , i due religiosi furono uccisi, e questa vendetta ne atti- rò molte altre! Quattr anni dopo Las Casca denunziava invano la iniqui- tà prima : V ardire dei suoi reclami V obbligò ad abbandonai* San Domingo! Furono suscitati tutti gli ostacoli possibili per impedirgli il ritorno in Europa ; non ostante potè sottrarsi ai i i i— ,.— suoi nemici. Giunto in Spagna e trovato malato Ximenes, egli aspettò il nuovo monarca a Valladolid. Cade qui in acconcio parlare d' un altra vetxdita d' uomi- ni , il cui deplorabile esempio era stato dato , cinquant' anni avanti, dai Portoghesi : si tratta della compra e vetidita dei Negri. Ximenes accordava ben dirado il permesso di fare que- sto commercio : ma Carlo , prima di lasciare la Fiandra , cwealo concesso a molti suoi cortigiani. Tutti gli antagonisti dei ricchi possessori d' Indiani (i Fiamminghi fra gli altri per rivalità di nazione , e alcuni Spagtiuoli, perchè non erano interessati nelle questioni coloniali) , vedevano una sorgente di ricchezze nell' impiego dei robusti lavoratori Negri in vece dei deboli Indiani. L'estensione data da Carlo all' introdu- zione dei Negri nel Nuovo Mondo , non ebbe in quell' epoca altri avveìsarii che i cortigiani del defunto re Ferdinando , i quali vedevano diminuire il valore d' affitto dei loro pretesi pupilli. — Non venne allora in idea ad alcuno (neppure a Las Casas) di opporsi direttamente a questo commercio (oggi dichiarato infame) , in nome dell' uguaglianza e della frater- nità di tutti i rami della gran famiglia umana . I frati (ìi- rolamiti di San Domingo chiedevano degl' invìi di Negri per il sollievo degl' Indiani ; e Las Casas, a cui la schiavitù natu- rale non ripugnava , Las Casas il quale credeva che i Negri venduti in Spagna fossero nati schiavi, non pensò (bisogna ben supporlo) di rendere la loro condizione più dolorosa col trasferirli nel Nuovo Mondo, mentre d* altronde egli era sicuro di mitigare così la situazione degl' Indiani) ; laonde apjxtg- giò la domanda dei Girolamiti di San Domingo. Tutte queste ragioni non sodisfano i cuori generosi : in re- altà non esistevano pei Negri minori calamità di quelle che non n'esistessero per gl'Indiani: ma il peso, la responsabilità di questo grande errore e delle sue spaventose conseguenze , noti deve ricadere né sopra Ijos Casa*, né sopra Carlo V, né tam- poco sopra i Portoghesi del principe Enrico; ei deve attribuirsi alla maniera comune d' immaginare e d' intendere la uma- nità in quel secolo; egli è l'effetto delle fatali credulitàdi quei tempi e la conseguenza di abitudini per lunghe generazioni ereditarie. Las Casas non ha introdotto nell' Atnerica il commercio degli uomini e delle donne negre : ma non basta ; si vorrebbe qual cosa di più, si vorrebbe che non vi si fosse sottoscritto; che avesse protestato contro ; che quella mano che tante volte scris- se la parola libertà, non mai avesse, in alcuna circostanza , scritto motto contro di lei. Quello che noi vorremmo avesse fat- to , quello che il tempo , in cui visse, non gli permise fare , lo facciamo noi veramente, noi venuti al mondo trecento anni do- po di lui ? Las Casas non si contentò di parlare contro gli oppressori e di importunire i sovrani di Spagna ed i ministri con incet- tanti ed energici reclami: egli volle opporre al sistema dells carneficine e del saccheggio un esempio pratico, circa il modo col quale i seguaci sinceri dell' Evangelo avessero a procedere nella pacifica conquista del Nuovo-Mondo. Tacerò gli sforzi che fece per riunire alcune centinaia di coltivatori Spagnuoli; la loro partenza per San Domingo ; i bassi intrighi del Consiglio dell' Indie , che lasciò languir* i protetti di Las Casas, e fece andare a vuoto la spedizione e limiterò il mio dire all'unico sperimento, non solo di vera istruzione religiosa ma anche di onesto interesse commerciale , tentato dagli Spagnìwli nel secolo XVI. Las Casas avea chiesto, nel 4549, cento leghe di coste ove poter fondare il regno dell' Evangelo , e dimostrare, per U continuo contrapposto dei fatti, la iniquità degli ipocriti ti- ranni che barbaramente straziavano i semplici figli della o& 4G9 8*« natura sotto colore di convertirli al cristianesimo. Questo piano fu rigettato dai ministri del re di Spagna . Las Casas compre- se il motivo di questo rifiuto, e cambiò immediatamente il me- todo d' attacco . Chiese il permesso d' inoltrarsi nel paese di Cumana con cinquant' uomini di sua elezione, vestito di bian- co e colla croce rossa sul petto : e' faceva travedere in un prossimo avvenire , la fondazione d' una confraternita di Mis- sionari; i prodotti netti della sua intrapresa dovevano essere : /. In capo a due anni, l'acquisto per Sua Maestà di dieci mila sudditi Indiani ; 3. // terzo annp, un prodotto di 45,000 ducati a profitto del tesoro: prodotto , che aumentando ogni anno, nel corso di dieci anni non sarebbe minore di 60,000 ducati; S. La fondazione di tre città, con tre forti, e lo stabili- mento di cinquanta famiglie Spagnuole in ognuna di esse città ; 4. La ricerca delle miniere d' oro , ec. ec. Domandava : mille leghe di costa per non aver alcun rap- porto con il crudel Pedrarias (Pedro Arias) governatore del Darien e della Terra Ferma; dodici frati Domenicani e altrettanti francescani; sei Indiani di confidenza, da sce- gliersi a San Domingo ; la restituzione degli Indiani rubati o fatti prigionieri sopra quella costa, e venduti a San Domin- go, per renderli alle loro famiglie; e domandava, a favore dei SO Spagnuoli che seco condurrebbe, il godimento di un dodicesimo della rendita della colonia , e il diploma di cava- liere dello Spron-d'oro. In caso di morte d'uno di questi , a lui solo doveva appartenere la scelta d' un rimpiazzante . Una clausula essenziale dichiarava , che niun Indiano potesse esser venduto , dato o confidato a titolo di deposito , di com- menda , o altro qualunque ; ma che tutti sarebbero liberi sotto la sovranità immediata del re di Spagna . 0*3 470». Un tal progetto , quantunque sia lontano dalle nostre idee , contrasta tanto con tutti i concetti contemporanei , che si desi- dererebbe fermarvi il pensiero e riposarvi U cuore: reca con- tento il vedere, sotto il solo impero di relazioni di buonvici- nato, d'amicizia, di riconoscenza, imaginatrsi, tentare la co- stituzione di un pacifico rifugio , contro il regime sanguinario che insozza per ogni dove queste terre * amate dal cielo. Ma gli uomini, i quali per abitudine firmano senza difficoltà delle distribuzioni di pupilli lontani mille ciìiquecento o mille ottocento leghe dai propri tutori, osservati bene il loro inte- resse prima di prestarsi a cose sì nuove . / ministri fiamminghi sono solleciti ad approvare la domanda , limitando solamente a trecento leghe (da Paria cioè infino a Santa Marta) la linea della costa domandata da Las Casas : ma il progetto è quindi rimesso dal re al consiglio delle Indie, e qui sembra destituito a morirvi . Las Casas ardisce ricusare il giudizio di questo consiglio ; una commissiotie speciale è chiamata a pronunziare sopra la sua popolazione; e mentre crede di possedere il desi- derato permesso , ecco sopraggiungono nuove difficoltà. Las Casas è obbligato a rispondere a trenta domande . In quesl' intervallo giunse il vescovo del Darien (Quevedoj , che viene a reclamare contro il governatore Pedrarias . Un piccolo aneddoto, riferito da Herrera, darà un'idea del ca- rattere di Las Casas , il quale sembra die fosse allora molto in favore presso V imperadore per via della mediazione dei Fiamminghi. — Bartolommeo apprende, che il vescovo del Darien è a pranzo da un vescovo suo amico ( Mota, ammi- ratore e partitante dei suoi progetti) ; subilo corre là . TV tro- va a tavola don Giovanni di Zugniga , fratello del conte di Miranda , il quale fu in seguito precettore di Filippo II , e don Diego Colombo ammiraglio delle Indie . Dopo il desina- re, il padre Las Casas s'impegna mila difesa della causa 471 degl' Indiani , e biasima la condotta del vescovo del Darien, il quale non atea saputo (diceva) richiamare al suo dovere Pe- drarias colla minaccia delle censure , né i capitani ed i rice- vitori di finanze per gli atti tirannici, dei quali si erano resi colpevoli. La discussione si prolungò , e grandemente si ri- scaldò . Giunto il momento di andare al palazzo, tutti questi per- sonaggi vi si presentarono . Mota disse al re ciò che era suc- cesso in sua casa . Una seduta solenne del consiglio fu fissata dopo tre giorni, per terminare la questione al cospetto del re: vi fu chiamato Don Diego Colombo ; e un Francescano giun- to da poco dall' America fiuvvi introdotto da Las Casus , perchè appoggiasse le sue massime . Dopo i primi complimenti a Sua Maestà e tutte le prelimi- nari cerimonie , il Quevedo terminò col dire al re:» Veden- » do che si rovinava questo paese (la Terra Ferma) , e che » t governatori vi giugnevano cattivi gli uni più degli altri , » risolvetti venire a render conto a Vostra Maestà di tutto » quello che succede, siccome a mio signore e padrone; al » quale solo appartiene il diritto di porre valido rimedio a » tanti mali. — Riguardo agi' Indiani, io conosco quelli fra » t quali ho vissuto cinque anni, e in quanto agli altri ho » traversato il loro paese ritornando in Spagna: sono uomini » nati per la servitù .... » In quanto a Las Casas , ecco il discorso che Herrera gh pone in bocca . * Allo e potente re e signore , io sono dei » più anziani Spagnuoli che abbiano vedute le Indie ; abito » quel paese da molti anni , e fui testimone di tutto quello » che sono per dire; e precisamente perchè ne sono stato testi- » mone oculare (non che io voglia passare per miglior cristiano » & un altro, ma non ho potuto resistere ad m sentimento nar- » turale di compassione), tornai m Spagna a renderne conto al SS ** £- >• re cattolico. Incontrai Sua Altezza a Plasencia, degnò ascoi* » tarmi con bontà, e mi ordinò di andare ad aspettarlo a Si- » triglia, ove darebbe degli ordiniper porre un termine ai mali » degl'Indiani: ma egli morì nel tempo del suo viaggio. Dopo » la morte del re , esposi le cause del mio ritorno in Spagna ai » due governatori del regno, i quali si occuparono seriamente » degli affari dell' Indie. Dopo l'arrivo di Vostra Maestà io » le ho messo sottocchio il prospetto particolarizzato di questa » grande qtwstioìie, ed ho ragioni per credere, c/te V. M. avreb- » be fatta giustizia , se morte non avesse rapito il suo Gran » Cancelliere a Saragozza . Mi occupo tuttora del medesimo » affare ; ma non mancano nemici di ogni bene e di ogni virtù , » che desiderano ardetitemente che al male, clic io mi son fallo » carico di denunziare, non siavi riparo. Vostra Maestàè latito » interessata a prenderne cognizione e a volerm il fitte che indi- » pcndentetnente da ciò, che la sua coscienza reale può inspi- ri rarle a questo riguardo , io devo annunziarle, che tutti i » suoi stati d' Europa riuniti insieme , non sono paragonabili » neper estensione né per ricchezza alla minima parte delle » vaste regioni del Nuovo-Mondo » Questo discorso termina così : » Iai nostra Religione è quella dell'eguaglianza; ella si » adatta a tutti i governi, conviene a tutte le nazioni, non toglie » ad alcuno la sua libertà, isuoi capi per ridurla in schiari- » tò, sotto prelesto che la natura V Ita creata per questa condi- vi zione, come pretende farlo intendere ilrevercìido Quevedo: » di modo che bisognerà, che la Maestà Vostra fino dal prii*- » àpio del suo regno condanni una simil dottrina , e ponga » argine alle funeste conseguenze della medesima.» Il discorso di don Diego Colombo dimostra abbastanza chi l' Ammiraglio dell' Indie era mollo preoccupato dei suoi pro- pri interessi, e pochissimo di quelli dell'umanità. >S 473 1&* Alcuni giorni dòpo questo consiglio , V imperatore e reparti da Baxcdlona, più sollecito di andare a cingersi la corona imperiale che di decidere intorno agli affari del Nuovo-Mon- do. Non basta: fino dal principio del 4520 fu spedita una commissione la quale riferiva : che lo zelo di Pedrarias per ti servizio di Dio e del re essendo ben conosciuto, come pure la sua sperienza nel governo dell' Indie per il progresso della fede e la felicità degli abitanti essendo apprezzata, egli era confer- mato nell'esercizio delle sue funzioni fino a nuov ordine, non ostante i memoriali scritti contro di lui ed inviati alla corte dal vescovo del Darien , e dal padre Las Gasas . Las Casus non si perde di coraggio . // re partiva, egli se- guì il re : ottenne dei soccorsi in vino e farina per i coltivatori che aveva imbarcati per San Domingo , ma questi coltivatori erano ornai o morti o dispersi . // 49 di maggio 4520, fu finalmente firmato dal re il trat- tato per la colonia di Cumana . Las Casas trovò del denaro m prestito, radunò due cento lavoratori , e partì con tre va- scelli equipaggiati e noleggiati dal Consiglio dell'Indie, muni- ti di tutte le provvisioni e di tutti gli articoli necessari per i ba- ratti . Fonseca non avea nulla trascurato per rendere più stre- pitosa la non riuscita del progetto , e affrettare la partenza della spedizione . Las Casas (questo è il suo quarto viaggio) giunge solleci- tamente a San Giovanni di Porto-Ricco ; ma colà , qual fa- tale incontro! Cinque bastimenti e tre cento uomini sono sui punto di partire per questa stessa costa di Cumana, con un destino molto diverso dal suo : Gonzales di Ocampo aveva ordine (da Don Diego Colombo medesimo ) di porre a ferro e fuoco tutta la costa di Cumana , e condurre gli abitanti schiavi a san Domingo: gì' Indiani si erano vendicati del rapimento di due Cacichi e di alcuni loro compagni , collo J xi. 60 •ss M Sh 'iirtwl iure ì conventi di Chiribichi e ili Santa-Fè , stabiliti MpM la costa . L'uccisione ti' un Missionario, ilditcacciamcn- to degli altri , il rapimento delle campane , la rottura delle croci, il ealpestamentodelle imaijmi dei Stinti, arenno irrita- to straordinariamente inuovi abitanti di Haiti , clic mi alla voce chiedevano vendetta contro le popolazioni di quegli MH luoghi , rit-i quali Las Casus progettava da gran tempo di sta- liilire la carità e la pace . La distruzione dei due coiviih , e la dispersione dei toro religiosi , distruggevano d' altronde le sue ultime speranze . Procurò , ma invano , di trattenere Oeampo : ebbe il dolo- rali vederlo partire ! Qual preparativo per la fecondità dei UHM ■NinfaWao faira (594 ) . Las Casas , domenicano, non abbandonò i suoi progetti ■ abbattuto forse , ma non vinto . egli era sempre turbalo tlallr medesime grida , dai medesimi gemiti , e perseguito dalle me- desime immagini . Il suo libro De uno vocatìooh modo | Di sola moda di convertire ) noti è che la storia della pazienza t della dolcezza , che egli continuò a mettere tri pratica nrifr sue relazioni con gì' Indiani . 477 Mei 4325, don Alvarez de Osorio, nominato vescovo di Ai- caragua, vuole presso di sé Las Casas ; e Las Casus istituisce in questa città un convento di Domenicani. A San Domingo gliSpagnuoli avevano voluto ucciderlo; qui il governatore l'accusa di predicare V insubordinazione ai soldati , perchè pretende , che la carità è la sola arme con la quale bisogna attaccare gì' infedeli . Quindi et va nella provincia di Guatinola , ove battezza (come altrove) il maggior numero d' Indiani che può; procu- rando così di ripararli e difenderli dal disprezzo degli Spa- gnuoli: di là passa con alcuni missionari in un paese chia- mato fino allora il paese delle ostilità, e che da lui pacifica- to, e sottoposto senza guerra al re di Spagna , riceve il no- me di paese di Vera Pace ( Vera-Paz) — Passo sotto silenzio varie missioni di Las Casas nel Messico. Lo storico Spagnuolo Torquemada ricorda, in data del 4533 , varie istanze fatte invano da Las Casas alla corte di Spagna, tendenti a proibire, che gV Indiani fosser dati come schiavi . Nel 4533 , Las Casas (di ritorno a San Domingo dal suo quinto viaggio) andò a cercare ne' boschi e ricondusse in città un Cacico cristiano di San Domingo, il quale, da moltipli- cate ingiustizie, era stato ridotto a rifugiarsi nelle montagne, donde facea da più anni la guerra agli Spagnuoli. Verso quest'epoca, Ijxs Casas fece parimente un viaggio al Perù ; prima di presentare anche una volta le sue lagnanze e le stie domande alla corte di Spagna, volle vedere coi pro- pri occhi le tiranniche istituzioni, colle quali si eludevano le leggi di libertà recentemente pubblicate. Egli contribuì non po- co ed viaggio che fece a Roma il priore dei Domenicani di San Domingo; dietro le rimostranze furono pubblicate dal Ponte- fice diverse bolle in vantaggio de' poveri Indiani. In una di J queste bolle, che ha la data del !) Giugno 1557 , papu Pi III parla in questa sentenza — " Alcuni irì'iiislri dei D- nio, spinti italln sfornalo datdetia ili saziare la loro a\ zìa e k- laro ingiuste pastumi , ardiscono fliuìurnamcnte sicurare , che gl'Indiani Ostentali ed Occidentali , ed popoli ilei quali è stata a turi parlato in putti aitimi (cmj devono esser trattati e sottoposti al tvnvrio dagli StWùfd me se fossero animali bruti; e non temono dire , che som capaci di concepire e professare la nostra santa religione: dt modo tale che , dopo arerli ridotti alla più orribile s<-hiaritu. li torni' alano e opprimono al punto, che il mate che fan ]irn- Mn nih' bestie da soma forse e minore di lineilo col quale primona queste creature disgraziate. Or noi, che siamo, qui tunque indegnamente , il vicario di' Gesù Cristo sopra la terra e adoperiamo tutti i mezzi ette sono in poter nostroper rin- tracciare le pecorelle amanite e ricondurle sul retto sentiero ttdtmfimdo cos'i al dovere impostoci) , istruiti che per la lo- ro qualità di veri uomini gì indiani non solo sono in stata d'abbracciare la fede di Gesù Cristo, ma che la ricevono anzi con la più grande sollecitudine ; volendo rimediare agli abuai stillici denunziati, in eirti» della nostra autorità aposto- lica decidiamo e dichiariamo in forza delle presenti: die j det- ti Indiani, e tutte le altre popolazioni che saranno in seguito scoperte dai Cristiani, sebbene ignare della fede di fini fri- si» rio» debbono perciò essere private della loro libertà né del possesso dei loro beni ; e che solamente col mezzo della predi- cazione , e con l'esempio d'una condotta veramente virtuosa, bisogna attrarli ed impegnarli ad abbracciare la nostra santa religione. In conseguenza, ordiniamo , che tutto ciò che tari contrario alia presente risoluzione sia considerato come nullo e di ni un effetto ... WO- z 479 // sesto viaggio di Las Casas ( 4537 ) fu consacrato ad eseguire molte escursioni pacifiche nel Messico: e due anni do- po (4539) ei ritornò a supplicare il re, a nome dei vescovi Americani, perché volesse inviare nel Nuovo Mondo un mag- gior numero di religiosi, e proibire le spedizioni militari, vede a dire i saccheggi ed i massacri (4) : ma il re era asseti- te. Aspettando il suo ritorno, l'instancabile difensore degV In- diani pubblicò varie opere in loro favore. La più celebre di esse (4544-4542) è la Relazione compendiata della distru- zione dell' Indie. Nel 4542 , V imperatore e re Carlo V fece chiamare Las Casas al cospetto del Consiglio , e gli accordò la facoltà di esporre liberamente la situazione dell' Indie. Un congresso di vescovi, consiglieri, giureconsulti e teologi adunossiin Val- ladolid, e fu favorevole a Las Casas: le disposizioni ond'egli da tanto tempo avea proposte le basi, adottate dall'assemblea e dal re convertite in ordinanze, furono pubblicate a Madrid nel novembre del 4543. (i) (1) Nel 1539, Don Antonio di Mendoza viceré della Nuova Spagna, die- ; tro le preghiere di Las Casas, del vescovo di Guatimala e di molti altri reti- i giosi domenicani, rinunziò a spedire soldati nell'interno, per convertirvi j gl'Indiani e fare nuove scoperte (hkrrera). j (2) Il 90.*° articolo di esse comanda di cessare di Tare schiavi gl'India- ni, né sotto pretesto di ribellione, né per baratto, né a qualunque altro ti- tolo; e di considerarli tutti come uomini liberi e sudditi di Sua Maestà li re di Spagna. L'articolo 21. ■*> proibisce di costringere gl'Indiani al servizio di domestici obbligati. In forza del 22™', tutti gl'Indiani attualmente schiavi devono esser dichiarati liberi , a meno che i padroni non giustifichino di possederli a titolo legittimo , come per esempio per averli comprati all'epoca in cui l'acquisto ne era permesso. Col 24.*° inibiscasi di astringere gl'India- ni a lavorare per gli Spaglinoli alla pesca delle perle (si permette impiega- re i Negri a questa* pesca , purché però non vi sia alcun danno a temere per la loro vita ; che se il pericolo fosse stato reale la pesca dovea totalmente cessare). Il 25.*0 articolo proibisce ai viceré, ai governatori, ai vice go- vernatori, agli offiziali del re, ai prelati, ai monasteri, ai religiosi, agli spedali, alle confraternite, alle case di banco, ai tesorieri, e agl'impiegati | de! Osco, di possedere degl'Indiani a titolo di depoiito (aggiunge, che se Ma queste leggi rimasero tacitamente annullate -pam i la toro promulga zinne , e ciò per calmare Ì tumulti e kr j ogni dorè eccitili ouo fra i coloni d'America . Stilo tiene tomo, Carlo V incorici) Las Casus tli scriu un trattato, intorno al rimedio da praticarti contro gai muli: ìl libili del Domenicano risponde natta tutti- le far che il rimedio è la libera zinne degl' Indiani , e la loro pai Stazione completa ai sudditi Spaglinoli. \el iii54 , Las Casus ricusò ìl ricco vescovato di Cuzt offertogli dal re: ma accettò (area "IO anni | quello di Chia- pa . dipendente dalla Nuitea Spagna: vescovato senza ve ne fossero chi.' avrs-er sofTcrtii quellii tiiiiriiziune, dovessci le esser dichiarali fiHiKI liberi del re, quand'amile coloro che li possedè lerorinunziasseroal loro Impieghi) . Il il.*- dice, che le commrndt «bini- li subiscano una rifurma ed una riduzione nel diritti che perciponn, il S8.™ vuole, chi- i cornine ni] «lo ri colpevoli di troppa severità renai loro schiavi, vengono privali delle recitile commende, mentri! i «udifili spet- tanti ail esse diverranno fino ila quel momento tributari del siilo re. Col- l' articolo an,™« si stabilisce, che i viceré, i governatori, I tribunali ce, non potranno più concedere lummi'iulc, essendo ormai questa facoltà riservata al «ohi re. Col 55,™ si ferma, che gli Spagnuoli rlie avranno scoperto un nuo- vo paese non potranno farne schiavi eli abitatori, ne impadnniir-i di ciò •{<•■ ad essi appartiene meno che per vi» dei baratti fatti perù alla presenza d'un pubblico unciale. Col 3*.*° il ordina ad ogni Speguuolo che imprenda ij «coperta di nuove tene, di condurre seco due religiosi , i quali avranno li liberto di restare nel paese, se ad essi giacesse, ini Ti"..»" si proibisce u.J ogni viceré, governature, ce, d'Intraprendere nuove scoiarle »e tira ordini' esenta permesso de' superiori; e l' articolo seguente ingiunge :ii \\i-i-.r. .-■ vernatori, ec, i quali avessero ut temilo que-le permesso o ordine, di con- formarsi al contratto dellr i-omiuE'ndr, ce , ec. Il I».»» vuole, che unadrllr condizioni essenziali del detto cmilrati.i aia quella di non fare né schiavi ne servi: e non concede al coni menda Iure altro diritto che quello di reclamare la tassa dovutagli per il suo titolo, ma miri timi servizio personale, i natu- rali essendo liberi sotto questo rapporto quanto gli Spagnuoll medesimi. Fi- nalmente l'articolo 39.™ dichiara , rbe gl'Indiani dell' isole di San Dominio, di Cuba, e di San Giovanni l'orlo Micco j, non pagheranno alcuna (perir ili tribolo, finché il re vorrà loro lonseriarc questo favore, il motivo iM quale é in particolari ctrroafoiua , che hanno comtnursu il cuore di Suj Maestà. Con qual popolo ebbe dunque da fare il legislatore, che sì vide rido" ■■ alla necessito d inserire tuli rondizioni nel suo codice! * 481 ricchezze, e dotato di odii accumulati e condensati nel cuore degl'Indiani dalle inaudite crudeltà degli Spagnuoli. Giovanni di Torquemada (Francescano) a questo proposito dice:» il vescovato di Chiapa ebbe per primo vescovo don Bartolom- meo di Las Casa*, frate Domenicano, al quale tutti gV In- diani, non che i regni e le provincie dell' Indie hanno le più grandi obbligazioni, per essere egli stato il loro instancabile protettore, durante molti anni, e con pene indicibili, presso i nostri sovrani » . Nel 4544 , settimo viaggio di Las Casas. Il primo uso che egli fa della sua autorità vescovile, è di proibire ai preti della sua diocesi di assolvere coloro che posseggono schiavi Indiani, quand'anche abbianli comprati; li dichiara in stato di pec- cato mortale, fin che non abbiano restituita ad essi la libertà Questa dottrina accrebbe il numero dei suoi nemici; tutta la Nuova Spagna, tutta l'America Spagnuola risuonò delle grida furibonde dei proprietari d' Indiani, che lo denunziarono al re come traditore , spergiuro, infedele. Finalmente, nel 4541, si vide il venerabil difensore degl Indiani, (tornato per la settima ed ultima volta in Spagna) tradotto dagli agenti del- la giustizia davanti il Consiglio dell' Indie : ma trenta pro- posizioni (4) che egli sostenne in propria difesa, imposero si- lenzio alle calunnie sparse contro di lui; la principale era, che egli avesse attentato ai diritti dei re di Spagna nei loro pos- sessi d* America. Le dottrine politico-religiose di Las Casas, intorno ai di- ritti ed ai doveri vicendevoli da osservarsi tra Spagnuoli ed Indiani, dottrine che ledevano alle orarissime mire di quelli e ridondavano a sollievo delle miserie di questi, suscitarono (1) Furono stampite nel 1554. i xi. Gì ~3 482 e-. centra U tori» illustre autore uno di' più rinomati guireconmdtì di tjiw ' ifn.pì. Jmii Sion 'li StputtttUt, ùtorìognfo del- l' imperatore e re Carlo V, i nemici del venerando pasture nniio rome te teste ilei! idra; abbattuta qursta , presto rnor- gccti queliti , e rosi rifticcrusi prohleimitìen min gm-sliime, dul- ia fittile purea che il filantropo oppugnatore ne funse usiti., infittii . hi quattone tra Las Casus e Sepulvetlo fu linuja ni urinata, e dette luoaoalla pubblicazione di molti opulenti d'.i una porte e dall' altra (le principali sono queliti De juslis Belli causi*, di Srpulecda: e ('Apologia (ielle opinioni del v«KO«a di Uiiajia in favore della libertà degl'Indiani, di Las Casus. In corte, gli uni prrscr partito per jiii lf' nf(iinii_ gli altri per Scpulveda. I.' imperatore , per dare a questa d>- xrttssi'tuc una forma più solenne , convocò ( nei t'ÌSO / a Yal- latlulitl un ossei/iblea di teoloyi r prelati, e giureconsulti : Si discusse . al dispetto del Consiglio deli Indie , la questione di stiline se era o nò premesso fare la guerra agi Indoliti , par conquistarne iipucse nel caso inciti non volessero ammettere la religione cristiano , ni- sottomettersi volontariamente ai re di Ctisliglia dopo essere stati intimati. » Sepulerdn espose Usuo sistema . e Los Cosa» in cinqui sedute lesse le sue trenta pro- posizioni: il confessore di Carlo V raccolse le ragioni delle parti. Stpulvtda pubblicò ài appresso Dodici Objeztoni quali Las Vasai rispose con litui lunga Keplira. Iji* Coki* ••- tara con vera opportunità . in favore del suo assunto, la flih- bia, e invocava le istruzioni piene di beiierolrnsa date a Co- lombo per ordine d' Isabella Iti Cattolica, 'di epoca de! tècm- dn viaggio di' quel nocchiero ; e (inatiiumtc una etanstdu fimt di limita del testamento della detta regimi. La vittoria, legalmente , dì diritto, rimase ali instata Aù : prelato , poiché il Consiglio no» potè resistere all'ascendente del vecchio venerando , e gli ordinò la composizione . del o$S *g SS* /tòro, c/ie? egli fece imprimere a Siviglia nel 4552 , Sopra la libertà degl'Indiani, i quali sono tuttora schiavi. — Gli abusi però continuarono, di fatto, come prima in America . Las Casas, negli ultimi anni ed viver suo, compose varie opere; fra le altre una Storia Generale dell'Indie (4), la quale, in ordine al suo testamento , doveva esser stampata 60 o 70 anni dopo la sua morte; ma il Governo Spaglinolo non permise che questa condizione si adempisse. — Nel 1555 egli scrisse al precettore di Filippo II don Bartolomeo Carranza di Miranda, una lunga lettera sul progetto manifestato dal re intorno alla perpetuità delle commende. La Corte essendosi trasferita nel 4562 a Madrid, il reite- rando vecchio non esitò un momento , a malgrado la sua età avanzata, ad abbandonare Valladolid per essere, fino all' ul- timo momento di sua vita, in grado di difendere quella bella causa, che ad onta di tanti sforzi non avta potuto ancor gua- dagnare che di diritto : di 90 anni scrisse una Memoria in fa- vore dei naturali del Perù. Las Casas morì a Madrid nel 4566 , nell' età di 92 anni , dopo avente impiegati 66 nell'esercizio di una instancabile ca- rità, non computando la sua missiotie, che dal giorno in cui rese alla libertà lo schiavo indiano donatogli da Colombo. Qual vita! qual costanza nell' operare il bene ! qual fiducia nell' avvenire! qual delicatezza di sentimento ! che inespugna- bile onestà! Ei traversò V Oceano quattordici volte, e innu- merevoli sono le gite , che fece attraverso alla Spagna e nelle regioni più inaccessibili del Nuovo Mondo , in mezzo a popo- lazioni esasperate , in mezzo a compatriota accecati dalla se- te dell' oro. (1) Il ras.0 cora ponesi di 830 fogli distinti in 3. volumi. PROEMIO BREVISSIMA RELAZIONE DELLA DISTRUZIONE INDIE lrono discoperte le Indie l'anno ili i I lei 1 1 Min-' predir un >\;ml:n! tu'. I .'.ill- » no seguente cominciarono ad ahi- : tnrle i Cristiani Spaglinoli ; di mo- do L'Iie sono quaranlanove anni che quantità di Spaglino- li vi andarono : e la prima terra nella quale entrarono per ulularvi Tu la grande e felicissima isola Spagnuula, ohe ha eicento leghe di circuito. Vi -nini all'intorno da tulle le parti altre isole intioile e itìlto grandi: ed erano ; e noi le abbiamo viste ' le più rapii- rifai- ■tritala e pione di popoli Indiani, loro naturali esaer tma popolata nel monde. La terra i '■ - 1 - r • i . i . che dalla parie più vicina è distaine da quest'isola poco pili di ducenlo e cinquanta leghe, ha di costa mariLlima più di diecimila leghe di&toporta ed Ogni giorno se ne scuoprono più), tutte piene di genti coinè in alveare di api, in quello che si è scoperto fino all'anno del quarantunn: sicché pare, che Iddio abbia posto in quei pae- si tutta o la maggior parte del lignaggio unii Tutte queste infinite genli creò Iddio totalmente sei ci , senza malizia né doppiezza , obbedientissime e ledei me ai loro signori naturali e adi Cristiani ai quali servono: sono le più umili, pazienti , pacifiche e quiete, di quanti siano al mondo; senza conlese De tumulti , non rissose, non querule; senza rumori , senz'odio, senza desiderio di ven- detta. Sono parimente le genti più delicate, deboli e tenere di complessione, e quelle che meno di ciascun' altra possono sorporlar le fatiche, e più facilmente si muoiono di qua! si voglia infermità; sicché neauco i figliuoli de' principi e de' signori fra noi altri, allevali nelle reggie ed aiu'zzi ;i vita delicata , non sono più delicati degl'Indiani, neanche di quelli clic fra di loro sono di razza di contadini. Sotti anche genti poverissime , e che poco posseggono o vogliono possedere di beni temporali; e perciò non superbe, non am- biziose, non avare . Il mangiar loro e tale , che non pare fosse più parco uè manco dilettevole e cosi povero quello dei Santi Padri nel deserto. 11 vestir loro e l'andare comunemente ignudi . coperte le vorgogne ; e al più si cuoprono con una coperta di bambagia , che sarà come una canoa e mezza o due di tela in quadro. 1 loro letti sono una semplice sloia: e ni LETTERE M7 più dormono in certe cose come reti pendenti, che nella lin- gua deir isola Spagnuola chiamano llamacas . Sono parimente di puri , non impediti e vivaci intelletti molto capaci e docili in ogni buona dottrina, attissimi a ri- cevere la nostra santa fede cattolica , e ad esser dotati di costumi virtuosi ; anzi hanno manco impedimento a questo, di quante altre genti creò Iddio nel mondo . E sono creature cosi imporluue , da che una volta co- minciano ad aver notizia delle cose della fede , per saperle, e nel frequentare li sacramenti della Chiesa ed il culto di- vino, che (iodico il vero e non esagero) li religiosi hanno bisogno per sopportarli di esser dotati da Dio di un dono di pazienza molto segnalato ; e (Analmente ho inteso dire da molti Spagnuoli secolari , da assai anni in qua e ripetute volte, non potendo negare la bontà che in quelli vedono : certo queste genti sarebbero le più beate del mondo, se so- lamente conoscessero Iddio . Fra queste mansuete pecorelle dotate delle sopradette qualità dal loro fattore e Creatore, entrarouo gli Spagnuoli, subito che le conobbero , come lupi, tigri e leoni di molti giorni affamali . E non hanno fatto altro da quaranta anni in qua, né altro fauno al giorno presente, che lacerarle, ammazzarle , affliggerle , tormentarle e distruggerle , con le strane, nuove, diverse e non mai più viste ed intese né lette maniere di crudeltà, delle quali alcune poche di sotto si di- ranno; e questo fecero e fanno in modo tanto estremo, che essendovi nell'isola Spagnuola più di tre milioni di anime , le quali noi vedemmo , oggidì non vi sono , dei popoli na- turali di esse, dugeoto persone. L'isola di Cuba è quasi tanto lunga come da Vagliadolid a Roma: ora è quasi del tutto deserta. L'isola di San Gio- vanni e quella di Giamaica, isole molto graodi, felici e graziose, ambedue sono desolale. Le isole Lucale , che soi vitine alla Spaglinola od a Cuba dalla parte del settentrio- ne, le quali sono pia di sessanta con quelle che chiamavano delti Giganti e altre isole grandi e piccole ,' In peggior di quali é pili ferlilc e graziosa elle il giardino reale di Siv e In piti sana lerra del mondo) e nelle quali vi erano più cinquecento mila anime , oggidi non hanno pur una sola creatura . Tutte lì Spaglinoli le uccisero, eondueeridole o per condurle all' isola Spagnunla , dappoiché videro che an- davano mancando i popoli naturali di essa. Andando un m vilio.or sono Ire anni , a cercar per esse la genie die vi fosse Cimasa , essendosi mosso a pietà un huon Cristiano per convertire e guadagnare a Cristo quelli che vi si ritrova- sito, non si rinvennero se non undici persone, le quali io vidi. E più di trenta altre isole, che sono nel contorno del- l'Itola ili San Giovanni , per la medesima causa sodo di- stratte e spopolale . Tutte queste isole costituiranno più due mila leghe dì terra , che sono affatto spopolale e desi Della gran terra ferma siamo certi, che i nostri Spagnix li , con le loro crudeltà e nefande operazioni , hanno spopo- 1 1 1 i i' desolati, sicché al presente sono descrlali benchèfos- sero già pieni di genie, più di dieci regni maggiori di lulln la Spagna , benché vi si conti Aragona e Portogallo : pio l più paese due volte die non è da Siviglia a Cerusalemme, die sono più di due mila teglie. Daremo per conio certo e reale, che nei delti quaranta anni, per le tirannie ed operazioni infernali delli Cristiani. sono morti ingiustamente e tirannicamente più di dodici mi- lioni di persone, uomini , donne e fanciulli; ed io credo in verità , né penso d' ingannarmi, che siano piti di quindici. Due modi generali e principali hanno tenuto quelli cS* sono andati là, i quali si chiamano Cristiani , indi' eslìr| i dì- r nuo- LETTERE 489 e torre dalla faccia della terra quelle miserabili nazioni : l'uno con ingiuste , crudeli e tiranniche guerre; l'altro mo- do usato è questo : dopo avere ammazzato tutti quelli die potessero anelare o sospirare o pensare alla libertà o ad uscir de9 tormenti che patiscono, Come sono tutti li signori naturali e gli uomini valenti (perchè comunemente non la- sciano vivi nelle guerre se non li giovinetti e le donne), op- primono i deboli ed inermi con la più dura, orribile ed aspra servitù, nella quale possano mai esser posti uomini o be- stie • A queste due maniere d' infernale tirannìa si riduco- no , riferiscono o subalternano , come a generi , tutte le altre molle e diverse di esterminar quelle genti, che sono infinite. La causa per la quale li Cristiani hanno ucciso e distrut- to tante e tali e cosi infinito numero d'anime, è stato sola- mente per aversi proposto per loro ultimo fine Toro ed il colmarsi di ricchezze in brevissimi giorni, e salire a gradi molto alti e sproporzionati alle persone loro; cioè, per la insaziabile avarizia ed ambizione eh9 hanno avuto , che è stata la maggiore che potesse esser nel mondo , per esser quelle terre tanto felici e tanto ricche ^ e le genti tanto umi- li, tanto pazienti e cosi facili ed essere soggiogate: alle qua- li non hanno avuto più rispetto, né fatto di loro più stima né più conto ( io parlo con verità, per quello che so ed ho veduto in tutto il corso del tempo predetto ) , non dico che di bestie, perchè piacesse a Dio che come bestie l'avessero stimate e trattate, ma come, anzi meno , che lo sterco delle piazze . A questo modo hanno avuto cura delle vite e delle anime loro; e perciò tutti li numeri e li milioni sopradetti d'uo- mini sono morti senza fede e senza sacramenti. Ed è verità li. <« 490 LAS CA&A.S molto notoria, e comprovata e confessata da tutti , fino dagli stessi tiranni ed omicidiarìi , che mai gì1 Indiani di tutte le Indie non fecero alcun male alti Cristiani ; anzi li stima- rono come venuti dal cielo , ne si ricrederono che dopo aver ricevuto dalli medesimi ripetutamente molti mali, come Ladrerie, morti , violenze e vessazioni . :«.i ALL'ALTISSIMO E POTENTISSIMO SIGNORE IL PR!\C1PE DELLE SPAGNE IH» FILIPPO Mtittimo e potenlitiimo Signor* L. [ eli,' ittita Sjja^'iiuula nriniameole i | Cristiani , come dicemmo, entrarono *mim Tom st^uiob e diercoininciamento alle immense stradi e distruzioni di queste genti, per cui prima d'ogni ultra la distrussero e disertarono . Cominciarono li Cristia- ni a levar le mogli ed i figliuoli e gì' Indiani per servirsene ed usar male dì essi, e a mangiare le sostanze dei sudori e delle fatiche loro non contentandosi di quello ebe gì' Indiani davano spontaneamente e conforme alla facoltà eoe ciascu- no aveva ; la quale è sempre poca , perchè non sogliono te- ner più di quello, che serve al bisogno loro ordinario, e che accumulano con poca fatica: ma quello che basta a tre ca- se di dieci persone i' una per un mese , un Cristiano se lo mangia e lo distrugge in un giorno . Usarono molli altri sforzi, violenze e vessazioni ; sicché presto gl'Indiani si ac- corsero che quegli nomini non dovevano esser venuti dai cielo . Ed alcuni ascondevano i loro viveri ; altri le mogli , e li figliuoli ; altri se ne ruggivano alti monti, per allontanare da gente di cosi dura e terribile conversazione . Li Cristiani davano loro delle guanciale , de' pugni , e delle bastonale, mettendole mani fino sulli signori delle terre: ed arrivò questo a tanta temerità e sfacciataggine, che un capitano Cristiano violò per forza la propria moglie al maggior re R signore di tutta l' isola. Da questo fallo si mossero gì' Indiani a cercar maniera di cacciare li Cristiani dai loro paesi : diedero di mano alle ar- mi , le quali sono assai deboli, poco atte ad offendere, <■ poco forti e manco buone alla difesa: perlochè tutte le guer- re loro sono poco più che li giuochi di canne dei nostri fanciulli. Li Cristiani, con li loro cavalli e spade e lance, coiniii- ciavano a far uccisioni e strane crudeltà in quelli: entrava- no nelle terre, uè lasciavano fanciulli , uè vecchi, né donne gravide, né ili parlo, che non le sventrassero e lacerassero, come se assaltassero tanti agnelletti posti nelle loro mandrc. Facevano scommesse a chi con una coltellata fendeva un uomo in due pezzi , o gli tagliava la lesta di un colpo , o gli discopriva le viscere : staccavano le creature dal petto delle loro madri-, le prendevano per li piedi e le percuotevano colla testa nelle rupi : altri le gitlavano nei fiumi , ridendo- si e burlando : altri infiue le mettevano a 111 di spada insie- me con le madri e con tutti quelli che si trovavano innanzi. Appiccavano per la gola ipoveri Indiani, e poscia metteva- no legne e fuoco sotto, e gli abbruciavano vivi ; mentre ad altri circondavano tulio il corpo di paglia secca, legandoteli LETTERE 495 dentro e attaccandovi il fuoco , e cosi gli abbruciavano: infine ad altri, ed erano tutti quelli che volevano serbar vivi, tagliavano ambedue le mani , e gliele facevano portare attaccate al collo e dicevano : andate a portar lettere ; cioè portale le nuove a quelle genti che sono fuggite nei monti. Per ordinario uccidevano i signori e li nobili a questo modo: facevano alcune graticole di legni* sopra forchette e ve li legavano sopra ; e sotto vi mettevano fuoco lento, on- de a poco a poco, dando strida disperate in quei tormenti , mandavano fuori I* anime. Io fui: una volta testimone di questo fatto : erano sopra le graticole molti Indiani ad ab- bruciarsi, tra i quali contavansi quattro o cinque principali signori : or perché gridavano fortemente e davano fastidio o impedivano H sonno al capitano , comandò che gli stran* gelassero : ma il bargello che gli abbruciava , il quale era peggiore che un boja(eso come si chiamava, e conobbi anco i suoi parenti in Siviglia ) , non volle affogarli ; anzi , con le sue mani pose alcuni legni nella bocca, perchè non si facessero sentire , ed attizzò il fuoco, finché morirono arro- stiti com' egli voleva . Io vidi tutte le cose sopradette , ed altre infinite. E perché tutta la gente che poteva fuggire ^si serrava nelle montagne ed ascendeva nelle rupi , fuggendo uomini tanto privi d'umanità, cosi empi e più feroci delle belve, estirpatori e capitali nimici di tutto il genere umano ; gli S(>agnuoli avvezzarono ed ammaestrarono alcuni cani fe- rocissimi , i quali vedendo un Indiano in un credo lo face- vano in pezzi , e più volentieri lo assaltavano, e se lo man- giavano che se fosse stato un porco • Questi cani fecero stra- gi e beccherie grandi. E perchè alcune volte , sebben rare e poche, gì' Indiani ammazzavano alcuni Cristiani con giusta ragione , fecero una legge fra loro , che per un Cristiano che parli vanti afal- I tra- , ebbe- ne un vessr- W; LAS i; A S A s gl'Indiani ammazzassero, li Cristiani dovessero ammazz* cento hi' !i. 'ili . Sono lauti i particolari, che in questi anima slruzinni di quelle gemi avvennero, ebe non polrebberoca- pire in lunga scrittura: perche io verità in credo, che per Dotto «'he ne dittisi , non potrei esprimere di mille parli una. lo voglio solo, circa le guerre Tatte agli Indiani d l' isola Spaglinola, concludere eoi dire ed affermare avanl Idditi ed in mia coscenza, ch'essi, perchè fossero loro fat- te tulle le ingiustizie e le malvagità dette e l' altre che Ira- llBCÌO e potrei dire , non diedero né maggior causa né ebbe- ro maggior colpa di quello che potrebbe dare o avere u roiivfulo di buoni e ben regolali religiosi, perché dove: in esser derubati ed uccisi , e quelli che sopravanzi ss mi esser posti in perpetua cattività e servitù di schiavi . E di più attesto , che per lutto lo spazio del tempo che tulle le mol- titudini (le' popoli di quell'isola furono uccise e distrutti', per quante iu possa credere o congel turare, non commiscro conlra li Cristiani pur uu solo peccalo mortale che dagli munirli meritasse d'essere gastigalo : e quelli chea Die solo sono riservati , come li desideri! di vendetta, l'odio ed il rancore che potevano avere quelle genti cantra tanto ca- pitali inimici , come furono a loro li Cristiani , questi cred'io che cadessero in molto poche persone degl' Indiani; i quali nlengo che fossero i per la molta esperienza che ho di loro pOCO più impetuosi e rigorosi di fanciulli o giovanetti di dieci o dodici anni. E sodi certa ed infallibile scienza, rltr gl'Indiani ebbero sempre giustissima guerra contro li Cri- stiani, e li Cristiani mai non n'ebbero alcuna che fosse giusta contro gì' Indiani; anzi furono tutte diaboliche ed ingiustissime , e mollo più di quello che dir si possa d' alcun LETTERE 495 tiranno del mondo ; e l' istesso affermo di quante n' hanno fatte in tutte le isole . Dopo finite le guerre, e con esse le uccisioni, divisero fra di loro tutti gli uomini , restando per ordinario li giovinet- ti , le donne ed i fanciulli , dandone ad uno trenta , ad un altro quaranta, ad un altro cento e dugento, secondo che * ciascuno era in grazia al tiranno maggiore , che chiamava- no governatore: e così avendogli compartiti, gli davano a ciascun Cristiano sotto questo pretesto : che dovesse ammae- strargli nella fede cattolica; ma essendo essi comunemente idioti ed uomini crudeli , avarissimi e viziosi , come pote- vano essere istruttori e curati delle anime ? La cura e pen- siero che n'ebbero, fu di mandargli uomini alle miniere a cavare oro ( che è una fatica intollerabile) e di obbligar le donne a cavare e coltivare il terreno , fatica da uomini mol- to forti e robusti: non davano da mangiare agli uni né alle altre , se noti erbe e cose che non avevano sostanza ; laon- de seccavasi il latte nelle mammelle delle madri , e cosi mo- rivano in poco tempo tutte le creature . E perchè li mariti stavano separati , che non vedevano mai le proprie mogli , mancò fra loro la generazione : essi morirono nelle miniere di fatica e di fame, ed esse nelle stanze o capanne della cam- pagna per la medesima causa. A questo modo si distrussero tante e tali moltitudini di popoli di quell'isola, e cosi po- trebbero aversi distrutto tutte quelle del mondo. Egli è impossibile riferire le some, che ponevano sopra le spalle di que' miseri , pesanti tre e quattro arrobe, facendo- gli camminare cento e ducento leghe : e li medesimi Cristia- ni si facevano portare dagli Indiani nelle amache, che sono come reti ; perchè sempre si servirono di loro come bestie da soma • Avevano piaghe nelle spalle e nella schiena come bestie piene di guidaleschi . Il dire parimente le staffilate , le bastonate, irli schiattì, i pagai , le maledizioni altre sorta di tormenti che davano a quelli, mentre si afla- trcavano. in verità elie non si potrebbe in multo tempo, né in molta carta . e sarebbe cosa da Tare stupire gli uomini . É da notare, che queste isole a queste terre comintia- ronsi a distruggere, dacché ivi si seppe la morte della sere- nissima ràgli donna Isabella , che fu I' anno 150-1 ; perché, inlino a quel tempo , in quesl' ìsola erano state distrutte so- lamente alcune province, con ingiuste guerre ma non del tutto ; e questi falli per lo più e quasi lutti si tennero oc- culli alla regina : perché la regina che sia nella s.inLi glo- ria aveva grandissimo pensiero e maraviglioso zelo della salute e prosperila di quelle genti , come sappiamo noi, che abbiamo visto con gli occhi proprii e toccalo con le nostre mani gli esempi di ciò . Deesi notare in questo un'altra re- gola, ed è: che in tulle le parti delle Indie, dove sono andati ed hanno passato li Cristiani . sempre mai fecero conlr.i gl'Indiani tulle le uccisioni sopradette , ed usarono tir.ui-- nìe ed oppressioni abbominevoti contra quei pepali inno- centi, ed aggiunsero oynor maggiori e nuove maniere di tormenti , e tempre mai furono più crudeli; perche Iddio ^li baciava Cader più di lancio, e precipitarsi in reprobo sei II. p, assarono gli Spagnuoli air Isola di San Giovanni ed a quella di Giamaica, che erano tanti giardini e tanti alveari di api , T anno 1509, con IMstesso Gne e proposito col quale furono alla Spagnuola, anzi vi aggiunsero di più molte se- gnalate egrandissime crudeltà , ammazzando ed abbrucian- do ed arrostendo e gittando ai cani feroci quelli infelici abi- tanti; e dopo di ciò opprimendo, tormentando e travaglian- do nelle miniere e neir altre fatiche quelli innocenti , Gncbè gli consumarono e distrussero : poiché vi erano nelle dette isole più di seicento mila , e credo anche più di un milione d'anime, ed oggi non vi sono in ciascuna dugento persone. Tutte sono perite senza fede e senza sacramenti . XI. 65 IH. Ij anno 1511 passarono gli Spagnuoli all'isola dìCuha, la quale, come dissi, e cosi lunga quanto da Yagliadolid a Roma . Quivi erano gran Provincie di popoli die presto fi- nirono nelle maniere sopradelte: e molto più crudelmente degli altri, senza comparazione, furon trattali ; laonde oc- corsero cose molto segnalate. Per esempio, un principe e signore molto regguardevole, clic aveva nome Hatuev.il quale era passato dall'isola Spagnuola a quelle di Cuba con molla della sua gente , per fuggire dalle calamità e dalle inumane operazioni delli Cristiani, avendo avuto nuova da alcuni Indiani , che lì Cristiani passavano ad essa , raccolse molta o tutta la sua gente e le dissu: — già sapete, come si ragiona, che li Cristiani se ne vengono quà;ed avete esperien- za come hanno trattato li signori tale , tale e tale , e quelle genti dì I la vii {che è la Spagnuola ; ; l' istesso vengono a far qui. Sapete forse perché lo fanno 7 — Risposero di no; a (in- no che non lo facessero perchè son per natura crudeli e cat- tivi— Nou lo fanno (soggiunse egli I solo per questo; ma perchè hanno un Dio , il quale adorano e amano mollo ; e per averlo da noi e adorarlo, studiano di soggiogarci e ri levano di vita. — Egli aveva appresso di se una cestella LETTERE 499 piena d'oro, con gioie; e disse : — Vedete , ecco il* Dio delli Cristiani ; facciamogli , se vi piace, areytos (che sono balli e danze) che forse gli aggraderemo , e comanderà che non ci facciano male . — E tutti ad alta voce dissero: è bene , è bene. E gli ballarono attorno finché si stancarono tutti . E dopo, soggiunse il signore Hatuey: — Vedete,. sia come si voglia , se noi lo conserviamo, finalmente ci hanno da am- mazzare per torcercelo ; gettiamolo in questo fiume . — E rutti diedero il voto che cosi si facesse ; e cosi lo gittarono in un fiume grande, che ivi era. Questo principe e signore , se ne andò sempre fuggendo dalli Cristiani dacché arrivarono all'isola di Cuba, come quegli che li conosceva; e quando gì' incontrava, si difende- va: ma finalmente il presero. E solo perchè egli fuggiva da gente cosi iniqua e crudele, e si difendeva da quelli che Io volevano ammazzare ed opprimere con tutta la sua gente e generazione fino alla morte, l'abbruciarono vivo! Essen- do legato al palo, un religioso, di San Francesco, uomo san- to , che era ivi , gli diceva alcune cose di Dio e della nostra fede (che egli mai più non aveva udite) y quanto poteva bastare in quel poco di tempo che li carnefici gli concede- vano ; e g|' insinuava, che se egli voleva credere ciò che gli diceva se Manderebbe al cielo , dove vi era glorioso e ri- poso eterno ; ma se nò , egli sarebbe andato all' inferno a patire perpetui tormenti e pene. Hatuey pensò un poco , e dimandò se in Cielo vi andava i Cristiani: il religioso rispo- se di si, ma che vi andavano, quelli che erano buoni. Disse subito il principe , senza più pensarvi che egli non voleva andar là ma all'inferno,, per non stare dove fossero essi , e per non veder gente cosi crudele — Questa è la fama e l'onore che ha acquistato Iddio e la nostra fede col mezzo delli Cristiani che sono andati nell'Indie ! U« volta, essendo usciti Tu ori di una gran terra < leghe ad incontrarci con vittovaglie e regali , arrivati noi là, e' ci diedero gran quantità di pesce , di pane e di altri vive- ri, con tulio quel più die poterono . In un momento entrò alti Cristiani il diavolo in corpo : ed in mia presenza mei- tono a lil di spada, seuza motivo né causa alcuna clie n'aves- sero, più di tremila persone, tra uomini, donne e t'uncini- li , che stavano sedendo innanzi a noi . Quivi io vidi crudel- tà cosi grandi , che giammai li viventi tati non ne videro né pensarono di vederne! Va' altra volta, io mandai alcuni messi a tutti li signori della provincia di Avana, assicurandoli che non temessero perchè per fama mi prestavano credito, e che non si assen- tassero: ina che venissero a riceverci, che non sarebbe sta- to fallo loro alcun male : poiché tutto il paese era intimo- rilo per I" uccisioni passate , e questo feci col parere del ca- pitano. Ed arrivali alla provincia, ci vennero a rinurv -i l'iiluiin tra principi e signori : ma it capitano suhito li pre- se , rompendo il salvacondotto che io aveva loro dato , e il giorno seguente voleva abbruciarli vivi, dicendo che facen- do cosi opererebbe bene perché quei signori in qualche tem- po avevano da far i|ualche male . lo mi vidi in gran trava- glio a liberarli dal fuoco; perù Gnalmenle si salvarono. Uapoiché tutti gl'Indiani del paese di quest'isola furono posti nella servitù e calamità , come quelli della Spagnuola, vedendosi tutti morire e perire senza rimedio, cominciaro- no alcuni a fuggirsi alti monti, altri ad impiccarsi per di- sperazione , e s' impiccavano li mariti e le mogli , e con esso loro impiccavano i figliuoli , e per le crudeltà d' uno Spa- gnuolo mollo tiranno, il quale conobbi , s' impiccarono più di dugento Indiani. — A queslo modo peri infinita genie I LETTBBB 501 Vi fu alcun uflziale del re in quest' isola cui diedero di compartita trecento Indiani; e alfine di tre mesi egli n'ave- va fatto morire nelle fatiche delle miniere dugento e set- tanta; sicché non gli restarob di tutto se non trenta, che fu la decima parte . Dopo gliene diedero altrettanti , e ancora gli ammazzò: e gliene tornava a dare; ed egli più ne am- mazzava : fintanto che egli venne a morte , ed il diavolo gli portò via T anima . In tre o quattro mesi , essendo io presente, morirono di fame , per essere stati condotti i loro padri e le madri loro alle miniere, più di settemila fanciulli ! Altre cose io vidi spaventevoli. Dopo, si risolsero di andare a caccia degl'Indiani che erano per li monti; dove fecero stragi maravigliose : e cosi minarono e spopolarono tutta quell'isola, la quale noi ve- demmo florida poco fa ; mentre ora è cosa di compassione e di cordoglio grande, vederla deserta e fatta tutto un eremo . mu anno 1314 , passò nella terra ferma un infelice go- vernatore, crudelissimo tiranno, senza alcuna pietà uè prudenza , quasi uno strumento del furor divino , eoo fer- mo proposito di abitare in quel paese con molta gente di Spaglinoli: e sebbene già fossero andati nella (erra ferma alcuni tiranni, ed avessero rubalo, ucciso e scandalizzalo molta gente , cnstui però superò lutti gli altri die erano cadati avanti di lui, e quelli di tutte le isole, e le sue scel- leratc operazioni avanzarono tutte le abbominazioni passa- le : non solo egli spopolò la costa del mare, ma terre e re- gni grandi, e uccise infiniti- genti : costui distrusse molle teglie di paese , dal Daricn insino al regno e alle province di Nicaragua, ebe sono più di 500 leghe . L'anno poi del I'i22 o 2.», passò a far soggetta la felicissima provìncia di Nicaragua . Chi potrà abbastanza amplificare la felicità , sanità, ame- nità, prosperità, frequenza ed abitazione delle genti che aveva? Era cosa veramente di meraviglia il vedere quanti) era piena di terre , ebe duravano quasi tre o quattro leghe per lungo, tutte ombrale intorno da maravigliosi alberi fruttiferi , il che era causa che vi fosse immensità di po- polo. LETTBBE V* A queste genti , per esser la terra piana e rasa , che noti potevano ascondersi nei monti ; e cosi dilettevole, che con molto affanno e difficoltà si risolvevano d' abbandonarla ( per lo qua! rispetto sofferivano e sofferirono gran perse- cuzioni, e tolleravano quanto pie potevano le tirannie , e la schiavitù delti Cristiani ) ; e perchè eran genti di lor natura molto umili e pacifiche; quel tiranne , insieme con gli al* tri suoi compagni ( perchè andarono seco tutti quelli che lo avevano ajutato a distruggere le circonvicine contrade ) , fece tanti danni, tante uccisioni, tante crudeltà, tante cat- tività ed ingiustizie, die lingua umana non sarebbe bastan- te a narrarle. Egli mandava cinquanta soldati a cavallo, e faceva uccidere a lanciate la gente di tutta una provincia più grande che la contea di Rossiglione senza lasciar vivo uomo, né donna, né vecchio, né fanciullo, per leggerissima causa ; come sarebbe , perchè non venivano cosi tosto quan- do li chiamala , o perchè non gli conducevano tante some di granone ( maiz) , che è il frammento di quel paese, e tan- ti Indiani per servire a lui e ad alcun altro della sna^em- pagnia : or la terra essendo piana non poteva alcuno fug- gire dalli cavalli e dallo sdegno loro infernale . Egli mandava alcuni Spago u oli a raccorre i tributi in province , che è un andare ad assassinar gì' Indiani ; e la- sciava-che $11 assassini conducessero via quanti Indiani vo- levano dalle terre pacifiche, li quali mettevano in catene acciocché non lasciassero le some di tre arrobe che mette- vano loro addosso .* Ed occorse alcuna volta fra molte, che ciò fece , òhe di quattro mila Indiani non ne ritornarono sei vivi alle case loro, perchè gli lasciavano morti per le stra- de. E quando alcuni si stancavano e si rompevano i piedi per li gran pesi , e s'ammalavano per fame, fatica e debo- lezza, pemoih scioglierli dalle catene taglia vano loro il capo per lo collare , e se ne cadeva la testa da una parie ed il corpo dall' altra. Si consideri fiòche a tale spettacolo do- veano provare gli altri! Cosicché, quando si dava ordine di simili peregrinaggi , sapendo gì' Indiani per esperienza che nessuno tornava indietro, quando partivano se»' anda- vano piangendo , sospirando e dicendo; — Quelle sono le strade per le quali noi andavamo a servire alli Cristiani ; e schhene affatica vaino grandemente, in fine , dopo qualche tempo, noi ritornavamo alle uoslre medesime case ed alle nostre mogli e figliuoli, ma ora ce n' andiamo senza speran- za alcuna di mai più ritornare, né di rivederli, né di ave- re più vita . Uua volta , perché volle fare una ripartizione degl' Indiani (e il motivo di ciò fu un capriccio, ed anco dicono che lo facesse per togliere gì' Indiani a quelli a' quali non voleva bene e darli a chi gli piaceva! fu causa che gl'Indiani la- sciassero di fare una sementa ; e perchè non vi fu pane , li Cristiani tolsero agl'Indiani quanto granone avevano per mantener se ed i loro figliuoli; per la qual cosa morirono d' inedia più di venti o trenta mila persone , e occorse, che tal donna ammazzò il proprio figliuolo per mangiarselo per Essendo ciascheduna delle terre eh' avevano un giardino molto grazioso , in esse li Cristiani posero le loro abitazio- ni , e ciascuno in quel loco che gli compartivano ; ed in ano faceva le sue culture , sostentandosi delle povere vettovaglie degl' ludiani ; cosi tolsero a quelli i loro particolari terreni , e le eredità delle quali si mantenevano. Di modo che gli Spa- gnuoli tenevano dentro le loro medesime case lutti gli In- diani signori , vecchi, donne e putti , e si facevano servire da tulli giorno e notte senza riposo : occupavano fino li fan- ciulli, tantosto die potevano reggersi in piedi , in quell» LETTERE 505 che ciascuno può fare , e in più di quello che può . Ed in questo modo gli hanno consumali ; ed oggidì Tanno con- sumando quei pochi che sono rimasi , non avendo , né per- mettendo che possano avere casa né altra cosa propria : nel che superano anche l'ingiustizie , che in tal genere nella Spagnuola si facevano. Hanno affaticato ed oppresso , e sono stati causa che sia- no morte innanri F ora molte genti in questa provincia ; fa- cendo che portassero le tavole e altri legnami al porto, per fabbricar vascelli, da trenta leghe lontano; e mandandole a cercar miele e cera per le montagne, dove rimangon vitti- ma delle tigri: hanno caricato d' immensi pesi e caricano perfino le donne gravide e di parto , come fossero bestie e peggio che bestie . La pestilenza più orribile che principalmente ha distrutto quella provincia , è stala la licenza , che quel governatore diede agli Spagnuoli, di dimandare schiavi ali» principi e signori delle terre . Ogni quattro o cinque mesi , ovvero ogni volta che ciascuno otteneva la grazia o licenza del det- to governatore, dimandavano al signore cinquanta schiavi, minacciandolo, se non glie li dava, di abbruciarlo vivo o di darlo in preda ai cani foroci. Perché gl'Indiani comune- mente non tengono schiavi , e al più un signore ne ha due o tre o quattro, andavano li signori per le proprie terre , e prima pigliavano tutti gli orfani , e poi a chi aveva due fi- gliuoli ne dimandavano uno, e a chi ne aveva tre due; ed a questo modo il signore compiva il numero che il tiranno gli domandava , con grandi strida e pianti della terra ; per- ché sono genti queste, che par che più di tutte l'altre ami- no i Ggliuoli. Ma ripetendosi questo frequentemente, ne av- venne , che nel periodo dall' anno del 25 fino al 35 tutto quel regno fosse diserto d' uomini : andarono per sei o sette n. 6i 506 LAS CASAS aoni cinque o sei vascelli a farne mercanzia, portando tut- te quelle moltitudini d' Indiani a vendere per ischiavi a Pa- nama ed al Perù , dove tutti sono morti ; essendosi verifica- to ed esperimenlato mille volte che cavando gì' Indiani fuori dai loro paesi naturali, muoiono subito più facilmente; per- chè i possessori di essi danno loro poco da mangiare e non li sollevano punto dalle fatiche , non gli vendendo né com- prandogli altro che per farli affaticare. A questo modo han- no cavato da quella provincia più di cinquecento mila ani- me di Indiani , tutti fatti schiavi mentre erano liberi così come sono io • Per le guerre infernali che gli Spagnuoli hanno fatto , e per l'orribile cattività in che gli posero, hanno sino al gior- no d'oggi ammazzato più d'altre cinquecento o seicento mila persone e continuamente n' ammazzano : tutte queste stragi si sono fatte nello spazio di quattordici anni ! Al pre- sente , nella detta provincia di Nicaragua vi saranno appena quattro o cinque mila persone ,' le quali scemano ciascun giorno per li servizi ed oppressioni continue e personali che patiscono; mentre, come si è detto, ella era una delle più popolate del mondo. ». e onquistato il Messico (è noto con quanta giustizia ed umanità] Fernando Cortes mandò due suoi capitani, molto più crudeli tiranni e feroci, peggiori e più spieiati e privi di misericordia di lui, alìi grandi, floridissimi e felicissimi regni, popolati e pieni di genti in colmo, cioè al regno di Guatimala , che è al mar dell'Ostro, ed a quelli di Naco e Honduras (o di Guaimura), che è al mare di Tramontana; l'uno a fronte dell'altro, confinanti fra loro ma separati , r uno e T altro lontani dal Messico trecento leghe. Spedi uno dei detti capitani per terra e l'altro con vascelli per mare ; ciascuno con molta gente da cavallo e pedestre. Io dico il vero, che del male che ambedue fecero , e spe- cialmente colui che andò al regno di Guatimala (perchè T altro presto se ne morì di mala morte j , potrei esprimere e raccogliere tante tristizie, tante stragi, tante morti, tante dispopolazioni, tante e così Gere ingiustizie, che metleria- uo spavento alli secoli presenti e futuri; cosi nella qualità e nel numero delle abbominazioni che fece, come nelle genti che distrusse , e nelle terre che deserto , che furono infinite. Colui che se n' andò con li vascelli per mare, fece gran ruberie e scandali e distruzione di genti nelle terre della costa. Uscirono alcuni a riceverlo con presenti nel regno di Yucalaii, «Eie i' nel untino del regno snpradetlo di Naro (inaiinura, dove e«li andava; ma questo non lo ammansi: poiché, giunto là, mandò capitani e molta gente por tutta quel paese, i quali ninnavano , uccidevano e distruggevano quanti luoghi e genti vi erano. E specialmente uno di essi il quale si ammulinò con trecento uomini, e entrò dentro terra verso Guathtiala , andò distruggendo ed abbruciando quanti luoghi trovava, e rubhando e urrideudn loro le gen- ti : e andò facendo questo industriosamente per più di renio i- tenti leghe, perchè se gli mandasse™ dietro, quelli lo in- seguissero, trovassero il paese spopolalo e sollevato, e T'is- serò ammazzali dagl' Indiani in vendetta delli danni e di- struzioni che erano state fatte. Di là a pochi giorni gli Spa- gnuoli uccisero il capitano principale, contri il quale questi si era ammulinato: e dopo successero altri molli crudelis- simi tiranni , i quali , con uccisioni e crudeltà spaventevoli . e col fare schiavi gì' Indiani e venderli alli vascelli, elio por- tavano loro vino , vestimenti ed. altre cose, e con la tiran- nica servitù ordinaria , dall' anno 1521 (Ino al 1388 nm- narono quelle province, quel regno di Nato e Bendata, the veramente parevano un paradiso di delizie , ed erano più popolate che la più popolata e frequentala terra del mondo, Ed ora vi siamo passali ed abbiamo camminato per esse , a l'abbiamo vedute tanto dispopolate e distrutte, che si rom- poriaim le viscere ili dolore a qual si voglia persona, quan- tunque dura sì fosse. In questi undici anni hanno ucciso più di due milioni di anime, e non hanno lasciato in più di cento leghe quadrate due mila persone: e queste le fanno morire ugni giorno nella servìlù predelta . Itttornando a parlare del gran tiranno capitano the andò alli regni di Gua limata il quale come si è dello avanzò tul- li gli passali , e si uguaglia a lutti li presenti | egli . itili'' LETTERE 508 province drcovicine al Messico (te quali, per la strada che fece , secondo che egli stesso scrive in una lettera al prin- cipale che lo mandò , sono lontane dal regno di Guatemala quattrocento leghe), andò facendo uccisioni e rubbamenti, abbruciando , saccheggiando e distruggendo ( dovunque egli arrivava ) tutto il paese , con il pretesto sopradetto ; cioè eoi dire , che si soggettassero ai suoi , sebbene fossero uo - mini tanto immani, ingiusti e crudeli, che obbedissero al re di Spagna quantunque incognito e non mai più da loro sentito nominare: il quale d'altronde, fatta proporzione, sti- mavano che fosse molto più ingiusto e crudele di essi . Arrivato al detto regno, fece nell'entrata grande uccisio- ne di gente: e non di meno usci il signor principale con mol- ti altri signori della città di Ultatlan , capitale di tutto il re- gno, con trombette, nacchere e molte feste, a riceverlo con alcune lettighe ; dove lo serviron di tutto ciò che avevano , e specialmente dandogli da mangiare compitamente, e tutto quel più che poterono . Quella notte alloggiarono gli Spagnuoli fuori della città perchè parve loro che fosse forte , e che dentro averiano potuto correre qualche pericolo. Ed il giorno seguente, il capitano chiama il signore principale e molti altri signori ; ed essendo venuti, come pecorelle mansuete, gli prende tutti e dice che gli diano tante some d'oro. Rispondono che non ne hanno , perché quel paese non ne produce . Subilo egli comanda che siano abbruciati vivi , senza altra colpa né altro processo né sentenza! Dappoiché li signori di tutte quelle province videro, che gli Spagnuoli avevano abbruciato quel signore e tutti i suoi sudditi principali, solo perchè non gli davano oro, tutti fug- girono dalle loro terre nascondendosi nei monti; e coman- darono a tutta la loro gente , cbe andassero agli Spagnuoli Sto LAS C A S AS e gli servissero come signori, ma che però non palesassen dove essi stavano. Vendono tulli dei paese ad offerirsi ro , e servirli rome signori . Rispondeva questo pietoso pittino, che non voleva riceverli; anzi che voleva ucciderli tulli se min scoprivano dove erano li loro signori . Rispon- devano gì' Indiani non sii pere di essi; ma che comandassero a loro qualunque servizio, alle loro mogli e figlinoli, che nelle loro case li troverebbero, dove gli potevano ammazza- re o far di loro quello che volessero. E questo dissero, of- fersero e fecero gì' Indiani molle volle . E questa fu cosa di stupore : che andavano gli Spaglinoli nelle ville, dove trova- vano le povere gelili sicure e affaticate nei loro esercizi le loro mogli e figlinoli , ed ivi ferivanle con le lance e facevano in pezzi: ed andarono a qualche lerra assai gros- sa e polente, dove slavano i popoli con manco pensiero de- gli allri e sicuri nella loro innocenza; ivi enlrali gli Spa- gouoli, in tempo di due ore quasi che la distrussero . lendo a (il di spada fanciulli, donne e vecchi, e quanli terono raggiungere che non si salvarono con la fuga. Poiché videro gl'Indiani, clic con tanta umiltà, offerte, pazienza e soffrimento non potevano rompere né ammollire cuori così inumani e bestiali, e che cosi senza apparenza uè color di ragione, e tanto contra essa gli tagliavano a pezzi; vedendo che in ogni modo avevano da morire, determina- rono di convocarsi e unirsi tutti insieme e morire in guerra vendicandosi come meglio potessero di cosi crudeli e infer- nali inimici , ancorché sapessero bene che essendo non solo disarmati, ma ignudi, a piedi e deboli, non potevano pre- valere contra genie tanto feroce, a cavallo e così beoe ar- mata; iliache alla lineavevauo da restar distrutti. Allora inventarono alcuni fossi nel mezzo delle strade , dove cadessero li cavalli, e si ficcassero nella pancia alcuni = ros- „ de- Spa- ipv erte, ni lire LETTERE 511 pali acuti e secchi al fuoco, de9 quali stavano pieni li fossi, coperti in cima di rami d' arbori rotti e di erbe, sicché non pareva che vi fosse cosa alcuna. Una o due volte, e non più, vi caddero dentro alcuni cavalli, perchè gli Spagnuoli se ne seppero guardare. Però, per vendicarsi, fecero gli Spagnuoli una legge, che tutti gl'Indiani di qualsivoglia condizione ed età che prendessero vivi , gli gitlerebbono dentro nei fossi : e cosi vi gettavano dentro , fintanto che gli empivano, le donne gravide e di parto, i fanciulli, i vecchi e quanti potevano prendere; i quali restavano con- ' ficcati ne9 pali, che era una gran compassione il vederli, spe- cialmente le donne coi loro fanciulli. Ammazzarono tutti gli altri con lanciale e coltellate ; gli gittavano a' cani feroci che gli sbranavano e mangiavano; e quando s'abbattevano a trovar qualche signore , per onore 1' abbruciavano in vive fiamme. Continuarono questa beccarla circa sette anni, dal 24 fino al 51. Da questo, si faccia giudizio quanto numero di gente averanno distrutto ! Fra infinite operazioni orribili , che in questo regno fece il detto infelice e maleavveulurato tiranno, ed i suoi con- fratelli (perchè i suoi capitani e gli altri che l'aiutavano, non erano meno infelici ed insensati di lui), una molto no- i i tabile fu , che egli se ne andò alla provincia di Cuzcatan , nella quale (opoco lontana) è la terra di Sun Salvatore, che è un paese felicissimo, con tutta la riviera del mare del- l'Ostro, la quale dura 40 in 50 leghe; e nella città di Cuz- catan, che era capo della provincia, gli fecero gratissima ! accoglienza, e lo stavano aspettando più di venti o trenta mila Indiani carichi di galline ed altre vettovaglie. Arrivato che egli fu, e ricevuto il presente, comandò che ciascuno Spa- gnolo si pigliasse di quel gran numero di gente tutti gl'India- ni che volesse, per servirsene per quei giorni che ivi stasse . ii par i i rirarli di fardelli e portargli quello di che mM |' Indiani, che sono eontenti di dar tulio l' oro che tengono ; e mettono in- - sieuie una quantità mollo gronde di accetta che essi limimi e delle quali si servono , falle di rame doralo , sicché par d' oro , perché ve n' è qualthe poco . Kgli ordina die siano messe al saggio della pietra del paragone; e poiché vide chi- erano di rame, disse agli Spagnuoli: dale al diavolo tal Mie di paese ; andiamocene via , giacché non vi è oro; e ciascuno ponga in catena gl'Indiani che gli servono, ed io ordinerò che siano marcali come suoi schiavi . Co-i «■.uni- scono, e segnano eoi marchio del re per ischiavì lutti quel- li che poterono legare. Ed io vidi segnato il figliuolo del principe di quella città! Veduto da quelli Indiani che si sciolsero, e dagli Mitri di tolta la terra così gran nequizia , tomineiarouo ad unirsi ed a mettersi in arme. (ìli Spagnuoli fecero grandissime stragi ed uccisioni diloro,e se ne ritornano a Gualinin!a,dovc edi. filarono una città , ed ò quella che ora con tre diluvi insie- me, I' uno "f. Mandarono avanli ccrli Indiani della provincia del Messico per messaggeri, a ricercare se si contentavano che entrassero i delti religio- si ne' paesi loro ; col solo line di annunziarvi uu solo Iddi» e signor vero di lutto il mondo . 1 capi messero la cosa in consulta , e si radunarono molte volle, avendo prima tol- to precise informazioni inlorno a che sorta d' uomini fos- sero quelli che si chiamavano padri e fratelli, che rosa |H*e- lendevano, e in che erano differenti dalli cristiani da cui aveano ricevuto laute offese e ingiustizie. Finalmente si risolverono a riceverli , con questo, che soln issi e non Spagnuoli vi entrassero. Li religiosi In promisero , perchè cosi concedeva il viceré della Nuova Spagna, il quale avea dato loro facoltà di promellere che non vi entrerebbero più Spaglinoli, se non religiosi, e che non riceverebbero dalli Cristiani ingiuria alcuna in avvenire. Predicarono a que' popoli, come sogliono, l'Evangelio di Cristo, e la santa intenzione delli re di Spagna verso loro : e tanto amore e gusto ricevettero dalla dottrina e dall' esempio delli frati, e lanlo si ralle- grarono delle nuove dell'i re di Casliglia (delli quali in LETTERE 5|:) tulli li sette anni passati mai gli Spagnuoli non diedero laro notizia) che dopo quaranta giorni, da che li frati erano entrati e aveano predicato , li signori della Terra portarono e consegnarono ad essi tutti i loro Idoli , ac- ciocché gli abbruciassero. E dopo diedero ad essi i pro- prii figliuoli , che da loro sono amati più che la luce de- gli occhi , affinché gli ammaestrassero . E fabbricarono loro chiese , monasteri e case ; e li chiamavano da altre province, perchè andassero a predicarvi e darvi notizia di Dio, e di colui che dicevano essere gran re di Casli- glia. E persuasi dalli frati fecero una cosa , non mai più fat- ta nell'Indie, fino al giorno d'oggi ; poiché tutte quelle che fingono alcuni di quei tiranni che hanno distrutto que' regni , sono falsila e bugie. Dodici o quindici si- gnori di molti vassalli e Terre, ciascuno da per se con- gregando i suoi popoli, e pigliando i loro voti e con- senso , si soggettarono di loro propria volontà al domi- nio delti re di Gasliglia, ricevendo l'Imperatore, come Re di Spagna, per signore supremo e universale; e fe- cero alcuni segni , come sottoscrizioni , le quali io ho in poter mio , con la fede delli delti frali. Stando li frati per questo accrescimento della fede in grande allegrezza e speranza di tirare a Gesù Cristo tutte le genti di quel regno, eh' eran sopravanzate alle morti e ingiuste guerre passate ( le quali ancora erano assai), entrarono da una certa parte diciotto tiranni Spagnuoli a cavallo e dodici a piedi , e portarono molle some d' Idoli tolti agi' Indiani , in altre province . E il capitano delli detti trenta , chiamò un signore della con- trada, nella quale entravano, e gli disse, che dovesse i pigliare di quelle some d' Idoli e dividerli per tutta la i ma terra, vendendo ciascun Idoli» per nu Indiarmi» '. diana, per fargli schiavi ; minacciandolo , se questo faceva, di fargli guerra. — Il dello signore, sforzai dalla paura, distribuì gl'Idoli per tutta la sua terra, e comandò a lutti i suoi vassalli che gli pigliassero per adorarli, e gli dessero Indiani e Indiane da dare agli Spaglinoli per iscbiavi. fili Indiani , per timore , chi avea due figliuoli ne dava uno, e chi tre ne dava due; e a questo modo adempivano quel sacrilego commercio, e il signore o principe rendeva soddisfalli i perversi Spa- gnuoli. Uno di questi ladroni empi e infernali , chiamato Gio- vanni Garzia , essendo infermo e vicino alla morte , avea sollo il suo letto due some d'Idoli, e comandava ad una Indiana che il serviva, che guardasse bene di non dar quegl' Idoli in cambio di galline o di altra vettova- glia , perchè erano dì mollo prezzo, ma che ciascuno dasse per uno schiavo. E lìnaluiente, con questo testamento, e tulio occupato in questo pensiero, l'infelice se ne mo- ri ; e chi dubita eh' egli non sia sepolio nell* Inferno ? Ora si veda qui e si consideri, quale sia il profitto , la religione e gli esempi di cristianità degli Spaglinoti che vanno nelle Indie; che onore procurano a Dio; come s' affaticano perché sia conosciuto e adoralo da quelle genti; che cura hanno elicsi semini, s'accresca e si dilati fra quelle animi- la sua santa fede. Queste dunque sono le opere degli Spagnuoli che vanno nelle Indie: i quali veramente molte, anzi infinite volle, per desiderio dell' oro hanno venduto e vendono fino al giorno d'oggi, e negano e rinnegano Gesù Cristo. Veduto dagli Indiani chi' non era riuscito vero quello che lì religiosi aveano loro promesso , che cioè non sarebbero LETTERE 5-f entrali Spagnuoli in quelle provinole; ma osservato in- vece , che li medesimi Spagnuoli portavano loro Idoli da altri paesi a vendere, mentre essi aveano dato tutti i loro alli frati , acciocché gli abbruciassero per adorare un solo vero Iddio, tumultuarono e si sdegnarono contra li frati, e andarono a loro dicendo : Perchè ci avete mentito , ingan- nandoci ; con dire che non entrerebbero in questo paese Cristiani ? E perchè ci avete abbruciato i nostri Idoli , poi- ché i vostri Cristiani ce ne portano a vendere da altre Pro- vincie ? Forse non erano migliori i nostri Dei , di quelli dell' altre nazioni ? Li religiosi non sapendo che risponde- re, gli acquetarono il meglio che poterono: e di presente andarono a cercare li trenta Spagnuoli , ai quali rimpro- verati li danni che aveano fatto, li scongiurarono a volersi partire, ma essi non volsero ; anzi fecero intendere agli In- diani, che li medesimi frati gli avevano fatti venire; la qual bugia fu il colmo della malizia. Finalmente gì' Indiani si risolverono ad ammazzar li frati ; li quali però avvertiti a tempo da alcuno rimasto fe- dele, una notte se ne fuggirono . Dopo partili, accortisi gì' Indiani della innocenza e virtù dei frati , e della malizia degli Spagnuoli , mandarono loro dietro alcuni messi cin- quanta leghe , pregandoli a ritornare , e chiedendo perdo- no del disturbo che loro aveano dato. Li religiosi , come servi di Dio e zelanti della salute di quelle anime , ritor- narono alla terra , ove furono ricevuti come angeli , facen- do loro gì* Indiani mille servizi; e vi stettero ancora quat- tro o cinque mesi. Ma perchè quelli perversi Cristiani non vollero mai partirsi di là, né riusci al viceré cavargli fuo- ri , per quanto egli facesse, per esser lontano quel loco dalla Nuova Spagna , e quantunque gli fece dichiarare per tradi- tori; e perchè non cessavano di fare i loro insulti e aggravi xi. 66 5tì LAS CASAS ordinari agli Indiani, parendo alli religiosi , die, o tardi o per tempo, gli Indiani si disgusterebbero di cosi triste ope- razioni , e che forse sarebbe caduto il male sopra di loro ( specialmente non potendo predicare agli Indiani con quie- tezza di essi , né con pace loro propria , e senza continue turbazioni ( per le cattive opere degli Spagnuoli ) , determi- narono d' abbandonare quel regno. Cosi Iucatan restò senza lume e soccorso di dottrina ; e quelle anime rimasero nella oscurità dell' ignoranza, e nel- la miseria nella quale si trovavano , togliendo loro al mi- glior tempo il celeste cibo e la benefica rugiada della noti- zia e della conoscenza di Dio ( la quale andavano già rice- vendo avidissimamente ) , come se noi levassimo V acqua alle piante già da pochi giorni piantate: e questo per colpa inespiabile e per malizia estrema di quegli Spagnuoli. VII. L la provincia di Santa Marta era un paese, dove gì' In- diani avevano moltissimo oro; perchè la terra ed i luoghi circonvicini ne sono ricchi, e gli uomini industriosi nel rac- coglierlo. E per questa causa, dall'anno 1498 fino al pre- sente 1542, non hanno fatto altro infiniti tiranni Spagnuoli se non andarsene là con vascelli , a depredare ed uccidere quelle genti , per rubbar l' oro che avevano ; e poi torna- vano nei vascelli, con i quali andavano molte e varie vol- te, nelle quali fecero grandi stragi, uccisioni e segnalate cru- deltà ; e questo comunemente alla costa del mare, o poche leghe dentro terra, fino all' anno 1523. V anno 1523 andarono alcuni tiranni Spagnuoli a fer- mar ivi la loro abitazione. E perchè la terra, come si è detto, è ricca, successero diversi capitani l' uno più crude- le dell'altro , che pareva che ciascuno avesse fatto profes- sione di far più esorbitanti mali e crudeltà dell' altro . L'anno 1529 vi andò un gran tiranno, a bella posta, sen- za alcun timore di Dio, né compassione del genere umano, S34 LASCASAS insieme con molla gente , con la quale fece laute grar di stragi , uccisioni ed empietà , che superò tulli gli ante- cessori : rubò egli ed essi , in tempo di sci o sette anni che visse, molti tesori . Dopo che fu morto (già è superfluo dire cbe morì seni confessione, ed anco fuggendo dal sacrato che gli si faceva gli successero altri tiranni omicìdiarì e ladroni che andaro- no a distruggere quelle genti , che erano sopravanzalc dalle mani e dal ferro crudele delli passati. E sì eslesero tanto dentro terra, rovinando ed esterminando grandi e molte province , uccidendo e facendo schiave le persone di quelle ne'modi , che di sopra si sono raccontali delle altre , dando gravi tormenti atli signori ed alli vassalli, perché scoprisse- ro 1* oro e le terre dove n' era , che superarono nelle opera- zioni , cosi in numero come in qualità, tutti gli antecessori, che dal detto anno 1329 fino al di d' oggi hanno disertalo per quella parte più di » sono senza rimedio . E conoscerà parimente , che in que- » ste parti non vi sono cristiani ma demoni ; né vi son ser- ti vi di Dio, né del re, ma traditori alla sua legge ed al lo- » ro sovrano : perchè in verità il maggiore inconveniente » che io trovo per tirar gì' Indiani dalla guerra alla pace , » e dalla pace al conoscimento della nostra santa fede , è » F aspro e crudel trattamento , che quelli, che stanno in » pace, ricevono dalli cristiani; perlochè sono cosi asperi » ed adirati , che nissuna cosa può esser loro più in odio » ed abborrimento che il nome di cristiani, li quali essi in » tutto questo paese chiamano in lingua loro Yares che » vuol dire demoni ; e senza dubbio hanno ragione, perchè » F opere che qui fanno non sono da cristiani né da uomi- » ni ragionevoli , ma da diavoli. Dal che procede , che ve* n dendo gF Indiani generalmente queste triste operazioni e » tanto prive di pietà, cosi delti capi come de' membri, » pensano, cbe li Cristiani le abbiano per legge, e che sienó » autori di esse il loro Dio ed il loro re : e F affaticarsi dì » persuader loro il contrario è un voler seccare il mare e » dar loro materia di ridersi e farsi beffe di Ges ù Cristo e » della sua legge. E vedendo gF Indiani guerrieri il tratta- » mento, che per noi si fa a quelli che stanno in pace , sii- » mano meglio morire una volta , che molte in potestà de- » gli Spagnuoli . Io so questo , invittissimo Cesare , per es- » perienza, ec. ec. » " Più a basso, in un capitolo , dice : > Vostra Mai-sià lu '> più servitori in queste parli di quello che s'immagina; » perchè non vie soldato , di quanti si trovino qui, che » mentre assassina oruba o distrugge o ammazza o abbru- » eia li vassalli di Vostra Maestà, perchè gli diano oro, non n ardisca dì dire, che serve alla Maestà Vostra ; perché di- •> re, che di quello ne tocca a Vostra Maestà una parte. E » pertanto sarebbe bene, cristianissimo Cesare, che Vostra » Maestà facesse conoscere, gastigando alcuni rigorosa- >i mente, che non riceve servizio in cosa , ch'è contraria al » servizio di Dio. ■> Tulle le sopraddette sono parole formali del dello ve- scovo di Santa Maria; per le quali si vederi chiaramente quello che oggi si fa in quegli sfortunati paesi, e lontra quelli innocenti popoli. Egli chiama Indiani guerrieri, quelli che stanno nelle montagne, e si hanno potuto salvare fuggendo dalle ucci- sioni degl'infelici Spagnuoli : e chiama Indiani di pace, quelli che dagli Spagnuoli . dopo aver uccise infinite genti , sono messi nella tirannica e orribile servitù detta di sopra ; nella quale poi finiscono di distruggerli e ucciderli, come appare dalle dette parole dei vescovo: nulladimeno io pos- so assicurare eh' egli non esprime con parole abbastanza forti, quello che coloro patiscono. Mentre gli Spagnuoli fanno indiscretamente faticare gl'Indiani, conduceodoli con some per le montagne , se questi cascano o vengono meno per debolezza e per fatica , danno loro de' calci e delle ba- stonate, e rompono loro li denti con i pomi delle spade, acciocché si levino e camminino senza respirare; allora gli Indiani , avviliti , dicono ai loro tiranni crudelissimi : anda- te siete tristi, non possiamo più; ammazzateci qui , chi' qui vogliamo restar morti ! E dicono ciò con molti sospiri i LETTERE MT affanno, mostrando grand' angustia, e dolore. Ma chi potrà esprimere delie cento parti neppure una, delle afflizioni e calamità che quelle creature innocenti patiscono per opera degli infelici Spagnuoli ! Iddìo sia quello che lo faccia co- noscere a coloro che possono e devono rimediare a tanti mali. Vili. D„, 'alla Cosili dì Paria , fino al Golfo di Venezuola , clic saranno duecento leghe, grandi e segnalate sono siale le di- struzioni, che gli Spagnuoli hanno fatto fra quelle genti, as- sassinandole e pigliandone quante più potevano vive , per venderle schiave. Molte volte le prendevano sotto parola ili sicurezza e di amicizia trattata dagli Spagnuoli con loro, non osservando fede né verità, mentre quelli li ricevevano uelle loro case come i padri ricevono i figliuoli , e dando lo- ro quanto avevano, e servendoli con lutto quello che pole- vano. Non si potrebbero certo raccontare facilmente, né mi- nutamente esprimere, quali e quante siano siale le ingiusti- zie, le ingiurie , gli aggravii e li torti , che la gente di quel- la Costa hanno ricevuto dagli Spagnuoli, dall' anno IMn . fino al giorno d'oggi . Io ne voglio raccontar solo due o tre , per le quali si giudicherà delle altre , infinite in nuine- roe in I mitezza, che furon degne d'olmi tormento e foco. L'isola della Trinità, molto maggiore e più felice della Sicilia, sorge rimpello ed a breve distanza dalla Terra Fer- ma dalla |i..rLv di Paria. La sua gente è la migliore , più buona e virtuosa, nel!' esser suo, che sia in tutte le Indie: LETTERE 5£» eppure, aodovvi un assassino, Tanno 1516, con altri santa o settanta ladroni abituati ad ogni eccesso, e sotto colore che volevano da buoni fratelli abitare e vivere in queir isola con esso loro, la contaminarono nei più nefandi modi . Gli Indiani li ricevettero , come se fossero loro vi- scere e figliuoli ; li signori e li sudditi servivanli con gran- dissima affezione e allegrezza, e loro portavano ogni giorno tanto da mangiare , che ne sopravanzava per altrettanti ; perchè questa è condizione , e liberalità comune di tutti gl'Indiani di quel Nuovo Mondo dar eccessivamente agli Spagnuoli quello che hanno bisogno e quanto essi hanno . Aiutavano validamente i Cristiani alla fabbricazione di una gran casa di legname , nella quale doveano abitare tutti , perchè cosi volsero gli Spagnuoli, che fosse una e non più , per far quello che aveano in pensiero e che fecero. Arrivati al soffitto o graticciata , quando fu coperto in modo, che quei di dentro non poteano vedere quei di fuori, sotto pre- testo di far fretta che si finisse la casa , vi messero dentro molta gente: e gli Spagnuoli si divisero; alcuni fuori, al- l'intorno della casa, con le loro armi , per quelli che se ne uscissero ; e altri dentro . Questi messero mano alle spade > e cominciarono a minacciare gl'Indiani ignudi, intimando loro che non si movessero altramente gli ammazzerebbe- ro ; e profittando della loro sorpresa cominciarono a legar- li; alcuni poi che saltarono fuori per fuggire, tagliarono a pezzi con le spade : ma altri, parte feriti e parte sani, che poterono uscire della Terra, e quelli che non v'erano en- trati, in tutti un dugento, pigliarono i loro archi e le Trec- cie , e ritiraronsi in un' altra casa del commune per difen- dersi ; e difesero essi infatti la porta ; ma gli Spagnuoli at- taccano il foco alla casa e gli abbrucian vivi : poi , con la presa fatta, che poteva essere cento ottanta o duecento u. «7 330 LASCASAS uomini, se ne andarono sul loro vascello, col quali-, alza le vele, approdarono all'isola di San Giovanni, dov venderono la mela per ischiavi , e dopo andarono alla S| ••minia dove venderono il resto. Riprendendo io il capitano di questo così infame tradi- mento e malizia, in quel medesimo tempo e nella medesima isola di San Giovanni, mi rispose: cessate o signore [osi mi comandarono e mi diedero per istruzione quelli mi hanno mandato, che quando io non potessi pigliarli guerra, li pigliassi sotto pretesto di pace. D' altronde mi dicca di non aver trovato in tutta vita sua genti cosi fazionate come quelle dell' isola della Trinità: lo che serve a sua maggior confusione, e pei aggravar più i suoi peccali. E di queste cose ne hanno Tatto infiniti- in quella terra ferma, pigliando gì' Indiani e facendoli schiavi sotto paro- la di sicurezza. Vedasi, che operazioni sono queste! e se quegli Indiani presi in tal maniera , saranno giustamente fallì schiavi . Un'altra volta , determinando li frati dell'ordine nostro di San Dominici! di andar a predicare, e convertire quelle genti , ch'erano seuza rimedio e senza lume di dottrina per salvar l'anime loro, come sono anco oggidì nelle Indie, mandarono un religioso, addottorato in Teologia, di gran virtù e santità, con un frate converso suo compagno, ac- ciocché vedesse il paese, praticasse la gente, e cercasse loco comodo per fabbricare inouasterii. Arrivali li due religio- si , gli riceverono gl'Indiani come angeli del cielo, e ascol- tarono con grande affetto , attenzione e allegrezia quelle parole, che allora poterono fare intendere più con segni che con la loquela , perchè non sapevano la lingua. Ma occorsa che andò per quelle parli uu uavÌlio,dopo partiloquello che ivi gli lasciò; e gli Spaguuoli d'esso, usaudo il loro internai ima ì LETTERE 551 costume, vi condussero sopra , con inganno e senza che li religiosi se ne avvedessero, il signor di quella terra, il quale si chiamava don Alonso , ossia che li frati gli avesser posto questo nome, o altri Spagna oli; perchè gl'Indiani sono ami- ci e desiderosi di avere un nome di cristiano , e subito di- mandano che glielo impongano , anco prima che sappiano cosa alcuna per potere essere battezzati : ingannano dunque il detto don Alonso , per farlo entrare nel loro vascello con sua moglie e certe altre persone , dicendo che in esso gli farebbero festa ; e finalmente vi entrarono diciassette perso- ne, con il signore e sua moglie, confidati che li religiosi stavano nella sua terra , e che per rispetto d' essi gli Spa- gmioli non farebbero alcuna cosa trista; perchè d'altra maniera non si sarebbero fidati di loro. Entrati gl'Indiani nel naviglio , li traditori alzarono le vele , e se ne andaro- no air isola Spagnuola , ove venderonli per ischiavi. Tutta la popolazione della terra , vedendo il suo Signore e la sua Signora condotti via, venne alti frati, e li voleano uccidere ; e li frati , vedendo cosi gran scelleraggine , se ne volevano morire per tristezza; e si deve credere , che pia tosto averebbéro date le loro vite , che soffrire che fosse fatta una tale ingiustizia; particolarmente perchè era uh mettere impedimento , che quelle anime non potessero mai udire né credere la parola di Dio. Gli acquetarono il meglio che poterono , e dissero loro, che con il primo vascello che per di là passasse , scriverebbero alla isola Spagnuola , e farebbero che restituissero il loro signore e gli altri che erano con lui. Fece Iddio capitare subito là un vascello , per maggior conferma della dannazione di quelli che governavano. Scris- sero alli religiosi della Spagnuola , gridando e protestando una , e più volte : ma gli auditori non vollero far mai giusti- Wi LAS C A S A S zia, perché avean diviso fra loro parie degli Indiani, lanto malamente, e ingiustamente li tiranni aveano pres l.i due religiosi, che avean promesso agl'Indiani del (erra che fra quattro mesi tornerebbe il loro signore tlon Alonso insieme con gli altri, vedendo che non venia no né in quattro né in otto, si prepararono al morire, e a dar la vita a 'incili ai quali già prima dì partire I' avevano offerta. K cosi gì' Indiani si vendicarono sopra di loro, ammazzan- doli giustamente, ancorché innocenti; perchè credettero che essi fossero stali causa di quel tradimento, perche vi- dero che non fu atteso quello che dentro delti quattro nasi fu loro certamente promesso, e perché fino a quell'ora, né fino al tempo d'oggi seppero uè sanno, che vi sia diffe- renza dalli frali alli tiranni e ladroni e assassini Spagnuoli, in tutto quel paese. Li beati frali patirono ingiustamente: per la quale ingiustizia non è dubbio alcuno, che, secondo la nostra santa fede, non siano veri martiri, e oggi regnino ioti Dio beati lassù uè' cieli ; essendo stali mandati colà per la obbedienza, ed avendo intenzione di predicare e di am- pliare la santa fede e salvare tulli: quelle anime e patire ogni sorte di travagli e di morte, quando loro fusse offer- ta per Gesù Cristo Crocifisso. Un' altra volta per le gran tirannie ed opere nefande dei- li cattivi Cristiani , uccisero gl'Indiani altri due frati di San Domenico ed uno di San Francesco ; del che io son testimo- nio, perchè scappai dalla medesima morte per miracolo diviso; di che avrei assai che dire, da fare islnpire gli uo- mini, così grave ed orribile fu il caso: ma per esser lungo non lo voglio raccontar qui ; sarà più chiaro nel giorno del giudizio, quando Iddio fura vendetta di cosi orribili ed .il>- hominevoli insulti, che fanno nelle Indie quelli, che portati') jl nome di Cristiani. LETTBRE 535 Un* altra volta, in queste province, e precisamente al Ca- po della Goderà, vi era una popolazione, il signor della quale si chiamava Higoroto , nome proprio della persona , oppur comune delli signori di quel paese. Questi era cosi buono , e la sua gente cosi virtuosa , che quanti Spagnuoli passavano per di là con li vascelli ritrovavano ristoro, vit- to vaglie, riposo ed ogni consolazione e refrigerio; e molti ne liberò dalla morte , che distrutti dalla fame se ne veni- vano fuggendo da altre province , nelle quali avevano as- sassinato e fatto molti mali e tirannie : egli dunque li risto- rò e gì' inviò salvi all'isola delle Perle, dove vi era abita- zione di Cristiani ; mentre li avrebbe potuti ammazzare , senza che alcuno lo sapesse, e non lo fece. E finalmente tutti li Cristiani chiamavano quella terra di Higoroto , la magione e la casa di tutti. Un disgraziato tiranno deliberò d'assassinare quel loco, poiché le genti stavano con tanta sicurezza ; e se ne andò ivi con un vascello , ed invitò mol- ta gente ad entrare in esso , come soleva entrare e fidarsi negli altri. Sendo entrati molti uomini e donne e fanciulli, fece spiegar le vele, e se ne venne nell'isola di San Giovan- ni , dove vendette tutti quegli innocenti traditi per ischi»- vi : io arrivai allora ali ara alla detta isola , e vidi quel ti- , ranno e seppi ciò che aveva fatto. Egli lasciò lutto quel paese distrutto ; e tutti quegli Spagnuoli tiranni, che rubba- vano ed assassinavono per quelle riviere , ebbero a male e detestarono un fatto cosi spaventoso, perchè perdettero il ricovero e la stanza che quivi avevano come se fossero nel- le loro case. Concludo , che io tralascio di raccontare immense ribal- derie e casi spaventevoli , che in tal maniera si sono fatti ed oggidì si fanno in quei paesi . Hanno condotto all' isola Spagnuola ed a quella di San Giovanni, da tutta quella > SS* LAS CAS A S costa di mare che era popolarissima , più di due milioni di anime assassinale ; che tulle parimente sodo state fatte ri re nelle dette isole, mettendole nelle miniere e neh' ali fatiche , appresso quelle molte che vi erano e che prii per li medesimi mali trattamenti e durezze che ad esse cero, erano morte. E fa veramente compassione e cord glio il vedere tutta quella costa di terra prima fel icissii ora diserta e spopolata. Questa è verità certa, che mai conducono vascello cari co d'Indiani rubati ed assassinati , come no detto , che non ne gitlino morti in mare la terza parte di quelli che imbar- cano; oltre quelli che ammazzano nelle loro terre, per lergli prendere. La causa è , perché avendo bisogno d la gente per conseguire il loro Gnc di cavar più danaro più schiavi , e non portando vttlovaglia né acqua poca , per non ingombrar di troppo la nave e nou aggravi la borsa dei tiranni, che si chiamano armadori, non ne han- no abbastanza se non appena per pochi più che per gli Spa- gnuoli, che vanno nel vascello per depredare; e cosi man- ca per quei miseri , onde se ne muoiono di fame e di seti- , «d il rimedio è il gittarli nel mare. Ed in verità, che un di loro mi disse che dall' isole de' Lucai , dove furono falle grandissime stragi di questa sorla, fino all' isola Spagnuota , che vi sono sessanta o settanta leghe, vi sarebbe and; un vascello senza bussola e senza carta da BffrigM . gendosi solamente per lo sentiero degP Indiani che gali giavano nel mare, gittati morti dalli vascelli. Dopo , quando gli sbarcano nell' isola dove gli condii a vendere, è cosa da spezzare il cuore di qualunque abl in sé qualche scintilla di pietà , il vedere, ignudi e fameli- ci, fanciulli e vecchi, uomini e donne, che se ne cadono svenuti per ta fame. Poscia, come tanli agnelli, li separi ni di I rdo- ima . L-ari- : non ibar- ■ vo- r ■avar lian- Spa- nan- tm i m.li falli- tola v I ibbu meli- dono LETTERE S~* i padri dalli figliuoli e le mogli dalli mariti , facendo bran- chi di loro di dieci e di venti persone ; e gittano la sorte- sopra di essi, acciocché abbiano le loro parti gì' infelici ar- madori ( i quali sodo quelli che mettono la loro quota di denaro per far l' armata di due o tre vascelli ) , e per li ti- ranni assassini , che vanno a prender quella povera gente e depredarla nelle loro case» E quando cade la sorte sopra un branco, dove vi sia qualche vecchio o infermo, il tiranno a cui tocca, dice : mandate questo vecchio al diavolo; a che me Io date ? perchè io lo seppellisca ? a che mi date questo infermo ? per medicarlo ? Vedasi qui che conto fanno gli Spagnuoli degl' Indiani , e se adempiscono il precetto divino dell'amor del prossimo, comandato dalla legge e tanto predicato dai profeti • La tirannia che esercitano gli Spagnuoli contra gì' India* ni nel cavare o pescar le perle, è una delle cose più crudeli e riprovate che siano nel mondo • Non vi e sopra la terra vita cosi infernale e disperata , vita che se le possa compa- rare ; benché quella del cavar l' oro nelle miniere sia gra- vissima , e pessima • Gli mettono nel mare , tre , quattro e cinque braccia al fondo, dalla mattina infino al tramontare del sole* Stanno sempre nuotando sotto l'acqua senza re- spiro , cavando le ostriche dove si generano le perle* Yen- gono di sopra con alcune reticelle piene di esse a respira- re , dove vi è un boia Spagnuolo in una barchetta , il qua- le, se lardano a rituffarsi , gli percuote coi pugni, e pigliali* doli pei capelli, li butta nell' acqua perchè tornino a pesca- re . Il mangiar loro è di pesce, e del pesce che hanno le per- le, pane di cassaba e di qualche poco di granone o mais , che sono le sorla di pane di quel paese; l'una di molta poca sostanza, l'altra molto difficile a farsi ; e delti quali com- mestibili non si saziano mai. Il letto che danno loro la notte, IH L A S C A S A S é ìt mettergli in ceppi sopra la nuda (erra , acciocché i fuggano. Molle volte é successo, che gallatisi nel mare al- la pescagione delle perle, non mai tornarono sopra, perche li tìtmroHÌ e i marassi, che sono due sorta di bestie niariuc crudelissime, che potino inghiottire un uomo intiero, gli ammazzano e se li mangiano, Da questo si veda, se gli Spagnuoli che attendono in t.i| maniera a (mesti guadagni delle perle, osservano li pre- cetti divini dell'amor di Dio e del prossimo; mettendo i prossimi loro, per insaziabile avarizia, a pericolo di morii1 del corpo ed anco dell' anima ; perchè muoiono seoza fede e seuza sacramenti . Ed anco facendo far loro una vita cosi cattiva , finche gli distruggono e consumano in pochi gior- ni ; perché e impossibile che gli uomini vivano molto tem- po sotto l'acqua senza respiro, particolarmente perchè pe- netra nei corpi loro la frigidità dell' acqua; e cosi tulli ge- neralmente muoiono dal gìtlar sangue dalla bocca , per la strettezza del pello causala dallo star tanto tempo continuo seuza respirare, e da mal di flusso , eh' è causalo dalla fri- gidità dell' acqua. Si mutano li capelli, che sono di lor na- tura negri , in color cenericcio come peli di lupi marini , ed esce fuori dalle loro spalle salnitro, sicché rassembrano mo- stri nella natura umana , o iu altra specie. In questa insopportabile fatica , o per dir meglio eserci- zio dell'Inferno, finirono di distruggere tulli gli Indiziti dell' Isole Lucaie , che vi erano al tempo che gli Spagnuoli si diedero a questo guadagno; e ciascuno valeva riuquiiriu e cento scudi, e gli vendevano pubblicamente, benché fos- se stalo proibito dalli magistrali medesimi . Poi hanno fatto morire molti altri senza numero d'altre province , e d'altre parli . IX. D all'anno 1522 in qua, sono andati alcuni capitani, in tre, o quattro volte, al flume dell'Argento (Rio de la Piata) , dove sono gran regni e province piene di popoli molto ben disposti e ragionevoli. Sappiamo, in generale, che i detti capitani vi hanno commesso molti omicidi , e molti danni; ma per esser que' paesi molto fuori di mano dalle Indie , non sappiamo le particolarità di que' misfatti. Non abbiamo però dubbio alcuno , che non abbiano faL to, e oggidì non facciano le medesime operazioni, che si so- no fatte e si fanno in altre parli ; perchè sono gli istessiSpa- gnuoli, e fra essi vi sono di quelli che si distinsero per grandi delitti altrove commessi: e poi e1 vanno anch'essi per farsi ricchi e diventare in poco tempo gran signori; lo che è impossibile che segua , se non con distruzioni, ucci- sioni , rubamenti e diminuizione degli Indiani, conforme al- l' ordine e alla strada perversa , che hanno tenuto quelli , cosi come gli altri . j Dopo scritto quanto s'è detto, abbiamo saputo con moU ta verità , che hanno distrutto e spopolato gran province I e regni di quel paese , facendo grandi uccisioni di quelle i sventurate genti, e per crudeltà segnalandosi quanto gli al- tri, e più degli altri; perchè hanno avuto più comodità, per xi. K8 5T)8 LAS C A S A S esser que' paesi più lontani dulia Spagna , e sono vivuli piti disordinatamente, e senza giustizia, benché non ve ne sia mai stata in tutte le Indie, come si vedo da tutto quello che di sopra s'è detto. Tra iiitinile altre nefandi là si sono leti* nel Consiglio delle Indie quella , che igni sotto registi-Uni < l!n governatore tiranno, comandò a certa sua gente, che se n' andasse ad alcune terre degl' Indiani , e che se non le da- vano da mangiare, che gli ammazzassero tulli : se oc an- darono con questa autorità ; e perché gì' Indiani DOB gliela volsero dare , come a loro nimici , più per paura ili vederli e per ruggir da essi che per mancamente di liberalità, mos- sero a lìl di spada piò ili 3000 persone. In un altro luogo andò a mettersi nelle loro mani, <■ ad offerirsi al loro servizio, certo numera di genti pacilirhe. le quali forse da essi furono mandateti chiamare: ma o per- ché le non andarono cosi tosto 0 perche \.ro. BtUN lt» glioDO ed hanno per uso comune, mettere in quelle tinnire e spavento orribile, comandò il governatore, che quei mi- seri fosser tatti conseguati nelle mani il" altri Indiani , clic aveano per loro nemici. Disperati, ei piangevano e grida- vano , pregando che essi medesimi gli ammazzassero e non gli (lasserò ai nemici loro: e non volendo uscire «Iella casa dove stavano, ivi gli tagliarono n pezzi, mentre diceva!»: Noi veniamo a servirvi pacificamente, e voi ci ammazza- le? Resti il sangue nostro per queste pareli, in testimoni" nella noslra ingiusta morte e della vostra crudeltà ! Opra fu questa veramente segnalata e degna di coustde- razione, ma mollo più d'esser pianta. X. N, eli' anno 1531 andò un gran (iranno con certa gente alli regni del Perù; dove , entrando con il titolo ed inten- zione e con li principii degli altri suoi pari ( perchè era uno di quelli che per tempo si erano più esercitati in tutte le crudeltà e stragi, che dall'anno 1510 erano state commesse nella Terra Ferma), fece maggiori crudeltà ed uccisioni, sen- za fede né verità, distruggendole terre col diminuire ed ara- mazzare le genti loro, e causando cosi gran mali in quei paesi , cbe siamo ben certi nissuno sarà bastante a riferirli ed a dimostrarli , finché non li vedremo e conosceremo chiaramente nel giorno del giudizio ; ed io non potrò né sa- prò esprimere bene la deformila , le qualità e le circostanze di alcuni cbe vorrei raccontare, le quali gli aggravano e bruttissimi gli rendono. Nella sua infelice entrata egli uccise e distrusse alcuni po- poli e rubò loro molla quantità df oro. In un9 isola vicina al- le stesse province, cbe si chiama Puna, molto popolata e graziosa fu ricevuto dal signore e dalla gente di essa come un angelo del cielo: per sei mesi sfamaroosi, lui ed i suoi compagni , colle provvisioni che gì' Indiani aveano aduna- te per vivere , e finite queste essi generosamente aprirono le conserve del formentone, che serbavano per sé e per le — j MO LAS C A 5 A S loro mogli e figliuoli pel tempo della siccità e della sleril là. Ebbene, (guai credete fosse il pagamento, che al fine ebbero? Fu die i cristiani mossero a lil di spada ed ucci: a lanciate molte di dette genti, e quelle che poterouo pi- gliar vive fecero schiave, con altre grandi e segnalale cru" deltadi che routra delle medesime fecero lasciando queir la quasi diserta. Di la se ne vanno alla provincia di Ttnnbalà , che è la Terra Ferma, ed ammazzano e distruggono quanti può- terono. E perchè tutti i popoli fuggivano, per le loro spa- ventevoli ed orribili operazioni, dicevano che si sollevava- no, e che erano ribelli al re! Usava questo tiranno tale industria , che a quelli, a cui egli dimandava, e agli altri che da se venivano a fargli pi senti d'oro, d'argento e di ciò ch'avevano, egli dicevi che gliene portassero ancora; finché vedeva, che non ne avevano o più non ne portavano : ed allora diceva che gli riceveva per vassalli delli sovrani di Spagna, abbracciava nel mentre che faceva suonar due trombette che aveva, proclamando, che per PavveDire, non poteva toglier loro altro ne far loro alcun male, ('osi dava ad in- tendere di avere indilo allora lecitamente rubato e avere le- gittimamente ricevuto quello, che gli avean dato non per altro che per paura degli eccessi e crudeltà, di cui per fama lo sapevano capace, e egli diceva poter commettere prima di averli ricevuti sotto il ricovero e la protezione del re; come se anche dopo ricevuti sotto la protezione reale , non gli opprimessero , rubhassero, desolassero e distruggesse™ , e che egli cosi non avesse molle popolazioni distrutte ! Pochi giorni dopo, venendo il re universale o l' impera- tore di quei regni, che si chiamava Alabalipa, con molta gente ignuda e con le loro armi da beffe, non sapendo come so- t cui = va, Sii ■Ile LETTERE 541 tagliavano le spade e ferivano le lancie, e come correvano li cavalli, echi erano gli Spagnuoli (che se li diavoli avesse- ro oro, anderebbero ad assaltarli per ruttarglielo ) arrivò al loco, dove essi erano, dicendo: dove sono questi Spagnuo- li.? Si facciano avanti , che io non mi muoverò di qua fin- ché non mi soddisfacciano de' miei vassalli che mi hanno ucciso , delle terre che mi hanno disertato, e delle ricchez- ze che mi hanno rubalo. Uscirono contra di lui, gli uccisero infinite genti, presero la sua persona, che veniva in una lettica, e, dopo averlo preso, trattano con lui che si ri- scatti: egli promette di dar quattro milioni di scudi e ne da quindici , ed essi promettono di lasciarlo. Però al fine non osservando la fede né la verità , come mai non è stata os- servata dagli Spagnuoli nelle Indie con gì' Indiani, lo calun- niano, che di suo ordine si metteva gente insieme; ed egli risponde, che in tutto il paese non si muoveva una foglia senza la sua volontà; che se si radunasse gente, credessero che egli la faceva radunare , e che egli era prigione , e però P ammazzassero. Non ostante tutto ciò , lo condannarono ad essere ab- bruciato vivo , sebbene dopo alcuni pregarono il capitano, che Io facesse strangolare ; e strangolato, lo abbruciarono . Quando egli lo seppe, disse: Perchè mi volete abbruciare? Che vi ho fatto? Non mi avete promesso di liberarmi dando- vi io r oro ? Non vi ho io dato più di quello che vi ho pro- messo? Mandatemi, poiché cosi volete, al vostro re di Spa- gna . E molte altre cose egli disse, per molta confusione , e detestazione della grande ingiustizia degli Spagnuoli : ma fi. nalmente l' abbruciarono. Si consideri qui la giustizia e il titolo di questa guerra , della prigionia di questo signore e della sentenza ed esecu- zione della sua morte ; e con che coscienza tengano quei -^^-^tm m m ■ - *fw» in ■— ■!■■» 9'^-mm*m+m*im***0mr'*** I tirami! unsi grandi tesori, chi' rubarono in osti M quel in "narra rosi grande, e ad altri innumerevoli • 8 privali. D'infinite azioni scanalale per malizia, e per crudeltà commesse in estirpa/ ione, di quelle genti, da quelli die si rhiamano cristiani, voglio qui raenmlarne alcune poche. rlie un Irate di San Francesco vide nel principio, e le sol- Inscrisse eoi suo nome , mandandone alcune copie, per quel- le parli , e altre a questi regni di bastiglia ; ed io ne ho ti copia in mio potere con la sua propria soltoscrizi quale egli dice cosi: lo Fra Marco da Nizza dell' Ordine di San Francesco , commissario soprali frati del medesimo ordine nelle pro- vince del Perù , che fui delti primi religiosi , che con li pri- mi cristiani entrarono nelle delle province, dico, rendendo verace testimonianza d'alcune cose, ch'io vidi con gii oc- chi propri in quel paese, e maggiormente circa il tratta- mento e le conquiste delle cose lolle ahi naturali. Primieramente io son testimonio di vedula , e per sii 111,1 esperienza conobbi e seppi, che gli abitatori dei Perù Meo la pio benigna gente, che si sia vista tra gì' Indiani, e mollo ben' alletta e amica dei cristiani. E vidi, ch'essi davano agli Spaglinoli abbondantemente oro e argento e pietre preziose, e tutto rio che dimandava- no e ch'essi avevano, e prestavano loro ogni buon seni- zio ; e mai non uscirono gì' Indiani in forma di guerra . seb- bene ne fusse dato loro frequente occasione con ti mali trat- tamenti e con te crudeltà, ma sempre furono pacifici; anzi ricevevano gli Spaglinoli con ogni bencvogjiema e onore nelle terre, dando loro vi(tovaglie,e quanti schiavi e schia- ve da servizio dimandavano. LBT1KKE MS Son' anco testimonio , e lo testifico , che seoza che quagli Indiani ne dessero causa né occasione alcuna agli Spagnuo- li , subito cbe questi entrarono ne" loro paesi , e dopo che il gran signore Atabaltpa Joro ebbe dato più di due milioni e assai piacevoli a saperi ; . ■ 1 MATISSIMI MIEI FRATELLI IX GESÙ' Cristo ! — Siccome non dubito, ed anzi al contrario son cerio, miei U re di Spigai cardili •di» urt. jrgì'isdiui amatissimi, carissimi e revereiidis- simi padri in Gesù Cristo, che avreste inteso coi maggior piacere quanto già vi scrissi con altre lettere, le quali però dubito forte sienvi pervenute, adesso che son persuaso di •vere messaggi fedelissimi, vi farò conoscere la felice situa- zione in cui mi trovo insieme con fra Michele, che intanto le mille volte meco saluta le reverenze vostre . Proviamo la più grande delle consolazioni io vedere un cosi gran nume- ro di creature consacrate al demonio , esserne adesso libere mercè le predicazioni di alcuni servi di Ba, cioè di noi , frati minori da Dio inviali in questo paese. Ab! si, le pa- ternità^ vosi re reverendissime poono esserne sicure; scrìvo ^m) FRANCESCO DA BOLOGNA con abbondanti lacrime, pensando che il nostro dolcissimo signore Gesù Cristo si è manifestato a tutto H mondo per mezzo de' suoi Apostoli , e certo che adesso vuol rinnuova- re per r intromissione de' figli del suo campione e servo, il padre nostro San Francesco, la sua santissima fede, eh' è quasi spenta. Ma prima di continuare, inlerterrò le reve- renze voslre, circa parecchi altri soggetti , affinchè esortino i loro figli , nostri fratelli, a venire ad ajutarci nell' opera di liberare tante migliaia d'anime dalle mani dell'Inferno, re- stituirle al loro Creatore e Redentore Gesù Cristo . E prima di tutto farò parola del clima . Del clima e dei prodotti della terra . — Qui il clima è tempera tissimo, ne troppo freddo, né eccessivamente cal- do ; piove rarissime volte nel verno , ma sovente nella state , e quasi sempre dopo mezzo giorno . Non mai nevica, meno che su quattro elevatissime montagne , sulle quali la neve rimane per tutto Tanno . Noi siamo fermamente per- suasi, che il nostro continente sia mollo più grande del vo- Siro , poiché componesi di un gran numero di province, delle quali quella che abbiamo convertita alla fede di Gesù Cristo è più grande di tutta Italia, Francia e Spagna insie- me unite. Abbiam qui molte miniere d'oro, d'argento e d'altri metalli e pietre preziose. Le acque quivi sono ec- cellenti , e quasi tulli ne beono . Il vino fassi con alcune fo- glie di alberi : un bicchier di vino come il vostro costa uno scudo d' oro , atteso che viene di Spagna : ma si piantano delle vigne come quelle d'Italia, le quali producono e col tempo in maggior copia produrranno eccellente vino. Qua- si tutto questo paese, ossia piano, ossia montuoso, è abita- to ; eccettuali i quattro monti dei quali feci parola. I boschi compongonsi di lauri, cedri, cipressi, pini, querce: i ce- L. l e i r t: n a £>i drì ed i cipressi sono così alti , che appena puossene scor- ger la vetta . Degli animali . — I soli animali che avessero gì' India- ni erano cervi , orsi , leoni , tigri , paoni , lepri , conigli , lupi, volpi ed altri bellissimi quadrupedi , quasi tutti sal- va tubi : si trovano negli stagni molti serpenti simili ai coc- codrilli. Ma dacché noi frequentiamo questi lochi, ci sono stati condotti cavalli T asini , buoi , agnelli , porci , cani , galline, oche, e molte altre specie di animali, le quali si sono talmente moltiplicale, chela terra n' è quasi coperta: le loro carni sono più saporite di quelle degli animali d'Eu- ropa , a tal punto, che quella del maiale, la quale presso di voi vien proibita quasi ancora a chi sta bene, qui non se ne vieta l'uso neppure a coloro, che sono in fine di vita • Un porco si vende per un denaro, moneta che non equivale neppure a tre bolognini [ì] : per lo stesso prezzo potreste avere un grosso castrato o venti galline. Non mai ho vedu- ti cavalli p ù belli come in questo paese, i quali cibansi del frumento indigeno, che non è men buono del vostro , ma che non rassomiglia in nulla; è più scuro ed ha lult'altra forma: qui non manca però il frumento europeo, che vi fu portato di Spagna con alquanti legumi; e questi prodotti vi si sono talmente moltiplicati, che una misura equivalen- te ad una corba ( sporta o corbello) delle vostre , ne prodi* ce comunemente cento trenta e qualche volta eziandio cen- to cinquanta! Si fa con la farina di questo grano,. unita a quella del vostro, pane bianchissimo. E inutile andare alla cerca del pane o di altro , poiché ci vien portato il tutto Il boìognifio costa gei quattrini ; la grandezza di questa moneta corrispon- de appresso a poco a quella dei nostri antichi pezzi da due «oidi . r i 532 FRANCESCO 11 A BOLOGNA Ano al convento ; e spesso le vettovaglie son tanto abbon- danti , che siamo costretti riflutarle , con dispiacere dei fe- deli, che se le riportano via piangendo. Della costituzione degù uomini . — Sono gli abitanti di questi luoghi, grandi e belli quanto gli Europei, ma più forti. Le donne, specialmente quelle di ceto nobile, supe- rano in pudore ed in bontà tutte le donne del inondo . Del costume. — In origine gli uomini si adornavano co- me gli zingani ; le donne non si cuoprivano che dalla cin- tura in giù: ma adesso, tutte hanno vesti onestissime. Gli uomini del popolo si contentavano di una sola moglie legit- tima, ma i grandi signori possedevano molte concubine: certuni ne avevano più di ottocento! Ora però vivono tutti da buoni cristiani, e si contentano di una sola sposa. Non erano crudelissimi nelle punizioni che infliggevano al col- pevole , eccettuato però nei delitti di adulterio: la donna venia impalata; e al suo complice , legati . piedi e mani, e disteso sopra un sasso, il marito offeso schiacciava il capo con un pielrone. Non avevano nessune lettere, e non sapevano dipingere, ma avevano somma memoria e facevano bei disegni con penne di uccelli e con pietre di colori diversi : adesso dipin- gono meglio di noi, e con le penne fanno figure di santi: ne ho vedute due, che i religiosi, che per qui transitarono, pre- sero per portarle a Roma al nostro santissimo padre Paolo III : sono più belle che se fossero in oro od in argento . Questi Indiani inviano pure tre casse di pietre preziose, e parecchie figure fatte di esse pietre ; come pure due bellis- simi cuscini (spalere) destinati per sua santità . Degli edifizi — Le loro case sono basse, ma ben co- strutte ; hanno delle città più grandi di quelle d'Europa ; altre sono della grandezza delle nostre: ve ne sono che LETTERA 553 contano ottanta mita foorhi . Ordinariamente le loro città non erano chiuse, ma gli Spagnooli gì' insegnarono a cir- condarle di mira . Non combattevano mai che con archi e frecce : le loro spade erano di pietra. Deci: Inou . — Adoravano on gran numero d'idoli , fra i quali quattro erano i principati : i frati nostri portano seco loro costà rànaf ine del poi venerato , a fine di consegnarla a vostra paternità reverendissima: essi di viva voce spieghe- ranno il eulta di cui era l'oggetto, aliarne la paternità vo- stra ne sia pienamente istrutta . D*' uro Fesca**! . — Come di sopra dissi alle reverenze vostre., i capi di questo paese avevano una sposa legittima e molte concubine. Quando uno di essi era per morire , in- stiluiva erede la propria moglie e lasciava di che vivere alle concubine: fra quelle che aveva in vita più ardentemente amato ne sceglieva due, eda esse volea essere tfcompipai to nei! altro mondo, perené con esso lui vi godessero di una vita preferibile a questa; avvegnaché que* popoli credevano, che dopo morte f uomo passasse m un altro mondo simile al paradiso : quindi sceglieva un figlio delle sue concubine e gli diceva lo slesso . Queste donne e questa creatura, erano al&egrù*ime quando il loro re, amante e padre le preferiva a tutte le altre ; e promettevano seguirlo. Appena il sire era morto , veniva imhiliimito ; costruitasi una cappella sotterranea; lo mettevano a sedere sur una sedia vestito dei suoi più splendidi abiti tempestali di pietre pre- ziose-, e delle sue armi ; ponevaglisi una concubina a de- stra, un'altro a sinislfa , il fanciullo ai piedi ; imbandiva- glisi d'intorno un hanrtnilo di eocynVmli alimenti; quindi chiudeva* la sepoltura*, e ben presto quelle donne in un col pargoletto mori Kl 554 FRANCESCO DA BOLOGNA De' sacrifizi umani . — Pralicaronsi le stesse cerimonie rispetto air idolo onde la imagine vien portata in Spagna , idolo che era stalo un gran principe: quarant' anni e più dopo la sua morte , si volle vedere ciò che ne fosse diven- tato ; si scavò la sua tomba , e non furon trovate che le ossa: allora fecesi fare questa statua a sua imagine , e co- minciossi ad adorarla qual dio, e ad innalzare molti templi in onor suo : quello dove fu rinvenuta la sua statua è più grande della vostra chiesa di San Petronio : avevano avuto per lui tanto rispetto , quasi quanto ne potreste avere voi pel Santo Sacramento ; gli sacriGcavauo umane vittime nel- la maniera che segue . I Sacerdoti avevano un coltello di pietra, come , negli antichi tempi, il coltello della circonci- sione : conducevano gli uomini sopra un sito elevalo , di stendevano sopra una larga pietra 9 ed i sacerdoti , col det- to coltello, gli fendevano il petto e ne estraevano il cuore ; imbrattavano col sangue l' altare dell' idolo , tagliavano i piedi e le braccia alle vittime , e spedivano queste membra ai principali capi che le mangiavano con molla devozione ed allegrezza , diceudo che erano reliquie di Santi. Per co- tal guisa sacrificavansi a queir idolo migliaia e milioni di creature ragionevoli ! Metodo adoperato per convertire gl'indiani alla fe- de cattolica. — Quando arrivammo in questi luoghi, i sa cerdoti degP idoli accortisi , che noi altri religiosi eravamo venuli a predicare il Vangelo del nostro dolcissimo signore e maestro Gesù Cristo , adunaronsi in consiglio e disser fra loro : se questi religiosi giunti di recente per predicare ed introdurre una legge nuova hanno in mira di farci cambiar di fede , indurranno il popolo colle loro prediche a distrug- gere i nostri idoli , come fecero altrove e nelle città circon- vicine : facciamo dunque al nostro Dio una cappella o un LETTERA 555 oratorio sotterraneo , molto nascosto ; sopra vi pianteremo una croce e fìngeremo adorarla , ma intanto adoreremo il nostro Dio ; e questo fecero. Fino ad ora Io avevano tenu- to segreto ; ma i nostri religiosi passando per cotal luogo , quei sacerdoti illuminali dalla vera fede , e pentiti del fatto, han confessato la loro malizia e la loro ignoranza ed han consegnato quest'idolo, cbe nella loro lingua si chiama Te- scali podi , ciò che vuol dire specchio di fumo. Per tal ma- niera i religiosi poleron portarlo alle paternità vostre reve- rendissime. Ecco come qui ci comportiamo per istruire gì' indiani nel- la fede : Abbiamo scuole di ragazzi , che quasi lutti sono figliuoli di gran signori , i quali ce li mandano per istruirli: i ragazzi ammaestrano quindi iproprii genitori, e gli altri Indiani. In molti luoghi ne abbiamo mille, ed in alcuni due mila , e uoi apprendiamo loro a leggere, a scrivere , a can- tare e a suonare alcuni strumenti: facciamo studiare , poi- ché hanno molta memoria e facilità ; tutte le notti si alzano coi religiosi per cantare il mattutino , ed il giorno celebra- no con essi tutti gli uffici sacri alle ore canonice. Benché i religiosi sieno qui in piccol numero, poiché al più saremo in tutto un dugenlo, ed appena siamo tre o quattro riuniti insieme in ciascun luogo , nulladimeno cantiamo la messa o- gni giorno, adoperanda cosi: il prete la intuona ; quindi questi giovani cantano il restante in musica, e si accompa gnano con organi , arpe , flauti ed altri strumenti, di guisa tale che , mio reverendo padre , credo che nessun cristiano abbia mai inteso armonia cosi bella, udendo V armonia di quelle voci e di questi strumenti crediamo essere in paradi- so ad ascoltare la musica degli Angeli. Ogni giórno, quan- do si celebra l' ufi zio divino : ad unansi immancabilmente intorno air altare più di ottanta mila persone, tra uomini e 536 FRANCESCO DA BOLOGNA donne , che vi assistono ; i maschi sia mio separali dalie fem- mine. Se sentono nominare il suave nome di Gesù si met- tono in ginocchioni , e quando si canta il Gloria Patri si prostrano (ino a terra, e si danno la disciplina come i reli- gioni. Quando li vediamo umiliarsi cosi, non possiamo aste- nerci dal piangere per gioia , e render grazie infinite al Si- gnore misericordioso , ed al Kedentor nostro Gesù Cristo , che si degnò far risorgere la sua santa fede per mezzo di tante anime perdute; noi sempre desideriamo che le pater- nità vostre reverendissime sieno testimoni di cosi grande e pura devozione. Quanto all' istruzione delle ragazze , noi abbiamo fatto venire di Spagna gran numero di religiose , quasi tutte del nostro lerz online ; elle tengono a scuola le fanciulle come fare obesi in [spagna , le quali recitano anche l'ufìzio della Madonna insieme colle religiose; in quelle scuole le giova- ni Indiane apprendono a filare , a cucire, a tessere , ed a fare molte altre cose donnesche. Queste fanciulle sono figlie, quasi tutte, di grandi signori; tra esse distinguonsi le due figliuolo del sire più potente di questa provincia. Quasi tut- te dicono voler conservare una castità perpetua e senza macchia ; infalli la loro condotta e escmplarissima ; a quel- le poi , che vogliono maritarsi , si fa sposare alcuno dei giovani per noi istruiti nella santa fede , ed in questo mo- do formansi famiglie di veri cristiani. Del battesimo. — Queste genti hanno tanta confidenza io noi , che non fa d'uopo di miracoli per convertirle. Qual- chi* volta i capi si presentano alla lesta di trenla o di qua- ranta mila uomini per farsi battezzare : ci portano i loro i- doli , e piangono sui loro peccati con tanta, amarezza , che intenerirebbero i sassi. Spessissimo ci obbligano di andare nei loro villaggi e città ; e la loro devozione è cosi grande, LETTERA che siamo costretti di lasciare i più vicini per andare dai più lontani , affine di sodisfarli. Avanti di venire a cer- carci costituiscono dei conventi nelle loro città , perché ci possiamo abitare con tutto nostro comodo : e quando ci è impossibile di aderire alle loro inchieste , ci doman- dano almeno uno dei nostri abiti , come pegno che noi anderemo a predicar loro il vangelo , quando il numero de' religiosi sarà maggiore : giunti ai loro domicili riem- piono queir abito di paglia o di stoppa, e lo pongono sull'al- tare nei loro templi , come prova che un giorna anelere- mo a convertirli. Vengono da 100 leghe di distanza, vale a dire 300 miglia , per vederci e sentirci predicare : spesso 80 e anche 100 mila persone assistono ai nostri sermoni , quantunque molti di essi non intendano i nostri discor- si ; e tutti , uomini o donne di distinzione, ricebi o poveri, portano al collo una croce , e ci confessano i loro peccati con abbondanti lacrime : confidano in noi come nei santi , e non vogliono frati di altro ordine fuori del nostro ; anzi i capi di questo paese scrivono al santo padre per mezzo dei religiosi, pregandolo di non spedire nei loro paesi preti secolari , né frati quando non sieno dei nostri ; e vorrebbe- ro specialmente che fossero Italiani , perché ci preferiscono agli altri. Laonde, miei carissimi padri e mie madri caris- sime prego le reverenze vostre di venire in aiuto di que- ste povere anime , gran numero delle quali , che saranno dannate , potrebbero essere in luogo di salvazione se voi le aveste aiutate. Noi preghiamo le reverenze vostre di fare le nostre scu- se ai nostri parenti per non avere loro scritto, e la ragione ne si è , che abbiamo quasi affatto dimenticata la nostra lingua materna. Vi preghiamo eziandio di mostrar questa INDICE Prefazione Pag. 9 Scoperta deli* Yucatan — Prima terra della Nuova Spagna vi- sitata dagli Spago udì > 55 Cenni sulla scoperta della Penisola d* Yucatan fatta da Fran cesco Hernaodez di Cordova l'anno 1517. estratti dalia Storia generale delle Indie, di Francesco Lopes di Gomara > 57 Itinerario del viaggio che la flotta del Re Cattolico fece nel 1518. nelP Yucatan sotto gli ordipi del Capitano Generale Giovanni di Grijalva, compilato e dedicato a S. A. Don Diego Colombo Ammiraglo e Viceré delle Indie da Gio- vanni Diaz primo Cappellano della flotta medesima . . » 45 Relazione di Ferdinando Cortes a Carlo V > 69 Seconda Relazione di Fetdinando Cortes al Serenissimo ed In- vittissimo Imperatore Carlo V. intorno ai fatti della Nuova Spagna o Messico • 71 I. Come nella Nuova Spagna vi sono a&sa issi ine cose notabi- li Della città di Vera Croce. — Scusa del Cortes al Re Cattolico di nou poterli dar minutissima informazioue delle cose ivi per Lui ritrovate » ivi II. Del potente signor Montezuma. — Della partila del Cortese della città di Cimpual. — Della guardia per lui posta alla 500 INDICE città dì Vera Croce, e cura datali di fabbricarvi una for- tezza. — La fedeltà degli nomini di Cimpual verso l' Im- peratore. — De' fanciulli sacrificati agli Idoli. — De' sol- dati ebe avevano deliberato ribellarsi al Cortese , delli con- giurati , e quali furono puniti. — Come il Cortese fece ti- rar le navi in terra , e perchè Pag. 74 III. Della venuta delle navi di Francesco di Garai , le quali non vollero entrar in porto. — Dell' ambasciata de' nunzi d' esso Francesco al Cortese , e la risposta ed offerte per lui fatteli. — Dell' astuzia che egli usò per conoscere la intenzione del detto Francesco , e della partita e del ri torno delle sue navi. — Come Panuco , signore , manda un ambasciatore con presenti al Cortese » 78 IV. Della provincia chiamata Siencbimalen. — Di un monte alto e difficile a salire. — Come quelli Indiani danno al Cortese le cose al viaggio necessarie. — Del monte chia- mato da no! del nome d' Iddio . — Del castello Teyxna- can » 83 V. Come alcuni Indiani morirono per il gran freddo. — Della cima di un monte , nella cui sommità v' è una torre con Idoli. — Della valle chiamata Cartenai , e case di quella ottimamente fabbricate — Di un signore che negò al Cortese di dargli oro » 85 VI. Come altri signori andarono a visitar il Cortese , e doni per loro fattili. — Di una rocca fortissima della provincia Tascaltecal , e come quei popoli sono nimici del signor Montezuma. — D' una muraglia mirabilmente fabbricata dagl' Indiani. — Della guerra continua tra la provincia Tascaltecal e il signor Montezuma. _ Consiglio dato al Cortese dagli uomini di Cimpual. — L'entrata degli Spa- gnuoli nella provincia di Tascaltecal » 88 VII. Battaglia tra gli Spagnuoli e gl'Indiani di Tascaltecal. — Come gl'Indiani mandano ambascia' ori al Cortese e la risposta per lui fatta. — E come un' altra volta in gran- dissimo numero vengono a battaglia cogli Spagnuoli — Della uscita d* essi Spagnuoli dagli alloggiamenti a' danni IS»1CE 501 de' marna 9 e cose rnni jmnmnmmibi Indiani combatte- detti lìl y^ MI Pag. ite Vili . Gli Sanarono* oca» ne" akn vana a danno de* niioici. — 1 signori d. nneQe pumuax ìnr mandano ambascia - don dnnnaoann* pone. — Game a ónonanm Indiani che erano andati per ànamr detti amaggsameati il Cortese fece tagliar le amasi. — Dona prudenza eh* egli vsò prima che gT andana fc> anmbaaaer* , e come nocói «Jamctrte t ca- valli di nnma] animarne • 96 IX. Come i Corame k «non nota enoe daejb ailoggiameatj di notte a danno de* nànao ; onde gli K*drini gli dimandarono pace.— Gai Spnanmli anno d» nm panra ooprapreni f ma confortaci dal Corame »-»— -1-fl— ~ -rcàW seguitarlo ...» 1(K> X. Come Sarutmgal capitano dmla provincia d: Tascaltecal ▼enne ai Corame dmnmdandog£ pace- — ■ Conte la contrada TascaHecal per aranti «compre era alata libera , e do ouali prorinee ma cvcondatiL — Conte in omelia noo si ou mie , né ve^ti di seta. E come frate risposto al detto ca plano dal Corteae » 1u3 XI. Come i s-goori di Tascnkecal pregarono 3 Corteae che entrarne nella citta, e come t* entrò con gli Spagoooli, — Del bel tho e piazza mararigbosa — Abboodanza io del t* Città , e come ai governa a repobblica. — D' nna dignità loro detta ìfagncacin. — Del modo che osservano io pu- aire i ladri. D'Ha prorincia chiamata Gaasìncaog'» . • 10m XII. Ambasbadori e presenti maoda-i dal signor M^oteziirwa al Cortese. — Come ooei éi Tatcaltecal eonsigiiaiio il Cortese a non fidarsi del det o signore. — Della Otta di Ruhecal -109 XIII. Come i signori di Tatcaltecal parlano al Cortese circa I* andare al signor Mooteznma , e a lui manifestano il tradimento. — Venuta degli ambasciatori di Cburultecal al Cortese e risposta e minacce eh* ci lor fece. — Come poi Tennero li signori istessi , e il Cortese delibera d' su- dare alla detta Città • 112 71 5G2 INDICE XIV. Come quei di Tascaltccal disconfortarono il Cortese del- l' andare a Churultecal. — Come centomila uomini V ac- compagnarono fuori della citta, e seimila andorno con lui. — Come entrò in Churultecal, e trovò i segni che gli dissero quelli di Tascaltecal .* Pag. 110 XV. Come alcuni ambasciatori del signor Montezuma si partono dal Cortese e come scoperto il tradimento li signori di Churultecal furono presi e legati mentre il Cortese s' im- padronì della città di Churultecal. — Come quelli signori si scusano con lui e promettono di ridurre il popolo nella città. — Descrizione della città di Churultecal » 118 XVI. Lamento del Cortese agli ambasciatori del signor Mon- tezuma , e risposta a lui data per essi ambasciatori. Doni mandati dal detto signore al Cortese. — Panica pap, che sorta di bevanda sia. — Delle province Acanzigo ed Izuchan. — Come detti ambasciatori pregino il Cortese che non entri nella provincia del signor sopradetto , e la risposta del Cortese medesimo » 1W XVII. Di due monti freddissimi e d' una palla di fumo che esce dalla cima di uno di quelli. — Come il Cortese vi mandò uomini per investigare tal segreto , e quello che riportarono della provincia di Chalco » 126 XVIII. Do! dono di quattromila pesi d'oro fatto al Cortese in nome del signor Montezuma con prece che non andas- se alla sua città , e della risposta eh' ci gli fece . ...» 130 XIX. Della terra detta Àmaqueruca , e del dono di mille pesi d' oro e di molti schiavi fatto al Cortese per il signore di quella. — In che luogo quelli del signor Montezum-i s'ap- parecchiarono a offendere gli Spagnuoli. — Come , le spio uccise , vennero dodici de* primari del detto signore e delle parole che usarono al Cortese , e della risposta a loro fatta. — D* una città posta nel lago , e d' una via con molto artificio fabbricata. — Delle città di Iztapalapa e di Canualcan » I3*i XX Del sito della città d' Iztapalapa , e dei bellissimi palazzi e giardini , e d'un muraviglioso belvedere di quella . — o. . %rf ■ t II iiKvgnr * 1*!j£ — 1»? «^vof? fi ausi» osti* O»- "«jrr-n»» ^ ]» voi? fumi òili mai « SdK* wn _ XT*T C"nv» tr-l** vnr.neir iL &ii nsrtpma* Tirar £«ifie>- * tt:ii#-*v Ò* r»onqg fkt? il ili aiifiaBiun •"ir* m. imiiiii «e inani*» ec £r' -4t) XLIX. D 455 VII. Sopra Guatemala. » 457 Vili. Sulle Poesie azteche » 458 IX. Sugli Itzaes • 459 277 283 301 303 435 LETTERE DI BARTOLOMMEO DI LAS CASAS A FILIP- PO IL RE DI SPAGNA » 481 XI. 72 570 INDICE Alcuni cenni biografici e storici intorno a Bartolommeo di Las Casas vescovo di Chiapa in America Pag. 463 Proemio — Brevissima relazione della distruzione delle Indie • 485 All' Altissimo e Potentissimo Signore il Principe delle Spagne Don Filippo » 491 Lettera del reverendo padre Francesco da Bologna , set itta dalla città di Messico nell' India o Nuova Spagna, al re- verendo padre Clemente da Monella, provinciale di Bo- logna, ed a tutti i reverendi padri di quella provincia : tradotta in lingua volgare da un frate dello stesso or- dine dell'osservanza , ec » 547 l— »>»»-—*■» IXH INDICE DELLE TAVOLE fiitraUo di Ferdinando Cortez conquistatore del : Menico o Ruota Spa- gna (I) Al froote»pUk> Idea dello stato antico dei Lagni e della Otta di Temistitàn o Messico secondo una ? cecilia miniatura Pag. 173 Ritratto di Montezoma signore del Messico • f75 Ritratto di Bartolomeo di Las Casa* ? esco? o di Chiana affocato e pro- tettore degT Indiani 443 ;I) H «co beo di pacato ni ratio e al frooteepirio dei preteste *t\mmr j oolbd*- meno può star» amebe m tornèo del «ofcnee eeceodo detta tmcndlmt o*e , od dei rócfiatori e cooqauatafori fpaeawoii , il aoaee del Cortes fieae sa poeto d. titolo. 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